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venerdì 2 marzo 2018



αποφθεγμα Apoftegma


Il martirio di Rabbi Akiva

Secondo il Talmud, per cercare di eliminare per sempre l'Ebraismo, 
il governo Romano proibì ai Maestri Ebrei di insegnare la Torah. 
Tuttavia, Rabbi Akiva si rifiutò di seguire questo decreto 
e fu catturato e condannato a morte.
Mentre il torturatore gli bruciava la pelle, 
il Rabbino sorrideva e recitava le preghiere della sera, 
collegandosi così con il sacrificio serale nel Tempio di Gerusalemme. 
I suoi discepoli volevano risparmiargli quell'ultimo sforzo: 
"Maestro, ora però sei dispensato!".
Ma Rabbi Akiva disse:
«Per tutta la vita mi sono tormentato a causa del verso: 
"Amerai il Signore tuo Dio con tutta l'anima",
con il mio ultimo respiro,
e mi sono sempre chiesto quando sarei stato capace 
di adempiere questo precetto, 
ed ora che finalmente posso adempierlo, non dovrei farlo?»
Allora egli cominciò a recitare lo Shemà: 
"Ascolta Israele, Hashem è il nostro Dio, Hashem è uno" 
(Shemà Yisrael, Hashem Elohenu Hashem echad) 
e morì mentre pronunciava l'ultima parola.
Si racconta che in quel momento una voce dal Cielo proclamò: 
«Tu sei beato Akiva, il tuo respiro si è spento con "Echad". 
Tu sei beato Akiva, avrai una parte nel Mondo Avvenire.»

(Questo racconto si trova nel Talmud Bavlì, Berachot 61b)
SHEMA' ISRAEL, OVVERO ASCOLTARE LA PAROLA DI DIO PER VIVERE LA VITA NUOVA IN CRISTO



La Pasqua si avvicina e la Chiesa oggi ci scruta chiedendoci: "vivi con sapienza?". La "saggezza" dell'uomo, infatti, consiste nel saper rispondere a una domanda, quella decisiva: "Qual'è il primo dei comandamenti?". La parola comandamento traduce diversi termini ebraici che indicano, tra l'altro, una parola che affida un incarico. Il comandamento è, dunque, una missione. La domanda che appare nel Vangelo allora, può significare: "Quale è la missione che mi è affidata?". Per rispondere dobbiamo andare all'incipit del Decalogo, le Dieci Parole di Vita vergate con il fuoco dell'amore divino e rivelate sul Sinai. Esse iniziano con la memoria di un'esperienza: la liberazione dall'Egitto. Lo stesso incipit dello Shemà, nel quale l'amore esclusivo a Dio e al prossimo scaturisce dall'esperienza dell'unicità di Dio: "Il Popolo ebraico attesta, compiendo il primo comandamento, che "solo il Signore suo Dio" può fare questo. Testimonia che ne è beneficiario. Accetta e decide, per quanto possibile, di assumere la liberazione dalla servitù del faraone. Vuole servire il solo Signore, rendergli culto, orientare tutte le sue forze, tutto il suo cuore, tutta la sua anima, tutto il suo tutto, a questo solo culto" (Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). Per questo lo Shemà è un annuncio, una profezia che sgorga da un memoriale, la rivelazione di un'identità: Ascolta Israele, il Signore è uno. La missione affidata a Israele prima e alla Chiesa poi, l'incarico che costituisce la vita di ciascuno di noi, rivela l'identità di Colui che incarica e affida la missione. Nella relazione di intima comunione tra Liberatore e liberato è gestato, nasce e si compie il comandamento più grande. Nel dialogo tra lo scriba e Gesù si legge in filigrana tutta la storia di Israele che, proprio in quel momento, trova pienezza e compimento. Per questo Gesù conclude congratulandosi con lo scriba dicendogli che non è lontano dal Regno di Dio: ascoltando le parole dello Shemà non pensa ad un impegno moralistico, ma rivede la sua vita salvata e condotta nella Terra Promessa, che diviene segno come quella del suo Popolo. Anche per noi risuonano in questa Quaresima le stesse parole, per ridestare in noi la memoria delle meraviglie compiute da Dio nella nostra vita, seno benedetto della missione che ci è affidata. Essa consiste proprio in ciò che la Quaresima significa, l'esodo dalla condizione servile alla libertà, dall'Egitto alla Terra Promessa, dalla morte alla vita, dal peccato all'amore totale e senza condizioni. Per questo al cuore della Quaresima vi è l'ascolto. In ebraico i termini "ascolto" e "obbedienza" coincidono: così, nella parola dello Shemà, l'ascolto si fa obbedienza, nella quale l'amore si rivela autentico e incorruttibile. Solo nell'obbedienza che si abbandona senza riserve all'amore di Cristo si compie il "comandamento più grande", il comandamento dell'uomo libero. Non esiste vita autentica dove non esiste libertà, perché non esiste amore laddove permane la schiavitù. Dove regna il faraone vi è disordine, (secondo l'etimologia del termine faraone), e l'uomo vive dissipato; cuore, anima e forze si combattono conducendo l'uomo a una schizofrenia interiore che lo distrugge. La sperimentiamo quando chiudiamo l'orecchio al fratello, al catechista, al presbitero, a Dio; e cominciamo a non raccapezzarci più, non capiamo la moglie, non riusciamo a perdonare il marito, al lavoro è una lotta senza pietà; lo stesso che accade ai figli quando non ascoltano e non obbediscono: nervosismo, insoddisfazione, la vita diventa come i pantaloni che indossano, sfilacciati eppure costosissimi. 



Apriamo allora l'orecchio in questo tempo di conversione e invitiamo tutti a farlo; molto meglio che discutere e polemizzare. Per perdonarci tra coniugi, per strappare i figli alla tristezza e ai peccati, mettiamoci all'ascolto della Parola, l'unica possibilità offerta all'uomo per essere libero davvero, affrancato dal potere del demonio: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". A chi consegnare se stessi se non a Gesù sul letto d'amore della Croce, dove Lui si è consegnato a noi? Dio infatti è "unico" perché il suo amore è l'unico che scende, con noi e in noi, nella sofferenza più profonda, nei dolori di un cancro, nelle angosce dei tradimenti e dei fallimenti, nei tormenti dei dubbi, in tutti gli istanti delle nostre vite. Lui è l'unico che ci ama così come siamo. Come dividere il nostro amore con idoli vani, inesistenti, incapaci di amare e di salvare? Non si tratta di un impegno e buona volontà, ma dell'amore a chi ci ha amato per primo, dal quale sgorga, naturalmente, l'amore al prossimo, il dono totale che giunge sino al nemico. Per questo lo Shemà è il "comandamento più importante", la roccia su cui erigere l'esistenza, la stabilità nell'instabilità, la certezza nella precarietà. Lo Shemà compiuto da Cristo crocifisso che ci attira a sé è il fondamento del matrimonio, del fidanzamento, dell'amicizia, del lavoro, della Chiesa stessa. Lo Shemà irrora di eternità tutto il transitorio della vita generando la libertà di amare in qualunque circostanza, senza illusioni, nella santa indifferenza che sbriciola ogni preteso assoluto che vorrebbe rubare mente, anima e corpo. Non vi è argomento di discussione, non vi è problema, difficoltà o sofferenza, non vi è precarietà, non vi è differenza e attrito, non vi è male che abbia ragione dell'amore che compie lo Shemà. Esso incarna il Cielo in ogni questione della terra, mette in fila le priorità e i valori, illumina le questioni più intricate. Lo Shemà è l'antidoto al fallimento dei rapporti: chi vive lo Shemà non dirà mai "non ti amo più, sono cambiati i miei sentimenti, non è più come prima", perché esso inchioda ogni relazione sul robusto Legno della Croce, il luogo della libertà che si fa dono, sia quel che sia, costi quel che costi. Lo Shemà è il sigillo della Grazia e dell'elezione a vivere sulla terra l'amore celeste, la missione affidata alla Chiesa e a ciascuno di noi. Se lo accogli e ascolti "non sei lontano dal Regno dei Cieli", e la Pasqua sarà per te l'esodo dalla terra al Cielo, dal peccato all'amore.

giovedì 1 marzo 2018

Essere come Mosè, da salvati diventare salvatori


di Costanza Miriano
Qualche giorno fa ho ascoltato una catechesi a cui continuo a pensare. Anzi, adesso che me ne rendo conto, è una settimana che l’ho ascoltata, ed evidentemente ancora la devo capire bene. Padre Emidio parlava di Mosè, che dalla corte del faraone a un certo punto, dopo che ha ucciso,  la storia la sapete tutti, scappa nella terra di Madian e si mette a fare il pecoraro. E’ in quel momento della vita, quello  in cui ti accorgi di fare un lavoro del cavolo e ti sembra che la tua vita sia immersa in un grigiore e una pesantezza che non avresti mai scelto.
E’ allora che Dio gli si manifesta nel roveto ardente, e gli chiede di portare il suo popolo alla Terra Promessa. L’incontro personale col Dio del roveto  avviene sempre nel momento del dolore, quando cominci ad accorgerti del dolore tuo e del mondo, un dolore che non finisce mai.
Mosè viene incaricato di portare il popolo di Dio, e questo è quello che è chiesto a molti di noi, credo anche a noi che bazzichiamo dalle parti di questo blog. Lui  apparteneva a una super elite, come, che so, uno che oggi sia di casa alla Casa Bianca, frequenti Oxford e Harvard e conosca molto di più degli altri  (gli Egiziani erano gli Americani di oggi, più o meno).
Mosè nel deserto forma un popolo, cerca di trasferire tutta la sua sapienza a quel popolo di schiavi che non avevano studiato, ma a un certo punto si spazientisce con loro, ed è per questo che Dio gli dice che non entrerà nella Terra promessa.
Anche a noi è chiesto di fare come Mosè, cioè di portare gli altri alla fede. Da salvati, diventare salvatori. Ma non dobbiamo spazientirci. Anche noi, anche se non abbiamo fatto Harvard più o meno siamo tutte persone piuttosto formate nella fede, nella vita abbiamo ricevuto abbastanza formazione, cultura, educazione (io ogni tanto  dubito parecchio di me stessa, in merito, ma se poi mi guardo intorno penso che dai, mi posso accontentare, c’è parecchio di peggio in giro).
Il privilegio però non deve diventare un’occasione per giudicare, anche quando davvero ci cadono le braccia. Il punto è diventare padri e madri dei fratelli  nella fede.  Siamo in un momento speciale della storia della Chiesa. Sono circa quaranta minuti che penso a quale aggettivo scegliere. Se dico particolare,  o, peggio mi sento, critico, vengo subito etichettata come nemica del Papa (mi succede, ogni tanto, ma pazienza).
Se dico che siamo in un momento di svolta  passo in men che non si dica dall’altra parte, quella degli entusiasti laudatori delle magnifiche sorti, nella quale non mi sento a mio agio,  esattamente come nell’altra. (Il fatto è che io sono cattolica, e non mi chiedo se mi piace o no il Papa, non è proprio una categoria contemplata, non me lo chiedo,  esattamente come non mi chiedo ogni dodici secondi se respirare o no).
L’unica cosa che dobbiamo chiederci è come vivere da figli di Dio e figli della Chiesa questo momento speciale, in cui sta innegabilmente cambiando  – almeno per adesso – il modo di parlare col mondo. Per decenni ci siamo preparati a combattere contro il mondo – non contro le persone ma contro la mentalità  del mondo, di cui sappiamo chi è il principe. Adesso vediamo che la Chiesa sembra ansiosa di parlare la lingua del mondo, e di parlarla così bene  che a noi viene a volte il dubbio che in tutto questo parlare e dialogare ci si dimentichi di portare le persone a Cristo.
Credo che non sia una cosa di cui dobbiamo preoccuparci noi. Noi possiamo solo preoccuparci di trovare il roveto ardente, toglierci i sandali, metterci
alla sua presenza, e imparare a portare gli altri. I lontani, i tradizionalisti, i modernisti… Tutte categorie che si sciolgono come neve al sole
se davvero arriviamo al calore del roveto, perché quando cerchi Lui capisci che il nemico, l’unico nemico vero, è il faraone che tiene prigionieri
noi e i nostri fratelli.
Senza di loro il nostro viaggio non arriverà davvero a destinazione.





αποφθεγμα Apoftegma

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiquà.

Benedetto XVI


IL CAMBIO DI MENTALITA' CHE OPERA LA GRAZIA PER APRIRE GLI OCCHI DEL NOSTRO CUORE SUL DOLORE DI CHI CI E' ACCANTO





Vivere seriamente la Quaresima ci allena a vivere ogni giorno in conversione, disposti cioè a un cambio radicale del modo di pensare, secondo il significato dell'originale greco metànoia. E qual'è il modo di pensare che siamo chiamati a rigettare? Ingoiati da una società che ci stritola nel fare per godere senza pensare alle conseguenze di pensieri, gesti e parole, abbiamo dinanzi sempre e solo "i nostri beni", con i quali ci illudiamo di sfuggire i "mali". Viviamo cercando di essere "ricchi" per non diventare come Lazzaro, perché i "suoi patimenti" ci fanno paura. Il demonio, infatti, ci ha ingannato presentandoci la terra dove ci facciamo dio come un Paradiso, e il Paradiso dove obbedire a Dio come un inferno. Ma, per quanto ci vestiamo di "porpora e bisso" e "banchettiamo lautamente", sperimentiamo ogni giorno che non siamo dio. Peggio, perdiamo la nostra identità, come il ricco che, a differenza di Lazzaro, "non ha nome: questa è la maledizione più forte di quello che confida in se stesso o nelle forze, nelle possibilità degli uomini e non in Dio: perdere il nome. Come ti chiami? Conto numero tale, nella banca tale. Come ti chiami? Tante proprietà, tante ville, tanti... E tu confidi in quello, e quest’uomo è maledetto" (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 20 marzo 2014). E' proprio qui che inizia la nostra conversione. Anche se andiamo a messa e frequentiamo gruppi e movimenti: basta vedere quante volte al giorno pensiamo ai soldi e quante alla morte. Hai pensato che oggi potresti morire? Che potrebbe morire tuo marito, addirittura tuo figlio? Mai, perché la morte l'abbiamo rimossa. Convertirci significa allora smettere di fuggire e cominciare a pensare ai Novissimi, "morte, giudizio, inferno e paradiso", come ci insegna il Catechismo di san Pio X: "È bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato". Di fronte ad ogni evento, infatti, siamo "tentati a far male" per non guardare il "povero Lazzaro" nel quale si specchia la nostra realtà. 
La Quaresima, con il digiuno che ci fa assaporare la fame, la preghiera che ci rivela bisognosi e l'elemosina che ci sradica dalle sicurezze, ci aiuta a scoprirci poveri e mendicanti come Lazzaro, mentre illumina il ricco epulone che è in noi come la tragica maschera del demonio. Convertirci significa dunque prendere di peso la nostra vita deponendola sotto la luce del Vangelo profetizzato da "Mosè e i Profeti". Li "abbiamo" nella Chiesa nostra Madre che illumina i nostri cuori e il senso della nostra vita perché, sentendoci trafiggere il cuore scoprendoci peccatori, possiamo desiderare di convertirci. Non illudiamoci sperando miracoli che ci cambino la vita: anche se in questo istante apparisse tuo padre risorto, non cambierebbe nulla; non saremmo "persuasi" e non crederemmo alla vita eterna perché per credere occorre la fede adulta generata dall'esperienza. Solo chi, "piagato e mendicante" alle porte della Chiesa, è stato accolto e "sfamato" con amore dalle "briciole" del corpo di Cristo crocifisso, può credere alla vita dopo la morte. Solo chi ha sperimentato la morte e l'inferno della solitudine a causa dei peccati, il giudizio di misericordia annunciato dal Vangelo, e la vita nuova capace di amare primizia del Paradiso, può cambiare mentalità e guardare con fede alla Verità dei Novissimi. E la fede viene dall'ascolto della predicazione, perché Dio ha voluto salvare gli uomini con la sua stoltezza. In essa Gesù ci raggiunge dove siamo. Per salvarci ha assunto la stessa nostra natura di poveri Lazzaro: è Lui che, "piagato" dalle frustate inferte dai peccati, "giace alla porta" della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante. "Brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa", ovvero desidera ardentemente mangiare con noi la Pasqua raccogliendo i frammenti nei quali abbiamo lacerato la nostra vita; donataci come cibo da spezzare e donare agli altri sulla mensa della storia, l'abbiamo invece buttata via "banchettando lautamente" per saziare ogni concupiscenza. Così Gesù ha capovolto i criteri con cui il  mondo sotto il potere di satana intende la giustizia. La sua Croce ha assunto tutti i "mali" di Lazzaro per farne la via che conduce alla "consolazione" eterna, smascherando la menzogna dei "beni" che, incatenandoci all'egoismo, ci accompagnano nei "tormenti". "Convertiti e credi al Vangelo", così abbiamo iniziato la Quaresima. Così siamo chiamati ad iniziare ogni giorno. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. Dopo la morte non si potrà più "passare" dall'uno all'altro. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione ad affrontare i Novissimi, la Pasqua ultima e definitiva. Convertiamoci e apriamo gli occhi: oggi ci attende la morte nascosta nell'insulto di tua moglie, nella superficialità di tuo marito, nell'arroganza di tuo figlio e nella calunnia del tuo collega, nella malattia e nella precarietà economica. Non temere, ascolta il Vangelo e credi che con Cristo puoi donarti e salire sulla Croce. Su di essa sperimenterai il giudizio di misericordia che anticipa quello finale, donandoti già oggi la "consolazione" che profuma di Paradiso. Di essa siamo chiamati a essere noi stessi una profezia, "mandati a casa di nostro padre" e dai nostri "cinque fratelli" perché siano "ammoniti" dalle nostre piaghe rese gloriose dal perdono; e così "non vadano anch'essi nel luogo di tormento" ma, abbeverandosi di misericordia alle piaghe di Cristo impresse nelle nostre, si convertano e gustino con noi le primizie del Paradiso.