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lunedì 5 aprile 2021

 


PERSEGUITATA DAL MONDO LA GIOIA GRANDE DELLA CHIESA GRIDA A OGNI UOMO LA VITTORIA DI CRISTO
Gesù viene incontro alle donne dicendo: Rallegratevi! Lo stesso invito rivolto dall'Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria investe ora loro, le prime testimoni della risurrezione (il verbo usato da Gesù nell'originale greco identico a quello dell'Annunciazione). Non conosceva uomo Maria, e ha generato l'Uomo. Nessuno a ribaltare la pietra del sepolcro, e una vittoria che rovescia ogni lapide. Il Vangelo è questa Buona Notizia: è vero che nulla è impossibile a Dio: non la morte di un grembo sterile, non la verginità sigillata sulla fecondità biologica, non una pietra adagiata dinanzi ad un sepolcro. L'ascolto di questa notizia, e l'esperienza della sua veridicità nell'incontro con Gesù vivo genera in Maria e nelle donne la stessa fretta, perché Caritas Christi urget nos. Anche noi, dopo aver ascoltato l'annuncio della Chiesa nella notte delle notti, siamo ritornati alla nostra vita, con gioia e timore grandi. E proprio su questo cammino che significa oggi, e domani, e ogni giorno, appare Gesù: possiamo cingere i suoi piedi, come la peccatrice perdonata, e adorarlo in una vita trasformata in liturgia di lode e gratitudine che per questo costituisce un Vangelo reale e credibile da annunciare al mondo. Vedere e adorare Cristo risorto significa infatti che, per Grazia, possiamo amare. Ma contemporaneamente inizia anche la persecuzione, perché la gioia della risurrezione non evapori come rugiada del mattino, e la fede cresca sino alla statura adulta. Essa, che spesso coincide con la tentazione, prende avvio dalla goffa menzogna inventata dai sommi sacerdoti e dagli anziani. Dopo che Gesù è stato deposto nella tomba, i sommi sacerdoti andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia. All'alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite". Dunque le guardie hanno visto l'angelo scendere dal cielo, rotolare la pietra assicurata dai capi del popolo e sedervi sopra. Hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell'angelo alle donne, ma hanno di certo visto l'evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli. E questo hanno raccontato ai sommi sacerdoti! Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma avevano il cuore indurito nella paura; non potevano ammettere di aver sbagliato perché, chiusi nell'orgoglio, avevano deciso di non mettersi in gioco. Così, l'unica loro preoccupazione è stata quella di far tacere sul nascere la verità, e corrompono la verità con il denaro, ferendola con la cupidigia. Non solo, si fanno garanti e missionari della menzogna. Accanto alla Verità infatti appare sempre la menzogna. Perché la testimonianza sia credibile e perché ogni uomo possa essere davvero libero nell'accoglierla o nel rifiutarla, è necessario che la menzogna ci visiti sotto le spoglie della tentazioni, come accadde nel paradiso ai progenitori. Per questo, contemporaneamente alla corsa delle donne e degli apostoli sulle strade della missione, corre anche la menzogna, che spesso si fa persecuzione sanguinaria. Per questo, al fatto della risurrezione che si compie ogni giorno nella Chiesa, ovunque arrivino e vivano i cristiani, si oppone sempre la menzogna architettata dal demonio, l'attacco del demonio al cuore degli apostoli: se cadono di fronte alle menzogne, se il dubbio corrompe anche i loro cuori è fatta. Ma coraggio, con Maria, che è Madre e immagine della Chiesa di cui siamo parte, possiamo difenderci al riparo della gioia autentica del Magnificat: Ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori. Il greco originale ha "dianoia cardias", che è qualcosa di diverso dai semplici pensieri: sono piuttosto i propositi malvagi, le trame del cuore, le menzogne che la risurrezione di Cristo ha disperso e frantumato. Uniti a Lui, sperimentando il suo potere nella nostra vita, possiamo vederli disperdersi in noi ogni volta che ci attaccano insidiando la Verità con la menzogna, per correre sulle strade della missione che ci è affidata, annunciare a tutti la gioia della Pasqua.

domenica 4 aprile 2021

 


UNITI ALLO SPOSO NELL'INTIMITA' DEL SUDARIO CHE CI TRASFIGURA
Come Maria di Màgdala, Pietro e Giovanni, anche noi siamo sbigottiti di fronte all’assenza del Signore: il problema di tutti è, infatti, che non troviamo mai Gesù dove siamo persuasi che debba essere. Cerchiamo sempre nei luoghi conosciuti, negli schemi e nelle idee, nelle esperienze e nelle abitudini, e niente, Lui non c'è. Abbiamo addomesticato il miracolo di Gesù, e non ci stupiamo più per la sua presenza e il suo potere. I matrimoni ad esempio, si frantumano sull'indifferenza che scaturisce dall'assuefazione alla Grazia. No, non c'entra quello che dicono gli psicologi e gli esperti di coppia. Com'è che lo chiamano? "Il calo del desiderio" perché l'altro è diventato un soprammobile, lo spolveri ogni tanto, ma non ti ci fissi più con interesse ed entusiasmo, non ti coinvolge e attrae come all'inizio... Allora provi a truccarti e fai mille cose, ma non serve a nulla, perché il problema non è il "soprammobile"; non è l'altro e tanto meno tu. Il problema è che il demonio è riuscito a cancellare a poco a poco la memoria dell'amore di Dio su cui si fonda ogni matrimonio. Esso, infatti, è un miracolo che si rinnova ogni istante di ogni giorno. E' Cristo che apre il sepolcro e vince la morte facendo dei due una sola carne nella sua risurrezione, e lascia il "segno" della sua vittoria proprio dove tutto sembra sepolto. Soffriamo nel matrimonio, come in qualunque altra relazione, perché abbiamo chiuso gli occhi sui "segni": non vediamo più la resurrezione di Cristo nelle bende della vecchiaia, del carattere, della stanchezza dell'altro. E non ci gettiamo più nella novità dell'amore che fa uscire trasfigurato dal sudario e dalla tomba ciò che sembra ormai senza vita.
Ma oggi, Dio ci vuol donare occhi nuovi per guardare i segni e “cominciare a credere”. Essi sono simili a quelli offerti nella grotta del sepolcro “le fasce distese”, come un mare calmo dopo una tempesta specifica un esegeta, e “un sudario non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”. “Corriamo” allora senza indugio, come Pietro e Giovanni investiti dallo stupore di Maria; corriamo obbedendo all’annuncio della Chiesa e non temiamo di “entrare” nel "luogo" che la predicazione ci ha indicato. Per "vedere e credere" che è vero l'annuncio che abbiamo ascoltato stanotte, è necessario andare e camminare insieme a loro, che sono immagine della comunità. E, come Giovanni, giunti sulla soglia dobbiamo aspettare che Pietro, ovvero i sacerdoti e i catechisti, ci confermi nella fede per non cadere nel sentimentalismo di un cristianesimo fai-da te. Coraggio, anche noi come Giovanni, seduti a mensa con Lui nella Chiesa, mentre lo ascoltiamo e ci nutriamo dei suoi sacramenti, ci possiamo reclinare sul petto di Gesù, fin dentro il suo amore più forte del peccato, per imparare a “inchinarci” sin dentro il sepolcro nel quale ha distrutto la morte. Uniti a Pietro e Giovanni, possiamo scendere i gradini dell'umiltà per entrare nel sepolcro che è anche immagine del fonte battesimale. E' il cammino degli apostoli e di ogni cristiano che non termina nel giorno di Pasqua, ma da questo giorno vede l’alba di un nuovo inizio. Perché la Pasqua significa “passaggio”, ed è quello di tutta la vita, per giungere a deporre ogni giorno il vestito dell'uomo vecchio e rivestire quello splendente di vita dell'uomo nuovo. Le “fasce e il sudario" che ci hanno avvolto esanimi, i fatti della storia macchiati dal peccato, ci parlano testimoniando che proprio oggi è il “primo giorno” della vita nuova nel quale il Signore ci attira. Essa però non sconvolge la precedente, ma la compie nel perdono secondo un ordine nuovo che non conosciamo.
E’ su quelle "fasce" e su quel “sudario” che dobbiamo puntare lo sguardo: nessuno avrebbe potuto trafugare il corpo di Gesù e lasciarli in quel modo, come nessuno salverebbe la nostra vita senza distruggere con disprezzo quello che non va bene. Scriveva don Persili in un suo libro dimenticato dai più, che quelle “fasce” erano “intatte, non manomesse, non disciolte”. Per questo “esse costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera”. E nella Chiesa la nostra risurrezione, che è ciò che avviene nel battesimo e in tutto il nostro cammino di conversione, accade proprio così: la nostra vita è curata con pazienza, le ferite sono sanate a poco a poco, senza strappi, senza moralismi ed esigenze, ma con la dolcezza, il rispetto e il potere soave della Grazia. Ed è proprio questo l’indizio che Dio lascia a tutti noi: il matrimonio, il lavoro, gli amici, le nostre cose e i nostri affetti sono ancora tutti con noi, ma, dinanzi agli occhi della fede, appaiono in una luce nuova. Il corpo risorto del Signore, infatti, scivola tra le bende con dolcezza, trasfigurandole con la sua impronta gloriosa, conferendo alla nostra vita un ordine nuovo che nessun uomo ha il potere di dare, quello dell’amore. Coraggio allora, perché questo giorno di Pasqua ci annuncia che il nostro passato non è più un peso da scrollarsi di dosso, un angolo oscuro da dimenticare, ma il “segno” del passaggio di Cristo nella nostra vita, come una profezia per ogni giorno che ci attende. Tutta la nostra vita è una sinfonia d’amore perché segnata dal Mistero Pasquale del Signore! E come quelle fasce e quel sudario sono diventati per la Chiesa una reliquia preziosa venerata come la testimonianza del passaggio reale di Cristo nella storia dell’umanità, così anche ogni evento della nostra vita sarà per noi e per chi ci è accanto il segno del suo amore incorruttibile che non ci ha mai abbandonato. Un segno da venerare e non da buttare.
Buona Pasqua allora, buon cammino alla scoperta del sudario che “era stato sul capo” di Gesù “non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posi­zione unica” secondo la traduzione del Padre Persili che riteniamo più congrua. Esso infatti, era avvolto nello stesso modo in cui avvolgeva il capo di Gesù, ma in una posizione così speciale, unica, da indurre Giovanni a credere. Quale posizione? E’ proprio quello che questa Pasqua vuol farci scoprire nella nostra vita! Questa Pasqua ci chiama ad entrare nella nostra storia per “vedere” risplendere in un modo “unico” il volto di Cristo risorto impresso concretamente nella nostra vita redenta e trasfigurata dalla luce della sua Pasqua. Buona Pasqua allora, Buon passaggio con Lui, dal pensiero opprimente alle cose di quaggiù in cerca di un’impossibile felicità, al pensiero delle cose di lassù, dove si trova Cristo risorto, l’unica felicità autentica, già qui, già ora. Le cose di lassù, le cui primizie sono deposte nelle orme luminose di Cristo che ci conducono nella Pasqua di ogni giorno nell’amore, che non è mai abitudine ma un donarsi in modo sempre nuovo e diverso, come Lui ha fatto e fa con noi. Buona Pasqua a tutti noi che pensavamo di dover ungere con il nostro profumo il corpo morto di Cristo; a noi che cercavamo cioè di abbellire la nostra vita dandogli senso con la nostra ragione e i nostri sforzi, restando però sul cammino che ci conduceva alla tomba di ogni ogni speranza. Buona Pasqua alla sposa che finalmente ha incontrato il suo Sposo, ed è stata sedotta dal profumo dolce e delicato del suo amore più forte della tomba. Non è qui, è risorto! E ora spande dall'intimità della nostra vita, dai pensieri, dagli sguardi e dalla carne nostra il suo profumo celeste. Buone nozze dunque, che ci uniscono a Cristo nell'intimità del sudario che non ha potuto trattenere la vita che non muore, nella nostra storia di ogni giorno, segno e testimone credibile della sua risurrezione mentre spande il profumo dello Sposo, l'amore sino alla fine offerto a tutti. Christos Anesti! Alithos Anesti!

sabato 3 aprile 2021

 


La discesa agli inferi del Signore

"Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: "Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli »."

Da un'antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463)

 

 


MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO
Immaginiamo per un momento che cosa sia accaduto quel giorno. Un tumulto si impossessa di quel mattino di festa, quel Galileo che parla bene da commuovere, che fa miracoli da far pensare al Messia, ora è trascinato fuori della città come un impostore e un provocatore, lì dove si giustiziano i delinquenti. Una morte atroce e poi un rantolo della terra nel rantolo delle carni, segni sconvolgenti, e poi più nulla, il silenzio, e un corpo deposto in una tomba.
E' qui che oggi desideriamo fermarci, nell'ultimo capitolo della Passione di Gesù. Ci siamo genuflessi all'estremo sospiro di Gesù, abbiamo seguito la traiettoria della lancia vergare il suo fianco, abbiamo desiderato quell'acqua e quel sangue, abbiamo pianto con Maria abbracciando il suo corpo esanime, ed è stata l'ultima emozione.
Ora tutto tace. Gesù è disteso sul marmo gelido del sepolcro, riposa nell'oscurità, non vede nessuno, nessuno lo vede; una pietra lo separa dalla vita, da questa vita nostra, dai sogni e dalle speranze, dai pensieri, dalle famiglie, dal lavoro, anche dai nostri mal di denti. Sino a qualche istante prima si era appassionato per le vicende della nostra storia, e tutti noi, come seguendo il filo di un racconto incalzante, ci eravamo appassionati a Lui, afferrati da quell'amore così sconvolgente; sino a un istante fa ci eravamo sentiti amati, avevamo provato dolore per Lui e per i nostri peccati, la sua lancia aveva dilaniato anche le nostre coscienze; abbiamo pianto, commossi da tanto dolore e tanto male.
E ci eravamo visti, protagonisti negativi, nel fluire esagitato di quegli eventi malvagi, come nella nostra storia di tutti i giorni, disseminata degli stessi frammenti raccolti nelle ore di Passione di Gesù. Abbiamo accettato la nostra dura realtà di peccato, ci è sorto dentro il desiderio d'esser perdonati, una fitta nel petto, la compunzione madre della conversione.
Però ora abbiamo fretta che sia domenica, che sia resurrezione. Gli eroi vincono sempre, anche quando perdono. E vogliamo che sia vittoria, vittoria subito. E scivoliamo, veloci e distratti, sul sabato santo. In fondo sappiamo che dietro l'angolo di quella passione c'è il lieto fine. E' un film che abbiamo visto migliaia di volte, e ogni volta ci ha rapito, scuotendoci il cuore e rigandoci il volto di lacrime e commozione; ma l'aver visto l'epilogo, ci priva di qualcosa, ci protegge dallo scendere davvero in fondo al baratro del non essere.
Sembra paradossale, ma sapere che tanto poi Lui risorgerà ci immunizza dal sabato santo. Conoscere il risultato finale della partita, anche se in bilico sino all'ultimo secondo, ci anestetizza inconsapevolmente, e fa della tomba una sala d'aspetto d'aeroporto, tappa anonima e obbligata di ogni viaggio: sappiamo che cosa abbiamo lasciato, conosciamo la meta, quella sala è nient'altro che un istante da sfogliare riviste o da approfittare per dormire un pochino.
Ma, tra il dolore crocifisso e la gioia risorta, c'è il nulla del sabato santo. E' vero che le chiese in questo giorno sono disadorne; è vero che è l'unico giorno dell'anno in cui non si celebrano messe. E' vero che il tabernacolo è desolatamente vuoto. E se Lui non c'è neanche la chiesa ha senso - dove pregare, a chi pregare se tutto è spoglio e vuoto? - e infatti, al passare rapido delle ore mattutine, preti, sacrestani e fedeli sono di nuovo indaffarati a farla bella e splendente per accogliere il colpo di scena che ci ridia presto quello che abbiamo perso, che ci rassicuri e ci tolga da questo impaccio da sabato santo.
Il nulla ci disturba, è ciò che più ci inquieta; il silenzio vero, l'oscura notte che soffoca lo sguardo ci dilania. Proviamo un istante a chiudere gli occhi, e sprofondare nel silenzio di parole e sentimenti. E' la morte! Tutto il resto della Passione di Gesù ci è familiare, lo catturiamo con i sensi, possiamo gestirlo tra pensieri, sentimenti, risposte; anche il male, in fondo, si muove e ci muove, la Via Crucis è pur sempre un cammino e ci sembra d'essere vivi nonostante tutto, ma alla XIV stazione siamo stanchi di tanto dolore, e, mentre vi giungiamo, abbiamo già in mano le chiavi della macchina per tornare a casa.
Quel corpo esanime, il freddo emaciato di quel volto, e quel buio senz'aria, è la claustrofobia del cuore e dell'anima, ed è insopportabile. Eludere la tomba, sgusciarvi frettolosamente per riemergere quanto prima alla luce di Pasqua sarebbe tradire Cristo, e tradire irrimediabilmente noi stessi.
Questo giorno fatto di sepolcro, questi tre giorni secondo il cuore della fede, sono essenziali, decisivi quanto asfissianti, e non vi resistiamo, l'apnea della tomba ci spacca i polmoni, cerchiamo la luce e l'aria per vedere e respirare: la morte non ci può appartenere, sembra fatta solo per essere sfuggita. Ma la morte esiste. Esiste oggi, perché è il capolinea di ogni cosa, relazione, giornata. Non può essere diversamente, rigettarla significherebbe fare di Cristo e ella sua vicenda una caricatura, peggio, un'impostura.
Nulla è stato creato per la morte, nelle creature non c'è veleno di morte ci insegna la Sapienza della Scrittura; ma a causa di satana il nemico, la morte ha preso il suo posto nel mondo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. E non appartengono a lui tante, tantissime cose di noi? Non portiamo le sue tossine sin dal seno materno? Non le porta il mondo a lui sottomesso, e la natura che geme in attesa di liberazione?
Senza ipocrisie e illusioni a buon mercato, la morte è l’amaro in cui è immersa la vita; si muore soli, esattamente come si nasce, quando ti tagliano quel cordone e devi vedertela da te. Non vi sono biberon per dissetare l'anima, non esistono flebo per nutrire lo spirito: la porta della vita è identica a quella della morte, stretta, un abito su misura, e chissà quando il sarto ha preso le tue misure, quelle di oggi, e di ieri e di domani, e nessun altro che te può varcare quella soglia.
Nel Mistero Pasquale non c’è fretta. La morte scende realmente a prendere possesso di Gesù, non si è trattato di una visita lampo, di un raid aereo. No, Gesù è stato tre lunghi giorni in quell'anfratto di solitudine. Tre giorni, spazio ricorrente nella Scrittura, anello misterioso che lega il tempo della sofferenza alla manifestazione prodigiosa di Dio, preludio necessario al suo intervento salvifico. Tre giorni in compagnia della morte. I tre giorni più importanti. Quei miracoli, quelle parole, quelle torture, quella Croce, senza il sepolcro dal quale destarsi vittorioso, non ci avrebbero salvato. Sarebbe stato un amore sino al limite, non un amore sino alla fine.
Invece Gesù, sin dalla nascita è stato come risucchiato da quella fenditura nella Roccia, dal sepolcro di Giuseppe. Lì doveva scendere, lì era la fine del suo amore sino alla fine; quell'ultimo respiro infondeva a tutto il compimento. Un alito debole, impercettibile, e dentro tutta la vita di Dio, come una benedizione che scendeva, si adagiava umile, invisibile: quel “Tutto è compiuto!” apriva il cammino al suo corpo senza vita, pervadeva quella tomba preparandola ad accogliere quella morte unica e santa. Un refolo divino interdetto all'occhio furbo dell'uomo; un mistero di vita che esplode nella morte, nessuna scienza potrà mai spingere quel bottone ad innescarlo. E' sceso lì, in quel sepolcro, il gamete di Dio, come nel seno di una donna, e ogni tomba, da quell'istante, s'è fatta Sposa dell'Altissimo.
Il Figlio di Dio, uguale a Dio, Dio in Persona, doveva donarsi senza riserve a colei che tutti ci imprigiona; doveva passare da lei, la morte, per giungere a noi, suoi schiavi. Doveva immergersi nella nostra realtà perché ci accorgessimo di Lui accorgendoci della morte che portiamo dentro; doveva sposarci in quel sepolcro per riportarci nel Paradiso.
Il sepolcro che oggi contempliamo, riflesso della nostra vita, donata per essere giardino e vissuta come un deserto. Ma è proprio lì, come il chicco caduto in terra di cui nessuno si accorge, che è deposta la vita. La sterilità diviene fecondità, l'impotenza è trasformata in potere senza barriere, la morte si volge in seno benedetto di vita. Il sepolcro nello scrigno della letizia che non ha fine. Quei tre giorni, lunghi, amari, oscuri e dolorosi, quei tre giorni nei quali la vita è sottratta e sembra non esservi più speranza, quei tre giorni sono i più fecondi.
Nessuno sapeva quello che stava accadendo dietro quella pietra, nessuno, forse neanche noi stessi, sa quale mistero inaudito si stia compiendo in noi. Ora, esattamente in questa situazione concreta, che forse durerà ancora molto, il tempo necessario e perfetto, forse sino all'ultimo nostro respiro. Nessuno poteva immaginare che in quel sepolcro nella sperduta terra di Giudea, in un giorno come tutti gli altri, per il contadino egiziano, per la prostituta romana, per il navigatore fenicio di molti secoli prima, per il derelitto che vaga nella metropoli del terzo millennio, per ciascuno di noi, in quel sepolcro si giocava la salvezza, la felicità eterna.
L'evento decisivo della storia si consumava nel chiuso di un sepolcro, lontano anni luce dai riflettori dei media, dalla gloria mondana, come lontano dalla frenesia quotidiana in cui scorre la vita di tutti. Mentre il mondo prima, durante e dopo quei tre giorni di sepolcro, ha continuato a fare le stesse identiche cose, in quella gola di morte, Lui vinceva proprio la morte e ogni peccato. Mentre gli occhi vedevano un sepolcro e una pietra a sigillarlo, Lui ci ridava la vita.
E' questo il cuore di questi giorni, è qui che è seminata la Pasqua. Nel suo sepolcro, che è il nostro. La vita che oggi ci è data, quest'apnea priva d'aria e pace e felicità, questi tre giorni che sembrano non passare mai, sono già la Pasqua, indispensabile passaggio alla pienezza della vita. Santa solitudine, benedetta angoscia, beata sofferenza del tempo fecondo che prepara la vita eterna. Assorbiti oggi nel fallimento di Gesù, uniti alla sua morte, soli con Lui e invisibili per il mondo, si compie in noi pienamente la vita che ci è donata. Non manca nulla alla nostra Pasqua, a quest'oggi che è già Pasqua.
Occorre solo restare, pazienti, nel sepolcro. Abbandonati all'abbandono di Dio, il paradosso che ci ha redenti. Con Cristo consegnare tutto, senza riserve, lasciare che il Padre si prenda tutto, ma proprio tutto, che ci faccia morire su una Croce, che ci deponga in un sepolcro, che ci chiuda nel buio del suo abbandono, della sua assenza, alla solitudine totale. Come ha fatto con suo Figlio.
E lì, in quel nulla che ti crolla addosso come una pietra, scoprire il volto sconosciuto di Dio, quello sguardo che nessuno ha mai potuto vedere scolpito sul volto di quel suo Figlio crocifisso: lo sguardo di Gesù rivolto al Padre nell'ultimo, decisivo abbandono, consegna ciascuno di noi al perdono che è l'amore più grande, che fa di ogni lontananza la prossimità più intima, come la luce della Pasqua che si fa strada nel duro spessore della roccia.
Sieda costui solitario e resti in silenzio,
poiché egli glielo ha imposto;
cacci nella polvere la bocca,
forse c'è ancora speranza;
porga a chi lo percuote la sua guancia,
si sazi di umiliazioni.
Poiché il Signore non rigetta mai...
Ma, se affligge, avrà anche pietà
secondo la sua grande misericordia.
(Lam. 3,28-32)

venerdì 2 aprile 2021

 


OGGI LO SPOSO SCRIVE E FIRMA CON IL SUO SANGUE IL DOCUMENTO CON CUI UNISCE A SE' LA SUA SPOSA
L'angoscia di Gesù che si innalza al Padre come una preghiera sulla quale cola il sangue che solo l'amore autentico può versare. Gesù, lo Sposo che ama la sposa sino alla fine, e la sposa addormentata, incapace di sostenere il peso che suppone l'amore. Tutta la Passione del Signore si compie nel Getsemani, dove la sua natura umana è consegnata alla volontà del Padre. Prostrato sulla terra della quale tutti siamo fatti Gesù firma anche oggi la sua Ketubah con cui, accogliendo la volontà del Padre che ci ha creati per Lui, si impegna a fare di noi la sua sposa. Nel matrimonio ebraico la Ketubah era infatti un documento (Ketab - scritto) nel quale erano riportate le condizioni fondamentali imposte al marito dalla Torah. Esse erano parte integrante del matrimonio perché, accettandole, il marito si impegnava a proteggere la sua sposa. Come il "mohar" biblico, la Ketubah stabiliva il cosiddetto "prezzo della sposa", pagato il quale il futuro sposo accoglieva nella sua casa la promessa sposa impegnandosi a provvedere alla sua vita e a quella della prole. Si comprendono allora le parole di San Paolo: "non sapete che... non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo" (1 Cor. 6,19-20) e "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata (Ef 5, 24-26). Con il suo sangue versato per lavare ogni nostro adulterio Gesù ci ha rigenerati come vergini caste scelte dal Padre per un unico Sposo. Con lo stesso sangue ha vergato il documento con il quale ci ha accolto nella sua intimità impegnandosi a proteggerci e a provvedere per la nostra vita. Il racconto della sua Passione schiude dinanzi alla sua sposa la Ketubah scritta e firmata dallo Sposo. Ogni istante, ogni parola, ogni gesto costituisce una lettera insanguinata che testimonia l'autenticità e il valore infinito del suo amore per ciascuno di noi. Perché l'amore non è un sentimento, ma l'impegno duro e spesso cruento della fedeltà. Ogni colpo di flagello, ogni insulto, ogni sputo, e poi i chiodi, le spine, la Croce, l'aceto, l'asfissia, la solitudine e l'estremo abbandono, sono alcune tra le condizioni che Gesù ha onorato per pagare il prezzo del nostro riscatto. Gesù ci è stato fedele provvedendo alla nostra salvezza caricandosi di ogni nostra infedeltà. Non ci ha giudicato né ripudiato. Ci ha amato, sempre, passo dopo passo, dolore dopo dolore, sino alla fine, sino alla tomba che ha decretato il nostro fallimento. Gesù ha amato una sposa adultera, infervorata per gli amanti, narcisisticamente ripiegata a contemplare il proprio io divenuto dio. Gesù ha sposato ogni centimetro della nostra storia registrata, attimo dopo attimo, peccato dopo peccato, negli eventi, nelle parole e nei personaggi della sua Passione. Ma questa è stata il parto doloroso delle nozze decise nel grembo del Gestemani. In esso Gesù ci aveva liberamente accolti sperimentando in anticipo il sudore freddo dell'agonia; in quel giardino aveva pregustato il dolore che suppone amare una sposa adultera sin dentro il suo tradimento più grave, quello che l'ha condotta a uccidere il suo Sposo. Nel Getsemani dello Shemà compiuto, Gesù ha sperimentato nel suo cuore, nella sua mente e nella sua carne il sacrificio che avrebbe significato pagare il prezzo per onorare la Ketubah con cui legarci a Lui. Gesù sapeva, ha tremato assediato dall'angoscia, ha sudato il sangue che avrebbe versato dopo poco, e ha accettato con amore infinito la Ketubah che il Padre gli consegnava: "Abbà, Papà, tutto è possibile a te... Ma credimi, è duro il calice di queste nozze. E' amaro come il fiele e aspro come l'aceto, come la sposa con cui mi chiami a berlo. Se fosse possibile passerei oltre ma... ma l'amore non è seguire la carne e i suoi desideri; non è fare secondo la mia volontà umana. L'amore è accogliere la sposa che tu hai preparato per me, senza riserve, gettando la mia carne nell'obbedienza che mi fa Dio con te". E Gesù ha preso dalle mani del Padre il Calice dell'Alleanza per colmarlo con il suo sangue, nel quale avrebbe celebrato e benedetto le nozze con noi sua sposa. Perché, come dicono i rabbini, "Non si celebrano i Kiddushin (matrimoni) altro che sul vino". Secondo la Legge ebraica gli sposi non potevano vivere insieme sino a che lo sposo non avesse consegnato la Ketubah alla sposa mentre venivano recitate le benedizioni del fidanzamento. Per consegnarla a ciascuno di noi Gesù ha dovuto camminare nella Passione, salire sulla Croce e scendere nel sonno della nostra stessa morte. E' lì che ci viene a destare anche in questa Pasqua, per consegnarci il suo amore incorruttibile nel quale ci sposa eternamente. E' vero che nel Gestemani delle scelte ci siamo tutti addormentati. La paura di amare sino in fondo ci ha appesantito il cuore. Questa è la sposa di Cristo, tu ed io, sopraffatti dall'angoscia perché ancora schiavi nell'Egitto della menzogna ("Egitto" in ebraico significa proprio "angoscia"). Ma Gesù scende anche oggi nel giardino a cercare la sua sposa, si immerge nel suo stesso sonno di morte per lottare al suo posto, vincere e così destarla alla vita che non muore. Accade nel Mistero Pasquale ciò che avvenne durante la Creazione di Eva plasmata dalla costola di Adamo dormiente; come accade durante l'alleanza tra Dio e Abramo caduto in un sonno profondo mentre il fuoco divino passava sotto le carcasse degli animali squarciati. La Ketubah, infatti, è un contratto unilaterale nel quale sono registrati i doveri dello sposo verso la sposa. In questa Pasqua dobbiamo solo essere noi stessi: addormentati nei tanti nostri pensieri e atteggiamenti, ma con lo stesso cuore della sposa del Cantico dei Cantici, desto come la brace scoppietta sotto la cenere del sonno, nell'attesa dello Sposo per il quale siamo stati creati. Sì, non siamo nati per buttare la vita nella tomba dei fallimenti! Siamo nati per incontrare l'Amato del nostro cuore, l'unico che ha scritto e firmato la Ketubah capace di dare senso e compimento alla nostra vita. E lo Sposo verrà, come già sul Sinai "la Shekhinah di Dio è uscita incontro al popolo come uno sposo che esce incontro alla sposa” (Mekhilta al libro dell’Esodo) per consegnarle la Torah, la Ketubah celeste con la quale Dio si impegnava condurre nella vita il suo Popolo. E tutti, come Israele, l'abbiamo stracciata nell'infedeltà all'Alleanza. Per questo viene di nuovo lo Sposo per consegnarci la Ketubah compiuta nella sua carne. Essa certifica che il matrimonio ha avuto davvero luogo tra due sposi ben identificati, tu e Lui, la Chiesa e il suo Signore; su di essa sono registrati la data e il luogo della celebrazione, questa Pasqua nella tua storia. Coraggio fratelli, perché la Passione con cui Gesù ha compiuto la Ketubah che ci fa sua sposa sarà la nostra proprietà più preziosa, il pegno e il memoriale a cui la sposa si appoggerà ogni giorno per camminare nella vita nuova sotto la protezione dello Sposo. L'ha compiuta per noi e la compirà in noi scrivendo nei nostri cuori la Legge, per renderci spose simili a Lui, nella fedeltà e nell'amore crocifisso che giunge anche al nemico.

giovedì 1 aprile 2021

 



Omelia alla Santa Messa Del Crisma 2021

San Vittorino Romano, Santuario di Nostra Signora di Fatima, Giovedì 1° aprile 2021

Carissimi fratelli nel sacerdozio,

per la prima volta dopo l’inizio della pandemia, ci ritroviamo insieme, presbiterio di Tivoli e di Palestrina, non per un incontro di di formazione ma per celebrare l’Eucaristia!

In questo giorno – nel quale Gesù istituì l’Eucaristia e il sacerdozio ministeriale – desideriamo rinnovare la comunione che, in quanto tutti chiamati da Dio, deve sussistere e sempre più rafforzarsi tra noi e con il popolo santo di Dio che oggi, per ovvi motivi, è purtroppo soltanto qui rappresentato, e con il quale desideriamo essere segni di speranza per l’umanità intera.

In questo spirito saluto quanti, dall’ultima Messa Crismale celebrata nel 2019, sono entrati nella nostra famiglia presbiterale e tutti coloro che da allora ad oggi hanno celebrato o celebreranno nel corso di questo anno 2021 particolari anniversari di sacerdozio. Con loro non vogliamo e non possiamo dimenticare i nostri confratelli anziani o ammalati e in particolare coloro che anche oggi si trovano in ospedale, vittime del Covid, condividendo con tanti uomini e donne la croce di questa pandemia che non guarda in faccia a nessuno e ci ha fatto comprendere – come con una immagine efficace ricordava Papa Francesco il 27 marzo dello scorso anno – che “siamo tutti sulla stessa barca”.

Non possiamo infine non presentare a Dio nella preghiera i confratelli defunti dalla Messa Crismale del 2019. Essi sono: Padre Angelo Foschi, OAD; Don Mario Renna, Padre Jozep Roman Lebiedziuk, CR e Don Romano Massucco – per la Diocesi di Tivoli –. Don Antonino Maniscalco, Padre Benedetto Torsi, Don Romeo Mancini e Mons. Vito Cinti, per la Diocesi di Palestrina. Il Signore che tutto vede e sa conceda loro il premio della pienezza eterna della Vita promesso ai servi buoni e fedeli del Vangelo.

Celebriamo dunque, mentre intorno a noi sentiamo ancora odore di morte, questa Messa del Crisma che come ogni Messa deve essere incontro con Colui che dà gioia, speranza e prospettiva di vita: Gesù, il Signore! Durante questa celebrazione benediremo gli oli e consacreremo il Crisma: olio profumato, intriso di quel buon profumo del Risorto che siamo chiamati a spandere per dare speranza a questo nostro mondo che non è “altro da noi” ma nel quale anche noi siamo immersi e nel quale camminiamo.

Una speranza – quella che siamo chiamati a dare al nostro mondo – che deve essere compresa da tutti guardando semplicemente alla nostra solidarietà che non è quella di una casta che si copre a vicenda per difendere i propri interessi e magari coprire i propri abusi, ma che deriva da quella reciproca carità che siamo chiamati ad esercitare nella verità tra noi e verso tutti, in quanto credenti, così come esemplarmente hanno fatto e fanno anche in questo momento tanti uomini e donne che negli ospedali, nelle protezioni civili, nelle associazioni di volontariato, nelle nostre Caritas e in tanti altri luoghi e modi si sono fatti e si stanno facendo vicini all’uomo riconoscendo in ciascuno, al di là della razza, della provenienza e della religione, un fratello da amare.

Se soprattutto in questo tempo di pandemia abbiamo incontrato e incontriamo anche tanti non credenti, non praticanti, uomini e donne di altre religioni, ricchi o poveri, stranieri che si sono fatti fratelli dei più bisognosi, tanto più siamo chiamati a vivere così noi cristiani e in particolare noi presbiteri che tra poco rinnoveremo le nostre promesse sacerdotali.

Per aiutarci vorrei fermarmi con voi a provare a dare risposta a tre domande:

  1. Ma perché dare speranza?
  2. Dove dare speranza?
  3. E come? Con quale stile?

1- Testimoniare speranza perché, crediamo e aderiamo con tutto il cuore a Lui che ci ha scelti e chiamati. A Lui che come ci ha detto Gesù stesso nel Vangelo appena ascoltato, è il Messia, che con la sua venuta realizza la profezia di Isaia che, alla Sinagoga di Nazaret, Egli riferisce a sé, rivelando che è Lui – Gesù – l’unto, ossia colui su cui si compie la presenza di Dio in mezzo agli uomini. Colui che il Padre ha mandato per inaugurare il Regno di Dio che Gesù viene ad attuare nella storia annunciando l’evangelo ai poveri, proclamando il grande giubileo della liberazione, della luce, della gioia e della pace. E tutto questo in un “oggi” che non è soltanto il Suo, quello di duemila anni fa … ma è un “oggi” che si prolunga nel tempo della Chiesa, in questo tempo che è ancora in svolgimento e che è il nostro tempo.

Nel Vangelo di Luca che ogni anno ascoltiamo in questa Messa mi colpisce la reazione degli ascoltatori di Gesù alla Sinagoga di Nazaret: “gli occhi di tutti erano fissi su di Lui!”. Fissi e attoniti! Ebbene, noi saremo capaci di speranza se terremo fissi nella nostra vita personale, nelle nostre assemblee e anche in questo tempo così strano i nostri occhi su Gesù. Ma – come scrive Origene – “non gli occhi del corpo, ma gli occhi della mente” sicuri che – continua il teologo e filosofo greco – “quando lo guarderete, i vostri occhi risplenderanno per la luce del suo sguardo; allora potrete dire: La luce del tuo volto, Signore, ha lasciato il suo segno su di noi (Sal 4,7)”[1]. Domandiamoci allora: i nostri occhi sono rivolti a Lui affinché illuminati dal Suo amore possano guardare con il Suo stesso sguardo di amore puro e misericordioso il mondo per dare ad esso speranza?

2- La seconda domanda circa la nostra chiamata a dare speranza riguarda il dove? La risposta – che in fondo abbiamo già accennata – potrebbe essere semplice quanto scontata: il mondo!

Ma lo conosciamo il nostro mondo?

Abbiamo compreso come esso è cambiato e come lo troveremo ancor più cambiato, al termine di questa pandemia?

Non oso pretendere di descrivere dettagliatamente i cambiamenti di questo mondo a causa dei quali la nostra pastorale e il nostro essere preti si trovano spesso già da tempo come inadeguati, ma provo a fare con voi una rapida carrellata che occorrerà in seguito approfondire per essere nel mondo, in questo mondo e non in un mondo ormai passato, riflesso di speranza non solo a parole ma con i fatti.

  • Il mondo in cui viviamo ha subito dal 1859 ad oggi una rivoluzione copernicana: un vero e proprio “cambiamento d’epoca” con il quale non possiamo rinviare il confronto. Ho parlato di 1859 perché in quella data Charles Darwin, con il libro L’origine della specie, sganciò la comparsa dell’uomo sulla terra dal legame con Dio, invitando a guardare l’origine della specie umana, piuttosto che in direzione dell’alto, in direzione della comune parentela con gli animali. E da allora è iniziato quel tempo che evolvendo progressivamente oggi è giunto ad essere definito della “postmodernità”. Tempo al quale siamo arrivati passando per il pensiero di Marx, Freud, la seconda rivoluzione industriale, l’arte e la letteratura moderna e contemporanea, nonché le pubblicazioni scientifiche di inizio ‘900, fino ad Auschwitz – che affermerà quale unica legge quella della sperimentazione potenzialmente infinita anche snaturando l’uomo – e poi ancora ai moti del 1968, della emancipazione della donna, della messa in discussione di ogni differenza sessuale e di genere, dell’introduzione delle leggi a favore del divorzio e dell’aborto, della collusione tra politica e affari privati, fino all’attuale rivoluzione digitale … E così, progressivamente, siamo stati condotti a dimenticare, se non addirittura a considerare Dio, come “altro da noi” a favore di un inedito e affascinante apprezzamento del proprio io, che segna la vittoria di quest’ultimo rispetto a tutte le gerarchie, a tutte le élite, a tutti gli apparati e i governi che sinora hanno preteso di parlare a nome di tutti e quindi a nome suo. Quell’io umano che tuttavia continua a desiderare parole di speranza cristiana tra “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”[2] che le persone anche oggi sperimentano e che anche oggi possono offrire orientamento all’azione pastorale della Chiesa.
  • Per comprendere il nostro mondo occorre poi che la Chiesa sappia che anche grazie all’allungamento medio della vita, non esistono più la fanciullezza, l’adolescenza, la giovinezza e l’età adulta dopo la quale ci si prepara all’incontro con l’eterno. Ma che dopo la fanciullezza, l’adolescenza e la giovinezza, a causa dell’allungamento della vita media dell’uomo, esiste sì una vita adulta anagraficamente ma che consiste in una serie di più giovinezze, dove l’essere sempre giovani è divenuto un mito. Mito che favorisce in tanti giovani l’incapacità di compiere scelte di vita definitive, e vengono meno così coloro che desiderano generare, adulti desiderosi e capaci di generare e di affrontare e superare le difficoltà tipiche dell’età adulta nonché di educare i figli riducendosi a divenire più loro amici che padri e madri.
  • E in questo contesto di crisi del senso di Dio, dell’adultità e delle capacità di scelta vocazionale sia alla famiglia che alla vita sacerdotale o consacrata, anche la nostra pastorale è entrata ed entrerà sempre più in panne. E con la nostra pastorale anche noi preti che tanto ci sforziamo, specialmente nella catechesi ai piccoli, con l’impressione, giunti a sera, di battere l’aria e le conseguenti demoralizzazioni e caso mai ricerche di fughe consolatorie in questo mondo sempre più lontano da Dio.

3- E allora: come e con quale stile riflettere la speranza che ci viene dal tenere gli occhi fissi su Gesù il Cristo: ieri, oggi e sempre?

Provo a dare qualche risposta senza pretendere di esaurire in un brandello di omelia un grande lavoro di “conversione pastorale” alla quale giustamente da tanto tempo Papa Francesco ci chiama e che sentiamo tutti come ormai inderogabile anche se poi non abbiamo moltissime idee circa il come realizzarla.

Innanzitutto occorre che nelle nostre comunità si scopra e viva uno stile sinodale, una vera e propria fraternità solidale che si esprima in fatti di prossimità dopo una sempre più estesa e accentuata formazione ecclesiale. Non a caso il Papa sta stimolando tutta la Chiesa italiana nella sua interezza: dalle parrocchie, alle Diocesi a porsi in stato di sinodo per mettere a fuoco le domande dell’uomo e dare ad esse risposte calzanti e adeguate.

Domande non di ieri ma di oggi per dare ad esse risposte non di ieri ma di oggi.

Non possiamo rassegnarci a che le uniche domande che vengono poste a noi presbiteri e alle nostre comunità siano quelle di ricevere i sacramenti o i sacramentali dopo un po’ di catechismo nozionistico che in un corpo come è il nostro mondo rischia di essere un vaccino iniettato ma senza effetto. Cari confratelli occorre prendere il coraggio di assumere vie nuove – e la proposta almeno nella Diocesi di Tivoli è stata fatta da vari anni con la Nota Pastorale Cristiani non si nasce ma si diventa – dove ai sacramenti per la vita cristiana non ci si arriva come appunto andiamo a farci vaccinare, forse avremo qualche linea di febbre per un giorno o due … e poi viviamo quasi dimenticandoci del vaccino ricevuto. Occorre invece entrare in un dialogo profondo con l’uomo di oggi, ascoltarlo e rispondergli proponendogli insieme Cristo. Favorendogli l’incontro con Lui come comunità di adulti che sono tali non anagraficamente ma perché cristiani e il vero cristiano configurato a Cristo che dona la vita per gli altri sa cosa voglia dire essere adulto.

Innanzitutto, però, le domande dobbiamo rivolgerle a noi presbiteri per primi.

Anche noi stiamo vivendo nella postmodernità, anche noi siamo sulla barca di questa umanità … ebbene cosa ha detto e cosa dice al mio e nostro essere cristiano e prete questo tempo? Come ci stimola? O basta passarci in mezzo ignorandolo, con nostalgie di un passato che non tornerà più, dove Dio era dato per scontato e certo e la nostra pastorale si consumava in pratiche tradizionali, processioni, novene … e in fare il catechismo per dare i sacramenti?

Alle domande dobbiamo rispondere – la dico in una parola sola – diventando cristiani, puntando maggiormente il nostro sguardo, come quello degli ascoltatori della Sinagoga di Nazaret, su Gesù con uno stile di vita incentrato sull’essenziale a partire dalla domenica, giorno del Signore.

Domandiamoci: essa è veramente il centro della nostra azione pastorale? Senza la domenica – dicevano i martiri di Abitene – non possiamo vivere, non possiamo essere! Ma è così per noi? E per chi viene a cercarci, cosa proponiamo alla domenica? Una liturgia accurata, una omelia che risponda a qualche domanda vera dell’uomo di oggi, una comunità – caso mai piccola – ma capace di accogliere, ascoltare, aiutare concretamente? O liturgie stanche, disincarnate, dove forse fatichiamo pure a comprendere quanto viene proclamato?

Nelle nostre comunità si legge il Vangelo? Ci lasciamo forgiare dalla Parola di Dio? Esistono occasioni per proporla dopo che noi ci siamo lasciati intridere da essa?

Che impegno viviamo nel fare, anzi nell’essere, carità?

Vorrei tanto che sulle porte di tutte le nostre chiese fosse affissa una scritta: “Qui si diventa cristiani”. Ossia qui c’è una comunità che guardando fissa a Gesù con il suo sguardo guarda il mondo. C’è una comunità che si meraviglia della novità di Gesù così come viene narrata nei Vangeli, che prega, celebra l’Eucaristia, si sostiene e al di là dei tempi, delle classi scolastiche di appartenenza, delle tradizioni, insegna a guardare a Gesù per guardare ai fratelli partendo dai più poveri, i soli, i giovani affinché tutti divengano cristiani e quindi capaci di oblatività e perciò adulti.

Vorrei concludere citando quanto Papa Francesco ha detto del nostro padre Abramo nella Piana di Ur il 6 marzo scorso: “Oggi … – diceva – onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra”. Abramo guardava le stelle e al contempo camminava sulla terra compiendo passi concreti verso la scoperta del volto dell’altro. Cari amici, come ricordava il Cardinale Bassetti lo scorso 22 marzo, il popolo di Dio ci chiede anzitutto una parola “alta” che sappia indicare il cielo, che non si ripieghi a logiche personalistiche o campanilistiche. Ci viene chiesta una visione prospettica a lungo termine, che mostri la bellezza delle grandi imprese. Che sia anche per noi così. Guardando sempre al Cielo, come Abramo camminava al ritmo della sua famiglia lungo i percorsi indicati dal Signore così anche noi mettendo al centro della nostra pastorale innanzitutto la famiglia il cui bene è decisivo per il futuro della Chiesa e della società e che forse abbiamo lasciata un po’ a se stessa senza coinvolgerla appieno in un cammino dove anche essa è chiamata a divenire cristiana e perciò adulta e generatrice.

Maria Santissima e San Giuseppe, l’uomo dal coraggio creativo del quale stiamo celebrando un anno a lui dedicato, ci aiutino ad intraprendere strade nuove per portare speranza al mondo. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina

 


CRISTO SI INGINOCCHIA DINANZI ALLE NOSTRE STORIE PER AMARCI SINO ALLA FINE
Oggi Dio si inchina dinanzi a ciascuno di noi, si mette ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. La nostra superbia, i giudizi, le pretese, l'ira, la maldicenza, l'arroganza, la sfrontatezza, l'onda melmosa del nostro orgoglio si infrange su quest'amore inimmaginabile. L'amore sino alla fine. Gesù è l'unico che va con noi sino in fondo, che non si ferma di fronte a nulla. Lui non lascia le cose a metà, il suo amore non si spegne, non si raffredda, non sfugge il pericolo, non rinuncia per la vergogna, non cambia per opportunismo, non esige cambiamenti e attitudini particolari, sa pazientare e attendere, guarda tutto di noi con speranza invincibile, non si aspetta contraccambio. Se ti prende per mano e ti promette di amarti sino alla fine, sarà esattamente così.
"Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo. Non temere. Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa' tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall'estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per la mia gloria ho creato e formato e anche compiuto. Fa' uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi che pure hanno orecchi... Voi siete i miei testimoni - oracolo del Signore - miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io... Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgerete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.". (Is. 43,1-7). Il Targum di Isaia aggiunge e commenta: "Nell'antichità, quando attraversaste il Mar Rosso, la mia Parola vi assisteva; il faraone e gli egiziani, che erano numerosi come le acque dei fiumi, non poterono nulla contro di voi; Neanche negli altri tempi, quando foste tra le nazioni, che erano potenti come il fuoco, queste non prevalsero contro di voi, né i regni, impetuosi come le fiamme vi distrussero... Non temere perchè sei amato davanti a me, non temere perchè la mia Parola viene in tuo aiuto... Fui Io che feci uscire il Popolo dall'Egitto, che era come un cieco anche se aveva occhi, e come un sordo anche se aveva orecchie...Voi siete i testimoni davanti a me - dice Yahwè - insieme con il mio servo il Messia nel quale mi sono compiaciuto, perchè lo riconosciate e gli siate fedeli davanti a me e comprendiate che Io sono".
Da questi testi comprendiamo come l'amore sino alla fine del Signore sia un amore incastonato nella dinamica dell'esodo, un amore pasquale; l'amore che, quando ci prende, ci coinvolge in un cammino che fa della nostra vita un esodo alla scoperta di qualcosa di assolutamente nuovo, a noi sconosciuto, così bello da togliere il fiato e far dimenticare le cose passate e antiche: l'amore sino alla fine. "Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione... l’essere partecipi dell’amore eterno (della vita eterna, della speranza affidabile, della meta grande e sicura da giustificare la fatica del cammino), una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza" (Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa nella Cena del Signore, 20 marzo 2008].
L'amore di Gesù che percorre tutto il cammino che lo conduce sino al fondo delle nostre vite. Sino ad inginocchiarsi dinanzi ai nostri delitti, ad ogni peccato, grande o piccolo che sia, che infanga i nostri piedi. In ginocchio per perdonarci. Per lavare ogni macchia. I nemici che ci hanno resi schiavi, li vedremo morti: mai più si rialzeranno. E' nel perdono, in questo lavacro che dai piedi ci purifica sino alla fine, sino al fondo del cuore dove risiede la malizia del peccato, è in questo amore nuovo che sorge per noi, oggi, la speranza di una vita nuova. In questo perdono possiamo cominciare un autentico esodo che dimentichi e lasci dietro le spalle le schiavitù antiche, un cammino che guardi avanti per non ritornare a diventare, come la moglie di Lot, inanimate statue di sale bloccate e fallite. Lui è oggi prostrato davanti a noi, per lavare i nostri piedi affinchè ci facciano entrare nella Pasqua, nell'esodo che ci attende. I piedi sono immagine del nostro andare per la vita, sino a questa notte un vagare senza meta, insicuro, alla ricerca di senso e sostanza, come ciechi e sordi: "Eravate erranti come pecore ma ora siete tornati al pastore, e guardiano delle vostre anime" (1 Pt. 2,12). Lui è oggi di fronte a noi come il Buon Pastore che fascia le ferite, lava e rinfranca i nostri piedi dolenti, per prepararci e condurci al fine per cui siamo nati: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me... Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni" (cfr. Sal. 23). L'amore che ci guida ai pascoli erbosi del Paradiso, la Terra preparata quale premio di ogni fatica quotidiana, il riposo che ci attende al termine dei combattimenti del deserto. L'amore che ci porta sino alle acque del battesimo, dove rinnovare, giorno per giorno, l'alleanza con Lui. L'amore che prepara la mensa del suo corpo e del suo sangue, la fonte della vita piena che trabocca di gioia come un calice di vino squisito. Nel gesto di Gesù possiamo allora guardare con fiducia e speranza alla nostra vita: al passato nel quale Dio è stato tante volte fedele; al presente, dove si abbassa al punto di inginocchiarsi per riconsegnarci quell'amore perduto capace di rialzarci e introdurci nel cammino; al futuro, dove compirà, passo dopo passo, negli eventi che ci attendono, il suo amore infinito. Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, dopo i tanti prodigi mostrati sino ad ora, ci ama sino alla fine, oggi e sino all'eternità.
Comprendiamo allora come la sua ora, quella di passare da questo mondo al Padre, coincida con la stessa nostra ora, quella di passare dalla schiavitù del peccato e della carne, alla libertà dei figli di Dio. Con il Vangelo di oggi si inaugura la grande cena di Gesù, ed in ogni suo gesto, in ciascuna sua parola risuona il racconto dell'antico Esodo del Popolo, che, in Lui, non solo è memoriale che riattualizza gli eventi del passato, ma si compie definitivamente. E' questo il senso più profondo dell'amore sino alla fine: l'amore manifestato nell'Esodo quale segno e memoriale per il Popolo si compie, giunge alla fine del piano di salvezza allora iniziato. In Cristo si compie l'amore del Padre, l'Esodo trova il suo compimento.
I Rabbini hanno interpretato la parola Pesach con pe sach: la bocca parla, esprimendo così l'importanza di raccontare l'evento con le parole. "Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l'unità tra il fatto e l'articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell'assemblea gli antichi prodigi" (Daniel Lifschitz, Le feste ebraiche - 3. Pessach - Pasqua). Con il segno della lavanda dei piedi e le parole pronunciate durante la cena Gesù obbedisce al comando di raccontare gli eventi prodigiosi dell'Esodo mostrando contemporaneamente la novità assoluta e sorprendente del suo potere di compiere le parole e i segni.
E' questa l'esperienza che ci attende oggi, in questo Santo Giovedì. Immergerci nel mistero d'amore che il nostro cuore attende da una vita. Incontrare Colui che stiamo cercando senza posa da quando siamo nati. Lasciarci sorprendere e trafiggere dall'amore di Gesù, l'unico che ci ama sino ad inginocchiarsi dinanzi a noi. Sino a consegnare tutto di sé. Chiunque oggi si senta vuoto, solo, sfiduciato. Triste, angosciato, ribellato. Schiavo di peccati dai quali non può uscire. Chiunque di noi insomma, oggi può stupirsi di un amore mai conosciuto. Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, sino agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all'ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell'ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito. Un amore che colma l'esistenza di senso e vita nuova. Un amore fatto pane, da mangiare per essere saziati. Un amore fatto vino, da bere e colmare ogni sete. Un amore che guarisce e dona pace e gioia. Un amore che stupisce e risuscita e ci sospinge nella vita ricolmi dello stesso amore, per amare, per inginocchiarci a nostra volta dinanzi a chiunque appaia nelle nostre ore mendicando esattamente quello che abbiamo mendicato noi, sino a questo giorno. L'amore di Dio in Cristo Gesù, annientatosi e fattosi servo, l'ultimo, il più piccolo di questa terra, per farci suoi fratelli, salvati, amati. Per fare della nostra vita un miracolo d'amore capace di uscire e andare a cercare e prendere per mano i nostri fratelli e, con loro questa generazione, ed incamminarci insieme nell'esodo che conduce al Cielo: "seguendo Gesù e uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza, muoverci noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto. C’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore! Entrare sempre più nella logica di Dio, nella logica della Croce, che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di sé che porta vita. E’ entrare nella logica del Vangelo. Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con Lui esige un "uscire", uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo "uscire", cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana" (Papa Francesco, Udienza Generale del 27 marzo 2013). Lavarsi i piedi gli uni gli altri è proprio questo entrare insieme, riconciliati, perdonati, amati, nel grande cammino di liberazione che inaugura la Pasqua.
Gesù è innamorato, di me e di te, e non vi è altra spiegazione che il suo amore. Oggi è il giorno per contemplare questo amore. Le parole resterebbero sempre incapaci di descriverlo, come dice il Cantico dei Cantici: "forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio" (Ct. 8,6-7). Il suo amore sino alla fine è da accogliere, umilmente; nulla possiamo dare per averlo, nulla neanche in contraccambio. Il suo amore disintegra l'orgoglio di Pietro, il nostro orgoglio, incapace di ricevere un dono così sconvolgente. Oggi Gesù depone le sue vesti, offre la sua vita secondo il verbo usato da Giovanni. Oggi Gesù getta via la sua dignità, quasi dimentica d'essere Dio per farsi uno con ciascuno di noi, per raggiungerci laddove siamo caduti. Nudo per rivestirci della sua dignità. "Ti sei donato a me senza riserve, pieno di soavità hai fatto piccola la tua grandezza; così che non tremassi nel vederti, nell'aspetto pure come me perchè potessi riceverti" (Ode VII di Salomone). Lasciarsi amare, lasciarsi lavare i piedi da Gesù, è questa la porta che apre alla felicità piena, che nessuno potrà rubarci.