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domenica 3 dicembre 2017



αποφθεγμα Apoftegma

La vigilanza è non uscire dal presente, 
ma fare qui e ora la cosa giusta, 
come se si dovesse compierla sotto gli occhi di Dio.  

Benedetto XVI

SIAMO CHIAMATI A VIVERE DA RISORTI NELLA VEGLIA DELLA SPOSA NELL'ATTESA PIENA D'AMORE DELLO SPOSO


“Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”: la ragione della vigilanza alla quale il Signore ci chiama in questa prima domenica di Avvento è racchiusa in queste parole.
Siamo una sua opera, “perché in lui siamo stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza”. Siamo ricchi, ecco perché è necessario “vegliare”. Chi ha una casa disadorna, senza tesori, non si preoccuperà di mettere allarmi, sbarre alle finestre e un cane ben addestrato in giardino. Chi invece ha beni ingenti a cui tiene molto si preoccuperà di difenderli in qualsiasi modo.
E noi, dice san Paolo, siamo stati arricchiti di tutti i doni! Non ci manca nulla, come recita il Salmo 23, perché il Signore è il nostro “Pastore”. “La sua destra ci ha piantati come figli che per Lui ha reso forti”.
Ci ha fondato sulla roccia della fede nella Chiesa, la “sua casa”, dove “la testimonianza di Cristo si è stabilita tra noi così saldamente che ci non manca più alcun carisma”.
Questa certezza intima dell’amore di Dio rivelato in Cristo è il dono più importante da custodire ad ogni costo, perché è proprio quello sottoposto agli attacchi più violenti.
Il demonio sa che se riesce a raffreddare la fede nei cristiani, scompariranno dal radar del mondo anche la speranza e la carità, trasformandolo così in un cimitero a cielo aperto.
Mai come in questa generazione la “casa” del Signore è assediata dal pensiero mondano, che mette in serio pericolo il deposito della fede, il tesoro più grande della Chiesa. Perché è la fede che vince il mondo!
Diceva l’allora Card. Ratzinger: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro… e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore”.
E’ di questo che parla Gesù chiamandoci così seriamente alla vigilanza. “Non sappiamo”, infatti, quando il Signore “ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”. Tornerà e sarà come una notte di Pasqua, la notte delle notti, l'ultima, in cui tutti passeremo, per sempre al Padre.

Ciò significa che la vita intera, ogni giorno, è da vivere come una notte di Pasqua, un seno benedetto che gesta l'aurora della libertà. Ma lo viviamo così? Lui stesso se lo è chiesto, chiamandoci così a conversione: “quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà la fede sulla terra?”.
Per far sì che Gesù trovi la fede quando verrà alla fine del mondo, come ogni giorno negli eventi della storia, come nella nostra vita, Gesù ha dato “il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”, nella certezza che “le porte degli inferi non prevarranno mai”.
Per questo occorre “fare in modo che, giungendo all’improvviso”, non trovi i cristiani, tu ed io, “addormentati”, ovvero senza fede. Ma concretamente, quale è il modo per fare sì che il demonio non ci rubi la fede? C’è un solo modo, quello che la Chiesa ha sempre usato, sin dagli albori della sua storia: l’iniziazione cristiana.
In essa la Chiesa esercita il “potere” conferitole per accompagnare i cristiani sino alla fede adulta: “adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità” (Benedetto XVI). 
Per questo, la liturgia con la quale la Chiesa ci introduce nel nuovo Anno Liturgico è, prima di tutto, un invito a fare memoria al dell’opera di Dio nella nostra vita, perché i suoi prodigi, come invoca la Prima lettura, siano di nuovo realizzati; e perché si possa rinnovare lo zelo per camminare e crescere ancora, giorno dopo giorno, nella fede.
Se, approfittando delle difficoltà in famiglia, delle sofferenze e delle malattie, il demonio ci ha rubato il ricordo, arriva questo Avvento per guardare di nuovo alla nostra storia.
A “quando Dio compiva cose terribili che non attendevamo”. “Guardiamo con attenzione”, cominciando dai momenti nei quali ci siamo sentiti accolti così come siamo e perdonati sino in fondo. Inizia qui la “vigilanza”.
Apriamo gli occhi e rivediamo i fatti concreti nei quali abbiamo sperimentato la vita nuova muoverci verso l’altro per perdonarlo a nostra volta; sino a quando abbiamo visto il “potere” di Cristo dato ai suoi “servi” predicarci la Parola che ricostruito la nostra famiglia, e amministrarci i sacramenti nei quali, morto l’uomo vecchio nelle acque della sua misericordia, ci ha “svegliato” dai peccati ricreandoci come uomini nuovi.
Non a caso i verbi usati da Gesù non indicano l’azione di svegliarsi ma un modo di essere, lo stare svegli dopo essersi destati. In pratica ci sta chiamando ad essere l’opera che Lui ha creato: nella sua prima venuta è sceso agli inferi, ci ha destato mentre eravamo prigionieri della morte,e ci ha risuscitati con Lui. Ora si tratta di vivere secondo la Grazia ricevuta; come un “portiere”, “sveglio nella notte” che avvolge il mondo.
Come i portieri che Dio scelse per custodire la Tenda della Riunione: è santa la Chiesa, è santa la nostra vita: siamo stati scelti per la missione più grande, annunciare ad ogni uomo il Vangelo che abbiamo sperimentato. 
Per questo Gesù “dice a tutti” di “vegliare”, perché tutti, non solo i pastori, nella Chiesa sono inviati come “servi del Vangelo” e della fede; non possiamo perdere il sapore scendendo dalla Croce sulla quale ci ha uniti a sé, il posto migliore per vegliare, la garitta dove vigilare per discernere il kairos, il “momento favorevole” per l’annuncio capace di salvare chi ci è accanto. 


L'avvento è allora aspettare l’Amato stringendosi a Lui che, pur partito per un Paese lontano in un lungo viaggio, è già presente nel cuore. Aspettarlo operando la volontà del Padre che è la salvezza di ogni uomo, offrendo tutto se stessi per il suo compimento. Lui è già qui, non come una nostalgia sentimentale. Ecco perché l’attesa e la vigilanza sono un desiderio ben diverso da ogni altro, che nessuno e nulla se non Cristo può soddisfare. L'Avvento è amore che attende il suo compimento, ogni istante.

Il Signore ci chiama dunque ad essere desti nell’ascolto, nella preghiera, nella comunione con i fratelli. A “guardare con attenzione” senza distrarci dal mondo ormai così virtuale, mettendo a fuoco ogni insidia, nella buona battaglia della fede, custodendo la porta del cuore e delle labbra. Perché anche noi siamo la "casa" dei Signore, il Tempio del suo Spirito Santo.
A fissare tutto a trecentosessanta gradi, come una sentinella sempre sulla porta della famiglia e delle relazioni, della comunità e di ogni nostro luogo, attenti perché il demonio non vi entri con i giudizi, le invidie, le concupiscenze. E pronti ad aprirla al Signore che viene proprio quando non ce lo aspettiamo, forse nascosto nella parolina velenosa del coniuge o nella disobbedienza dei figli, per accoglierlo e amarlo nel fratello.
E’ vero, siamo deboli e contraddittori, “e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. Ma è ancor più vero, ne abbiamo la prova nella nostra esperienza, che Dio ci “renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione con il Figlio suo, Signore nostr

sabato 2 dicembre 2017

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PERSEVERANTI NELL'AMORE PERSEVERANTE E FEDELE DI DIO, NONOSTANTE LE NOSTRE CADUTE
La "perseveranza" è la chiave che apre la nostra vita al compimento che "salva le nostre anime". Essa è una "virtù infusa" per mezzo della Grazia santificante, e ci viene data attraverso un cammino di conversione lungo e severo; il termine “perseverare” deriva infatti dal latino per - a lungo - e severus - rigoroso. Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei siamo chiamati a lanciarci "con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (Eb. 12, 1-2). Nella perseveranza si rivela l’amore autentico per Cristo che, al di là del sentimentalismo, fissa gli occhi del cuore e della mente su di Lui, come un atleta fissa il traguardo. Quando nella vita viene a mancare lo scopo, tutto diviene pesante, svuotato di senso e l’amore mostra la sua inconsistenza. La vita di un cristiano, invece, è sempre in un “agôna”, la lotta nella quale tiene fisso lo sguardo su Gesù intercettandolo in tutto e in tutti. Il traguardo di ogni mia parola, pensiero o gesto è Cristo, è l'affermazione di Lui in chi mi è di fronte, come in tutto quello che faccio. Per questo la perseveranza è anche attesa, un protendersi come quello di una corda tesa, "qaw" in ebraico, da cui "qawāh" (aspettare, sperare) tradotto dalla versione greca della LXX proprio con "hypomonê" - perseveranza. Perseverare è dunque l'antidoto al peccato che è, appunto, fallire il bersaglio come una freccia scoccata da una corda che non era tesa al punto giusto. Perseverare è l'atteggiamento fondamentale che ci è ricordato in Avvento, per vivere in una tensione carica di attesa che svela l'amore che desidera il ben dell'altro in tutto, il compimento della Verità in ogni momento. Per questo il cuore e la mente sono sempre desti, fissi su Cristo.
Se fisso Cristo nella fidanzata, persevero nell'amore, perché non mi perdo in quello che, in lei, non c'entra con Lui, sopportando il peso dell'”odio” di quella parte dell'altro e di me che appartiene alla carne e al mondo. Non dovrò preoccuparmi perché lo Spirito Santo provvederà a tutto, a parole e atteggiamenti colmi della sapienza della Croce, capaci di resistere ai sofismi della carne. E' Lui che ci fa stare saldi nella castità, nella verità che rifugge l'ipocrisia, nella sobrietà e nella purezza. E' Lui che persevera in noi, attestandoci che “nessun capello del nostro capo perirà” e accompagnandoci in un combattimento intriso d'amore, per non anteporre nulla a Lui, assolutamente. Contro questo amore assoluto si scatena l'odio, perché “chi è amico del mondo è nemico di Dio”. La perseveranza ci rende oggetto di odio di ciò che il nostro amore non abbraccia e ha rifiutato. L'amicizia di Dio che ci ha raggiunti e coinvolti in un cammino di conversione al Vero, al Bello, al Buono, sovverte le gerarchie delle nostre priorità. Chiaro che “tutti” si ribellino e ci “odino”; è naturale che ci “tradisca” chi si sente da noi tradito nella friabile prospettiva della carne, le persone più care legate a noi dai vincoli del sangue, che devono essere purificati per rinascere nel sangue di Cristo, l’unico vincolo che non si corrompe. Come accadde ai fratelli di Giuseppe, che non riuscivano a gestire la profezia che egli annunciava con la sua sola presenza, con i suoi sogni e la sua vita. Erano carne della sua carne, e lo odiavano. Ma proprio quell'odio, ferendo il fratello, apriva misteriosamente la via alla loro salvezza. Ma doveva colpire Giuseppe, l'eletto di Dio, immagine dell'agnello che non avrebbe resistito all'odio del mondo intero. Giuseppe, profezia della Chiesa, e di ogni suo figlio, apostolo della misericordia che dissolve l'odio, dell'amore al nemico che disintegra il peccato nel sangue di Cristo. Dobbiamo però “metterci bene in testa di non preparare alcuna difesa” perché proprio l’odio che ci conduce ogni giorno ai “tribunali” e alle “prigioni” disseminati ovunque, dove siamo giudicati rifiutati e rinchiusi, rivela come tutta la nostra vita sia una magnifica “occasione”, uno specchio dove l'amore di Dio ha scelto di rifrangersi per la salvezza d'ogni uomo. E’ necessario essere “trascinati davanti a re e a governatori” perché in noi sia consegnato Cristo a ogni uomo. “A causa del suo nome” siamo posti sul candelabro, come un segno di contraddizione, odiati perché il mondo sia salvato. La nostra vita sarà sconvolta e rovesciata dal suo amore perché ci è donata per sconvolgere il piano del demonio, come fece Cristo con Giuda. Chi lo avrebbe immaginato che quel sangue sarebbe ricaduto sugli assassini per lavare ogni loro peccato? Chi lo può immaginare che il tuo sangue offerto per la moglie, il marito, i figli, i colleghi, per chi odia Cristo e la Chiesa, ricadrà su di loro anche oggi per scagionarli e socchiudergli il cammino al Cielo? La nostra vita, infatti, è la carne di Cristo offerta a tutti con amore infinito; come Santo Stefano, pervaso da una “lingua e una sapienza, a cui tutti i suoi avversari non potevano resistere, né controbattere” siamo chiamati a “tenere lo sguardo fisso su Cristo”; così il nostro volto risplenderà “come quello di un angelo”, testimone dell'amore celeste nel quale donarci e perdonare quanti ci odiano perché “non sanno quello che fanno”.

L'INVERNO CHE SEMBRA CHIUDERE LA PORTA ALLA SPERANZA E' INVECE IL SENO FECONDO DOVE E' DEPOSTO E GESTATO L'AMORE CHE NON MUO

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Carissimi, è inverno e fa freddo. Personalmente non mi piace per nulla, ho sempre odiato il freddo e mal sopportato questa stagione. Oggi, alla luce di questo brano del Vangelo, per la prima volta, ho capito perché. Ieri ho ricevuto una notizia che non è piaciuta al mio uomo vecchio che ancora cerca nella carne e negli affetti il tepore del caminetto accanto al quale raggomitolarsi, stretto in una coperta e disteso su un comodo divano. Ecco, la notizia che sparigliava i miei piani, mi ha spinto fuori dalla stanzetta calda e comoda, in mezzo al freddo che senti quando il demonio riesce a farti credere di essere solo. Già, il demonio, il principe delle parole inutili, il maestro dei sofismi, il padre delle menzogne che intrappolano cuore e mente nella tristezza generata dal non capire che cosa accade. Quando si spegne la luce della fede, infatti, arrivano gli tsunami delle parole che tentano di spiegare, di piegare la storia e le persone ai desideri frustrati del proprio uomo vecchio. Ecco perché non mi è mai piaciuto l'inverno: perché è segnato dal freddo che ingoia i pensieri, i criteri, i desideri e le parole dell'uomo vecchio. Perché seppellisce sotto terra e neve le passioni ingannatrici dell'uomo della carne. Perché frantuma il seme, ovvero il progetto di vita che Dio ha disegnato per me, e per questo mi sembra che tutto sia inospitale e inavvicinabile. L'inverno è segno del rifiuto, e sembra contestare la vita, l'allegria e il riposo, i frutti e la sazietà che invece dipingono l'estate con i loro colori accesi. Insomma, non mi piace l'inverno perché non mi garba morire, e infilarmi nel vento e nella pioggia, nel grigio acuminato di giornate come questa che mi ha accolto proprio oggi. Non mi piace perdere la vita, perché il demonio è lesto e astuto per ingannarmi facendomi credere che tutto è destinato a passare e perdersi per sempre, fagocitato dal freddo della tomba. E per questo devo difendermi dai rigori dell'inverno, non lasciare cioè che la mia vita passi per scendere nella morte. Il freddo mi inchioda alla paura e all'incapacità di fare qualsiasi cosa, come l'inganno del demonio mi incatena all'impossibilità di amare e donarmi. Invece Dio, attraverso la Chiesa, come il contadino con i suoi semi, depone la fede proprio quando e dove non ci aspetteremmo e vorremmo, perché la nostra vita possa crescere nella precarietà come un albero radicato nella certezza del suo amore. In ogni istante infatti, è nascosto il Mistero Pasquale del Signore, il suo passaggio dalla morte alla vita. Per questo la Pasqua è proprio il cammino di un seme che, dal sepolcro della terra, si fa strada attraverso l'oscurità per spuntare, vivo e forte, alla luce, e lanciarsi giorno dopo giorno verso il Cielo. "Il cielo e la terra passeranno, ma le Parole del Signore non passeranno" proprio perché sono le uniche capaci di passare attraverso la morte e resistere intatte, autentiche nel loro compiersi, una dopo l'altra. Mentre tutte le altre parole segnano il passo rivelandosi effimere e transitorie, la sua Parola d'amore, capace di ri-crearci nella misericordia, è l'unica eterna perché attraversa la morte senza esserne assorbita. Così, nella nostra vita ogni cosa è destinata a passare per lasciar posto alla Parola fatta carne, al potere della predicazione, a Cristo vivo nell'annuncio del Vangelo. Il passare di tutto riverbera infatti il passaggio pasquale del Signore nella storia: questa è l'unica verità che non passerà mai, perché è il segno che Lui ci ama così come siamo, sempre. Per questo, le sofferenze, i problemi, le angosce, il fallire dei progetti, sono i germogli che spuntano sui rami della nostra croce, preannunciano l'estate, non la morte! Nelle parole del Signore si ode l'eco del Cantico dei Cantici; dure e crude, sono parole d'amore. E' lo Sposo che incede, e vuole destare la sposa, accendere in lei il desiderio di Lui, e schiudere i suoi occhi in un discernimento capace di intercettare i segni del suo avvento imminente.
Una voce, il mio Diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Gli eventi descritti dal Signore nei brani precedenti ci aiutano a riconoscere in essi i germogli che preannunciano la dolcezza dell'incontro con Lui, il premio sperato e atteso. Questo significa avere discernimento e vivere nell'attesa del compimento, perché il passato semina nel presente la profezia dell'avvenire, non la malinconia per quello che è passato e perduto. La vita perduta per amore è il segno profetico che illumina il presente e lo orienta verso la pienezza di vita che solo il dono dell'amore è capace di generare. Così una sposa e madre che, unita a Cristo, passa il suo tempo stirando camice per le quali nessuno le dirà mai grazie, o pulendo tazze del gabinetto che tutti useranno senza accorgersi della loro brillantezza, ama perdendo pezzi di se stessa che ritrova ogni giorno moltiplicati in gioia, pace e pienezza di senso che la accompagnano nei giorni e la spingono a donarsi ancora, e di più. Altro che frustrazione, chi ama e si consegna al proprio marito e ai frutti di questa amore sottomesso che sono i figli, non ha bisogno di cercare gratificazione fuori di casa. La storia non genera in lei rimpianti, ma gioia, pienezza e desiderio di donarsi ancora, e di più. Così un marito che esce ogni giorno per un lavoro routinario dove il capo non ha altro da fare che umiliarlo. Mentre perde la sua vita per amore di sua moglie e dei suoi figli, la ritrova proprio nelle ore spese per loro, perché l'amore dà senso e gratificazione a quel suo stare lì, a prendere insulti e senza la minima gratificazione. Tutti questi sono i germogli della vita nuova che ha cominciato a scorrere ben prima del loro apparire. Per questo abbiamo bisogno dell'inverno, per distenderci e imparare a dissolverci sotto terra, perché chi non muore nella terra resta solo. Ma chi invece, nella Chiesa, si lascia allevare come Gesù durante trenta anni a Nazaret, paesino di pochissime anime lontanissimo da Gerusalemme, darà frutto a suo tempo, come Lui e in Lui. Da Nazaret non poteva venire nulla di buono dicevano gli intelligenti e i religiosi del tempo, come anche oggi la cultura ci dice che, nel 2015, da una casalinga seppellita a casa non può uscire altro che frustrazione, Così come non può uscire nulla di buono dalla nostra storia, dall'inverno di solitudine e sofferenza che ha accolto il seme della vita nuova deposto in noi dalla Chiesa. E invece proprio l'inverno di Nazaret, ripeto, trenta anni, è stato il grembo benedetto che ha gestato il Gesù l'Uomo capace di offrire se stesso alla morte più dura e dolorosa. Come la tua Nazaret ha sino ad oggi gestato l'uomo o la donna capace di offrire la propria vita all'altro, anche a l nemico. Senza inverno non c'è primavera di primizie e neanche l'estate dei frutti! In questo Avvento, entriamo con Cristo nell'inverno preparato per noi, per essere, in Lui, i germogli di speranza che annunciano al mondo la sua vittoria sul sepolcro di peccato e morte. Se chi ti è accanto vedrà spuntare i germogli di una vita che la sua cultura e i suoi criteri ritegno impossibile, potrà iniziare a sperare che davvero esista l'estate, che anche la sua vita potrà dare frutti, proprio entrando nell'inverno preparato per lui. Ogni evento è un germoglio che ci ricorda l'elezione che ci ha presi dal mondo, perché il fico è anche immagine di Israele: "guardai ai vostri padri come ai primi frutti di un fico” (Os 9,10). La storia concreta, le persone che ci sono date, tutto di noi e in noi segna la primo-genitura, il senso stesso della nostra vita, che è essere i primi frutti dell'umanità. Dietro a tutto si cela lo Sposo, innamorato e appassionato, che ci chiama ad alzarci; ci guarda con tenerezza, e ci annuncia oggi che è passato l'inverno, che la morte è vinta, che possiamo entrare negli eventi dai quali siamo sempre scappati terrorizzati. Bruciato il passato di morte nel fuoco del suo amore, possiamo correre verso l'estate che ci attende, liberi, e attirare con noi questa generazione.







αποφθεγμα Apoftegma



Noi non ci atteniamo mai al tempo presente.

Siamo così imprudenti che erriamo nei tempi che non sono nostri,

e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene,

e così vani, che riflettiamo su quelli che non sono più nulla,

e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere,

per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare…

e fuggiamo senza riflettere quel solo che esiste...


Blaise Pascal, Pensieri
VEGLIARE E PREGARE IN ATTESA DELLO SPOSO CHE VIENE A COMPIERE LA NOSTRA VITA NELL'AMORE





La più grande novità del cristianesimo è rivelata da questa parola: vegliate in ogni momento. Nella vita non vi è nulla da derubricare e sottrarre all’”attenzioneogni momento è importante e decisivo perché costituisce quel frammento del Regno di Dio nel quale siamo chiamati a comparire davanti al Figlio delluomo, in piedi, nell'atteggiamento di chi è giudicato innocente dal magistrato. Il Regno di Dio, infatti, è vicino, ma non è un luogo, è un evento (Card. Joseph Ratzinger, Escatologia), è Cristo stesso vivo in mezzo a noi. Non a caso il termine usato è in ogni kairos, perché con il suo irrompere nella storia, Cristo ha colmato di sé il chronos - il tempo che per i greci e la mentalità del mondo divora i suoi figli  trasformando ogni istante in un momento favorevole nel quale incontrare il suo amore e aprirsi a Lui; per questo, quando ci ammonisce dicendoci state attenti a voi stessi, il Signore ci invita a vivere sino in fondo, con intensità e autenticità, ogni momento, senza sprecare nulla del tempo e di noi stessiPer “tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra”, infatti, è preparato lo stesso “giorno” del Messia. I cristiani sanno di non avere un destino diverso da tutti gli altri: “non abitano città proprie, né conducono un genere di vita speciale, dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo” (Lettera a Diogneto) e così, sono già “sfuggiti” ai “lacci” che si “abbattono” di sorpresa su chi ha “appesantito” il “cuore” negli “affanni” per salvare “la vita”. 


Nulla, infatti, “è improvviso” per chi ha un “cuore” che “vigila” attingendo la “forza” dalla “preghiera”, “attento”, come chi dorme all’aperto, a non farsi sorprendere dalle insidie che si nascondono nella notte. Il cristiano, infatti, “non è delle tenebre, ma del giorno”; mentre il mondo è immerso nella notte dove “mangiare e bere” sino a “ubriacarsi” perché tanto si deve morire ed è meglio non pensarci, il suo “cuore veglia” in attesa dello Sposo al quale donarsi. I cristiani "hanno tra di loro un rispetto inconcepibile agli altri" (Lettera a Diogneto), stanno ben "attenti" a non perdere di vista il centro dell'esistenza, impedendo così al "cuore" di "dissiparsi" negli affetti, nel lavoro, nei beni; "vigilano" su tutto e su tutti con rispetto - termine derivante dal latino respicio - che significa guardare tenendo presente qualcosa d'altro che domina sull'orizzonte. Solo con la preghiera si può guardare il prossimo e gli eventi con amore, "sfuggendo" ai "lacci" della carne che stringono, "improvvisamente", in un cappio mortale, ricevendo la "forza" per dire a chi ci è accanto: "Sei nel centro del mio occhio e del mio cuore, ma sull'orizzonte ultimo, perché un'altra figura ti illumina, ti dà vita: sei mia perché sei di un Altro. Riconoscendo che sei di un Altro, anche io scopro di essere di un Altro" (Mons. Luigi Giussani). Lavando i piatti come deliberando in un consiglio di amministrazione, mettendo un timbro su una pratica come operando un paziente per salvargli la vita, siamo dunque chiamati a fare tutto per amore a Cristo, con il “cuore” indiviso, “abitando” alla sua presenza “ogni momento” come nel “giorno che non conosce tramonto”, trasformando così l’intera esistenza in una “preghiera” incessante: “Fa cut ardeat cor meum in amando Christum ut sibi complaceam - Fa’ che il mio cuore sia pieno di ardore nell’amore a Cristo, così che possa piacergli” (Jacopone da Todi, Stabat Mater).


venerdì 1 dicembre 2017

Dhaka: Papa Francesco esorta a “vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”

Riassunto e testo integrale del discorso pronunciato dal Santo Padre nel corso dell’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace a Dhaka – 1 dicembre 2017

Copyright: Servizio Fotografico L'Osservatore Romano

Papa Francesco ha auspicato che l’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace nel giardino dell’Arcivescovado di Dhaka possa essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”.
Il Santo Padre considera l’incontro “un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana”.
La “Reciproca fiducia e comprensione“e “una apertura del cuore” sono state definite dal Pontefice fondamentali per la cultura dell’incontro per la bontà, la giustizia e la solidarietà, per cercare il bene del nostro prossimo“.
Papa Francesco ha ricordato i disastri naturali che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni” e la “comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza”. “Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante.”
Papa Francesco ha affermato: “Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita!”
Infine, il Santo Padre ha ringraziato per gli “sforzi nel promuovere la cultura dell’incontro” auspicando “un mondo sempre più umano, unito e pacifico”.
***
Alle ore 17.00 locali (12.00 ora di Roma), nel giardino dell’Arcivescovado di Dhaka, ha avuto luogo l’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace. Il Santo Padre, al suo arrivo, è salito sul tradizionale Rickshaw e percorrendo il giardino ha salutato i fedeli raccolti. Dopo l’esecuzione di inni e danze tradizionali e l’indirizzo di saluto dell’Arcivescovo di Dhaka, Card. Patrick D’Rozario, C.S.C., cinque rappresentanti di comunità religiose (musulmana, hindu, buddista e cattolica) e della società civile hanno rivolto il loro saluto al Santo Padre Francesco. Quindi, dopo un canto per la pace, il Papa ha pronunciato un discorso. Subito dopo il Vescovo Anglicano di Dhaka, S.E. Mons. Philip Sarka, ha recitato la Preghiera Ecumenica. Al termine il Santo Padre ha salutato 16 Rohingya (12 uomini, 4 donne tra cui 2 bambine), provenienti da Cox’s Bazar, accompagnati da due traduttori della Caritas, che sono saliti sul palco. Dopo il saluto è avvenuto la foto di gruppo. Infine, il Santo Padre ha salutato altri 20 membri del Comitato Organizzatore. Quindi è rientrato in Nunziatura
Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Francesco ha pronunciato nel corso dell’Incontro Interreligioso ed Ecumenico per la Pace:
Padre Illustri Ospiti, Cari Amici, Il nostro incontro, che riunisce i rappresentanti delle diverse comunità religiose di questo Paese, costituisce un momento molto significativo della mia visita in Bangladesh. Ci siamo radunati per approfondire la nostra amicizia e per esprimere il comune desiderio del dono di una pace genuina e duratura. Il mio ringraziamento va al Cardinale D’Rozario per le sue gentili parole di benvenuto e a quanti mi hanno accolto con calore a nome delle comunità musulmana, induista, buddista, cristiana e anche della società civile. Sono grato al Vescovo anglicano di Dhaka per la sua presenza, alle varie comunità cristiane e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile questa riunione. Le parole che abbiamo ascoltato, ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamenti delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro di questo pomeriggio essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza in nome della religione. È un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione, per costruire un’unità che comprenda la diversità non come minaccia, ma come potenziale fonte di arricchimento e crescita. Ci esorta a coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo. Permettetemi di esplorare brevemente alcune caratteristiche essenziali di questa “apertura del cuore” che è la condizione per una cultura dell’incontro. In primo luogo, essa è una porta. Non è una teoria astratta, ma un’esperienza vissuta. Ci permette di intraprendere un dialogo di vita, non un semplice scambio di idee. Richiede buona volontà e accoglienza, ma non deve essere confusa con l’indifferenza o la reticenza nell’esprimere le nostre convinzioni più profonde. Impegnarsi fruttuosamente con l’altro significa condividere le nostre diverse identità religiose e culturali, ma sempre con umiltà, onestà e rispetto. L’apertura del cuore è anche simile ad una scala che raggiunge l’Assoluto. Ricordando questa dimensione trascendente della nostra attività, ci rendiamo conto della necessità di purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera. Ad ogni passo la nostra visuale diventerà più chiara e riceveremo la forza per perseverare nell’impegno di comprendere e valorizzare gli altri e il loro punto di vista. In questo modo, troveremo la saggezza e la forza necessarie per tendere a tutti la mano dell’amicizia. L’apertura del cuore è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e la solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo. Nella sua Lettera ai cristiani di Roma, San Paolo ha così esortato: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21). Questo è un atteggiamento che tutti noi possiamo imitare. La sollecitudine religiosa per il bene del nostro prossimo, che scaturisce da un cuore aperto, scorre come un grande fiume, irrigando le terre aride e deserte dell’odio, della corruzione, della povertà e della violenza che tanto danneggiano la vita umana, dividono le famiglie e sfigurano il dono della creazione. Le diverse comunità religiose del Bangladesh hanno abbracciato questa strada in modo particolare nell’impegno per la cura della terra, nostra casa comune, e nella risposta ai disastri naturali che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni. Penso anche alla comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza, che rimane impresso nella mente di tutti. In queste diverse espressioni, vediamo quanto il cammino della bontà conduce alla cooperazione al servizio degli altri. Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita! Cari amici, vi ringrazio per i vostri sforzi nel promuovere la cultura dell’incontro, e prego che, con la dimostrazione del comune impegno dei seguaci delle religioni a discernere il bene e a metterlo in pratica, aiuteremo tutti i credenti a crescere nella saggezza e nella santità, e a cooperare per costruire un mondo sempre più umano, unito e pacifico. Apro il mio cuore a tutti voi e vi ringrazio ancora una volta per la vostra accoglienza. Ricordiamoci vicendevolmente nelle nostre preghiere.