Pagine

sabato 6 marzo 2021

 


Con tenerezza Egli guarda le tue mani e i tuoi piedi;
sente la tua voce, il battere del tuo cuore,
ode perfino il tuo respiro.
Tu non ami te stesso più di quanto Egli ti ama.
Tu non puoi fremere innanzi al dolore
come Egli freme vedendolo venire sopra di te,
e se tuttavia te lo impone,
è perchè anche tu,
se fossi davvero sapiente,
lo sceglieresti per un maggior bene futuro...

John Henry Newman
LA FESTA DELLA LIBERTA' CHE NASCE DALLA MISERICORDIA


"Bisognava far festa". Ma dov'è la festa nella nostra vita? Shows televisivi, discoteche, e alcool e droghe, e fine settimana sulla neve, e le liturgie delle domeniche allo stadio, e compleanni per stupire, e molto altro per ritrovarsi a festeggiare senza festa, mentre la vita rimane un angolo buio rischiarato ad intermittenza. L'incombere della fine, della morte, infatti, non ci abbandona neanche nei momenti più lieti: "Ora, soltanto se c’è una risposta alla morte, l’uomo può essere veramente contento. Ma, se esiste questa risposta, allora è essa l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa" (Joseph Ratzinger). Proprio la risposta alla morte è il cuore del vangelo di oggi, espressa nella gioia del ritrovamento del figlio da parte del Padre. Il figlio più giovane cercava la pienezza della vita, e per questo ha tagliato con suo padre allontanandosi dalla sua casa. Si è avviato però su un cammino che lo ha condotto alla morte. S'era perduto progressivamente esaurendo l'eredità ricevuta, perdendo con essa la sua identità, al punto di non riconoscersi più neanche come figlio. In casa lo era, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l'essere e il ruolo, era ed ora non è più. E' morto. Ma quello che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo, si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. Ritrova così un brandello della propria dignità, e una consapevolezza misteriosa lo fa sperare d'essere riaccolto. E rientra in se stesso. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato, era lì accanto a lui, non lo aveva limitato, aveva rispettato la sua libertà, anche a costo di vederlo precipitare nell'inferno. Il Padre non aveva smesso un istante di essere padre, anche mentre il figlio aveva rifiutato di essere figlio; ma, per quanto egli si fosse allontanato sfigurando la somiglianza con suo padre, era comunque rimasto suo figlio: proprio perché libero era figlio, anche se ha usato la libertà per farsi e fare del male: figlio libero di un Padre libero. E' questo il più grande paradosso che rivela l'essenza del cristianesimo: nell'abisso del male provocato dalla perversione della libertà appare più fulgido l'immutabile amore di Dio. Proprio perché creato a immagine e somiglianza del Dio libero, accanto al proprio compimento nell'amore, all'uomo si presenta sempre anche la possibilità di peccare interpretando e usando perversamente della libertà che lo fa somigliante al Creatore; come è accaduto ai progenitori, creato per amare nella libertà di chi nulla difende, sedotto dal demonio, l'uomo può peccare, "fallire il bersaglio" secondo l'etimologia ebraica del termine, difendendosi e chiudendosi agli altri per soddisfare le concupiscenze della carne. Ma se l'uomo è stato libero di rivolgersi contro il suo Creatore, Dio è libero di amarlo ancor di più, di guardarlo con una più grande misericordia, e con essa, strapparlo al destino di morte che si è preparato. Lo sguardo del padre che, nell'attesa, scrutava alla finestra il ritorno del figlio prodigo, era andato ben oltre l'orizzonte dove giunge l'occhio umano. Come la nube della Presenza-shekinà di Dio aveva accompagnato il Popolo sui sentieri dell'esilio, quello sguardo d'amore e gravido di misericordia aveva accompagnato il figlio con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio, infatti, non ha misura, supera infinitamente quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi, ai quali la parabola era rivolta. Essa risplende negli occhi del Padre che erano sempre stati fissi su quel suo figlio perduto, sino a farsi in lui memoria e nostalgia proprio mentre scendeva in quel letamaio dove era precipitata la sua vita. 

Figlio prodigo. Chagall
"Rientrando in se stesso" il figlio ritrova la traccia di quell'amore, un'ombra forse di quello sguardo paterno che lo attirava a sé. Confuso nel deserto della sua anima, il ragazzo percepisce la voce paterna che parla al suo cuore e lo fa "levare", risuscitare secondo l'originale greco, per tornare da lui. Non si riconosce più come figlio, ma riconosce il Padre. Di se stesso aveva ritrovato solo quell'ultimo brandello di dignità che lo legava alla vita, ma tanto è bastato. Non era importante chi e che cosa egli fosse diventato, quanto chi era suo Padre. Risuscitato dall'inferno il figlio si pone allora in cammino, sospinto nella conversione dalla memoria paterna riaccesa in lui dalla Grazia. E in quel cammino, a che punto non ci è dato sapere perché esso è quello pensato e diverso per ciascun uomo, il Padre accorre ad abbracciare e accogliere "il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita". In quell'abbraccio di misericordia si compie e materializza quello invisibile che lo aveva accompagnato istante dopo istante, impercettibile perché rispettoso della libertà del figlio. Tutti noi siamo questo figlio ferito, perduto e ritrovato perché egli è, innanzi tutto, immagine del Figlio di Dio crocifisso e trafitto da ogni peccato, perduto nell'oscurità della tomba, ritrovato nella risurrezione. Il Padre lo ha atteso al ritorno dagli inferi, e in Lui ha riabbracciato ciascuno di noi. La Madre, la Vergine Maria sotto la Croce, lo ha atteso, seguendolo nel suo strazio, e una spada a trapassarle l'anima senza però cancellare in Lei la certezza della risurrezione, come la Chiesa che ci segue senza disperare mai della nostra salvezza, anche quando non vogliamo avere nulla a che fare con lei. Nella Comunità dei figli perduti e ritrovati possiamo contemplare l'opera della misericordia di Dio capace di riaccendere la memoria della nostra identità; attraverso l'ascolto della Parola e della predicazione, i sacramenti e la dolcezza della comunione con i fratelli, possiamo "levarci" dalla morte, dal peccato e dal fallimento. In questo cammino di ritorno impariamo a vivere ogni relazione, ad essere padri e madri, figli, sposi e spose, amici, fidanzati: con gli occhi del cuore e della mente incollati invincibilmente su chi ci è vicino e si allontana, ci rifiuta, nelle piccole come nelle grandi cose, per seguirlo con amore e misericordia; senza smettere di riconoscere in lui l'identità di figlio libero di un Padre libero; senza dimenticare l'amore nel quale siamo stati riscattati e perdonati noi per primi, per attendere con pazienza la sua conversione, fosse anche sino all'ultimo istante della vita, nella speranza che è certezza della vittoria di Dio su ogni peccato. Siamo chiamati a guardare tutti con il cuore immerso nella festa del perdono paterno, sperando e desiderando per chi ci è accanto la stessa gioia che non ha fine, riconoscendo nei loro passi il cammino che ad essa conduce, accompagnando l'abbraccio misericordioso e paziente del Padre che non abbandona nessuno.

venerdì 5 marzo 2021

 



L'ESODO DAL POSSESSO AL DONO
L'unico peccato che non sarà perdonato in eterno è quello contro lo Spirito Santo, il quale, nel Vangelo di oggi, si rivela come pazienza, longanimità. Essa non ha riscontri nel mondo, che ha misure sempre molto ristrette quando si tratta di giudicare. Ma Dio non è un uomo. Di fronte a tanta ostinazione violenta, la risposta di un amore umanamente ingiustificato; mentre il male giunge al suo limite, la misericordia di Dio si espande oltre ogni limite, rivelandosi infinita come è infinito Egli stesso. Al crescere della violenza dei vignaioli corrisponde un aumento di misericordia, sino a raggiungere l'estremo, la consegna di se stesso nella persona del Figlio. La pazienza che appare nella parabola è sconvolgente. Ci si sarebbe aspettato un altro atteggiamento, quello che conosciamo per esperienza. Giusto un po' di pazienza per non compromettere le relazioni, estesa a seconda dell'intimità delle persone coinvolte, ma per il resto, confini ben presidiati. Non riserviamo certo la stessa dose di pazienza che abbiamo con nostro figlio al collega che trama contro di noi. Ma anche la pazienza per un figlio ha i suoi limiti. E non cresce esponenzialmente in corrispondenza dell'aumento della violenza dell'altro. Piuttosto va assottigliandosi, sino a tramutarsi in ira, come uno scudo eretto a difesa di sani principi e di ruoli paterni e materni nella migliore delle ipotesi, ma che più spesso si risolve in vendetta moltiplicata. Il nostro cuore segue i ritmi dei fast food, consuma veloce le passioni, non importa come siano. Non possiamo pazientare, vi è in noi come un impulso teso ad abbrancare subito i risultati sperati, normalmente quelli che, illusoriamente, crediamo che ci spettino di diritto; più spesso quelli che, siamo convinti, ci siano stati sottratti ingiustamente. Padri e madri dei "nativi digitali" vediamo restringersi i tempi di attesa, esattamente come accade con i computer; stiamo scivolando rapidamente nell'era dei post-pc, e anche le relazioni si modellano sui tablet: "pazienza touch", un "tocco" o, addirittura, un comando vocale e tra poco, chissà?, un semplice pensiero e chi ci è prossimo è chiamato a sforzi sovrumani per rispondere alle nostre aspettative. Chat e tweet strozzano le relazioni nel cappio di brevi, secchi e rapidi messaggi. Niente elaborazione e approfondimento, rapporti che scivolano sulle onde dei sentimenti e delle passioni, senza spazio per la pazienza del sacrificio, dell'attesa, della misericordia. Senza accorgercene, siamo precipitati nel buio di una comunicazione che si muove in spazi e tempi ridotti all'osso, inadeguati alle capacità e alle possibilità dell'uomo. La tecnologizzazione selvaggia cui stiamo sottoponendo la società coinvolge, purtroppo, anche il suo nucleo originale, la rete di relazioni affettive tra genitori e figli, mariti e mogli, fidanzati, amici. Ci si "parla" in un lampo, lo spazio di un polpastrello a sfiorare uno schermo, ed è come se avessimo raccontato, spiegato, chiesto e ottenuto. Non vi è spazio per l'attesa e la pazienza, e così assassiniamo la speranza, perché la pazienza è sempre figlia della speranza. Il Vangelo di oggi è un'immagine fedele della nostra vita, sorprendentemente attuale e profetica su quanto sarebbe accaduto duemila anni dopo. Una vigna che è un seno materno, curato e difeso, opera di un Dio pieno d'amore, provvidente e infinitamente generoso; una vigna come le viscere di una madre, piantata nella storia come il segno vivido e bello di un Dio proteso a creare qualcuno capace di partecipare del suo stesso essere Dio, del suo amore fecondo e creativo. Una vigna come un utero fecondato dallo Spirito Santo, Ruah di Dio effuso sulla carne perché produca i suoi frutti squisiti: "I frutti dello Spirito sono perfezioni che lo Spirito Santo plasma in noi come primizie della gloria eterna. La tradizione della Chiesa ne enumera dodici: "amore, gioia, pace, pazienza, longanimità, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, continenza, castità" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1832). Nell'Antico Testamento la vigna indica Israele sulla cui radice è cresciuta la Chiesa, e poi ciascuno di noi, eletto per rivelare Dio a un mondo che non lo ha conosciuto o lo ha rifiutato. I frutti sono i segni del suo amore fatto carne visibile e offerta perché sia accolta con essa la salvezza. Per questi frutti Dio ha preparato tutto, esattamente come ha fatto con la Vergine Maria, la "piena di Grazia" per offrire la mondo ogni Grazia. Per questi frutti Dio ha avuto una pazienza infinita. In gioco infatti, è la salvezza di ciascun uomo di ogni generazione. In questo contesto occorre ascoltare la parabola: tutto quello che in essa accade rivela l'ostinato amore di Dio per ogni uomo, testimoniato dall'importanza assoluta che per il "Padrone" hanno i frutti della vigna. Per essi è disposto a sacrificare tutto, persino se stesso. Quei frutti, infatti, sono la sua mano distesa a cercare e a salvare, non può restare ferma e inattiva. Ad ogni frutto non raccolto corrisponde un uomo cui è stata sottratta la possibilità di salvarsi. I vignaioli non devono far altro che custodire e consegnare i frutti per i quali il Padrone ha investito tutto. E, invece. sorgono in loro invidia, omicidio, concupiscenza, in un parossismo di violenza che non ha fine. I vignaioli sono preda di una carne schiava, imprigionata dalle passioni, che esplode al momento del raccolto, quando si debbono fare i conti. Dare e avere, questo l'angusto limite nel quale i vignaioli avevano chiuso il loro sterile rapporto con il padrone, giocato sulle convenienze, senza un briciolo di amore. I loro occhi erano accecati dall'inganno più feroce, quello sussurrato dal serpente ai piedi dell'albero della vita, secondo il quale Dio non è amore, ma solo leggi, e sbarramenti, e tabù, e ingiustizie. E se Dio non è amore, allora niente amore in nessuno, l'equazione è fin troppo semplice, e il risultato è inevitabilmente quello di lottare per diventare come dio. E giù violenza, apparentemente senza senso, senza moventi, se non quelli d'un veleno che scorre impazzito nelle vene, nei cuori e nelle menti. Tutto è avvelenato perché qualcuno aveva rubato dal cuore dei vignaioli il senso più profondo della loro vita, della missione loro affidata. Così come per ciascuno di noi quando, per l'inganno del demonio, smarriamo l'ambito nel quale siamo stati chiamati alla vita, l'unicità della nostra vocazione e confondiamo tragicamente l'amore con il possesso, il dono con l'appropriazione, la Grazia con l'esigenza.
Siamo nati per dare i frutti, non per saziarci di essi. Essi non ci appartengono, ci sono donati per la salvezza di coloro ai quali è destinata la nostra vita: marito, moglie, figli, amici, fidanzati, colleghi, chiunque, sino ai nemici. Appropriarcene significherebbe finire con l'uccidere, con violenza senza limiti, se stessi prima e chi ci è intorno poi. Ma Dio non si arrende. E ci viene a cercare, e ad ogni peccato - sempre figlio dell'orgoglio assassino - risponde con più amore. Più servi inviati, più Grazia, più misericordia. Apostoli, catechisti, presbiteri, e fratelli, amici, genitori, la Chiesa intera ad annunciarci la Verità, l'amore di Dio per il quale esistiamo. Sino al sacrificio di suo Figlio, l'amore estremo, folle, per ciascuno di noi, per ogni uomo. Dio non ha altra pedagogia che questa pazienza intrisa di misericordia, senza misura, per salvare ad ogni costo chi gronda violenza oltre ogni limite. Perché Dio ama davvero, conosce la debolezza, non si scandalizza, sa che l'unica risposta al male iniettato dal demonio è un amore più grande, sino al corpo del suo Figlio, offerto in sacrificio, sperando che almeno Lui sia accolto. Ma niente, il peccato è troppo grande, l'avidità ha reso insensibili e ciechi i vignaioli oramai schiavi del nemico; e il Figlio giace appeso ad una Croce, lì, fuori della vigna, rifiutato insieme alla missione che il Padrone aveva loro affidata. E tutta la violenza, i peccati, gli inganni vengono caricati sulle sue carni. Eccolo muto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori. Ecco la pietra scartata dai costruttori di imperi di carta, avidi di potere e vana-gloria. Solo, gettato in preda all'inferno. E, nella solitudine riservata al capro espiatorio il giorno di Yom Kippur, svela l'amore autentico che si carica spontaneamente d'ogni peccato, amore consumato e compiuto nel perdono, di cui la risurrezione ne è la prova. L'ultimo divenuto primo, il rigettato divenuto testata d'angolo. E' questa l'opera di Dio, ed è una meraviglia agli occhi degli uomini che conoscono solo il male e la vendetta quale unica risposta possibile. L'opera di Dio ha dell'incredibile, eppure è proprio ciò che tutti aspettiamo e non osiamo sperare: lo tsunami di morte infranto su di un legno. La malizia del nostro peccato, quella violenza che giace sotto la cenere dei giorni che sembrano sempre uguali, passati a mormorare, a giudicare, tramando rivincite e riscatti, il fuoco che s'impenna alla resa dei conti, quelle fiamme d'ira che ci travolgono, finalmente spente nelle viscere di misericordia di chi ci ama davvero, senza condizioni. In questo amore si rivela la vittoria della pazienza infinita di Dio: noi, vecchi coltivatori fraudolenti e assassini, rinnovati nel Suo sangue per poter consegnare i frutti a suo tempo. Così, "il regno di Dio strappato" al nostro uomo vecchio per "essere consegnato" all'uomo nuovo, ricreato nella nuova ed eterna Alleanza siglata nel sangue di Cristo, perché dia i frutti di salvezza predisposti per ogni uomo. Siamo tutti frutti della pazienza di Dio. In essa siamo stati allevati, custoditi, accompagnati; nella sua pazienza abbiamo conosciuto le insondabili possibilità di male del nostro cuore ingannato, e le infinite possibilità di amore dello stesso cuore quando è ricolmo di Spirito Santo. La pazienza di Dio ha ragione di ogni peccato, e ci attira nei suoi ritmi, ci strappa al parossismo delle concupiscenze e dei "rapporti formato tablet", rivelandoci il senso profondo della nostra vita e di quella del nostro prossimo. La longanimità di Dio ci "abitua" ad attendere e a sperare i frutti per i quali Egli stesso ha operato tutto, in noi e negli altri. Ci eleva al di sopra del contingente e della fame di risultati e riscontri, conducendoci a pazientare, a offrire noi stessi in sacrificio per avere ragione dei peccati e delle perversioni degli altri. La pazienza di Dio ci fa guardare chi ci è accanto fissando il frutto che è chiamato a dare, operando in tutto perché possa accogliere l'amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo. La pazienza di Dio ci fa pazienti, segno della sua longanimità che, sola, è capace di attirare e salvare. Siamo su questa terra come Noè nel bel mezzo della vita stolta del mondo e del diluvio che spazza le false certezze e i peccati che ne scaturiscono: crocifissi sul Legno, mentre tutti scappano dalla realtà deridendo chi spera amando invincibilmente, perché sia rivelata al mondo la magnanimità di Dio, nell'attesa che ogni uomo che giace imprigionato nelle ragnatele della menzogna, possa incontrare la salvezza annunciata dal Figlio gettato fuori e disceso sino agli inferi: "Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua..." (1 Pt. 3, 18-21). La santa umiltà di Cristo nella quale risplende la pazienza del Padre è l'unica salvezza capace di scendere all'inferno del male. In Lui germoglia il frutto più dolce, l'amore che si dona senza riserve. Il cristianesimo e la nostra vita hanno senso solo in questo amore gratuito. Vivere non è altro che lasciarsi amare gratuitamente, abbandonati completamente a Lui, per divenire, istante dopo istante, frutti nel Frutto, offerti a chi giace nell'ombra e nelle tenebre dell'odio e della morte.

giovedì 4 marzo 2021

 

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31)

In questa storia ci troviamo un’altra volta di fronte a due figure contrastanti: il ricco che gozzoviglia nella sua agiatezza e il povero che non può nemmeno afferrare i bocconi che i ricchi crapuloni buttano dal tavolo, i pezzetti di pane con cui i commensali, secondo il costume del tempo, si pulivano le mani e che poi buttavano via. I Padri, in parte, hanno inquadrato anche questa parabola nello schema dei due fratelli applicandola al rapporto tra Israele (il ricco) e la Chiesa (il povero Lazzaro), perdendo però in questo modo la tipologia completamente diversa che qui è in gioco.


Lo si vede già nella differente conclusione. Mentre i testi sui due fratelli restano aperti, terminando come domanda e invito, qui viene descritta la fine irrevocabile di entrambi i protagonisti.

Come sfondo che schiude a noi la comprensione di questo racconto dobbiamo considerare la serie di Salmi nei quali si leva a Dio il lamento del povero che vive nella fede in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti ma conosce solo sventura, mentre i cinici che disprezzano Dio passano da un successo all’altro e godono tutta la felicità della terra. Lazzaro fa parte di quei poveri, la cui voce udiamo per esempio nel Salmo 44: «Ci hai resi la favola dei popoli, su di noi le nazioni scuotono il capo. […]Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello» (v. 15-23; cfr. Rm 8,36). L’antica sapienza di Israele si fondava sul presupposto che Dio premia il giusto e punisce il peccatore, che cioè al peccato corrisponde l’infelicità e alla giustizia la felicità. Almeno dal tempo dell’esilio, questa sapienza era entrata in crisi.

Non solo Israele come popolo nel suo insieme pativa più dei popoli che lo circondavano, che lo avevano costretto all’esilio e lo opprimevano, anche in ambito privato diventava sempre più evidente che il cinismo è vantaggioso e che, in questo mondo, il giusto è destinato alla sofferenza. Nei Salmi e nella tarda letteratura sapienziale assistiamo alla faticosa ricerca di sciogliere questa contraddizione, a un nuovo tentativo di diventare «saggi», di comprendere la vita in modo corretto, di trovare e intendere in modo nuovo Dio, che sembra ingiusto o del tutto assente.

Uno dei testi più penetranti di questa ricerca, il Salmo 73, sotto certi aspetti può essere considerato come lo sfondo culturale della nostra parabola. Vediamo quasi stagliarsi innanzi a noi la figura del ricco epulone, del quale l’orante – Lazzaro – si lamenta: «Ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Non c’è sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono l’affanno dei mortali […]. Dell’orgoglio si fanno una collana […]. Esce l’iniquità dal loro grasso […]. Levano la loro bocca fino al cielo […]. Perciò seggono in alto, non li raggiunge la piena delle acque. Dicono: “Come può saperlo Dio? C’è forse conoscenza nell’Altissimo?”» (Sal 73,3-11).

Il giusto sofferente guarda Dio

Il giusto che soffre e vede tutto ciò corre il pericolo di smarrirsi nella sua fede. Davvero Dio non vede? Non sente? Non lo preoccupa la sorte degli uomini? «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore […]poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. […]Si agitava il mio cuore» (Sal 73,13s.21). Il cambiamento improvviso sopraggiunge quando il giusto sofferente nel santuario volge lo sguardo verso Dio e, guardandolo, allarga la sua prospettiva. Adesso vede che l’apparente intelligenza dei cinici ricchi di successo, osservata alla luce, è stupidità: questo genere di sapienza significa essere «stolti e non capire», essere «come una bestia» (cfr. Sal 73,22). Essi rimangono nella prospettiva delle bestie e hanno perduto la prospettiva dell’uomo che va oltre l’aspetto materiale: verso Dio e la vita eterna.

A questo punto ci tornerà alla memoria un altro Salmo, in cui un perseguitato dice alla fine: «Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli […]. Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza» (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà.

Di questo destarsi nella preghiera parla il Salmo 73. Ora, infatti, l’orante vede che la tanto invidiata felicità dei cinici è solo «come un sogno al risveglio»; vede che il Signore, quando sorge, fa «svanire la loro immagine» (Sal 73,20). E adesso l’orante riconosce la vera felicità: «Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. […] Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. […] Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,23.25.28).

Queste non sono soltanto belle parole per far sperare nell’aldilà, bensì è il destarsi alla percezione della vera grandezza dell’essere uomo, della quale naturalmente fa parte anche la vocazione alla vita eterna.

Ogni invidia è superata

Con ciò solo apparentemente ci siamo allontanati dalla nostra parabola. In realtà, con questa storia il Signore ci vuole introdurre proprio nel processo del «risveglio» che ha trovato la sua espressione nei Salmi. Non si tratta di una condanna meschina della ricchezza e dei ricchi, generata dall’invidia. Nei Salmi su cui abbiamo brevemente riflettuto ogni invidia è superata: anzi, all’orante si rende ovvio che l’invidia per questo genere di ricchezza è stolta, perché egli ha conosciuto il vero bene.

Dopo la crocifissione di Gesù incontriamo due uomini benestanti – Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – che hanno trovato il Signore e sono persone che stanno «risvegliandosi». Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza, ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene. E così, anche se ciò non si trova nel testo, possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto, che nei suoi stravizi voleva solo soffocare il vuoto che era in lui: nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua. Naturalmente questa parabola, risvegliandoci, è al contempo anche un’esortazione all’amore che dobbiamo donare ora ai nostri fratelli poveri e alla responsabilità nei loro confronti – su ampia scala, nella società mondiale – così come nell’ambito ridotto della nostra vita di tutti i giorni.

La richiesta di segni

Nella descrizione dell’aldilà, che segue poi nella parabola, Gesù si attiene ai concetti correnti nel giudaismo del suo tempo. Pertanto non è lecito forzare questa parte del testo: Gesù adotta gli elementi immaginifici preesistenti senza con questo elevarli formalmente a suo insegnamento sull’aldilà. Approva, tuttavia, chiaramente la sostanza delle immagini. Pertanto non è privo d’importanza il fatto che Gesù riprenda qui le idee dello stato intermedio tra morte e risurrezione, che ormai erano diventate patrimonio comune del giudaismo. Il ricco si trova nell’Ade come luogo provvisorio, non nella «geenna» (l’inferno), che è il termine per lo stato definitivo.

Gesù non conosce una «risurrezione nella morte». Ma, come detto, non è questo il vero insegnamento che il Signore ci vuole trasmettere con questa parabola. Come ha illustrato in modo convincente Jeremias, si tratta piuttosto, in un secondo vertice della parabola, della richiesta di segni.

L’uomo ricco dice dall’Ade ad Abramo quello che, allora come oggi, tanti uomini dicono o vorrebbero dire a Dio: se vuoi che ti crediamo e che conformiamo la nostra esistenza alla parola di rivelazione della Bibbia, allora devi essere più chiaro. Mandaci qualcuno dall’aldilà che ci possa dire che è davvero così. Il problema della richiesta di segni – la pretesa di una maggiore evidenza della rivelazione – pervade l’intero Vangelo. La risposta di Abramo, come, al di fuori della parabola, quella di Gesù alla richiesta di segni da parte dei suoi contemporanei, è chiara: chi non crede alla parola della Scrittura, non crederà nemmeno a uno che venga dall’aldilà. Le verità più sublimi non possono essere costrette alla stessa evidenza empirica che, appunto, è propria solo della dimensione materiale.

Abramo non può mandare Lazzaro nella casa paterna dell’uomo ricco. Ma ora ci viene in mente una cosa che ci colpisce. Pensiamo alla risurrezione di Lazzaro di Betania, narrata nel Vangelo di Giovanni. Che cosa succede? «Molti dei Giudei […]credettero in lui», ci racconta l’evangelista. Vanno dai farisei e riferiscono l’accaduto. Il Sinedrio si riunisce per discuterne. La faccenda, in quella sede, viene considerata sotto l’aspetto politico: un movimento del popolo, che può risultarne, potrebbe chiamare in causa i romani e generare una situazione pericolosa. Così si decide di uccidere Gesù: il miracolo non porta alla fede bensì all’indurimento (Gv 11,45-53).
Benedetto XVI



IL CAMBIO DI MENTALITA' CHE OPERA LA GRAZIA PER APRIRE GLI OCCHI DEL NOSTRO CUORE SUL DOLORE DI CHI CI E' ACCANTO
Tutto annuncia il Signore. Ogni Parola rivela l'unico evento capace di strappare l'uomo ad un'esistenza distesa tra vizi e lussi anestetizzanti, prigioniera dell'avere e del possedere in questa vita, perché un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso. Mentre appare un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nellamendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" (don Luigi Giussani, Testimonianza durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe - le ferite del peccato, della vita e della debolezza - perché le piaghe di Cristo ci guariscano. Solo nel Vangelo, l'annuncio profetizzato da "Mosè e dai Profeti", vi sono la Vita e la salvezza; ascoltare e credere alla Buona Notizia dell'amore di Dio, piagato della passione infinita è l'unica possibilità che ci è offerta per accedere al Paradiso. Ma, purtroppo, anche se in questo istante apparisse Cristo risorto, nel mondo, e forse anche in noi, non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. Perché è l'ascolto della predicazione la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. La Pasqua eterna, come rivela l'intera Scrittura, non è un evento circoscritto ad un istante: annunciata e preparata, essa si realizza lungo l'intero arco della Storia della salvezza, sino alla pienezza dei tempi, quando il Signore, entrando nella morte, ve ne esce vittorioso. Così è anche per ciascuno di noi. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione alla Pasqua ultima, attraverso la quale ci saranno dischiuse le porte del Paradiso. La stessa Quaresima è un segno che ci aiuta a comprendere con saggezza la nostra vita: esistono inferno e paradiso, li possiamo sperimentare nei quaranta giorni di questo tempo penitenziale, immagine dei quarant'anni passati da Israele nel deserto, il tempo della vita di un uomo, di ciascuno di noi in questa terra dove si presentano ogni giorno dinanzi ai nostri occhi la vita e la morte; la predicazione del Vangelo anticipa il giudizio finale offrendoci la possibilità di accogliere la Grazia nella quale scegliere la vita e procedere sicuri verso il Paradiso, prendendo su di noi la Croce che, come una chiave, ce ne dischiuderà le porte. Nel deserto della nostra esistenza il Signore ci invita ogni giorno ad ascoltare la sua voce e a non indurire il cuore; oggi, infatti, è come quell'oggi del ladrone crocifisso accanto a Gesù: dall'inferno che lo stava ghermendo, ha fissato il Signore, ha mendicato il suo perdono. Peccatore tra i peggiori, inchiodato alle conseguenze atroci dei suoi crimini, gli si era dischiusa dinanzi, ancora una volta, la via della vita e quella della morte, definitive entrambe stavolta. Proprio in quel momento drammatico nel quale si giocava il suo destino eterno, la Grazia della fede che, nonostante i suoi peccati, aveva di sicuro conservato, magari goffamente e maldestramente, per l'infinita misericordia del Padre si ravviva e gli si offre come l'estrema ancora di salvezza: aggrappandosi ad essa i suoi occhi tumefatti si schiudono nella sua luce celeste, e vedono Gesù già vittorioso nel suo Regno, ancor prima di Pietro e degli apostoli che dovranno aspettare la sera di Pasqua; così, con il fiato rimasto per esalare l'ultimo respiro, professa la sua fede riconoscendo il Signore, il Messia inviato da Dio, in quel condannato ingiustamente alla sua stessa pena, supplicandone la memoria - "ricordati di me" - di quel suo povero fratello "giustamente" giustiziato. Crocifissi dalle nostre ingiustizie, dall'inferno che stiamo assaporando oggi, siamo ancora in tempo per guardare al Signore, per indurlo a ricordarsi di noi. Il cammino al Paradiso passa per quest'oggi, e domani e ogni giorno: non v'è altro atteggiamento adeguato alla speranza del perdono e della vita eterna che quello di posare lo sguardo del cuore su Cristo crocifisso per i nostri peccati, appoggiati sulla fede nel suo amore che allarga gli orizzonti, sino ad intercettare il Cielo tra le pieghe del dolore: e mendicare, gridare, pregare, cercare il Paradiso perduto, perché "nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua" (Benedetto XVI). Fermarsi nell'inferno, mormorare e ribellarsi alle presunte ingiustizie, continuare a gonfiarsi di "porpore e bisso", i beni del mondo, nell'illusione che siano essi a riscattarci, significherebbe chiudersi orgogliosamente la porta del Paradiso.
La povertà di Lazzaro infatti, è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, ecco l'inganno che ci impedisce d'essere felici e di gustare la beatitudine riservata ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla su questa terra ma che possiedono già le primizie del "seno di Abramo". La parabola disegna le due facce della nostra vita, e le mette nel loro giusto ambito. Ciascuno di noi è, al contempo, il povero Lazzaro e il ricco epulone. Quello che nel mondo è degno di onore, la "qualità della vita" idolatrata al punto di sopprimere ogni vita "non degna di essere vissuta" come quella del povero Lazzaro, i "beni" ricevuti dal ricco sono, agli occhi di Dio, l'anticipo dell'inferno. Quello che nel mondo è disprezzato, ignobile, indegno, è, per la Sapienza della Croce, il giardino che circonda il Paradiso, primizia della vita celeste. La povertà, la debolezza, i "mali ricevuti" costituiscono la via che ci è data per entrare nel Regno dei Cieli; i "beni" invece, spengono ogni nostalgia di verità e amore, chiudono il cuore e divengono, quando idolatrati e fatti scopo della vita, un inferno che uccide senza farcene accorgere. La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini, traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah», i «poveri di cuore», «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» (Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura. I poveri di Yahwé. Il termine usato da Matteo è pitokoi, da cui deriva pitocco, miserabile. A loro Gesù è inviato come Messia e Salvatore, ma non come un semplice ambasciatore latore di un messaggio; Dio ha, invece, voluto incarnare se stesso nell'estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente ha assunto la nostra natura di poveri Lazzaro: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante, ingannata e dispersa rincorrendo i beni di questo mondo. E' Gesù piagato dalle frustate che "brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa", che desidera ardentemente mangiare con noi la Pasqua raccogliendo i frammenti nei quali abbiamo lacerato la nostra vita, donataci come cibo da spezzare e donare agli altri sulla mensa della storia, e, invece, buttata via banchettando lautamente per saziare ogni concupiscenza. Gesù si è fatto Lazzaro perché potessimo riconoscere la nostra realtà, e per poter bussare al nostro cuore vestito della stessa nostra debolezza e svegliarci così dal torpore di una vita consegnata al denaro, al potere, agli affetti malati, agli idoli di questo mondo, adorati dai governi e dai condomini, dalla grande finanza come da ciascuno di noi, avari e avidi. Fuggendo dal luogo che ci appartiene, l'estrema povertà e l'infinito bisogno della creatura, ci chiudiamo irrimediabilmente alla Grazia. Convertirsi è, dunque, in questa Quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. La via che conduce alla morte è quella dove affannarsi per prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, per saziarsi di fumo e precipitare nel vuoto eterno che è l'inferno. La via che conduce alla Vita invece è quella tracciata dalla fede che fissa il Cielo e il Signore risorto, accettando di essere, in questa terra, un povero mendicante che può solo tendere la mano alla misericordia di Dio. E' questo l'unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia alla luce della fede adulta che illumina il Paradiso nelle "piaghe" di ogni giorno: "Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli ... Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol.I). Siamo chiamati a vivere come la donna siro-fenicia che, dal fondo dell'inferno in cui viveva per l'impossibilità di curare sua figlia, si "risveglia" alla presenza di Gesù, la Verità che illumina di speranza la sua realtà, mendica una briciola del suo amore, senza vergognarsi della sua indegnità. Così un matrimonio sarà vero e autentico nella misura in cui entrambi i coniugi vivranno nella verità della mendicanza che fa liberi, non si vergogna della propria fragilità che spinge senza posa al soddisfacimento delle concupiscenze, ma la consegna con audacia, fede e speranza alla Carità infinita di Dio. Così ogni relazione, così il lavoro e lo studio, ogni vicenda vissuta come Lazzaro, mendicando l'amore che perdona, sana e innalza alla destra del Padre: "Dio ha cura, non solo della nostra salvezza, ma anche del nostro onore. E per un vero accesso d’amore, Egli sacrifica la sua gloria alla nostra, osano dire i Padri. E sceglie la soluzione più gloriosa per noi, la più dolorosa per Lui: la croce. Non verrà come donatore, ma come mendicante, non come creditore, ma come debitore; non verrà per dare, ma per ricevere: ricevere da noi di che pagare la nostra salvezza, così che tale salvezza sia interamente nostra, annientandosi, sprofondando in noi: exinanivit. Raffinatezza di delicatezza e d’amore che di più non si può. «Egli ha ricevuto da noi ciò che doveva offrire per noi, dice sant’Ambrogio, al fine di riscattarci del nostro e di darci del suo, con una munificenza divina che non era nostra. Lo sapete, è del nostro che ha offerto in sacrificio. Infatti, qual è stata la causa dell’incarnazione se non che la carne che aveva peccato fosse essa stessa lo strumento del suo riscatto?" (G. Lacouague, Notre Dame de nos prières)

mercoledì 3 marzo 2021

 


BERE AL CALICE DI GESU' CHE CI PURIFICA E CONSACRA NEL SUO STESSO SERVIZIO PER OGNI UOMO
“C’è però una ferita nel cuore, per cui nell’uomo qualcosa si distorce ed egli non riesce con le sue sole forze a permanere nel vero, ma fissa l’attenzione in cose particolari e limitate. Il disegno originario, ciò per cui l’uomo è creato, è stato alterato dall’uso arbitrario della libertà; gli uomini tendono così ad un particolare che, sganciato dal tutto, viene identificato con lo scopo della vita… Uscire da questa parzialità non è nelle nostre mani: nessuno di noi riesce da solo a riportarsi ad uno sguardo vero sul reale” (L. Giussani, Generare tracce). Chiamati a libertà sperimentiamo d’essere schiavi di noi stessi, come "obbligati" alla parzialità delle nostre idee, dei nostri giudizi, dei nostri pensieri, dei nostri progetti, delle ore, dei minuti, delle parole, delle “nostre” cose, come stretti dalle catene della carne soggiogata alla morte. Siamo schiavi del peccato, la “ferita” che ci obbliga a fissare lo sguardo sull’angusto orizzonte che a malapena riescono ad abbracciare due poveri occhi spenti. In noi è vergato un disegno originario, di amore e donazione, ma non possiamo realizzarlo. Sbattiamo contro un muro e, alla fine, i limiti che ci racchiudono si trasformano in regole di giustizia, confini ben limitati del dovuto e del buono. Andare oltre? Impossibile. La carne rende impotente ogni tentativo di varcare il limite, al di là del quale vi “è” l’altro; oltre il perimetro di sicurezza del nostro egoismo c’è il baratro, la buia morte, ed essa è inaccettabile. Viviamo imprigionati in un desiderio strozzato che si fa sentire, pungente, nell’ansia di primeggiare, d’essere sempre in prima fila, e far breccia nei cuori altrui, e potere, e prestigio, e denaro. Così, ad esempio, anche la sessualità, tra adolescenti, tra fidanzati, tra chi è sposato, è usata per soddisfare se stessi; nessun sacrificio, nessuna rinuncia. E' impossibile, le membra e le menti sono come annegate nel fiume dell'autorealizzazione. Siamo tutti così: ogni giorno, come una risacca, riemerge in noi il medesimo desiderio, la solita concupiscenza: alla destra e alla sinistra del potere, finalmente strappati alla precarietà d’una vita grigia spesa a eternizzare la morte della routine. Mentre però la vita ogni giorno ci porta "a Gerusalemme", e la storia ci presenta un "calice" attraverso le difficoltà, i problemi e i fallimenti. Bere a quel calice è la via alla realizzazione del destino segnato in ciascuna nostra cellula. Uscire dalla parzialità d’una vita inginocchiata davanti agli idoli del mondo non è nelle nostre mani. Per questo ci viene porto un calice, quello di Gesù, il segno della sua passione d’amore inchiodata al legno della Croce con cui si dona a noi per unirci a Lui; in ogni eucarestia, in ogni evento della nostra vita, il suo sangue versato per noi, la sua vita offerta per il nostro riscatto ci raggiunge proprio attraverso quanto ci umilia e ci strappa dall'alienazione dell'egoismo e della superbia. Bere il suo calice significa, infatti, partecipare della Nuova Alleanza, attingere alla Coppa che chiude, come un sigillo, il Seder della notte di pasqua, per uscire risorti dalla morte e donarsi all'altro; bere al calice di Cristo per gustare, misteriosamente, proprio al culmine del dolore che costituisce l'amore, la libertà che si fa pienezza, anticipo della terra, gioia e felicità, pace e dolcezza che la carne, pur riuscendo per ipotesi a realizzare ogni suo desiderio, non è capace di raggiungere e sperimentare. Il suo calice è ripieno di Vino buono, quello che scaturisce miracolosamente dall'acqua della nostra debolezza, il migliore, quello del Regno, della Vita Nuova, dell’eterno amore che vince la morte. Sì, nel calice della croce è celata la vita, la nostra libertà, l'unguento capace di guarire le nostre ferite. Berne è la salvezza, che ci fa liberi dal peccato e dalla morte che segnano il limite di ogni nostra esistenza.
Liberi in Lui siamo così riconsegnati al nostro vero destino, che è amare e dare la vita. Servi e schiavi, senza difendere nulla perché tutto ci è donato. "Graziati", senza alcun merito, per il puro amore di Cristo riversato in noi per amare. Lavoro, amici, fidanzati, genitori, figli, studio, sport, divertimenti, riposo, sessualità, tutto è così trasfigurato in una luce d'amore, di dono, di pace. Assaporiamo allora la vera beatitudine, essere servi e schiavi. E lì, all'ultimo posto che la storia ci dona, dietro a tutti, alla moglie, al marito, ai fratelli, al figlio, al collega, l'orizzonte si allarga non più rinchiuso nella parzialità del particolare, quella di chi fa di se stesso il centro dell'universo, e diveniamo "i primi", coloro cioè che, come "primizie" gustano le delizie del Cielo, per annunciarle e testimoniarle a ogni uomo schiavo della carne e della terra. L'ultimo posto, infatti, è l'unico che compie il naturale desiderio di essere i primi: primi come il Primogenito, guardando tutto dal basso verso l'alto, capovolgendo criteri e gerarchie, nella follia di un conteggio che fa saltare la matematica dell'orgoglio. E' il paradosso divino al quale siamo chiamati: il Padre "celeste" guarda tutto dall'alto abbracciando il senso pieno di ogni esistenza, dal concepimento alla morte, dove ogni particolare è incastonato nel suo progetto totale, proprio perché, nel suo Figlio, ha deposto lo sguardo sull'ultimo posto della terra, il più distante dal Cielo. In esso, infatti, si comincia a contare dall'ultimo posto, quello del suo Re e Signore: così "tra di voi" nella Chiesa, nelle famiglie cristiane, ovunque vi sia un fratello del Primo tra i risorti dalla morte. La carne nostra madre naturale ci spinge a primeggiare secondo i suoi criteri, quelli meschini e parziali della terra: come "la madre dei figli di Zebedeo", che cerca per loro i primi posti nel Regno di Gesù, incapace di comprendere che esso si realizza attraverso il rifiuto e la Passione del suo Re. Per questo, figli concepiti da nostra madre nel peccato originale e da questo feriti, siamo spesso sintonizzati su tutt'altro canale, e all'annuncio della Croce "non sappiamo cosa chiedere" e possiamo solo rispondere con le esigenze dettate dalla carne che rifiuta ogni sofferenza; crediamo di poter bere al calice di Gesù pregustando il suo trionfo, ma sorvoliamo sul cammino del Golgota che ad esso conduce. Ci "sdegniamo" delle pretese altrui, ma siamo schiavi della carne come loro, mossi dagli stessi appetiti di grandezza e potere, come accadde ai "due fratelli" (due fratelli come i figli di Zebedeo) che si presentarono a Gesù perchè giudicasse sulla questione della loro eredità, entrambi convinti che la vita dipenda dai beni, e preda della stessa cupidigia, l'uno per aver rubato al fratello e l'altro per averlo denunciato. Eppure, nonostante l'incipienza della carne, il Signore "ci chiama a sé" e ci annuncia che "berremo al suo calice", anche se non ci è rivelato "il posto" che ci sarà assegnato nel futuro celeste che ci attende: nel Regno dei Cieli la carne non saprà distinguere un posto da un altro, perché "Cristo sarà tutto in tutti", e tutti sazierà del suo amore incorruttibile. Per questo, sulla terra, l'ultimo posto, quello che ha preso il Signore, ci ammaestra e prepara a quello che occuperemo in Cielo: dove siamo con Cristo è già il Paradiso, i prati d'erba fresca dove non manchiamo di nulla e dove diveniamo i "più grandi"; è quanto domandiamo nel Padre Nostro implorando che sia fatta la volontà di Dio "come in Cielo così in terra": essa, infatti, è l'unico nostro autentico riposo, e si compie sempre occupando ovunque l'ultimo posto. Rinati nelle acque di misericordia del seno della Chiesa, nostra madre spirituale, siamo condotti, giorno dopo giorno, a seguire l'Ultimo tra gli ultimi, e i suoi passi che "si avviano a Gerusalemme": "Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa. San Giovanni vede nell’acqua e nel sangue che sgorgano dal corpo di nostro Signore la sorgente di quella vita divina che è donata dallo Spirito Santo e ci viene comunicata nei sacramenti" (Benedetto XVI). Per questo la Chiesa è la comunità che ci accompagna "lungo la via" e ci insegna a vivere secondo lo Spirito che ci fa discernere nel prossimo la Gerusalemme preparata per noi, il Golgota dove stendere le braccia in un amore senza confini: "Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, stimolo e forza per una fede che opera nella carità. La vostra missione nella Chiesa e nel mondo sia sempre e solo «in Cristo», risponda alla sua logica e non a quella del mondo, sia illuminata dalla fede e animata dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore" (Benedetto XVI). Dietro, all'ultimo posto, crocifissi con Cristo, per afferrare le esigenze e i bisogni di tutti, diluendo il proprio io nei desideri altrui, non per compromesso o paura, come oggi il mondo ci induce a fare, evaporando personalità e unicità. Ultimi, invece, per amore, perché l'unica e autentica realizzazione della persona creata da Dio è vivere nell'altro, dimenticando se stessi. Riscattati, apparteniamo ormai a Cristo, per appartenere ad ogni uomo, amico o nemico. Niente dominio, niente potere, in Lui la nostra vita diviene una sinfonia d'amore inesausto, sino al Cielo.

martedì 2 marzo 2021

 


L'INTIMITA' CON CRISTO NELLA CHIESA E' IL GREMBO DELLA VITA OFFERTA A SERVIZIO DELLA SALVEZZA DI OGNI UOMO
Viviamo dissipati tra mille rivoli, impegni, affetti, hobby, parole, oggetti, e non abbiamo tempo per l'intimità. Cerchiamo fuori di noi quello che potremmo trovare dentro. Ogni uomo è "fugitivus cordis sui", si allontana dal suo proprio cuore (S. Agostino, Enarratio in psalmum 57,1). Come Esaù, che ha perduto primogenitura e benedizione paterna, disprezzate scappando da se stesso e dalla sua realtà. "Uomo della campagna", girovagava fuori dalla tenda, smarrendo per via l'intimità con suo padre. Certo, lo rallegrava con la sua cacciagione, ma vi era qualcosa di più importante che correre dietro alle prede per soddisfare suo padre. Giacobbe "uomo tranquillo e semplice, che viveva nelle tende" (Gen. 25,27), lo aveva compreso e per questo avrà in eredità la benedizione e la primogenitura. Ohel, la tenda, è anche sinonimo di una Beth Midrash; questa è una sala di studio (letteralmente una "Casa di Interpretazione" o "Casa di Apprendimento"), è differente dalla sinagoga, anche se molte sinagoghe vengono usate anche come batei midrash o viceversa. Rashi (Rabbi Shlomo Yitzhaqi, uno dei più famosi commentatori della Scrittura del medioevo), commentando la vicenda di Giacobbe, spiega come egli stesse nelle "tende di Shem e Eber" nelle quali studiava la Torah. La tenda dell'intimità con la Parola, dove gustare la beatitudine annunciata dal Salmo 1: Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, Ma nella Torah del Signore trova la sua gioia, la sua Torah medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. La beatitudine dell'intimità con Dio si realizza attraverso la "ruminatio", la meditazione assidua della sua Parola. In ebraico, meditare - hagah significa "mormorare", sussurrare. E' il linguaggio dell'amore! Il ripetere, senza sosta, le parole che raccontano quello che il cuore sta vivendo; l'amore condensato in poche, essenziali, parole, o meglio, in una Parola, l'unica che salva. Il Nome dell'Amato che sgorga dal cuore come da una fonte limpida che tutto purifica e rende bello, e santo. Come la Vergine Maria, che meditava parole e avvenimenti serbandoli come un tesoro nel fondo del cuore. L'intimità che mancava agli scribi e ai farisei. Gesù li riproverò, ammonendoli sul fatto che erano intenti a pulire solo l'esterno del bicchiere, lasciando all'interno, nel cuore, furti e rapine. Allargavano i filatteri pervertendone la funzione a proprio uso e consumo; questi infatti erano "custodie" cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena che recavano scritti alcuni passi della Torah, fissate con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte, segno di amore per la Parola. Filatterio significa "luogo in cui si conserva": costituivano una sorta di piccola Beth Midrash, la tenda dove Giacobbe aveva appreso la Torah, il luogo dell'intimità che si faceva memoria incessante, il segno di una relazione speciale ed esclusiva, la fedeltà alla Parola "conservata", appresa, interpretata e meditata nel cuore. I farisei invece ne avevano fatto il tabernacolo della loro ipocrisia: dal servizio alla Parola alla Parola assunta a proprio servizio. Tutto compiuto per essere ammirati dagli uomini. Le preghiere, i filatteri, le frange del Tallid, ridotti ad oggetti esposti nella vetrine del proprio ego; e poi la ricerca dei saluti, e i primi posti, e l'usurpazione della Cattedra di Mosè, la cui autorità costituiva la matrice di ogni altra autorità sul Popolo. Scribi e farisei affermavano di parlare in nome di Mosè, colui che aveva ricevuto la Torah direttamente da Dio. I rabbini del dopo esilio avevano codificato la Toràh in una serie sconfinata di 613 precetti da osservare per essere un buon giudeo. Al tempo di Gesù l’osservanza di tutti i precetti della Torah erano considerati un giogo pesante da portare: i precetti erano suddivisi in due parti: 248 positivi corrispondenti al numero delle membra del corpo umano e 365 negativi, uno per ogni giorno dell’anno solare. La Toràh deve essere osservata con tutta la persona (248 ossa) e questo impegno deve durare tutto l’anno (365 giorni). Quando un non ebreo chiedeva di convertirsi all’ebraismo gli si spiegava come fosse duro portare il giogo della Toràh per scoraggiarlo (Talmud, Berakot 30b). La Parola di libertà, l'amore rivelato sul Sinai era diventato un fardello caricato sul Popolo e che, nonostante l'ostentata osservanza, i farisei e gli scribi neanche sfioravano. Perchè il loro cuore era lontano da Dio. Pretendevano per sé e per i loro precetti l'autorità di Mosè, ma non avevano che il moralismo cieco della propria carne. La loro religiosità era come le battute di caccia di Esaù, goffi tentativi di comprarsi la benevolenza di Dio. Amavano invece la gloria degli uomini, di essa si cibavano, non importava loro la Gloria di Dio, che abita in un cuore umiliato e affranto.
Come noi, pronti ad azzannare ogni Grazia, a convertire tutto in legge, ad usare tutto e tutti per soddisfare i nostri desideri, concupiscenze, bisogni ed esigenze. Quante preghiere ostentate, quanta affettata umiltà, disponibilità, mitezza per carpire benevolenza, stima, prestigio. Negli affari religiosi, come negli affari "profani". Seduti sulla cattedra di Mosè, pretendiamo di dare disposizioni a destra e a manca. Cerchiamo posti d'onore, ci piace farci chiamare con titoli altisonanti, anche le parvenze d'umiltà sono, spesso, simulacri dell'orgoglio che ci divora. Ma il Signore ci chiama oggi nella sua tenda, nella Beth Midrash della sua intimità. Ad inginocchiarci ai piedi dell'unico Maestro, come Maria, ed ascoltare e apprendere a vivere dell'unica cosa di cui abbiamo bisogno, la sua Parola di misericordia. A restare nella sua intimità ai piedi della Croce, l'autentica cattedra di Mosè sulla quale è seduto il Maestro crocifisso. A ruminare, istante dopo istante, la verità e la bellezza di questo suo amore trafitto, inchiodato ai passi della nostra storia: a contemplare, meditare, vivere, nell'intimità con Lui, il suo amore pronto ad offrirsi in noi per il marito, la moglie, i figli, i colleghi, persino ai nemici. Nella tenda, immagine della Chiesa, della comunità concreta nella quale la Provvidenza ci ha posti, possiamo sperimentare l'assurdo, l'illogico, lo scandalo di un Dio che si inginocchia dinanzi a me e a te per lavarci i piedi, per perdonarci e purificare ogni passo deposto sui sentieri del male. E' ora dinanzi a noi, è Dio ed è nostro servo. E' l'unico Maestro, il solo Rabbì proprio perchè mite e umile di cuore, dal quale imparare l'arte dell'amore, dell'autentico servizio, nascosto e semplice, come una nuova natura che assorbe e compie la natura incapace di donarsi. E' Maestro perchè ascolta il profondo del cuore di ciascun cuore, accogliendo e comprendendone i desideri più profondi, gli stessi deposti da suo Padre. Maestro capace di insegnare con l'autorità di chi conosce, e per questo ha misericordia, essendo stato provato in tutto come ciascun discepolo; Rabbì ai cui piedi sedersi nella certezza di essere esauditi, secondo la pienezza della volontà di Dio. In Lui ogni maestro sulla terra, ogni vescovo, presbitero, educatore, può attingere lo Spirito e i suoi sette doni, quello effuso dalla cattedra della Croce: solo in essa ogni insegnamento si fa autentico, purificato nel crogiuolo dell'amore, raffinato nel fuoco della gratuità. Nella Beth Midrash che è la Chiesa, lasciarsi afferrare dal suo sguardo che ci rivela l'unico Padre, dal quale ha origine ogni paternità sulla terra. Imparare ad abbandonarsi ad Abbà, all'unico Papà che ci fa padri nel Padre, perchè figli nel Figlio; padri come Abramo, annunciatori e fedeli trasmettitori della fede e per questo patriarchi di una moltitudine immensa. Imparare a non farsi padri per mezzo della carne ma dell'autentica paternità, quella della misericordia celeste, nella quale essere figli obbedienti per generare, nella fede, figli obbedienti alla stessa volontà di Dio. In Lui infatti nasce e da Lui scaturisce ogni autorità; come quella di Mosè, la cui cattedra era sempre rivolta alle parole del Padre, nell'intimità della montagna, la preghiera assidua dalla quale "discendere" per annunciare, con zelo e parresia, l'unica verità capace di generare figli liberi e pronti a donarsi. E' Gesù che ha compiuto la Torah con tutto il suo corpo, con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, ogni giorno della storia, ruminando giorno e notte la Parola del Padre. E' Lui che ci dona la Torah come un giogo leggero, la Parola da sussurrare in un dialogo d'amore che schiude ad una vita santa. E' Lui che, con la Croce, ha riaperto la porta dell'intimità con il Padre. Nell'intimità crocifissa con Lui nella storia di ogni giorno, uniti a Lui sull'albero che dà frutto a suo tempo e che non secca mai, possiamo vivere la beatitudine per la quale siamo nati, quella del Servo che ha consegnato la propria vita per amore, l'opera autentica e riuscita pronta ad incarnarsi e compiersi in ciascuno di noi.

 



"Non aver paura del mondo perché io ho vinto il mondo."
Queste sono parole sacre sia allora che adesso.
Per tutti coloro che soffrono, questo è il vero balsamo,
Soprattutto per i gloriosi martiri di Dio.
Perché voi, dei più paurosi, dovreste aver paura?
Della sua stessa ombra, il mondo ha paura!
I potenti e quelli dominanti, perché la paura?
E delle cose che muoiono, che muoiono costantemente?
Chi è con il capofamiglia non ha paura della casa,
Il capofamiglia vede tutto ciò che è in casa,
E non c'è niente che non saprebbe,
E il suo servo, di cosa avrebbe dovuto aver paura?
Eppure quando ascolta il Signore mentre dice:
"Non aver paura del mondo!" Cosa desideri di più?
"Non aver paura del mondo perché io ho vinto il mondo!"
Nostro Signore regna e governa il mondo.
Al fuoco e alla morte, Theodore sorrise,
Per questo, le ghirlande che ha ricevuto, non svaniscono mai.

San Nikolai Velimirovic. Inno di lode a S. Teodoro di Amasea. Dal prologo di Ocrida
Teodoro di Amasea, noto anche come Tirone o Tiro( III secolo- Amasea, 17 febbario 306), era un soldato dell'esercito romano che subì il martirio per la fede in Cristo. Considerato santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese orientali.