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venerdì 5 giugno 2020

αποφθεγμα Apoftegma

Questo re che è alla destra di Dio 
e partecipa della sua Signoria, 
non è uno di questi uomini successori di Davide, 
ma solo il nuovo Davide, 
il Figlio di Dio che ha vinto la morte 
e partecipa realmente alla gloria di Dio. 
E' il nostre re, che ci dà anche la vita eterna.

Benedetto XVI


FIGLI DI DAVIDE IN CRISTO PER REGNARE CON LUI SUL PECCATO


Oggi il Signore ci pone una domanda difficile, e sembra non risponde... Ci chiede che cosa pensiamo di quello che "dicono gli scribi" sul Messia. Ma che razza di domanda ci fai Signore, e proprio all'inizio di una giornata che neanche ti immagini. Mica sono un teologo, e nemmeno un esegeta eh... Che vuoi che interessi di quello che pensavano gli scribi duemila anni fa a me che devo vivere oggi; e poi, scusa, non li hai sconfessati in molte occasioni, definendoli ipocriti? Allora, abbi pazienza, ma ho un sacco di cose da fare. Non avevi proprio nulla di meglio da chiedermi? Sarebbe stato più carino interessarti di come va con mio marito, per esempio... E invece no fratelli, perché tutti siamo chiamati ad essere teologi ed esegeti! Ad ascoltare il "Logos", cioè "Dio" che ci ha "parlato" per mezzo di suo Figlio, e a conoscerlo sempre più profondamente attraverso la Scrittura, "tirando fuori" da essa la vita: "la vera es-egesi estrae dal testo il seme e lo trapianta facendolo fiorire" (G. Ravasi). E la domanda di Gesù ci riguarda proprio in tutti gli aspetti della nostra vita, anche i più marginali; con quel "come mai" ci chiede, infatti, la nostra concreta esperienza di fede, se cioè stiamo sperimentando che Lui è il Figlio di Davide, il Messia inviato dal Padre per salvarci. Ma Gesù ci conosce, e sa che anche noi, come probabilmente buona parte della folla "nel Tempio", la pensiamo come gli scribi. E sa che oggi avremmo fatto volentieri a meno di una domanda del genere, perché ci premono e preoccupano "le cose di quaggiù". Ecco, abbiamo già toccato il cuore della questione posta da Gesù. Gli scribi "dicevano" che il Messia sarebbe stato figlio di Davide secondo una linea rigorosamente geneaologica. Un messia umano insomma che avrebbe ristabilito il Regno di Israele come e meglio di Davide. Senti l'eco di questa visione messianica nel tuo cuore? Anche tu hai un regno insidiato e forse occupato da una potenza straniera, no? La suocera, per esempio, quella sì che è peggio dei Romani...
Ma Gesù ci ama, e per amore ci strattona con quel "come mai": "come mai dici di credere in me, e continui ad affannarti e a perdere la pace per i soldi?". Non è vero che Gesù non risponda agli scribi; la risposta, infatti è contenuta nella domanda, basta conoscere la Scrittura, e amarla, perché altrimenti sì che le domande che Gesù ci pone resteranno senza risposta, e la vita scorrerà senza senso. Dunque dov'è la risposta? Nel Salmo 110 che Gesù cita: "Dice il Signore al mio Signore, siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi". E' proprio questo salmo che contesta la posizione degli scribi e la nostra. Ci dice Gesù: "come possono dire gli scribi che il Messia sia figlio di Davide se Davide stesso gli riconosce una superiorità su di lui?". La Scrittura non può sbagliare e contraddire se stessa. In questo versetto, come del resto in tutto il Salmo, ci dev'essere la soluzione. Ma per trovarla dobbiamo anche noi essere "mossi dallo" stesso "Spirito Santo" che ha ispirato Davide nel comporre il salmo. Ecco il primo problema: Gesù sta dicendo che gli scribi non lo avevano, come probabilmente anche noi, nonostante si applicassero ogni giorno nello studio della Scrittura. Per questo abbiamo bisogno della Chiesa dove ricevere lo Spirito Santo per accostarci umilmente alla Parola di Dio e interpretare alla sua luce ciò che Dio vuol dirci. E che cosa ha ispirato a Davide lo Spirito Santo? Che il Messia sarebbe sì nato dalla sua discendenza, ma sarebbe stato "Signore del mio Signore", cioè anche Figlio di Dio: "Nella traduzione greca dei libri dell'Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè, YHWH, è reso con Kyrios. Da allora "Signore" diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di «Signore» per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio... perché egli è di «natura divina» e perché il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria" (Catechismo della Chiesa Cattolica n 446 ss). Lo ha esaltato dicendo appunto quello che aveva scritto Davide: "siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi". Si tratta di un'immagine del rito di intronizzazione, nella quale, sin dagli inizi, la Chiesa ha riconosciuto l'esaltazione di Gesù: il Padre innalza il Figlio facendolo sedere su un trono alla destra del suo. In comune con il Padre ha lo "sgabello", che in molti passi dell'Antico Testamento appare come "un'immagine applicata all'arca, trono visibile dell'invisibile presenza di Yahwè che amministra la giustizia schiacciando la perversità e il male" (G. Ravasi). Ma "i suoi nemici" sono anche "i nostri", la legione di demoni che ci insidiano. Gli stessi che ha combattuto Davide per intronizzare l'Arca in Gerusalemme e per difendere il Regno. Gesù dunque è "Figlio di Davide" anche perché compie in pienezza quello che nel Re era stato solo adombrato. Gesù, della discendenza di Davide, vincendo ogni nemico, cioè il peccato e la morte, ha introdotto l'Arca nel Santuario, ovvero la sua umanità nella Gerusalemme Celeste alla destra di Dio. E con la sua umanità anche la nostra, come scriveva San Paolo alla comunità di Efeso: "Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati,  da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù" (Ef 2). San Paolo non parla al futuro, ma al passato, dando per certo e compiuto anche in noi ciò che il Salmo 110 profetizzava del Messia. Ma allora, se questo è vero, cambia radicalmente tutta la nostra vita! Fratelli, dalla spesa al cancro terminale, in tutto siamo più che vincitori perché in tutto portiamo il seme di Vita eterna che il Signore ci dona nella sua Chiesa attraverso la Parola e i sacramenti, facendoci così partecipi del trionfo del Messia. Anche noi, rinascendo ogni giorno nel grembo di Maria Madre di Gesù e Madre nostra, diveniamo discendenti di Davide, signori nella nostra vita nel Signore che l’ha riscattata. Ecco dunque "come il figlio di Davide può essere Signore": regnando sulla nostra vita! Allora possiamo rispondere così alla domanda di Gesù: "credo che sei il Figlio di Davide! Credo e per questo ti prego di attirami a te sul tuo trono, sulla Croce, perché anch'io possa regnare con te mettendo a sgabello dei miei piedi gli idoli del mondo". 

giovedì 4 giugno 2020



αποφθεγμα Apoftegma

Centro dell’esistenza, 
la Legge di Dio chiede l’ascolto del cuore, 
un ascolto fatto di obbedienza non servile, 
ma filiale, fiduciosa, consapevole. 
L’ascolto della Parola 
è incontro personale con il Signore della vita, 
un incontro che deve tradursi in scelte concrete 
e diventare cammino e sequela. 

Benedetto XVI, Catechesi del 9 novembre 2011

IL DISCERNIMENTO PER CAMMINARE VERSO IL CIELO E' POSSIBILE SOLO IN CRISTO ATTRAVERSO LA COMUNITA'
Ci svegliamo un giovedì di giugno, stiamo per infilarci in uno dei tanti normalissimi giorni dell'anno, e forse non immaginiamo che oggi può diventare un giorno decisivo. Vediamo perché. Nel Vangelo appare di nuovo qualcuno che "si accosta a Gesù" per fargli una domanda. Ma stavolta sembra che ci sia qualcuno che cerchi davvero una risposta: "qual'è il primo di tutti i comandamenti?". In mezzo a tante domande trabocchetto finalmente ecco l'unica importante, alla cui risposta “nessuno oserà più interrogarlo”, neppure noi. Il termine "comandamento" ne traduce diversi ebraici che tra l’altro significano "una parola che affida un incarico". Secondo la tradizione di Israele, i comandamenti sono sempre "parole di vita, il cammino che conduce alla riuscita della vita attraverso il compimento della missione affidata. Lo vediamo anche in italiano: “co - mandare”, ovvero “mandare, inviare con” un incarico. La domanda dello “scriba” può significare: "Che cos'è decisivo e fondamentale nella vita? Quale è il cuore della missione che mi è affidata? Tra le tante che sento ogni giorno, qual'è la Parola che mi guida verso il Regno di Dio?". La nostra vita, infatti, è come una freccia scoccata dall'arco verso un obiettivo ben preciso. "Chet", uno dei termini ebraici che esprime il concetto di “peccato” significa "fallire il bersaglio"; in greco è tradotto con “hamartia”, che significa letteralmente “direzione sbagliata di vita”. Il peccato è dunque il fallimento dei propri obiettivi, un cammino contrario al compimento della propria vita. S. Agostino considera il peccato come un "bene che non ha raggiunto il suo fine". Secondo il Concilio Vaticano II è “una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza”. E’ quello che diciamo tante volte, magari senza accorgercene: “che peccato!”… Allora, chiedendo a Gesù quale sia il primo dei comandamenti, lo scriba è l’immagine di quella parte del nostro intimo che non è contaminata dalla menzogna. Anche oggi dovremo affrontare situazioni difficili e relazioni complicate, e potremmo reagire ribellandoci a Dio, oppure potremmo “ascoltare” questo Vangelo e convertirci, ovvero lasciare che “lo scriba saggio” che è in noi si “avvicini” a Gesù per chiedergli: “Signore, ti prego illuminami, che cosa c’è dietro a quello che mi accade? Qual’è il fondamento sul quale appoggiare i miei pensieri, le mie parole e i miei gesti per compiere la missione alla quale oggi mi chiami?”. Scopriremmo allora che questo giorno non è uno dei tanti usciti alla roulette della vita, ma è unico e irripetibile, e che ci è donato per fondare noi stessi sull’amore di Dio e così compiere l’incarico concreto che ci è affidato. Se sapremo porre umilmente a Gesù la domanda giusta e accogliere altrettanto umilmente la sua risposta, sapremo anche noi come lo scriba “rispondere saggiamente”, cioè amando, agli eventi e alle persone che oggi ci chiederanno risposte concrete in parole e gesti.


Gesù infatti ci risponderà che “il primo dei comandamenti” è un fatto, una verità che Dio stesso ha rivelato compiendola: Lui è l’unico Signore della nostra vita. Se questo fondamento scompare, l’amore verso di Lui e verso il prossimo che ne consegue diventa incomprensibile e quindi impossibile. Come si fa ad amare chi non si conosce? E tu lo conosci Dio? E’ facile rispondere: basta vedere se nella tua vita è “il primo” e “l’unico Signore”. No vero? Allora “ascolta!”: Dio ti ama così come sei! Ti ama oggi che ti sei svegliato schiavo di te stesso e della tua paura di morire. Ti ama infinitamente, come nessuno ti ha mai amato. Lo credi? Forse no, non sino in fondo almeno, perché non abbiamo ancora accettato di essere anche noi i peccatori che hanno crocifisso Cristo. Agiamo “per ignoranza” come quelli che scelsero Barabba, incapaci di comprendere che “il primo di tutti i comandamenti” si stava compiendo dinanzi a loro in quel Messia che si faceva Agnello. Ma non potevano comprenderlo senza riconoscere di essere peccatori, e che proprio per loro era necessario quell’Agnello, “l’unico” che potesse prendere su di sé i loro delitti e perdonarli. Perché l’amore a Dio e al prossimo è “il primo di tutti i comandamenti” solo per chi ha sperimentato di non poter amare a causa dei propri peccati e ha accettato di aver bisogno che Cristo lo perdoni e lo colmi del suo amore. Così è stato per lo scriba che ha compreso che l’amore “val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Egli certo ricordava il Salmo 40: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo, sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore”. Sapeva quindi di non poter fondare la propria vita sugli “olocausti”, e che i “sacrifici” offerti per il peccato non potevano di cambiare il suo cuore. Per questo Gesù dice allo scriba che ha “risposto con sapienza” e che “non è lontano dal Regno di Dio”. Non vi era ancora entrato, ma “aprendo gli orecchi” per “ascoltare” la Parola perché si incidesse nel suo cuore, era giunto alle sue porte. Voleva compiere la volontà di Dio e in questo “desiderio” incontra nel suo intimo Gesù che, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, aveva lo stesso “desiderio”. Proprio perché era “impossibile cancellare i peccati con i sacrifici… entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”. Con la sua saggia risposta lo scriba aveva deposto il suo desiderio nel desiderio di Gesù. Per entrare nel Regno non gli restava che accogliere lo Shemà compiuto per lui da Gesù, il “comandamento” che, nell’amore perfetto a Dio e al prossimo, “valeva più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Coraggio fratelli, oggi si schiude dinanzi a noi il Regno di Dio! Possiamo entrarvi attraverso la porta che è Cristo crocifisso, attraverso cioè gli eventi che ci crocifiggono perché solo in essi Egli potrà compiere in noi il “comandamento più grande”: amare Dio che “non vediamo”, quando sperimentiamo perfino l’abbandono del Padre, amando il prossimo che “vediamo”, debole e peccatore per dire con Cristo “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

mercoledì 3 giugno 2020

αποφθεγμα Apoftegma

Solo se la verità è Persona, 
essa può portarmi attraverso la notte della morte. 
Noi ci aggrappiamo a Dio – a Gesù Cristo, il Risorto. 
E siamo così portati da Colui che è la Vita stessa. 
In questa relazione noi viviamo anche attraversando la morte, 
perché non ci abbandona Colui che è la Vita stessa.

Benedetto XVI

VIVI NEL DIO CHE VIVE ARDENDO NELL'AMORE CHE NON HA FINE



A Gerusalemme Gesù è sotto indagine, come spesso nella nostra vita. Ieri la questione politica del "tributo a Cesare", oggi quella religiosa della "risurrezione". E in entrambi i casi Gesù risponde invitando i suoi interlocutori a guardare a Dio. E' Dio, infatti, che gli rende testimonianza. Ma i sadducei non “vanno” a Gesù per “credere e avere in Lui la vita”, perché “non conoscono le Scritture, né la potenza di Dio”. Infatti, non riscontrando nella Torah passi che affermino esplicitamente l'esistenza dell'uomo dopo la morte, negavano la resurrezione. Costituivano la classe nobile di Israele e appartenevano alla casta sacerdotale; alcuni loro membri avevano scritto la Torah, e per questo accettavano come ispirati solo i primi cinque libri della Legge. Ovvio che non accettassero i profeti che li richiamavano allo Spirito che dà vita alla Legge; avrebbe significato accettare di convertirsi… Ma proprio per questo rifiutavano “il potere di Dio” che, con la sua fedeltà e la sua misericordia infinita, si manifesta pienamente nella debolezza. E chi non ne ha l’esperienza “non conosce le Scritture”. Come appunto i sadducei che “non avevano letto nel libro di Mosè” ciò che lo Spirito Santo vi aveva scritto “a proposito del roveto” nel quale “Dio” stesso “parlò a Mosè” rivelandosi come “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”. Ma per i sadducei Abramo, Isacco e Giacobbe erano morti e sepolti sotto terra, come purtroppo anche loro. Si, perché essendo ricchi proprietari terrieri, per loro la loro vita era la terra, e si sa, “la terra è bassa e non vede cielo”… Non avevano tempo per “pensare alle cose di lassù” ma solo alla Legge, perché regolasse bene “le cose di quaggiù”, della terra appunto, che era il loro unico orizzonte. Avevano chiuso gli occhi sul Cielo, e ciò appare anche nel modo di “avvicinarsi a Gesù per interrogarlo” che evidenzia il loro “grande errore” nel discernere. “Non conoscendo il potere di Dio” nella loro vita pongono a Gesù una domanda che esprime tutta la loro disperazione di fronte alla morte, che nascondono dietro l’ironia. Prendono infatti spunto dal precetto del levirato registrato in Dt. 25,5-10 secondo il quale l’israelita era obbligato a sposare la moglie di un suo fratello morto senza nessun erede maschio, perché il suo nome “non si estingua in Israele” e non se ne perdesse l’eredità… Il denaro dunque, e quindi il “possesso”: “Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie”. Eccolo il “grande errore”! Se non c’è resurrezione, ogni relazione con le persone e le cose sarà solo di possesso. Ma se esiste la vita eterna allora cambia la prospettiva della vita terrena: se essa è orientata al Cielo in ogni relazione vi risplenderà un suo riverbero. Per questo Gesù pone davanti ai sadducei suo Padre, ovvero un Dio che è Padre, che ha una relazione con gli uomini che ha creato, nonostante i loro peccati. Il Dio che Israele ha imparato a conoscere proprio attraverso l’esperienza della sua Parola con la quale si è rivelato comunicando con loro, come accadde anche nell’episodio del “roveto”: proprio da quel roveto, che pur bruciando non si consuma, Dio rivela il suo Nome. Egli cioè lega la sua identità, il suo essere a quel roveto che persiste vivo nonostante lo avvolgano le fiamme. 

Così è Dio, che si rivela vivo nel suo amore che si fa storia di salvezza tra le fiamme del mondo; vivo nella sua fedeltà che non si esaurisce, e chiama, elegge e trascina con sé nel compimento del suo amore, generazione dopo generazione, “Abramo, Isacco e Giacobbe”. Vivo in Mosè, che da quel “roveto” Dio chiama per liberare, attraverso di lui, il suo Popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Dio e Mosè, Dio in Mosè, per compiere la Pasqua, l’esperienza che ha costituito Israele come Popolo, il suo fondamento che persiste nel tempo diventando contemporaneo per ogni generazione di Israel, che proprio a partire da questa esperienza di liberazione ha iniziato a credere nella risurrezione. E solo dopo questa esperienza Mosè è salito sul Sinai per ricevere la Torah. La Legge, dunque, nasce e si fonda proprio sull’esperienza della risurrezione fatta nella Pasqua. Capite dunque perché i sadducei fossero “in grande errore”: fondavano tutto sulla Legge alla quale però avevano tolto il fondamento. Ovvio che la loro domanda crollasse come un castello di sabbia… E proprio per questo il Vangelo di oggi è rivolto a noi che siamo ogni giorno insidiati dai vecchi e nuovi sadducei che vorrebbero indurci a dubitare della risurrezione per vivere spiaccicati sulla terra, seguendo i desideri della carne. Per noi che troppo spesso ci lasciamo sedurre dal demonio e assediamo Gesù e i suoi ministri, cercando con vani ragionamenti mondani la giustificazione per le passioni con cui usiamo il coniuge e la sessualità, e legittimare così la chiusura alla vita. Ma fratelli, Cristo è risorto! Lui è la Verità, cioè la resurrezione, la Via, cioè la Legge, e la Vita, cioè la vita eterna. Ascoltiamo oggi la predicazione della Chiesa, perché per credere e appoggiare la nostra esistenza sul “potere” di Cristo è fondamentale “conoscere le Scritture” nella retta interpretazione della Chiesa! Che cosa ci dicono oggi? Che quel “quando risusciteranno dai morti” riguarda anche noi: Gesù cioè ci sta dicendo che “quando” il suo perdono ci “risusciterà dalla morte” nella quale ci hanno condotto i nostri peccati, “non prenderemo moglie né marito, ma saremo come angeli nei cieli”. Sì, tu ed io , perdonati, saremo liberi dalle passioni e dalle concupiscenze, e potremo amare senza possedere nulla e nessuno, senza cioè chiedere alla moglie, al marito e ai figli la felicità che non ci possono dare. Nella Chiesa, infatti, Cristo ci rialza dalle cadute e sazia il nostro cuore trasfigurando nella sua resurrezione ogni relazione, perché, sapendo che “il tempo si è fatto breve e passa la scena di questo mondo”, possiamo vivere anche il matrimonio e la sessualità “come se non fossimo sposati” secondo la carne, cioè nella libertà e nel dono di se stessi che ne fanno una primizia della vita celeste.

martedì 2 giugno 2020


IL SANGUE DI CRISTO PURIFICA IN NOI L'IMMAGINE DEL PADRE PERCHE' RISPLENDA NELL'AMORE
sociale della Chiesa. Ma nella domanda che sorge dalla bocca di alcuni "farisei ed erodiani" si sente il sapore rancido dell'ipocrisia, mentre la trappola posta a Gesù è la stessa che il mondo e il demonio ci mette sempre davanti... Le tasse, infatti, sono un'infallibile liquido di contrasto iniettato nel nostro intimo. Non c'entra nulla l'onestà. C'entra la reazione che abbiamo di fronte all'obbligo di pagare una qualsiasi tassa, una multa o la quota condominiale. In fondo le sentiamo tutte come un'ingiustizia, e sale l'ira e la mormorazione, e perdiamo la pace. E sapete perché? Perché il mondo pone "ipocritamente" l'economia al centro dello sviluppo di una società, di una nazione e dell'individuo, facendo del sistema di tassazione la madre di tutte le felicità o infelicità, e nella questione del loro pagamento l'indice con cui giudicare moralmente le persone. Attenzione fratelli, perché nella valanga di notizie economiche che aprono i telegiornali e nell'indignazione feroce verso gli evasori fiscali, si nasconde la stessa "ipocrisia" che c'è in noi. Ehi, ehi, che dici? Ti metti a far politica? Vuoi dire che non pagare le tasse non è un peccato grave? No, sto solo dicendo che quando si parla e discute di "tasse", nove volte su dieci c'è "l'ipocrisia" che denuncia Gesù. "Ipocrita", infatti, è colui che vive una doppiezza di fondo, e fa di tutto per apparire per quello che non è. La domanda di quei "farisei" ed "erodiani" è "ipocrita" perché falsifica la realtà del loro cuore. Innanzitutto perché è posta "per coglierlo in fallo nel discorso". E poi perché, parafrasando la risposta di Gesù, scopriamo che essi "avevano dato a Cesare quello che è di Dio e a Dio quello che è di Cesare". E' questo quello che scopre e rivela Gesù. Proprio usando come trappola la questione delle tasse che bruciava sul vivo ogni ebreo che si sentiva vessato ingiustamente dai romani, rivelano che il loro cuore era avvelenato. Esattamente come accade a noi quando, sollecitati dalle notizie economiche, o quando discutiamo delle spese in famiglia e alla riunione condominiale, ci sentiamo oltremodo coinvolti. Mettila come vuoi, ma il denaro è al centro di tutto anche in noi. Il rapporto che abbiamo con esso, infatti, è l'immagine più fedele di quello che abbiamo con Dio nostro Padre. Se il primo è malato, cioè idolatrico, è perché ne abbiamo uno pessimo con Lui. Il denaro ci rappresenta il potere, la solidità, la forza, il prestigio, l'autorità. Esso significa autonomia, certezze, libertà, affetto e, spesso, amore. Non illudiamoci, il denaro è ben ancorato nei nostri cuori, e "l'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali". Per questo esso rivela la nostra ipocrisia: ci professiamo cristiani e figli di Dio, mentre parliamo e ci comportiamo da orfani, trasmettendo ai nostri figli e ai lontani dalla Chiesa una fede avariata che si è inchinata a mammona, tipica di chi adora il vitello d'oro. Portiamo in noi inscritta l'immagine celeste del Padre e viviamo come se Egli non esistesse e non provvedesse alla nostra vita. Questa è la grande "ipocrisia" madre di tutte le altre più o meno meschine con cui cerchiamo di tappezzare la nostra esistenza. Madre soprattutto di quella con cui ci avviciniamo a Cristo per "tentarlo", fingendo cioè di pregare perché ci spieghi cosa fare di fronte alle ingiustizie, mentre, nel cuore attaccato al denaro, abbiamo già deciso cosa sia "lecito" fare.



Ma anche oggi Gesù ci annuncia una buona notizia. Proprio perché è "veritiero, non si cura di nessuno" e "non guarda in faccia" alla nostra ipocrisia, ci "insegna la via di Dio secondo verità". E la prima verità è che il “tentatore”, il demonio ha usurpato il posto di nostro Padre. Per questo Gesù, “conoscendo la nostra ipocrisia”, ci chiede oggi di "mostrargli" la "moneta" che prendiamo a pretesto per "tentarlo" e "coglierlo in fallo"; ci dice cioè di "fargli vedere" la nostra vita di oggi e ci chiede: "di chi è l'immagine che vi è impressa, e l'iscrizione?", che è come dire: "a chi appartieni, a chi obbedisci, quali criteri stai servendo?". Fratelli, accettiamolo, seguiamo Cesare perché ci siamo "consegnati" al mondo, alla carne e al demonio. Esattamente come è avvenuto durante il processo a Gesù, quando è stato "consegnato" a Pilato che, nel nome di Cesare, ha approvato la condanna a morte decisa dal Sinedrio. Pensate a che contraddizione e schizofrenia ci ha spinto il demonio: ci siamo alleati con il mondo e il suo Cesare che ci tengono schiavi pur di condannare il "Giusto" che ci annunciava l'unica e autentica libertà; abbiamo scelto che ci fosse graziato il Barabba giustiziere e assassino che è in noi per giustiziare in Gesù l'unica forma "lecita" di usare del denaro, per rifiutare cioè la sola via per realizzare nella verità dell'amore la nostra vita. E Gesù, la moneta autentica che recava l'immagine perfetta del Padre, ha lasciato che l'infamia delle nostre accuse false contro Dio lo “consegnasse” a Cesare e alla Croce; ha lasciato cioè che, nel suo corpo, l'immagine di Dio scritta in ogni uomo perdesse ogni sembianza d'uomo e figlio di Dio, sino a diventare come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Ma proprio lì, nel momento in cui sperimentava l'abbandono del Padre, la cui immagine era completamente scomparsa, il suo sangue stava lavando definitivamente l'immagine falsa del mondo e di satana che in ciascuno di noi si era sovrapposta a quella originaria. Il suo sangue ha lavato il fango e il peccato e ha ridato lucentezza a quello che in noi sembrava perduto, ricreandoci come figli somiglianti all'immagine del Padre. Coraggio fratelli, lasciamo che anche oggi il sangue di Cristo giunga a noi attraverso la Chiesa e lavi l’ipocrisia e ci faccia vivere come figli di Dio.  Perdonati e risuscitati con Lui possiamo oggi dare a Dio quello che gli appartiene, ovvero tutta la nostra vita. Ogni istante, ogni pensiero, parola, gesto. I beni che ci affida per amare, i doni e i carismi con cui compiere la missione unica alla quale il Padre ci chiama. Anche le sofferenze, i fallimenti, le umiliazioni, le ingiustizie, le malattie, tutto quello che abbiamo ritenuto "illecito" e preso a pretesto per ribellarci contro Dio. Tutto purificato perché ogni istante della nostra esistenza divenga, nell'amore, un segno della bellezza nella quale ogni uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, "la bellezza che salverà il mondo". Altro che denaro, tasse, altro che chiacchiere e talk-shows inconcludenti, la vera e unica notizia è che non siamo più orfani ma figli di un Dio che ci dà la vita in abbondanza nella quale possiamo donarci a Lui e ai fratelli.

lunedì 1 giugno 2020

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CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA:
MARIA - MADRE DI CRISTO, MADRE DELLA CHIESA
963 Dopo aver parlato del ruolo della beata Vergine Maria nel mistero di Cristo e dello Spirito, è ora opportuno considerare il suo posto nel mistero della Chiesa. « Infatti la Vergine Maria [...] è riconosciuta e onorata come la vera Madre di Dio e del Redentore. [...] Insieme però [...] è veramente "Madre delle membra" (di Cristo), [...] perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra ». 523 « Maria, [...] Madre di Cristo, Madre della Chiesa ». 524
I. La maternità di Maria verso la Chiesa
Interamente unita al Figlio suo...
964 Il ruolo di Maria verso la Chiesa è inseparabile dalla sua unione a Cristo e da essa direttamente deriva. « Questa unione della Madre col Figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui ». 525 Essa viene particolarmente manifestata nell'ora della sua passione:
« La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: "Donna, ecco il tuo figlio" (cf 1 Gv 19,26-27)».526
965 Dopo l'ascensione del suo Figlio, Maria « con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa».527 Riunita con gli Apostoli e alcune donne, « anche Maria implorava con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già presa sotto la sua ombra nell'annunciazione».528
...anche nella sua assunzione...
966 « Infine, l'immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte ». 529 L'assunzione della santa Vergine è una singolare partecipazione alla risurrezione del suo Figlio e un'anticipazione della risurrezione degli altri cristiani:
« Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte». 530
...Ella è nostra Madre nell'ordine della grazia
967 Per la sua piena adesione alla volontà del Padre, all'opera redentrice del suo Figlio, ad ogni mozione dello Spirito Santo, la Vergine Maria è il modello della fede e della carità per la Chiesa. «Per questo è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa» 531 «ed è la figura (typus) della Chiesa».532
968 Ma il suo ruolo in rapporto alla Chiesa e a tutta l'umanità va ancora più lontano. « Ella ha cooperato in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell'ordine della grazia ». 533
969 « Questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell'annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. [...] Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice ». 534
970 « La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce [...] l'unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Infatti ogni salutare influsso della beata Vergine [...] sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia ». 535 « Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall'unica fonte ». 536
II. Il culto della santa Vergine
971 « Tutte le generazioni mi chiameranno beata » (Lc 1,48). « La pietà della Chiesa verso la santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano ». 537 La santa Vergine « viene dalla Chiesa giustamente onorata con un culto speciale. In verità dai tempi più antichi la beata Vergine è venerata col titolo di "Madre di Dio", sotto il cui presidio i fedeli, pregandola, si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità. [...] Questo culto [...], sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove »; 538 esso trova la sua espressione nelle feste liturgiche dedicate alla Madre di Dio 539 e nella preghiera mariana come il santo Rosario, « compendio di tutto quanto il Vangelo ». 540
III. Maria - icona escatologica della Chiesa
972 Dopo aver parlato della Chiesa, della sua origine, della sua missione e del suo destino, non sapremmo concludere meglio che volgendo lo sguardo verso Maria per contemplare in lei ciò che la Chiesa è nel suo mistero, nel suo « pellegrinaggio della fede », e quello che sarà nella patria al termine del suo cammino, dove l'attende, nella « gloria della Santissima e indivisibile Trinità », «nella comunione di tutti i santi» 541 colei che la Chiesa venera come la Madre del suo Signore e come sua propria Madre:
« La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino ». 542
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