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mercoledì 3 ottobre 2018


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2018/10/01

San Michele e il rosario, un gesto importante




Il papa ha chiesto a tutti i cattolici per il mese di ottobre di pregare il rosario e di affidare la Chiesa a san Michele arcangelo, per difendere la Chiesa da chi la vuole distruggere. Ma chi sono oggi i nemici che vogliono dividere la Chiesa? Ecco una risposta….

In un contesto drammatico, in un tempo in cui il papa era ridotto a “prigioniero in Vaticano” (e lo era alla lettera), quando la massoneria di tutte le logge e di tutti i paesi esultava per aver ridotto Roma e l’Italia a sua colonia, Leone XIII componeva una preghiera in cui chiedeva all’Arcangelo San Michele di farsi difensore della Chiesa e della civiltà da essa scaturita. Nel 1884, qualche mese dopo aver scritto l’Humanum Genus, la sua più dettagliata e vibrante lettera contro la massoneria, il 13 ottobre il papa ha una visione terrificante del demonio all’attacco della Chiesa: è questo il contesto in cui compone una preghiera a San Michele che vuole recitata alla fine di tutte le messe:

“San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen”.

Chi è Michele? E’ “chi è come Dio?”; è colui di cui Daniele scrive: “Il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”. Leone XIII grida al Gran Principe che salvi la Chiesa dalle mani del suo nemico satanico, impersonato dal pensiero gnostico incarnato dalle logge.

Il 29 settembre, festa dei Santi arcangeli, la Sala Stampa vaticana ha reso noto che il Santo Padre «ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi».

Ai nostri giorni chi sono i nemici contro cui invochiamo la protezione celeste? Della presenza massonica nella Chiesa oggi nulla si sa avendo il magistero smesso di occuparsi dell’argomento dalla morte di Leone XIII nel 1903 (salvo una breve precisazione in cui l’allora Prefetto per la dottrina della Fede, card. Ratzinger, che scriveva con l’esplicito appoggio di papa Wojtyla, riaffermava la piena validità delle condanne pontificie, cfr. Dichiarazione sulla massoneria, 26 novembre 1983).

Quali sono oggi i nemici che insidiano la Chiesa dal di dentro? Contro chi si deve chiamare il cielo in aiuto? Vale la pena di ricordare come tutti gli autori del Nuovo Testamento mettano in guardia contro le dottrine perverse che certamente si insinueranno all’interno del popolo di Dio. Scegliamo alcuni ammonimenti: nella sua prima lettera Giovanni mette in guardia: «Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi», sono usciti di mezzo a noi «ma non erano dei nostri»; Matteo scrive: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci»; nel libro degli Atti Paolo scrive: «Perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé»; Pietro nella sua seconda lettera ammonisce: «Ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati ed attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di improperi». Chiudiamo con Paolo che così profetizza nella seconda lettera a Timoteo: verrà giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole».

La verità vi farà liberi, dice Gesù. La verità. La verità rivelata. Compresa la verità rivelata sull’amore umano che è quello che lega l’uomo e la donna chiamati con la loro unione sacramentale a partecipare all’opera creatrice di Dio.

Oggi è la verità sul corpo umano e sull’uso che siamo chiamati a farne ad essere messa in discussione. In particolare sembra scomparsa la coscienza della gravità del peccato contro natura. Eppure su questo aspetto la Bibbia è chiarissima. L’Antico come il Nuovo Testamento. E tutta la tradizione con loro. Ci limitiamo a citare due testi: nel Levitico 18,22 si legge: «Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio»; Paolo nella prima lettera ai Corinti scrive: «Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti… erediteranno il Regno di Dio» (I Cor 6, 9-10).

Certamente oggi sono in molti, dentro e fuori la Chiesa, laici ed ecclesiastici, teologi, religiosi e vescovi, a mettere in dubbio la verità rivelata sulla sessualità. Così facendo si sono separati da Dio e, inevitabilmente, seminando zizzania, hanno confuso e diviso il popolo di Dio.

Fa benissimo papa Francesco a chiamare la Chiesa, tutta la chiesa, alla preghiera. Il rischio è che venga messa tra parentesi la dottrina, cioè la verità rivelata, cioè la condizione che ci rende liberi. Le nostre vite sono in gravissimo pericolo e la vita della società intera è in pericolo insieme a noi.

Angela Pellicciari

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FIGLI SALVATI E CHIAMATI A SEGUIRE IL FIGLIO SUL CAMMINO CHE SALVA E CHIAMA OGNI FIGLIO PERDUTO
Con il volto duro del Servo, Gesù cammina sulla strada che lo conduce alla tomba dove è precipitato il figlio prodigo. Non c'è tempo, deve tirarlo fuori da quella disperazione che può diventare, da un momento all'altro, dannazione eterna, esilio senza fine. Gesù, infatti, è il Figlio "adatto", letteralmente "ben messo" per il Paradiso, inviato dal Padre a tutti quelli che, come il figlio minore della famosa parabola, hanno abbandonato la sua casa. Ingannati dalla menzogna del demonio che li ha fatti credere "ben messi" per altre dimore, non hanno ritenuto "adatto" a loro il Regno dei Cieli; ma hanno dovuto sperimentare di "non poter reclinare il capo" in nessun luogo: le "tane" dell'astuzia e della malizia umana e i "nidi" delle sicurezze pagane e dei criteri mondani si sono rivelate dimore inospitali, trasformandosi ben presto in tombe dove i "morti" che non hanno risposte per il male, il peccato e la morte, "seppelliscono i loro morti", e quindi anche il figlio prodigo. Un pochino come accaduto a Pinocchio, finito nella pancia della balena... Ma il Padre non ha mai smesso di seguire quel suo figlio che si stava perdendo; la compassione irrefrenabile per ogni uomo che ha creato nella libertà e nella libertà si è allontanato, si è fatta carne nel Figlio Unigenito - cuore del suo cuore, occhi dei suoi occhi, mani delle sue mani, piedi dei suoi piedi - inviato a camminare sulle sue tracce per raggiungerlo con l'amore capace di farlo rientrare in se stesso. Per questo il brano del Vangelo di oggi descrive innanzitutto il cammino d'amore di Dio alla ricerca della pecora perduta, che ciascuno di noi, raggiunto e issato sulle sue spalle, è chiamato a percorrere con la Chiesa. Il discepolo, infatti, è Cristo stesso che, in ogni generazione, corre verso l'umanità schiava del peccato e della morte. Ascolta le parole del Vangelo e scoprirai di essere l'unica priorità di Gesù; per salvarti non ha ritenuto il suo essere Figlio di Dio, una preda gelosa da difendere, ma si è svuotato di tutto sino a reclinare il capo sulla stessa Croce dove, tuo malgrado, la storia ti ha inchiodato. Nel Getsemani ha preferito te a se stesso, il calice amaro dei tuoi peccati piuttosto che la coppa dolce dell'intimità con il Padre; si è lasciato seppellire nella tomba dove i falsi profeti a cui hai dato ascolto ti hanno tumulato.
La vita di Gesù è stata dunque il cammino deciso e senza compromessi dell'amore infinito del Padre per ogni figlio perduto e morto; l'amore deposto accanto a ciascuno di loro, a te e a me, per farci convertire, tornare cioè in quella parte di noi incorrotta dove la misericordia desta la nostalgia per l'unica casa per la quale siamo "adatti". In questa luce comprendiamo allora come le tre persone che appaiono oggi accanto a Gesù lungo la strada, sono in fondo l'unico figlio raggiunto su quella via e salvato dalla morte. Ovvi allora l'entusiasmo e la gratitudine che generano il desiderio di seguire il Signore, di stare "appiccicati" a Lui. Ma questo desiderio ha bisogno di purificazione, come quello di Pietro che, sedotto da Gesù, si era detto pronto a morire con Lui. No fratelli, è Lui che ci chiama a seguirlo perché ogni giorno scende nella nostra realtà dove non abbiamo da mangiare neanche il cibo dei porci, seppelliti nelle tane fetide dei peccati dai maestri e dagli idoli "morti" di questo mondo. Seguire Gesù è, infatti, uscire ogni giorno dietro a Lui dal sepolcro, imparando a non guardare a noi stessi e al nostro passato, illudendoci di poter "congedarci" in modo soft da persone e cose. Il discepolo è l'uomo della Pasqua, non può che nutrirsi del pane della fretta, non ha luogo dove riposare; è attratto in un esodo che lo strappa alla schiavitù con un popolo che mostrerà al mondo il destino di libertà preparato per ogni uomo. Per questo si lascia alle spalle gli Egiziani, non ha tempo per guardarsi indietro come fece la moglie di Lot: con Cristo si risuscita e basta, senza guardare Sodoma che ci ha distrutto la vita. Dagli i tuoi peccati, come disse Gesù a San Girolamo, senza tenerne neanche uno per te; diventerebbe un seme di nostalgia che ti spingerebbe a guardare al passato con rammarico per la morte lasciata alle spalle, e resteresti pietrificato in una statua di sale, a mezza strada tra sepolcro e resurrezione. Gesù ci ha raggiunti e, come Elia con Eliseo, ha steso il lembo del suo mantello di misericordia che ha dissolto le opere morte per rivestirci di se stesso. Anche oggi Gesù viene a liberarci, e proprio questo fa di noi i suoi discepoli: la nostra missione, infatti, è fondata sul suo amore gratuito, e si realizza seguendo il Signore sul cammino di conversione che ci riporta a casa. Questa via è, nello stesso tempo, quella che ci conduce a coloro ai quali siamo inviati, a casa, al lavoro, ovunque. La nostra conversione - ovvero il nostro seguire Gesù - fa dell'altro e della sua salvezza la nostra priorità, ci libera dalle sicurezze e dai ricorsi mondani, per reclinare con Lui il nostro capo sulla Croce che ci fa tutto a tutti, la croce di tuo figlio..., per annunciare la Buona Notizia del Regno di Dio preparato per ogni uomo.

martedì 2 ottobre 2018

I PADRI DEL DESERTO E GLI ANGELI 

“Abba Pafnunzio disse: “Mentre camminavo su una strada mi successe di smarrirmi e di trovarmi vicino a un villaggio. Vidi alcune persone che facevano penose conversazioni. Io stetti in piedi a pregare per i miei peccati. Ed ecco, venne un angelo che teneva una spada e mi disse: Pafnunzio, tutti quelli che giudicano i loro fratelli periscono per mezzo di questa spada; ma tu, perché non hai giudicato, ma ti sei umiliato di fronte a Dio dicendo che tu hai peccato, per questo il tuo nome è iscritto nel libro dei viventi”.
“Un giorno Abba Isacco di Tebe andò in una comunità monastica e, visto un fratello che si comportava male, lo condannò. Mentre tornava nel deserto, un angelo del Signore venne a lui e si mise davanti alla porta del suo eremo dicendo: “Non ti lascerò entrare”. Egli chiese: “Perché?” L’angelo rispose: “Dio mi ha mandato per chiederti dove deve gettare il peccatore che tu hai giudicato”. Egli immediatamente si pentì e disse: “Ho sbagliato ., perdonami”. L’angelo replicò: “Alzati, Dio ti ha perdonato. In futuro assicurati di non giudicare prima di Dio”.
“Un giorno, Abba Agatone stava andando in città a vendere piccoli utensili. Sul ciglio della strada incontrò un lebbroso, che gli chiese: “Dove vai?” Abba Agatone rispose: “In città, a vendere queste cose”. Allora gli disse. “Fammi un favore, portami laggiù”. Così il monaco lo portò in città con sé. Il lebbroso disse: “Portami con te dove vendi le tue cose”. E così fece. Quando vendette il primo oggetto, il lebbroso gli chiese: “A quanto l’hai venduto?” Il monaco glielo disse. Rispose: “Comprami qualcosa di bello” e gliela comprò. Il monaco vendette un altro oggetto. Il lebbroso , allora gli chiede: “A quanto l’hai venduto?” Il monaco gli riferì il prezzo: “Comprami quello”, disse. E lui lo comprò. Venduto tutto, il monaco fece per andarsene e il lebbroso gli chiese: “Stai tornando a casa?” Gli rispose di sì. “Fammi ancora un favore” replicò allora “portami dove mi hai trovato”. Così fece il monaco. E il lebbroso disse: “Sia tu benedetto dal Signore, Agatone, in cielo e sulla terra!” Agatone alzò gli occhi e non vide più nessuno, poiché costui era un angelo del Signore che era venuto a metterlo alla prova”.
“L’abate Marco chiese all’abate Arsenio: “Perché ci sfuggi?”. Egli rispose: “Dio sa se vi amo. Ma non posso essere insieme con Dio e con gli uomini. Le migliaia e miriadi d’angeli non hanno tutte insieme che un’unica volontà; gli uomini ne hanno una moltitudine. Non posso abbandonare l’Uno per venire in mezzo ai molti”. “Il diavolo apparve a un monaco, con le sembianze di angelo della luce e gli disse: “Sono l’angelo Gabriele e sono stato mandato da te”. Il fratello però, gli rispose: “Sei sicuro di non essere stato mandato da qualcuno altro? Non merito di certo la visita di un angelo”. Immediatamente , il diavolo sparì”.
“Si narrava che un saggio avesse digiunato per settanta settimane di seguito mangiando solo una volta alla settimana. Egli chiese a Dio il significato di alcune parole della Sacra Scrittura, ma Dio non gli rispose. Allora disse tra sé: “Ho fatto un grande sforzo, ma non ho fatto alcun progresso. Perciò, andrò a chiedere a mio fratello”. Dopo essere uscito, aver chiuso la porta ed essersi messo in viaggio, un angelo del Signore fu mandato da lui e disse: “Settanta settimane di digiuno non ti hanno portato vicino a Dio, ma ora che sei abbastanza umile da andare a chiedere a tuo fratello, ecco sono stato mandato da te per rivelarti il significato della Scrittura”. L’angelo spiegò ciò che l’uomo voleva sapere e se ne andò”.
“Il santo abba Antonio, quando si trovava nel deserto, cadde in preda al disgusto e a un buio profondo dell’intelletto. Allora parlò a Dio: “Signore, io desidero essere salvato, ma i miei pensieri me lo impediscono; che cosa posso fare nella mia afflizione? Come posso essere salvato?”. Poco dopo, alzatosi per uscire, Antonio vide un altro come lui, seduto a lavorare, poi lo vide alzarsi dal suo lavoro per pregare, sedersi di nuovo e intrecciare una corda, quindi alzarsi ancora per la preghiera. Era un angelo del Signore inviato per correggere Antonio e rassicurarlo; e sentì l’angelo che gli diceva: “Fa così e sarai salvato”. A queste parole , Antonio si sentì pieno di gioia e di coraggio, fece così e fu salvo”.


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Angelo, vieni.
Accogli l'uomo vecchio che si è convertito
dal suo passato errore,
dalla dottrina dei demoni,
dalla malvagità che fa parlare altezzosamente.
Ed accostandoti, come un medico benefico,
sostienilo e ammaestralo: è ancora un bambino!
E' come se nascesse oggi questo vecchio
e ritorna bambino colui che, appena poco fa, era vecchio.
Quando te ne sarai preso cura,
conferiscigli il battesimo della seconda nascita,
e chiama altri perché cooperino al tuo ministero,

affinché tutti insieme avvìate alla fede
colui che nel passato visse nell'inganno.
 (Origene)
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2 Ottobre Gli Angeli Custodi

CUSTODITI DAGLI ANGELI NELL'AMORE DI DIO PERCHE' SIAMO IL SUO TESORO PIU' PREZIOSO


La Festa degli Angeli Custodi fa risuonare in noi questa domanda: chi mi ha disprezzato al punto di farmi credere che valgo pochissimo o nulla? Chi ha “pensato contro” di me? Chi cioè, ti ha guardato, giudicato, pesato, per stabilire che non vali, che sei fuori mercato, senza prezzo? E il Signore, proprio per mezzo dei suoi Angeli inviati per proteggerti, vuole condurti oggi nel fondo di te stesso, dove satana - l’accusatore, il pubblico ministero del processo contro Dio e le sue creature molto buone – ha seminato la menzogna con cui ti ha fatto credere di non valere. Ma come ha fatto a ingannarti? Mentendoti su Dio, quando, in una difficoltà, nella sofferenza e nella debolezza, ti ha insinuato che non ti amava, perché permetteva quella situazione, e ti aveva creato così fragile e impotente. Ma se accettiamo che Dio non ci ama perdiamo immediatamente il valore della nostra vita, che ci viene appunto dal suo amore. Ci convinciamo di non valere nulla perché pensiamo che Dio ci abbia abbandonato dopo averci creati; orfani dell’amore che ci darebbe la vita, siamo condannati a morte come dei personaggi incompiuti e obbligati a cercare in se stessi un ruolo “grande” per sfuggire all’oblio. Ma oggi, al fondo del disprezzo che tiene schiavo il nostro cuore, giungono gli Angeli inviati da Dio per “custodirci” dal demonio con l’annuncio del suo amore infinito. Il Vangelo, infatti, è la “spada dello Spirito Santo” con cui possiamo combattere contro il nemico, perché in esso risplende la Verità: il Padre non ha abbandonato la sua creatura, anzi, la ha amata sempre, anche quando, sedotta dal serpente, ha abbandonato il suo Creatore. Fratelli, se ci sentiamo ancora strangolati dal disprezzo, significa che abbiamo smesso da molto tempo di ascoltare gli angeli che ci predicano la Buona Notizia. Non solo quelli in carne ed ossa che Dio manda ogni giorno alla nostra vita: pastori, catechisti, genitori, fratelli. Dobbiamo confessare che forse non pensiamo mai agli Angeli Custodi, i "ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione" (Benedetto XVI). Hai pregato oggi il tuo angelo custode? Hai pregato quello di tuo marito o di tua moglie, dei tuoi figli? E’ da quando eravamo bambini che non lo facciamo, vero? Allora pregavamo come ci aveva insegnato la mamma: "angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla Pietà Celeste. Amen". Che profondità questa preghiera! Ci rivolgiamo a colui che ci può “custodire”, capite? Significa che siamo preziosi, perché si “custodisce” solo ciò che vale, l’immagine e la somiglianza con Dio che ci dà un’identità unica e meravigliosa. Siamo tanto preziosi che Dio manda per ciascuno di noi una speciale e invincibile “guardia del corpo” che, oltre a proteggere i nostri passi dai pericoli per l'incolumità fisica, ci è accanto per “illuminarci” con il Vangelo che ha il potere di polverizzare la menzogna del demonio e così, alla sua luce, possiamo discernere passo dopo passo la volontà di Dio, che è l’incarnazione del suo amore infinito per noi; per “reggere” il nostro corpo e il nostro spirito affinché non si pieghino sotto le insidie del maligno; per “governare” il nostro cuore affinché ci consegni senza riserve al nostro Sposo. Sì fratelli, perché gli Angeli Custodi sono per noi come le damigelle d’onore che accompagnavano e scortavano la Sposa nel corteo nuziale. Ai tempi di Gesù, l’ultima parte delle nozze, si chiamava “nishu'in”, che deriva dal verbo “nasha'”, che significa “elevare” o “alzarsi”. La sposa, infatti, anticamente era condotta alla cerimonia su un seggio sollevato da aste di legno. Rinati nel grembo della Chiesa, la nostra vita è un cammino che Cristo ci chiama a fare accanto a Lui verso il compimento delle nozze nel Cielo. Lui con i suoi amici, gli apostoli, ci ha “rapiti” dalle mani del demonio, e ora possiamo camminare in una vita nuova, scortati dalle damigelle d’onore che sono gli Angeli che il Padre invia perché non cadiamo allontanandoci dallo Sposo. Essi ci “illuminano” proprio come facevano le amiche della Sposa con le torce senza le quali, a quel tempo, di notte non si poteva andare da nessuna parte. Fratelli, siamo noi i “piccoli che credono in Cristo”, la Sposa meravigliosa che cammina “appoggiata (questo significa “fede”) al suo Diletto”, nessuno può “disprezzarci” perché i nostri angeli che ci scortano “vedono sempre la faccia del Padre che è nei Cieli”; ci vedono cioè già in paradiso, come riflessi attraverso di loro perché, salendo e scendendo sulla scala che unisce la terra al Cielo, ci illuminano con il riverbero del volto di Dio che non smettono di contemplare, ma riflettono la nostra immagine in Cielo, nel cuore del Padre, come aveva scoperto Dante. Per questo possono accompagnarci lungo il cammino verso la stanza nuziale dove ci uniremo allo Sposo per l’eternità. Ci “custodiscono” e “reggono” perché restiamo con Lui sulla “Lettiga del Re Salomone” (cfr Ct. 3,5) ovvero il letto d’amore dove Gesù ci crocifigge con Lui per condurci al Cielo.

lunedì 1 ottobre 2018






SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO E I SACERDOTI



Era una domenica di luglio del 1887.
Teresa Martin, adolescente, alla fine della Messa, chiude il suo libro di preghiere, ed ecco che un’immagine di Gesù Crocifisso sporge dal margine: si vede soltanto la mano inchiodata di Gesù, e le gocce di sangue sembrano cadere nel vuoto…
Racconterà in seguito d’aver provato una grande pena, «al pensiero che quel Sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo…», e che s’era ripromessa di passar la vita ai piedi della Croce, per raccogliere il sangue prezioso di Cristo e donarlo alle anime.
Iniziava così la missione ecclesiale di Teresa di Lisieux.
Ma un’annotazione, che ella subito aggiunge all’episodio, si rivela sorprendente: «Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: "Ho sete!". Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime di sacerdoti che mi attiravano, ma quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne…» (Ms A, 45v).
Verso i quattordici anni dunque, Teresa pensava ai grandi peccatori, e implorava la salvezza di un noto criminale che stava per essere ghigliottinato.
Ai sacerdoti nemmeno pensava, perché era assolutamente convinta della loro santità.
Sappiamo che già da bambina ella li identificava semplicemente con Gesù.
Raccontando la sua prima confessione scrive:
«Madre diletta, con quanta cura lei mi aveva preparata dicendomi che non era ad un uomo, ma al buon Dio che dicevo i miei peccati. Ne ero proprio convinta perciò feci la mia confessione con grande spirito di fede e le chiesi perfino se dovevo dire a Don Ducellier che lo amavo con tutto il cuore, visto che era al buon Dio che parlavo nella sua persona…» (Ms A 16v°).
Ma quando partecipò al pellegrinaggio a Roma, organizzato dalle diocesi di Coutances e Bayeux (cento novantacinque pellegrini di cui settantatré ecclesiastici), le sue ansie apostoliche cominciarono a rivolgersi soprattutto ai sacerdoti.
Spiegò quel cambiamento, semplicemente, così:
«Pregare per i peccatori mi avvinceva, ma pregare per le anime dei sacerdoti, che credevo più pure del cristallo, mi sembrava strano!... Ah! In Italia ho capito la mia vocazione: non era un andare troppo lontano per avere una conoscenza così utile... Per un mese ho vissuto con molti sacerdoti santi e ho capito che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, ciò non toglie che siano uomini deboli e fragili... Se dei sacerdoti santi, che Gesù chiama nel suo Vangelo: "Il sale della terra". mostrano con il loro comportamento di aver un bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi? Non ha detto Gesù anche: "Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?" O Madre! Che bella la vocazione che ha per scopo di conservare il sale destinato alle anime! Questa è la vocazione del Carmelo, poiché l’unico fine delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è d’essere l’apostola degli apostoli, pregare per loro mentre evangelizzano le anime con le parole e soprattutto con gli esempi...» (Ms A 56r°).
Qualcosa dunque la colpì dolorosamente durante quel pellegrinaggio: anche i sacerdoti più «santi» non nascondevano la loro debolezza e fragilità e «mostravano col loro comportamento d’avere un bisogno estremo di preghiere»… Che ne era dunque dei «tiepidi» che sciupavano «il sale destinato alle anime»?
La domanda non scandalizzava quella fanciulla che andava a Roma per chiedere al Papa Leone XIII la grazia di poter entrare al Carmelo a quindici anni. Anzi: gettava una luce abbagliante su quella sua vocazione che tanti giudicavano ancora troppo infantile.
«Non avendo mai vissuto in intimità [con dei preti] –spiegò Teresa– non potevo capire lo scopo principale della riforma del Carmelo».
Ma, durante quel viaggio verso il centro della cristianità, quegli ecclesiastici così evidentemente bisognosi di preghiera e di contemplazione fecero sì che Teresa si sentisse chiamata a diventare «apostola degli apostoli».
Non aveva ancora quindici anni.
E non avrà ancora diciassette anni quando, dal Carmelo, scriverà alla sorella gli auguri per il 1889, con queste parole: «Celina, bisogna che in questo nuovo anno noi facciamo molti preti ("que nous fassions beaucoup de prêtres…") che sappiano amare Gesù» (LT 101).
Al momento giusto non avrà, perciò, alcuna esitazione: «Quello che venivo a fare al Carmelo, l’ho dichiarato ai piedi di Gesù Ostia, nell’esame che precedette la mia professione: "Sono venuta per salvare le anime, e soprattutto a pregare per i sacerdoti"…» (Ms A 69).
Non vale la pena indagare curiosamente su ciò che Teresa capì circa le «necessità spirituali» dei sacerdoti. Sappiamo che ci fu, durante il viaggio, qualche giovane prete che si mostrò un po’ troppo assiduo verso le due sorelle Martin –le più giovani del gruppo–, ma anche in questo valse quella intima protezione che Teresa stessa riassume nel noto aforisma: «tutto è puro per i puri» (cfr. Ms A 57r°).
Abbiamo però qualche indicazione nelle lettere di quegli anni.
Nel luglio del 1989 scrive alla sorella: «Oh, mia Celina, viviamo per le anime, siamo apostole, salviamo soprattutto le anime dei Sacerdoti: queste anime dovrebbero essere più trasparenti del cristallo. Ahimè, quanti indegni sacerdoti, quanti sacerdoti che non sono santi abbastanza! Preghiamo, soffriamo per loro e, nell’ultimo giorno, Gesù sarà riconoscente…» (LT 94).
Nell’ottobre dello stesso anno, aggiunge:
«Non esiste che Gesù che è; tutto il resto non è. Amiamolo dunque alla follia, salviamogli anime. Ah, Celina, sento che Gesù esige da noi due che estinguiamo la sua sete donandogli anime, e anime di sacerdoti soprattutto...» (LT 96).
E’ un periodo in cui Teresa, nel chiostro, soffre per la malattia del papà rinchiuso in una casa di salute, perduto nelle sue frequenti allucinazioni, il cui volto oscurato rassomiglia sempre più al Santo Volto di Cristo velato dalle umiliazioni e dalle lacrime.
Teresa vuole asciugare ambedue i volti come la Veronica, con la stessa tenerezza.
Con la sua sofferenza e la sua preghiera vuole guadagnare a Cristo «anime» che lo dissetino dandogli amore e soffrendo con Lui e per Lui.
Ed ella è convinta che Gesù attenda amore soprattutto dai suoi preti.
Quando Teresa parla dei sacerdoti «indegni», di sacerdoti «non abbastanza santi», non ha in mente una casistica morale o dei comportamenti riprovevoli di cui sia venuta a conoscenza, se non uno: il fatto che essi dimentichino l’amore esclusivo promesso con la loro stessa consacrazione, e che la loro purezza non sia quella dovuta all’Eucarestia che tengono tra le mani.
In una lettera scritta nel mese successivo alla sua professione religiosa, ella parla con entusiasmo della propria consacrazione verginale: «Io penso che il cuore del mio Sposo appartiene soltanto a me, come il mio appartiene soltanto a Lui»; ma proprio per questo non sa darsi pace al pensiero che certe anime sacerdotali si sottraggano a questa unione esclusiva, e perciò insiste:
«Celina diletta, è sempre la stessa cosa che ho da dirti. Preghiamo per i sacerdoti! Ogni giorno mostra quanto siano rari gli amici di Gesù... Mi sembra che ciò che gli deve costare di più sia l’ingratitudine, soprattutto vedendo le anime che gli sono consacrate dare ad altri quel cuore che gli appartiene in modo così assoluto... (LT 122).
E non solo l’eventuale tradimento l’addolora, ma già quella scarsa delicatezza nel trattare con Cristo che, nei sacerdoti, è segno della freddezza del cuore.
Una formula ricorrente negli scritti di Teresa è questa: occorrono sacerdoti «che sappiano amare Gesù, che lo tocchino con la stessa delicatezza con la quale Maria lo toccava nella culla!...» (LT 101).
La sua pena e la sua preghiera si approfondiscono, poi, quando le dicono che, a volte, l’amore del prete per Gesù Eucaristia sembra «invecchiare» assieme a quello di un popolo cristiano estenutato, in una chiesa dimenticata.
E’ ciò che accade quando il 17 luglio 1890 riceve questa tristissima lettera dalla sorella Celina:
«L’altro giorno siamo entrate per caso in una povera piccola chiesa (…). Non riuscivo a trattenere le lacrime. Pensa: un Tabernacolo senza tendine, un vero buco nero, forse tana di ragni, e un ciborio così povero che sembrava di rame, coperto da un pezzo di stoffa sporca che non aveva più la forma di un velo per l’eucaristia. E, nel ciborio, una sola ostia. Ahimè, non ne occorrono di più in quella parrocchia. Nemmeno una comunione l’anno fuori del tempo di Pasqua. In queste campagne, ci sono dei preti rozzi che tengono la chiesa chiusa tutto il giorno. Del resto sono vecchi e privi di risorse…».
Il giorno dopo –mentre la sorella si preoccupava di comprare una pisside nuova e al Carmelo preparavano un velo ricamato– Teresa risponde citando lunghi brani tratti dai Carmi del Servo sofferente di Jahve, sulla bellezza nascosta del Volto umiliato di Gesù che aspetta di essere riconosciuto e amato, ed esorta la sorella:
«Facciamo nel nostro cuore un piccolo tabernacolo, in cui Gesù possa rifugiarsi. Allora sarà consolato e dimenticherà ciò che noi non possiamo dimenticare: l’ingratitudine delle anime che l’abbandonano in un tabernacolo deserto! (...). Celina, preghiamo per i sacerdoti, ah, preghiamo per loro! La nostra vita sia consacrata a loro: Gesù mi fa sentire tutti i giorni che vuole questo da noi due» (LT 108).
Ma Teresa non si limitò a pregare per i sacerdoti. Ne voleva almeno qualcuno come «fratello» e chiese a Dio questa grazia nel giorno della sua professione. Quel giorno restò convinta d’averlo ottenuto, anche se pensava che l’avrebbe conosciuto soltanto in cielo.
L’avere «un fratello sacerdote» era stato sempre il sogno di Teresa che, in questo, aveva ereditato il desiderio inappagato di tutta la famiglia Martin, ed ecco che un giorno la Priora le chiese di occuparsi spiritualmente di due di loro che si erano rivolti al Carmelo per chiedere aiuto e sostegno.
Iniziò così per Teresa un capitolo nuovo nella sua esperienza spirituale (lo chiama: «la storia dei miei fratelli che occupano ora un posto così grande nella mia vita» - Ms C 33r°), documentato da circa 17 lettere, piene di tenerezza e di forza, che ella spedì a questi «fratelli spirituali» partecipando loro tutti i segreti della sua anima e della sua dottrina.
Per una carmelitana era una esperienza insolita, ma ella la visse in totale obbedienza e con la consapevolezza d’avere una missione da compiere che era stata decisa in cielo. A uno di essi non teme di scrivere: Egli mi ha creata per essere sua sorella» (LT 193).
Se fino allora ella aveva sempre pregato per i sacerdoti, ora può congiungere strettamente e visibilmente la sua preghiera al loro apostolato, cominciando col chiedere «ai due fratelli» di esercitarlo anzitutto su di lei:
«Lei mi promette, fratello mio, –scrive al P. Roulland– di continuare ogni mattina a dire al S. Altare: "Dio mio, infiammate la mia sorella carmelitana del vostro amore!"…? Io, tutto quanto chiedo a Gesù per me lo chiedo anche per lei: quando offro il mio debole amore all’Amato mi permetto di offrire anche il suo… Dopo questa vita nella quale avremo seminato insieme nelle lacrime, ci ritroveremo gioiosi portando dei covoni nelle nostre mani» (LT 201).
La stessa cosa domanda al chierico Bellière:
«Se prova consolazione pensando che al Carmelo una sorella prega incessantemente per lei, la mia riconoscenza non è meno grande della sua verso Nostro Signore che mi ha dato un piccolo fratello che egli ha destinato a diventare suo Sacerdote e suo Apostolo… Veramente è solo in cielo che lei saprà quanto mi è caro (…). Sarei molto felice se lei, ogni giorno, consentisse di fare questa preghiera: "Padre misericordioso, nel nome del nostro Dolce Gesù, della Vergine Maria e dei Santi, vi chiedo di infiammare questa mia sorella del vostro Spirito di Amore e di accordarle la grazia di farvi molto amare…" (LT 220).
Da parte sua, già da tempo ella ha composto e recita questa preghiera per sostenerlo nelle sue difficoltà vocazionali:
«O mio Gesù, ti ringrazio di colmare uno dei miei più grandi desideri: quello d’avere un fratello sacerdote e apostolo! Mi sento molto indegna di questo favore, ma giacché ti degni di concedere alla tua povera piccola sposa la grazia di lavorare specialmente alla santificazione di un’anima destinata al sacerdozio, con gioia ti offro per essa tutte le preghiere e i sacrifici di cui posso disporre. Ti chiedo, o mio Dio, di non guardare ciò che sono, ma ciò che dovrei e vorrei essere, ossia una religiosa tutta infiammata del tuo amore. Tu lo sai, Signore: l’unica mia ambizione è di farti conoscere e amare: e ora il mio desiderio sarà realizzato. Io non posso che pregare e soffrire; ma l’anima alla quale ti degni di unirmi con i dolci vincoli della carità andrà a combattere nella pianura per conquistarti dei cuori, e io, sulla montagna del Carmelo, ti supplicherò di dargli la vittoria. Divino Gesù, ascolta la preghiera che ti rivolgo per colui che vuole essere tuo missionario: custodiscilo in mezzo ai pericoli del mondo; fagli sentire sempre più il niente e la vanità delle cose passeggere e la felicità di saperle disprezzare per tuo amore. Il suo apostolato sublime si eserciti già su coloro che lo circondano: egli sia un apostolo, degno del tuo Sacro Cuore. O Maria, dolce Regina del Carmelo, a te affido l’anima del futuro sacerdote, di cui sono l’indegna piccola sorella. Degnati di insegnargli fin d’ora con quale amore tu toccavi il Divino Gesù Bambino e lo avvolgevi in fasce, affinché egli un giorno possa salire il Santo Altare e portare nelle sue mani il Re dei Cieli. Ti chiedo ancora di custodirlo sempre all’ombra del tuo manto verginale, fino al momento felice in cui, lasciando questa valle di lacrime, potrà contemplare il tuo splendore e godere durante tutta l’eternità dei frutti del suo glorioso apostolato!» (Pr n. 8).
Ciò che chiede nel segreto della preghiera lo dissemina poi nelle lettere che invia ai suoi «due fratelli».
Si preoccupa soprattutto di trasmettere loro il senso profondo di quell’esperienza di comunione che viene loro donata.
Al P. Roulland, che sta per partire missionario, scrive: «Mentre io traverserò il mare in sua compagnia, lei resterà accanto a me, ben nascosto nella nostra povera cella» (LT 193).
Ed è un ritornello accorato:
«Lavoriamo assieme alla salvezza delle anime! Non abbiamo che l’unico giorno di questa vita per salvarle e offrire così al Signore la prova del nostro amore» (LT 213).
«Quello che gli chiediamo è di lavorare per la sua gloria, è di amarlo e di farlo amare» (LT 220).
Ella sa che questa comunione non si spezzerà mai e su questo tema insiste con una sicurezza sorprendente: al Rev. Bellière annuncia che il loro legame è tale da superare anche la morte (che ormai sente prossima): «Se Gesù realizzerà i miei presentimenti, le prometto di restare anche lassù la sua piccola sorella. La nostra unione invece di essere spezzata diventerà allora più intima: non ci sarà più clausura, non ci saranno più grate e la mia anima potrà volare con lei nelle missioni lontane. I nostri ruoli resteranno gli stessi: a lei le armi apostoliche, a me la preghiera e l’amore…» (LT 220).
«Vorrei dirle, caro piccolo fratello, mille cose che comprendo solo ora che sono sulla porta dell’Eternità. Ma io non muoio, entro nella vita, e tutto quello che non posso dirle quaggiù glielo farò capire dall’alto del Cielo» (LT 244).
«[Dal cielo] gli sarò vicinissima vedrò tutto quello che le è necessario e non lascerò mai in pace il buon Dio finché non mi avrà dato tutto quello che vorrò» (LT 253).
«Conto di non stare inattiva in Cielo (…). Quello che mi attira verso la patria dei cieli è la chiamata del Signore e la speranza di farlo amare finalmente come l’ho tanto desiderato, e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime» (LT 254).
Sapendo di doverli lasciare, tra breve sulla terra, cerca di trasmettere loro la sua essenziale dottrina, con giudizi brevi e richiami impetuosi:
«Al di fuori dell’amabile volonta di Dio non faremo nulla, né per Gesù né per le anime» (LT 201) – scrive a P. Roulland che comincia a dibattersi nelle prime difficoltà con i suoi superiori.
«E’ molto più con le persecuzioni e la sofferenza che con predicazioni brillanti che Egli vuole affermare il suo regno sulle anime» (LT 226).
«Caro piccolo fratello, nel momento di apparire davanti al Buon Dio, comprendo più che mai che c’è una sola cosa necessaria: lavorare unicamente per lui e non fare nulla né per sé né per le creature» (LT 244) –spiega al Bellière.
«Lei non potrà essere un santo a metà, bisogna che lo sia o del tutto o proprio niente» (LT 252).
Soprattutto le preme trasmettere loro la sua dottrina sulla totale confidenza:
«Le insegnerò, caro piccolo fratello della mia anima, come dovrà navigare nel mare tempestoso del mondo con l’abbandono e l’amore di un bambino che sa che suo Padre l’ama teneramente» (LT 258).
«Il suo unico Tesoro non è Gesù? Poiché egli è in cielo, è là che deve abitare il suo cuore; e glielo dico semplicemente, piccolo fratello caro, mi sembra che le sarà più facile vivere con Gesù quando io sarò vicina a Lui per sempre… Il suo posto è nelle braccia di Gesù… Le è vietato andare in Cielo per una via diversa da quella della sua povera piccola sorella» (LT 261).
Intanto Teresa tende rapidamente alla riunificazione interiore di tutte le sue esperienze: la preghiera (e la preoccupazione) per i sacerdoti ha quasi strutturato sacerdotalmente la sua anima, invasa da «desideri» sempre più travolgenti e «infiniti».
Scrive: «Sento in me la vocazione del Sacerdote: con quanto amore, o Gesù, ti porterei tra le mani quando, alla mia voce, discenderesti dal Cielo... Con quanto amore ti darei alle anime!...» (Ms B 2v), e sogna di essere un Apostolo che percorre tutta la terra e pianta dovunque la Croce gloriosa.
Insomma: sta per raggiungere quel «cuore della Chiesa» dove attuare la vocazione onnicomprensiva di «essere l’Amore», di«essere tutto» (cfr. Ms B 2v°).
E proprio sul finire della sua vita, ella raggiunge la più alta compenetrazione possibile su questa terra tra vocazione contemplativa e vocazione apostolica.
Guarda i suoi «fratelli missionari» con gli occhi stessi di Gesù, e quasi si mette al posto di Lui. Riscrive al femminile la preghiera sacerdotale del Divino Maestro, rivolgendosi anche lei al Padre celeste per dirGli d’aver custodito sulla terra «i fratelli missionari» («Coloro che Tu mi hai dato») e che li vuole tutti con sé nella patria celeste: «affinché il mondo conosca che io Ti ho amato, come Tu mi hai amata» (cfr. Ms C 34v°).
La persuasione è travolgente:
«Mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene ad ognuno di loro» (Ms C 31v).
Di conseguenza, la sua esistenza contemplativa, offerta ai sacerdoti, non ha più nemmeno bisogno di offrirsi intenzionalmente.
Teresa non ha più nemmeno bisogno di esplicitare o dettagliare, a loro favore, particolari intenzioni di preghiere.
Le ultime parole che ella ormai morente traccia a matita sul suo povero quaderno sono queste: «Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione… Mi ha fatto comprendere questa parola dei Cantici: "Attirami, noi corriamoall’effluvio dei tuoi profumi". O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: "Attirando me, attira le anime che amo". Questa semplice parola: "Attirami" basta. Signore, lo capisco, quando un’anima si è lasciata avvincere dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene liberamente, senza fatica, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell’oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l’anima che si immerge nell’oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede... Signore, tu lo sai, io non ho affatto altri tesori se non le anime che ti è piaciuto unire alla mia; questi tesori, sei tu che me li hai affidati, perciò oso far mie le parole che hai rivolto al Padre Celeste l’ultima sera che ti vide ancora sulla nostra terra…» (Ms C 34r°).
In tal modo la piccola Teresa di Lisieux –come vero Dottore della Chiesa– pronuncia parole conclusive sull’arduo problema dei rapporti tra contemplazione e azione nell’esperienza cristiana.
Nel mese di agosto, l’ultimo della sua vita –in mezzo a sofferenze estreme del corpo e dello spirito– ella cerca di "attirare" a sé anche il celebre predicatore spretato P. Giacinto Loyson, ex Provinciale dei Carmelitani, che percorre la Francia annunciando la sua ribellione alla Chiesa.
Teresa annota dolorosamente: «Come è poco amato il buon Dio, sulla terra!... anche dai sacerdoti e dai religiosi... No, il buon Dio non è amato molto...» (UC 7.8.1).
Per quel «monaco rinnegato» –così lo chiamano i giornali, ma Teresa lo chiama «nostro fratello, un figlio della S. Vergine»– ella offre l’ultima Comunione (il 19 agosto 1897) e sviene durante la celebrazione.
Poi invia a Don Bellière l’ultima immagine da lei dipinta con la dicitura: «Io non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo!… Io l’amo… Egli non è che amore e misericordia» e sul verso scrive come testamento questa dedica: «Ultimo ricordo di un’anima sorella della sua».
Sono le ultime parole scritte da Teresa per confortare un giovane sacerdote, appassionato ma ancora incerto nell’amore del suo Dio, e anticipano quelle che ella pronuncerà al termine della sua agonia.
Ella le offre a tutti i sacerdoti perché imparino a confidare soltanto in quel Dio «che è tutto amore e misericordia» e si impegnino gioiosamente ad annunciarLo al mondo.
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GESU' E' SCESO ALL'ULTIMO POSTO IN TERRA PER FARE DI OGNI ISTANTE E LUOGO DELLA NOSTRA VITA IL PRIMO NEL CIELO


Come fu per Santa Teresina di Lisieux, “le nostre immense aspirazioni sono”, anche per noi, “come un martirio”: ne nascono sempre di nuove, mentre la maggior parte di esse restano frustrate. Ma anche quando riusciamo a realizzarne una, proprio nel momento di maggior soddisfazione spunta la solita insoddisfazione a ricordarci che c’è sempre qualcuno di più grande che ha realizzato qualcosa di meglio. Eh sì, perché tutte le “immense aspirazioni”, in fondo, mirano all’unico obiettivo di diventare “i più grandi”. Come Lucifero, che diceva “in cuor suo: Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio, mi siederò sul monte dell'assemblea, nella parte estrema del settentrione, salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all'Altissimo”; e “invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell'abisso!” (cfr. Is. 14,12-15). Vogliamo il primo posto, e ci ritroviamo all’ultimo; ci sforziamo per essere i più grandi, e ci scopriamo ogni volta più piccoli. C’è in noi un irrefrenabile desiderio di primeggiare destinato però a restare incompiuto perché orientato verso l'obiettivo sbagliato. Pensate ai tifosi di una squadra di calcio: conoscete qualcuno che tifi a perdere, sperando cioè che la propria compagine venga umiliata da quella avversaria? No di certo, anzi. Anche un “bambino” si adira e protesta quando vede negare un rigore sacrosanto ai propri beniamini. Può darsi che il padre lo abbia iniziato ad essere tifoso di quella squadra, ma quel pathos, quell’ira che arriva a spaccare qualsiasi cosa trovi davanti, è tutta farina del suo sacco, del peccato nel quale lo ha concepito sua madre... Il rifiuto drastico dell’umiliazione e del secondo posto fa il paio con le “immense aspirazioni” ad essere i più grandi; e ciò accade anche, e soprattutto, nei “bambini”, proprio quelli tra i quali Gesù ha chiamato a sé per parlare del Cielo. Ma se anche quel bambino è un superbo, che significano allora il gesto e le parole di Gesù? Per capire dobbiamo capovolgere completamente la direzione del nostro sguardo, come guardare il mondo sottosopra, dal basso verso l’alto. Provaci un momento, ora, mentre leggi... Se non ci convertiamo, infatti, non entreremo nel Regno dei Cieli; se cioè non cambiamo modo di pensare e guardare i fatti e le persone, cominciando da noi stessi, non ritroveremo mai la porta del Paradiso. Santa Teresina di Lisieux l’ha scoperta al fondo di se stessa, e per questo San Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Dottore della Chiesa, invitando così tutti noi ad ascoltare la sua voce e guardare alla sua esperienza. Illuminata dalla Parola di Dio, Teresina aveva scoperto che l’unica via per entrare nel Regno dei Cieli era quella di sentirsi “chiamare a sé” da Gesù, come un bambino; sentirsi cioè amata così come era, piccola, capricciosa, sbadata, con aspirazioni immense, confuse però con i desideri della propria carne. Aveva capito che proprio nell’orgoglio di un bambino che lotta per diventare il primo tra i fratelli ad essere considerato dai genitori, a mangiare il gelato e ad avere le scarpe da ginnastica, si cela il desiderio santo di essere amato in modo speciale ed esclusivo da Dio. Per questo, esattamente come gli adulti, ottenuto il giocattolo che desiderava ardentemente, dopo averci giocato cinque minuti, un bambino lo lascia in un angolo, mosso da altri e nuovi desideri. Perché nulla ci può appagare se non il cuore del Padre nel quale essere accolti come i primogeniti.
Ma Lucifero ci ha ingannato con la sua luce di menzogna trascinandoci con lui, in un posto lontanissimo da nostro Padre, quello che è diventata la nostra casa, la famiglia, l’ufficio, la scuola, l’ospedale e il parco giochi. L’ultimo posto dove non sopportiamo vivere perché lì dentro, la luce sinistra di Lucifero ci fa sentire troppo piccoli e deboli per realizzare le nostre aspirazioni ed essere felici. Tutte le nostre sofferenze, infatti, sono in realtà delle frustrazioni generate dal fallimento (significato originale del termine ebraico “peccato”) della volontà di Dio su di noi, amare cioè nell’amore in cui ci ha creati. Ma Dio non ci ha abbandonato nella morte, e Teresina lo aveva sperimentato proprio laggiù, nel posto più irrilevante del Carmelo. Nel buio dell’infermeria, come nella solitudine delle scale da lavare o della cucina dove pelare le patate, aveva incontrato lo Sposo! L’ultimo posto, infatti, è quello dove è sceso Gesù, per riportare in Cielo chi in esso è caduto. Per amore si è umiliato, è diventato cioè un bambino, il più piccolo, per sedersi accanto a tutti noi, bambini piccoli che senza Dio passiamo da una frustrazione all’altra. Se Gesù è sceso all’ultimo posto vuol dire che quello è diventato il primo accanto a Dio! Ecco il segreto della piccola via scoperta da Teresina: il mondo capovolto, convertito a Dio dal suo stesso amore che ha fatto risplendere il Cielo nelle pozzanghere che sono le nostre esistenze. Quello che abbiamo sotto gli occhi nel mondo, le lotte che ci sfiancano ogni giorno per ottenere un posto davanti alla massa, è solo la parodia triste e tragica della realtà; la verità è la piccolezza fragile di un bambino, della creatura che dipende in tutto dal suo Creatore, amata proprio per la sua piccolezza. Più è debole, goffo e insicuro, più è oggetto di tenerezze e attenzioni. Non si può non amarlo, anche quando sbaglia, cade, urla e strepita o si chiude nel silenzio dei sogni infranti. Teresa aveva sperimentato che Dio cerca, predilige e ama la piccolezza, la nostra realtà senza ipocrisie. Per questo, convertirci è cambiare verso allo sguardo del nostro cuore, “diventare come bambini” nel senso letterale di “tornare al principio”, riaccadere qui sulla terra nella storia di ogni giorno come una creazione che nasce dal pensiero originale di Dio su ciascuno di noi. Significa accettare la nostra piccolezza, come Teresa che ha aveva trovato il primo posto all’ultimo del convento, quello dove accogliere l’amore dello Sposo che ci fa grandi nel suo Regno. E’ il testacoda che redime l’uomo sedotto da Lucifero, il mistero dell’amore di Dio che può intuire e sperimentare come una primizia solo chi ha percorso un lungo cammino di umiliazione e verità nel grembo misericordioso della Chiesa. Come accadde a Dante al termine del “cammin di nostra vita”, quando, giunto nel Paradiso, contemplando l’immagine della “Luce etterna” di Dio, “dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige, per che ‘l mio viso in lei era tutto messo”; spiega Franco Nembrini: “dice Dante: quando ho fissato il cuore di Dio, l’intimità di Dio, la sua natura più profonda, laggiù ho visto un volto d’uomo… Ma a me piace pensare che voglia dire anche: ho riconosciuto in quel volto il mio. Ho visto lì la mia vera immagine, la mia vera identità”. Convertirsi è dunque fare l’esperienza di Dante nel Paradiso, quella che ha fatto Teresina nel posto dove, secondo il mondo, non c’è che frustrazione: mentre pelava le patate, o aiutava una suora anziana che la trattava male, o soffriva i dolori lancinanti della tubercolosi, nella tomba di ogni emozione, nel buio del silenzio di Dio, quella “bambina” pregustava il Cielo, si vedeva amata in Dio! Sapeva d’essere la più grande nel cuore di Dio, anche se Egli taceva e la lasciava senza consolazioni, perché quello era il posto dei peccatori dove lo Sposo era disceso per unirsi alla sua sposa. Lì, nel tuo e nel mio posto, l’ultimo perché vero, “già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle”: in un letto d’ospedale, nella precarietà della missione, all’ultimo posto dove gli eventi ci umiliano e ci fanno bambini, l’Amore di Dio che muove l’universo, volge, “converte” a Dio il nostro desiderio, le “immense aspirazioni”, e la volontà perché si muovano in comunione con il Cielo, nello stesso amore con cui Dio riempie e dà vita a tutto. Coraggio, Gesù ti chiama a sé proprio perché bambino, e così, in quella pozzanghera che è questa giornata, che è la tua vita e quella di chi ti è accanto, saprai contemplare il Cielo che vi è voluto discendere in Cristo fatto carne della tua carne.