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giovedì 6 febbraio 2020


Santi Paolo Miki e compagni


Martiri


PAUL


                                                                                                         

Paolo Miki nasce nei pressi di Kyōto da una nobile famiglia giapponese. Ricevette il battesimo a 5 anni e a 22 entrò nei gesuiti come novizio: studiò presso i collegi dell’ordine di Azuchi e Takatsuki e divenne un missionario ma non poté essere ordinato sacerdote a causa dell’assenza di un vescovo in Giappone.
Paolo Miki è uno dei ventisei martiri che il 5 febbraio 1597 furono messi in croce, in quanto cristiani, sulla collina di Tateyama, presso Nagasaki. Gli altri 25 martiri sono :
  • Juan da Goto Soan, James Kisai (S.J.);
  • Pedro Bautista Blázquez, Martino dell’Ascensione Aguirre, Francesco Blanco (sacerdoti O.F.M.);
  • Filippo di Gesù de Las Casas, Gonsalvo Garcìa, Francesco di San Michele de la Parilla (religiosi O.F.M.);
  • Leone Karasuma, Pedro Sukejiroo, Cosme Takeya, Paolo Ibaraki, Tommaso Dangi, Pablo Suzuki (catechisti);
  • Ludovivo Ibaraki, Antonio, Miguel Kozaki, Thomas Kozaki (figlio di Miguel), Bonaventura di Miyako, Gabriel de Duisco, Giovanni Kinuya, Mathias di Miyako, Francesco de Meako, Joaquim Sakakibara, Francesco Adaucto (neofiti).
Sono i primi martiri dell’Estremo Oriente iscritti nel martirologio.

Beatificati da Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) il 14 settembre 1627, la loro memoria obbligatoria è celebrata fin dalla canonizzazione da parte del Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878), l’8 giugno 1862.
Nel Martirologio Romano sono elencati con il nome di “San Paolo Miki e compagni” e commemorati il 6 febbraio (non fu scelto il 5 febbraio, data della loro morte, perché ricorre la memoria di S. Agata).
Del loro martirio esiste la relazione di un testimone oculare e nella liturgia delle ore se ne legge un passo.
Dalla Storia del martirio dei SS. Paolo Miki e compagni scritta da un autore contemporaneo (Cap. 14, pp. 109-110; Acta Sanctorum Febr. 1, 769)

Passione di Paolo Miki e compagni
Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani»(Sal 30,6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre Nostro e l’Ave Maria.
Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il Vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: « Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano ».
Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all’estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento.
Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in Paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo «Laudate, pueri, Dominum», che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechista; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo.
Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.
Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù! Maria!» e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.


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AMBASCIATORI DEL PARADISO PERDUTO E RITROVATO IN CRISTO
Coraggio, oggi si torna a casa! Arrivano gli ambasciatori del Paradiso perduto, gli apostoli che Gesù invia per riscattarci dall’esilio. Sono gli angeli che aspettavamo da tanto, perché non la facciamo più in mezzo a questa situazione, siamo sfiniti e affamati di pace e felicità come il figlio prodigo. Stai dubitando dell'amore di Dio, vero? Non hai argomenti da opporre all'evidenza del male. Questa ingiustizia non la puoi mandar giù e ti opponi ad essa con un altro male, come accade in questi giorni sotto gli occhi di tutti. Quel collega ti ha chiuso in una gabbia di calunnie bruciando la tua reputazione davanti a tutti? Eccoti pronto a uccidere la sua, senza pietà. Non c'è niente da fare, lontani dal Cielo e da Dio c'è solo il peccato, e tutto odora di morte. Ma coraggio, gli apostoli ci portano oggi l'annuncio che spalanca la pietra del sepolcro dove è imprigionata la nostra vita: "Gesù non è qui, è risorto!", e con Lui possiamo uscire anche noi dal peccato. Non aver paura, al di là della soglia c'è il Paradiso, la gioia e la pace di chi ama e perdona perché si sente a casa, e non ha più nulla da temere. Guarda bene gli apostoli, in loro che erano dei poveracci come te risplendono le primizie del Paradiso. Per questo Gesù li manda “a due a due”, uniti come Adamo ed Eva prima della disobbedienza che li ha messi l'uno contro l'altro, ad annunciare che Gesù ha vinto il peccato che separa il marito dalla moglie, i genitori dai figli, l'uomo dall'uomo; due apostoli diversi l’uno dall’altro, forse umanamente incompatibili e senza interessi comuni, ma che passo dopo passo imparano ad amarsi in Cristo. Li manda "senza nulla", “con una sola tunica”, che è l'immagine e la somiglianza con il Creatore che li riveste. Altro che maschere da cambiare per farsi accettare nelle diverse circostanze, gli apostoli sono trasparenti e senza ipocrisia perché il Vangelo li rende innocenti come Adamo ed Eva prima di tagliare con Dio. Li manda liberi, senza "né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa", come Adamo ed Eva prima di mangiare il frutto della disobbedienza, abbandonati all'amore del Padre che ogni giorno provvede ai suoi attraverso il cibo della sua volontà. Li manda con "il potere sugli spiriti immondi", come aveva fatto con Adamo ed Eva ai quali aveva dato il potere di "camminare anche sui serpenti". Accogliamo dunque la Chiesa che ci viene a "chiamare" con i suoi apostoli: possiamo specchiarci in loro, perché sono l’immagine del cittadino celeste che Dio vuol plasmare in ciascuno di noi. Certo siamo liberi, e possiamo rifiutare l'annuncio. Ma allora ci accadrà di restare ancora lontano da casa, come polvere da scuotere da sotto i sandali; così, infatti, facevano i giudei rientrando da un viaggio in territorio pagano, per "testimoniare" di non avere niente a che fare con il mondo "impuro" dei gentili. Ma no, ascolta la predicazione che "scaccia i demoni" dal cuore. Offri la tua schiavitù e i tuoi peccati al potere di Cristo che è affidato alla Chiesa; confessa al Signore il male che hai nel cuore, sarai sanato "dall'olio" del suo Spirito, soffio di Vita eterna che farà nascere in te un'attitudine nuova verso la storia e le persone, la stessa vita degli apostoli in te, inviato a tutti come ambasciatore del Paradiso ritrovato.

mercoledì 5 febbraio 2020


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SCENDIAMO CON CRISTO A NAZARET PER IMPARARE LA LIBERTA' CHE CI APRE ALLA FEDE
In virtù della Grazia battesimale che si rende visibile nella fede adulta, un cristiano è un profeta. Ma per compiere la sua missione deve imparare che sarà disprezzato nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. Per giungere alla libertà senza la quale non si può annunciare e testimoniare la Verità, occorre seguire Gesù nel passaggio doloroso sin dentro le radici della nostra carne, perché è lì che ildemonio ci obbliga a guardare gli eventi e le persone provocando lo scandalo. Gesù è vissuto a Nazaret per trent'anni come ogni altro suo abitante, senza compiere alcun miracolo che lo rivelasse come Messia. Poi, un bel giorno, eccolo arrivare in sinagoga, di sabato, con la fama del profeta e taumaturgo e mettersi a insegnare. Per un cuore superbo perché schiavo dei propri criteri, questo non può che suscitare lo scandalo che fa inciampare sull'evidenza inaccettabile e impedisce di credere. Come accade nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, dove Gesù cammina accanto a noi ma, non compiendo nei tempi e nei modi i miracoli che ci aspettiamo, finiamo con il chiuderlo nei riti e nelle preghiere che viviamo meccanicamente, di fatto aspettando e cercando un altro salvatore. E quando, in una situazione difficile o di peccato, attraverso la Chiesa il Signore ci chiama a conversione, ci scandalizziamo perché non era quello il modo e il momento in cui ci aspettavamo di dover incontrare il Messia. Non possiamo credere alla Parola perché la carne disprezza l’insegnamento di Gesù. Siamo infatti imprigionati nell'orgoglio che ci schiaccia su quello che abbiamo già visto e crediamo di conoscere: il marito con cui sono sposata da "trent'anni" non può cambiare; nel figlio che ho "allevato" vedo solo la ribellione, mi è impossibile credere che in lui si celi il mistero dell'opera di Dio. Ci scandalizziamo, inciampiamo sulla buccia degli eventi e delle persone, e per questo frustriamo la volontà di Dio. Questo è il peccato, il fallimento del progetto d’amore nel quale siamo stati creati. Lo dobbiamo scoprire in noi, perché sarà lo scandalo che la nostra vita nuova in Cristo genererà negli altri, offrendoci così la possibilità di assumerlo e convertirlo in amore e misericordia. Per questo Gesù dice che “dobbiamo rinascere dall'alto”, entrare in un nuovo seno, che è quello della Chiesa, il fonte battesimale - ovvero ascoltare la Parola lasciandoci illuminare e accostarci ai sacramenti - da dove rinasce l'uomo nuovo, libero come il vento. Nella comunità cristiana, infatti, possiamo sperimentare la Nazaret trasfigurata dalla presenza di Cristo: essa è fatta di uomini e donne la cui carne è, a poco a poco, redenta dalla carne gloriosa di Cristo. E' il passaggio dallo scandalo alla fede in Dio che si fa carne, che ha parenti e amici, che lavora a bottega, per salvare dalla corruzione ogni millimetro di umano. Per questo nella comunione della Chiesa possiamo gustare la meraviglia dell'umanità redenta che diviene tempio dello Spirito Santo; mossi da Lui potremo perdonare e amare nella libertà, dando vita a relazioni nuove, anticipo del Cielo, che è la nostra vera Patria da annunciare profeticamente al mondo che l'ha smarrita e la cerca disperatamente nella carne.

martedì 4 febbraio 2020

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DAI FALLIMENTI NASCE LA FEDE CHE CI SALVA SPINGENDOCI AD ABBANDONARCI A CRISTO TOCCANDOLO NELLA SUA PAROLA

Il flusso del sangue è, nella Bibbia, vita che si perde e morte che lambisce l'esistenza. Per questo l'emorragia rendeva impuri, impedendo il culto, e quindi la relazione con Dio e con il prossimo, come un anticipo dell'inferno. Non ci stiamo dentro anche noi, soli, dopo aver “dilapidato ogni avere” rincorrendo una pienezza e una pace mai trovate. Forse oggi, con pochissima vita dentro come l'emorroissa, stiamo “peggiorando”, perché l'emorragia ci ha prosciugato la forza per perdonare e chiedere perdono, per amare e donarci. Ma il Signore è vicino a noi e passa beneficando; si tratta semplicemente di raggiungerlo e toccarlo, perché forse non lo abbiamo mai fatto. Da piccoli chissà, al catechismo, ma poi la scuola, gli amici, i giornali, ci hanno succhiato il sangue con ideologie e ragionamenti, e abbiamo creduto che ce l’avremmo fatta molto meglio da soli, senza preti e tabù. O forse in Chiesa ci siamo rimasti, toccando Cristo con una mano, mentre con l’altra abbracciavamo il mondo, consegnandogli la vita reale di ogni giorno. Comunque sia, di fronte alla sofferenza ci siamo accorti di non avere forza e risposte, perché dentro non abbiamo vita eterna, più forte della morte. Sino ad oggi, infatti, abbiamo toccato Gesù come “la folla”, superficialmente. Diversamente dall’emorroissa. Per lei toccare il lembo del mantello di Cristo era questione di vita o di morte. Per questo si avvicina umile ma con audacia, sa che deve rischiare il tutto per tutto, e lo tocca con la mano che è la carne offerta al suo dolore e alla sua impotenza. Impura tocca il puro, infrangendo la legge. Per questo Gesù si accorge di lei: "Chi mi ha toccato?", chi mi ha attirato dentro alla sua impurità? Ecco, questo significa toccare davvero Cristo: attirarlo dentro di sé, sino al fondo dei propri peccati, perché li distrugga nel perdono. Solo così si può guarire davvero, essere cioè “salvati”. Solo se Cristo scende nel nostro intimo può arrestare alla fonte il flusso di morte che ci avvelena la vita. Essa, infatti, “è solo addormentata, non è morta!”. "Agli estremi" si trova, finalmente, l'uomo vecchio, mentre è pronto a nascere in noi l'uomo nuovo, ricreato in Cristo. Nulla di quanto speravamo e desideravamo è destinato alla corruzione; tutto si addormenta nella debolezza della carne per risvegliarsi e trasfigurarsi nell'incontro con Cristo. Lui cerca la debolezza, l'inutilità, la povertà, i peccati, quello che nessuno vuole. Per questo è l’unico che ci ama davvero. Coraggio allora, tocchiamo il lembo del suo mantello. Come? Ascoltando la sua Parola, di cui sono immagine i filatteri che pendevano dal lembo del mantello di un rabbì; e accostandoci ai sacramenti, nei quali il flusso dei nostri peccati può raggiungere Cristo perché da Lui esca la “potenza” che ci risuscita.

lunedì 3 febbraio 2020

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DOMATO IN NOI L'ORGOGLIO CHE CI DISTRUGGE DALLA PREDICAZIONE DELLA CROCE, SIAMO INVIATI NEL MONDO PER ESORCIZZARLO CON L'AMORE
Gesù è l'unico che può domarci perché ha compiuto la traversata dalla morte alla vita e vittorioso viene a cercarci nella nostra Decapoli, che è la nostra vita abitata dal demonio, preda di una forza che ci supera. Nel territorio pagano, dove giorno e notte colpiamo inesausti con le pietre dei peccati la nostra dignità disprezzandoci sempre di più, a nulla valgono stratagemmi umani, psicologie e terapie. Nessuna catena che inanelli consigli, moralismi e ideali può legarci alla croce che ci presenta la storia, dalla quale una legione di demoni – superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia - ci strappa con la forza dei suoi impuri e suadenti sofismi. Al contrario del mondo, Gesù e la sua Chiesa sanno che il dramma di ogni uomo è che, avendo liberamente accolto lo spirito impuro, ne sono divenuti schiavi, confinati tra i sepolcri, in greco “memoriali”, obbligati a scivolare sui giorni in una continua memoria della morte, salario del peccato che corrode ogni relazione ed evento. Ci può salvare solo un esorcismo, la Parola della Croce piantata nel cuore del nostro sepolcro. Ma non è facile riconoscerci dopo tanto tempo passato in esilio lontani dal Regno. Non ci accade con il coniuge, i figli, con noi stessi? I sudditi del nemico parlano una lingua diversa, cambiano i costumi, perfino i connotati: tanti anni di compromessi con il mondo ci trasformano in pagani. Eppure Gesù ci riconosce, non ci giudica, ci guarda con misericordia perché fissa in noi la sua immagine nella quale siamo stati creati. Per questo la sua Parola, come quella della Chiesa, si dirige sempre al demonio e al peccato che dominano la persona per stanarlo. Se la predicazione giunge a destinazione ci getteremo umilmente ai piedi di Gesù perché cacci i demoni che ci affliggono nell’abisso della distruzione, come già Dio fece con i carri e i cavalieri del faraone. Come accade nel battesimo, e ogni volta che sperimentiamo il perdono dei peccati che ci riveste di Cristo e ricrea sani di mente. La fede infatti illumina sempre la ragione per discernere nella Croce l’amore di Dio che ci attira a sé per purificarci, ridonarci la dignità perduta e la libertà per salare il mondo con la gratuità dell’amore. Come accadde all’indemoniato sanato dalla presenza e dalla Parola di Gesù che non si è aggiunto a quanti lo seguivano Gesù, ma è inviato a proclamare nella sua casa, dai suoi, ciò che il Signore gli aveva fatto e la misericordia che ha avuto per lui, suscitando in terra pagana la meraviglia, la scintilla che volge misteriosamente il cuore di ogni uomo a Dio. Crocifissi con Cristo, per amore di ogni uomo, i suoi discepoli accettano il rifiuto di chi sente la loro presenza come un’insidia. Solo con la pazienza che Dio ha avuto con noi possiamo stanare il demonio attirando la sua furia sulla nostra vita per gettarlo lontano da chi si ostina nella condotta pagana. E' il martirio quotidiano che spalanca per noi e per chi ci rifiuta lo stesso Paradiso. Con il Signore possiamo assumere la paura che soggioga ancora chi ci è accanto, e salire sulla barca della Chiesa per passare ad altre rive, nella certezza di aver lasciato in loro una primizia della misericordia di Dio che darà frutto a suo tempo.

sabato 1 febbraio 2020


SPOSATI DA CRISTO SULLA CROCE, SIAMO "PRESENTATI" CON LUI AL PADRE PER SVELARE IL SUO AMORE A OGNI UOMO




Oggi festeggiamo la Presentazione al Tempio del Signore, il dono di se stesso a ciascuno di noi per mano di Maria, immagine della Chiesa. Quando ci è predicato il Vangelo che svela i pensieri malvagi dei nostri cuori, e quando ci nutriamo dei sacramenti, lo accogliamo tra le nostre braccia come Simeone. E vediamo in noi e nei fratelli la sua salvezza che aspettiamo sperimentando il perdono dei peccati. Così, divenuti figli della Pasqua, possiamo andare in pace nella storia. La Festa di oggi illumina infatti la nostra vita, il senso di tutto quanto ci accade: "Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno... per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto" (Es, 13). Queste parole del Signore a Mosè sono la risposta ad ogni domani della storia, perché in essi si compie il domani sorto dalla notte di Pasqua. Cristo è risorto, primogenito dei riscattati dalla morte! Perdonandoci, ha scritto per l'eternità i nostri nomi in Cielo, facendo di noi, risorti con Lui in una vita nuova, i primogeniti di una nuova creazione. Per questo, contraddicendo quella del mondo, i cristiani sono in esso un segno di contraddizione. Non con la violenza, non con la polemica, ma con lo splendore della bellezza di una vita riscattata e pacificata. Tutti si sbracciano per essere i primi? I cristiani si accomodano sereni all'ultimo posto. Tutti inseguono il denaro? I cristiani vivono in pace nella precarietà. Tutti si mascherano per apparire diversi? I cristiani sono limpidi, trasparenti, perché vivono nella Verità. Tutti cercano un nemico su cui addossare le colpe della propria frustrazione, del proprio dolore o dei propri peccati? I cristiani amano i nemici e si addossano i loro peccati. Perché sono eroi? No, perché stati consacrati in Cristo nel battesimo, cioè scelti, "presentati" con Lui al Padre per salvare l'umanità. Ti pare poco? Ti capita che al lavoro non ti comprendono? Accade che i figli siano emarginati perché non fanno come gli altri? Ti ha lasciato il fidanzato perché volevi un rapporto casto? Non ti stupire e non ti spaventare, ovunque siamo inviati perché siano svelati i pensieri di molti cuori e possano così accogliere la predicazione e la misericordia. Tutto quello che ci accade è perché ciascuno di noi è la risposta che Dio rivela all'umanità, il segno del suo amore nascosto tra le lacrime che bagnano la storia. Al mistero del male tu risponderai con la tua vita crocifissa con Cristo e con Lui risuscitata. Tu sei la risposta di Dio a ogni perché, il suo amore fatto carne in un uomo come tutti gli altri, l'unico capace di contraddire il demonio, il peccato e la morte. Si comprende allora la "spada" che ha trafitto Maria: era la sua com-passione per ogni uomo. Pativa con il Figlio per salvare l'umanità. Essa è pronta anche per noi, perché quando l'amore di Cristo prende dimora in una persona comincia a bruciare di zelo il suo cuore, al punto che nulla gli è più indifferente. Anche oggi ci trafiggerà la "spada" nel vedere un fratello nel peccato, e quel dolore sarà il segno dell'amore autentico riversato nei nostri cuori che ci spingerà ad offrirci per lui, perché possa gustare in noi i frutti della misericordia.

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SULLA BARCA DELLA CHIESA POSSIAMO ADDORMENTARCI CON CRISTO NELLA FEDE PER ENTRARE NELLA STORIA TURBOLENTA E PASSARE ALL'ALTRA RIVA DELLA VITA ETERNA
Nella vita di un cristiano tutto si fonda sulla Parola di Gesù. "Passiamo all'altra riva!": non un invito qualsiasi ma una Parola di Dio, ovvero creatrice, capace di realizzare quello che dice. Ma per crederci i discepoli devono imparare a conoscere il Signore. Avevano infatti preso Gesù "così com'era", ma non sapevano "chi" egli fosse. E' Dio, e non lo sanno. Per questo Gesù "intima" con autorità ai discepoli di passare all'altra riva: è come se li spingesse ad entrare nel "principio", agli albori della creazione, per sperimentare che Lui era Dio. Quel mare in tempesta è per loro come il caos primordiale dal quale Dio ha tratto la vita in virtù del suo semplice dire. Ma è anche come il caos nel quale l'uomo ripiomba dopo aver peccato. Perciò quella traversata è immagine d'ogni vicenda umana, di ciascuna delle nostre giornate, delle relazioni tra coniugi, tra genitori e figli, tra amici e colleghi. Perché il peccato rimescola ogni giorno le carte e ci ritroviamo a dover ricominciare ogni volta, che per un cristiano significa credere e convertirsi sempre perché Dio possa creare ancora quello che sporchiamo e rompiamo. Ai cristiani non è permesso di installarsi fondando la vita sulla sabbia delle certezze effimere. Dio ha risposto al male e alla morte rompendo l'ineluttabilità della fine sulla quale il mondo alza disperato bandiera bianca. Ma non è facile. Occorre lasciarsi trascinare da Gesù nella traversata che affronti il "vento" delle tentazioni senza evitare le amare conseguenze dei nostri cedimenti, sino a che la barca non ne sia "piena". E' in quel momento, infatti, che Gesù rivela pienamente la sua divinità. Nella Scrittura le "onde" sono un segno della morte. Ebbene i discepoli salgono sulla barca per divenire il Popolo che ha sperimentato l'amore di Dio più forte della morte. Il Popolo della Pasqua compiuta, che vive ogni evento come il passaggio del Mar Rosso, che non resta incastrato nella morte ma vi esce vittorioso insieme al suo Signore. Ma, come accadde profeticamente al Popolo di Israele, devono imparare a credere, e questo non è possibile senza conoscere se stessi. E quando ci si conosce? Nella difficoltà. Quando le cose non vanno come ci si sarebbe aspettato. Nel deserto che sembra di gran lunga peggiore dell'Egitto, come Israele; nel mare in tempesta, come i discepoli. Per questo essi sono immagine di tutti noi che abbiamo sperato e creduto alla Parola di Gesù, ma di fronte alla storia che sembra smentirla, abbiamo finito con il dar credito all'inganno del demonio: a Dio "non importa di noi!"; è indifferente alla nostra sofferenza, non si accorge che stiamo "morendo". Proprio come è accaduto nella barca: Gesù è con i discepoli, ma dorme. Lui c'è ma non fa nulla. Se è davvero il Figlio di Dio, se davvero ha il potere che dice di avere, se è stato Lui a moltiplicare pani e pesci, a guarire infermi e a scacciare i demoni, se può far miracoli e dorme, allora significa che non gli importa nulla di noi. Ecco, questo è il pensiero di chi ancora non conosce il Signore.
Ma proprio quel sonno è la loro assicurazione sulla vita. Finché Lui dorme la morte non può raggiungerli, perché si infrange nel sonno della morte del Signore. Ma ora i discepoli non possono ancora comprenderlo, e per questo svegliano Gesù e lo rimproverano. Quante volte sorge in noi la stessa domanda, che diventa la preghiera di chi non conosce veramente il Signore. Nei templi pagani davanti all'immagine della divinità vi è una grande campana. I fedeli che desiderano pregare si avvicinano e cominciano a scuoterla, per svegliare il loro dio e attirarne l'attenzione. E' la religiosità naturale, quella che tutti portiamo dentro. Quando nelle difficoltà ci sembra che Dio non intervenga moltiplichiamo preghiere, sacrifici, offerte, perché Egli si svegli e si accorga di noi, e cambi il corso della storia secondo i nostri progetti. E, sorprendentemente, il Signore si sveglia e comanda ai flutti, e ritorna la bonaccia. L'amore di Cristo si è piegato alla loro volontà, ma rimane l'incertezza di quello che è solo un abbozzo di fede. Importante e decisivo, perché obbliga a chiedersi "chi è costui?". E' il primo passo, ma la fede adulta è ben altro. E' conoscenza, e confidenza. E' addormentarsi con Lui anche nella tempesta, anche quando la nostra vita sembra affondare. E' reclinare il capo e riposare sul legno della Croce che segna le nostre esistenze, come bimbi divezzati in braccio alla propria madre. Tutti noi dobbiamo imparare la fede entrando nella barca della Chiesa e passare all'altra riva attraverso le mille tempeste dei progetti naufragati, dei criteri sommersi dalle onde, con la morte che si avvicina nell'insulto e nella calunnia di chi ci è accanto. La fede, infatti, è un cammino che ci fa entrare con Cristo nel sonno della morte per svegliarci nella risurrezione, per sperimentare concretamente che i peccati sono stati perdonati. E questo avviene solo quando si posano i piedi sull'altra riva, quando cioè i pensieri e i gesti testimoniano che siamo diventati una creatura nuova. Quando camminiamo sulla terra del Regno di Dio e risplende in noi l'immagine del Creatore. Per questo, gli eventi che ci incalzano e che sembra ci facciano affondare, non sono il segno dell'abbandono di Dio, anzi. Nella barca possiamo scoprire e sperimentare che sono invece il luogo dove conoscere più intimamente il Signore. Anche e soprattutto nelle conseguenze amare dei peccati. Ma dobbiamo imparare a riconoscerci peccatori e ad accettarlo, altrimenti non sperimenteremo il potere di Gesù Cristo. Il cristianesimo non è una religione naturale ma è Cristo stesso che è salito sul legno della croce per attraversare il mare della morte addormentandosi in essa e vincerla definitivamente. Per questo siamo chiamati ogni giorno ad entrare con Lui nel mare in tempesta, addormentati, senza resistere al male, senza scappare dalla storia, abbandonati nella volontà di Dio, certi del fatto che essa è sempre per il bene di ciascuno di noi, della Chiesa, dell'evangelizzazione, e del mondo. Perché è proprio lì che Dio farà risplendere il perdono e la vita che non muore, come un segno per ogni uomo.