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martedì 12 ottobre 2021

 


L'AMORE AUTENTICO SI SPORCA IMMERGENDOSI NEL CUORE DELLA SPOSA PER PURIFICARLO E RENDERLO LIBERO DI DONARSI
L’amore autentico è sporco, ma sporco da far ribrezzo. E’ una pattumiera piena di spazzatura, una tuta da lavoro macchiata all’inverosimile. Scandalizza come un barbone lercio e maleodorante capitato in un ricevimento di corte. Come il cuore e le parole intrisi d'amore autentico di Gesù, invitato a casa di un fariseo, un luogo separato dall’esterno e purificato in ogni angolo, dove si è “sdraiato” (secondo l’uso del tempo) a tavola senza prima “lavarsi”. Altro che Hiroshima, in quella casa Gesù aveva fatto scoppiare una bomba devastante: immaginate un contadino appena uscito dalla stalla dove ha munto le sue mucche e pulito i loro escrementi, entrare in una camera sterile di un ospedale: ecco, l'attitudine di Gesù deve aver prodotto più o meno lo stesso effetto deflagrante e sconvolgente dell’amore autentico a contatto con quello ipocrita che si nutre di purificazioni esteriori. Quanti fidanzamenti e matrimoni, quante amicizie e relazioni scivolano tra un maquillage e l’altro, illudendosi di fortificare l’unione lucidando la superficie (il sentimento, per capirci, le parole chattate, i pensieri postati) mentre invece la si accompagna alla tomba perché all’interno continua a covare e a crescere la concupiscenza che “rapina” la dignità dell’altro, facendolo “cattivo”, ovvero “schiavo” di se stesso. Creato a «immagine e somiglianza» di Dio, l'uomo era destinato a una vita pura, nella comunione e nell'intimità con Lui. Mangiando dell'albero però, ha fatto esperienza della morte, la madre di ogni impurità, che lo ha strappato al Paradiso. Il cuore, l' "interno", si è contaminato di una menzogna "malvagia" che lo ha orientato a "rapinare" quello che, invece, gli era stato gratuitamente. Non a caso all'origine del termine "malvagità" vi è anche l'idea di una "fatica dolorosa del male". Fateci caso, il male è sempre faticoso, e lascia nudi e sporchi, come i progenitori che hanno conosciuto la vergogna e la concupiscenza, e "tutto" è divenuto impuro: l’amore tra gli sposi, gli affetti, le amicizie, il lavoro. Tutto è ferito dalla "dolorosa fatica" del male. Ma coraggio, non aver timore di guardare oggi al tuo fidanzamento, al matrimonio, alla relazione con i tuoi figli o i tuoi genitori, con i tuoi fratelli di carne o quelli della comunità cristiana, con i parenti, i colleghi di lavoro o i compagni di scuola; invita anche tu Gesù a casa tua, e lasciati illuminare dalla presenza di Gesù che, per amore, si “sdraia” nel letamaio che si nasconde nel tuo cuore. No, Lui non si lava prima di mangiare, non avrebbe senso perché è giunto accanto a te, nella tua intimità, per “battezzarsi” (Luca ha usato il termine “baptizein” tradotto con “lavare”), immergersi nei tuoi peccati. Il vero amore infatti, quello incorruttibile e celeste che la Chiesa ha annunciato al mondo con il nome di “agape”, si sporca per lavare, si “sdraia” per far risuscitare, si dona per fare della vita di ogni uomo il dono che il Padre ha pensato quando lo ha creato, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Gesù non ha bisogno di lavarsi le mani perché il suo amore è puro alla fonte. E anche oggi viene nella Chiesa per compiere nella nostra vita di alienati, il miracolo dell’amore autentico che disintegra l’amore ipocrita dell’uomo vecchio. In fondo la Chiesa è come la casa di quel fariseo, una comunità di poveri uomini che spesso cadono nel tranello antico del demonio e si illudono di invitare Gesù a mensa, dimenticando che, come accadde a casa di Marta e Maria e di quel fariseo, è Lui che ci invita ad accogliere il suo amore fatto Parola da ascoltare e Pane da mangiare, perché viene a visitarci proprio per purificare le nostre case.
Accettiamolo fratelli, anche noi spesso prendiamo il cristianesimo come prendiamo la vita, ingannati cioè dalla menzogna del demonio. Credere di poter diventare come Dio, infatti, significa anche illudersi di raggiungere il suo grado di purezza e “separazione” (fariseo significa “separato”) dal mondo del peccato, con le proprie forze impegnate a lucidare la carrozzeria della vita. E ciò significa concretamente essere diversi dai politici che rubano, come da tuo cugino che ha l’amante. Intendiamoci, un cristiano è “nel” mondo ma non è “del” mondo perché è “santo” nella “santità” di Dio (anche “santo” significa “separato”); ma c’è un particolare che distingue la “stoltezza” di quel fariseo che siamo tutti noi, dalla “sapienza” dei cristiani che hanno camminato nella fede sino ad immergersi con Cristo nel suo stesso battesimo: la Croce. Per caso ci si lavava prima di salire al patibolo più infamante? Tutto il contrario, ci si giungeva sfiancati e sfigurati, come Gesù, che su di essa si è “sdraiato” per te e per me, sporco al punto che il suo aspetto non era più neanche quello di un uomo. Aveva infatti lasciato che il flagello gli straziasse la carne perché con il suo sangue potesse lavare la nostra carne impigliata nell’ipocrisia. Avete presente la Sindone? Ecco, l'Uomo che è stato avvolto in esso e "sdraiato" nel sepolcro è il segno dell'amore autentico. Coraggio allora, perché nella comunità cristiana Gesù si “sdraia” nella tua storia di peccati, per strapparti all’alienazione che ti fa curare maniacalmente l’esterno del bicchiere, nello sforzo di rispettare e far rispettare leggi e codici che ti sei costruito per dare un aspetto presentabile e dignitoso al fidanzamento, al matrimonio e a tutta la tua vita. Basta fratello! “Dai in elemosina quanto è dentro” il tuo cuore, approfitta cioè del marcio che sino ad oggi hai accarezzato e viziato; dai a Cristo il tuo sporco e allora “tutto in te diventerà puro”, cioè autentico perché sarai finalmente immagine e somiglianza di Dio. Attenzione, non a caso il Signore ci dice di “dare in elemosina” quello che abbiamo dentro: il denaro, infatti, è il segno della superbia che ci vorrebbe come Dio, è il potere che ci fa “puri” agli occhi degli altri, cioè inattaccabili e in diritto di comprare ed esigere quello che un dio vuole. Per il denaro il cuore si muove a “rapinare”, perché di esso è “schiavo”, e quindi ogni pensiero, parola e gesto è “cattivo”. Allora, dai in elemosina il denaro che, al tuo interno, usurpa il posto di Dio; oggi, prendi quello che hai nel portafoglio, magari il tuo conto in banca, sì, proprio quello che ti sporca dentro rendendoti invidioso, geloso, pauroso e violento; il denaro di cui ti vesti per non apparire per quello che sei. Prendilo e dallo in elemosina al primo barbone che incontri, o nella cassetta dei poveri nella prima chiesa che ti trovi davanti. Gesù lo ha fatto per te, misero e senza dignità, dandoti in elemosina tutto se stesso. Accogli la sua ricchezza, l’amore e lo Spirito Santo, la misericordia e la vita eterna, e dagli l’ipocrisia fatta denaro che avvelena e sporca il tuo cuore. Allora saranno puri il tuo fidanzamento, il matrimonio, e ogni relazione, perché il tuo cuore e i tuoi occhi purificati sapranno vedere Dio nell’altro, l’amore nel quale donarsi e trascendersi. Solo amando in Cristo saremo davvero “puri”, privi cioè della malizia demoniaca che ci dilania interiormente separando dolorosamente fede e vita, cuore e opere; solo nell’amore che incarna lo Shemà, infatti, saremo immagine e somiglianza di “Colui che ha fatto l’interno e anche l’esterno”, vivendo nella “purezza” della creatura che compie la volontà del suo Creatore.

lunedì 11 ottobre 2021

 


LA NOSTRA VITA QUOTIDIANA E' IL SEGNO DEL TRIONFO DELL'AMORE DI CRISTO SULLE MENZOGNE DEL DEMONIO
Inizia una nuova settimana e, puntuale, la Parola ci viene a scrutare: che "segno" chiediamo al Signore? Come le folle anche noi ci «accalchiamo» per carpire da Gesù un «segno» che ci dia «il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io» (J. Ratzinger). Ci illudiamo di chiedere a Dio un «segno» per orientare verso di Lui le scelte ma, quando non sono soddisfatte le nostre passioni, si svela la «malvagità» che coviamo nel cuore. Il volto scuro come Caino, e gelosie, invidie, ira e rancori capaci di uccidere il fratello per vendicarsi di Dio. Chi invece con rettitudine di intenzione desidera conoscerlo e convertirsi, non chiede un segno: come la «Regina del Sud», si mette in cammino per «ascoltare la Sapienza di Salomone», il figlio di Davide e Betsabea, ovvero il figlio della misericordia. Come i Nìniviti, ai quali bastò la predicazione di uno straniero per cambiar vita, lascia il centro della scena - che è l'attitudine del cuore che si nasconde nella richiesta di un segno, il protagonismo dei propri desideri, la soddisfazione degli appetiti dell'uomo vecchio che ha creduto di essere come Dio - perché vi sia la Parola di Dio. Noi invece stentiamo a convertirci, nonostante «Uno molto più di Giona» bussi ogni giorno alla nostra vita attraverso gli eventi e le persone che la Chiesa illumina con la sua predicazione. «Meritevoli d’ira» come questa «generazione malvagia», per Grazia siamo stati raggiunti dall'amore di Dio e scelti come una primizia per divenire il «segno del Figlio dell'uomo» per ogni uomo. Che ne abbiamo fatto della nostra primogenitura? Forse l'abbiamo truccata per adattarla ai nostri desideri, e siamo scivolati in un'ipocrisia insopportabile. Forse abbiamo fatto il callo al "segno" di Cristo che il Padre ci dona ogni giorno; non ci accorgiamo più del suo amore, come un marito che neanche guarda più negli occhi sua moglie, tanto sempre uguali sono, quando non si infiammano di rimproveri... Esattamente come facciamo con la predicazione: superflua, come un rumore di fondo a cui ci siamo abituati, ma che però non smette di darci fastidio. Il demonio, infatti, sa bene che la fede viene dall'ascolto della stoltezza della predicazione; e che con la fede il suo regno di male giunge al termine: il demonio sa che l'ascolto salva, per questo cerca di impedire proprio la stolta predicazione di "Uno morto crocifisso ritornato in vita". Come era stolto Giona, testardo, pauroso, uno che umanamente era adatto a tutto meno che a predicare la misericordia di Dio, della quale, invece, si scandalizzava. Eppure gli abitanti di Ninive hanno creduto alla predicazione di quest'uomo così inadeguato secondo i criteri mondani, e si sono convertiti. Hanno creduto a Giona perché lo hanno visto peccatore come loro ma raggiunto da una Grazia soprannaturale, che lo ha reso il "segno" credibile a cui appoggiarsi per cambiare vita. Allora è proprio la tua debolezza, quei pensieri mondani che ti trascinano in fondo al mare nelle fauci di una balena; è proprio dalla tua carne così facilmente corruttibile che Dio parte per dare l'unico segno che può salvare una generazione malvagia. La salvezza cioè, inizia proprio dalla malvagità che ci fa figli di questa generazione, le cui conseguenze di morte il Figlio di Dio fatto carne ha preso su di sé sino a morirne e scendere in un sepolcro. Ma dal ventre della morte è risuscitato, come oggi farà risorgere te con Lui dalle fauci dei fatti e delle relazioni che, affrontati con i pensieri mondani, si sono trasformati in tombe gravide di morte. Solo chi, come Giona e Gesù, è risuscitato dalla morte della sua generazione può diventare un segno credibile, capace cioè di parlare al cuore e prendersi il centro della vita e parlare al cuore con l'autorità della Verità. Il profeta è in tutto simile a coloro ai quali è inviato, come il Figlio di Dio si è fatto uguale a noi, eccetto il peccato. Altrimenti non lo ascolterebbero.
Allora coraggio, perché il segno che Dio vuole offrire a questa "generazione", cioè a chi ti è vicino ed è "generato", come te, nel peccato, è proprio la tua vita, così come è oggi; proprio quella che invece, esigendo da Dio un "segno" illusorio, un miracolo travestito di luce con cui sfuggire l'unica salvezza che viene dalla Croce, il demonio ti spinge a rifiutare. Attenzione però, perché esiste il «giorno del giudizio», la vita non è un gioco e poi "tana libera tutti".... Ci sarà "un giorno" nel quale gli uomini saranno giudicati, e i cristiani ancor più approfonditamente... Il giorno in cui i pagani si "alzeranno" e ci "giudicheranno" per non esserci convertiti e aver loro predicato il Vangelo. Ma il «giorno del giudizio» è anticipato nella storia, giunge a noi anche «oggi»: al lavoro, a scuola, al bar, tra i parenti, la sofferenza di chi non ha conosciuto Cristo ci «giudica» in attesa del segno della nostra conversione, la fede adulta che si fa amore. Il collega di ufficio, lontano dalla Chiesa e nemico dei preti, con una situazione familiare fallimentare eppure incapace di accettarlo, che a sentirlo sembra vivere la migliore delle vite possibili; ebbene, proprio lui "si alzerà" dal suo tavolo di lavoro e ti chiederà aiuto. A te, che ha sempre disprezzato, insultato ed emarginato, a te chiederà luce e consolazione per non impazzire di fronte all'incidente che si è portato via il figlio sedicenne. Se non ti sarai convertito oggi non potrai dargli nulla, e dovrai rimandarlo a mani vuote; e la tua vita, alla quale Dio ha voluto legare la sua, precipiterà all'inferno, nella solitudine dove sono condannati a vivere quanti non hanno accolto l'amore e non hanno potuto diffonderlo. Ma c'è speranza, proprio oggi: basta non difenderci, lasciarci giudicare e convertirci e smettere di chiedere capricciosamente e infantilmente che persone e fatti siano piegati ai rantoli della nostra concupiscenza. Per questo basta "ascoltare" la predicazione e accogliere la sapienza della Croce che ci ricorda la "cenere" dalla quale siamo stati tratti. Accettare di essere andati per la vita come i niniviti, "senza distinguere la destra dalla sinistra", senza discernimento e per questo sbattendo sui muri che ci hanno separato dagli altri, mentre li credevamo amore. Convertiamoci e riconosciamo che quella presa di posizione ha ucciso nostra moglie; che quel criterio ha ferito e umiliato nostro figlio; che quel progetto che abbiamo idolatrato ha escluso e allontanato il fratello. Umiliamoci allora, e "vestiamoci di sacco" anche noi come gli abitanti di Ninive; digiuniamo di parole e cibi, umiliamo il corpo con il quale abbiamo ucciso e scandalizzato. Entriamo nella storia accogliendone ogni centimetro, sperando di sperimentare in essa, per pura Grazia, l'amore di Dio. E ciò significa "alzarci" dall'alienazione di ogni giorno e, come la Regina del Sud, muoverci dagli "estremi confini della terra" dove siamo scappati ingannati dal demonio, e tornare a Cristo, alla Sapienza della Misericordia. Lasciamo che Gesù, nella comunità cristiana, ci faccia una sola cosa con Lui, perché questa è la nostra primogenitura, sperimentare come primizie il "segno" di Giona per diventarlo a nostra volta a favore di questa generazione. Perché nell'ultimo giorno, chi ha atteso di vedere in noi il "segno" della vittoria sulla morte di Cristo, possa giungere in Cielo dicendo a tutti di averlo visto, di averlo incontrato nella nostra predicazione e testimonianza. E così potremo entrare insieme a loro, e con loro godere eternamente delle delizie del nostro Sposo.

giovedì 7 ottobre 2021

 


7 OTTOBRE. BEATA VERGINE DEL ROSARIO


Nel 1212 san Domenico di Guzman, durante la sua permanenza a Tolosa, vide la Vergine Maria che gli consegnò il Rosario, come risposta ad una sua preghiera, a Lei rivolta, per sapere come combattere l’eresia albigese.
Fu così che il Santo Rosario divenne l’orazione più diffusa per contrastare le eresie e fu l’arma determinante per vincere i musulmani a Lepanto. Come già per Poitiers (ottobre 732) e poi sarà per Vienna (settembre 1683), la battaglia di Lepanto fu fondamentale per arrestare l’avanzata dei musulmani in Europa. E tutte e tre le vittorie vennero imputate, oltre al valore dei combattenti, anche e soprattutto all’intervento divino.
La battaglia navale di Lepanto si svolse nel corso della guerra di Cipro. Era il 7 ottobre 1571 quando le flotte musulmane dell’Impero ottomano si scontrarono con quelle cristiane della Lega Santa, che riuniva le forze navali della Repubblica di Venezia, dell’Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e di Sicilia), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana e del Ducato di Urbino, federate sotto le insegne pontificie.
Dell’alleanza cristiana faceva parte anche la Repubblica di Lucca, che pur non avendo navi coinvolte nello scontro, concorse con denaro e materiali all’armamento della flotta genovese.
Prima della partenza della Lega Santa per gli scenari di guerra, san Pio V benedisse lo stendardo raffigurante, su fondo rosso, il Crocifisso posto fra gli apostoli Pietro e Paolo e sormontato dal motto costantiniano In hoc signo vinces. Tale simbolo, insieme con l’immagine della Madonna e la scritta S. Maria succurre miseris, issato sulla nave ammiraglia Real, sarà l’unico a sventolare in tutto lo schieramento cristiano quando, alle grida di guerra e ai primi attacchi turchi, i militi si uniranno in una preghiera accorata. Mentre si moriva per Cristo, per la Chiesa e per la Patria, si recitava il Santo Rosario: e i prigionieri remavano ritmando il tempo con le decine dei misteri. L’annuncio della vittoria giungerà a Roma 23 giorni dopo, portato da messaggeri del Principe Colonna. Il trionfo fu attribuito all’intercessione della Vergine Maria, tanto che san Pio V, nel 1572, istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, trasformata da Gregorio XIII in «Madonna del Rosario».
Comandante generale della flotta cristiana era Don Giovanni d’Austria di 24 anni, figlio illegittimo del defunto Imperatore Carlo V e fratellastro del regnante Filippo II. Al fianco della sua nave Real erano schierate: la Capitana di Sebastiano Venier, capitano generale veneziano; la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, ammiraglio pontificio; la Capitana di Ettore Spinola, capitano generale genovese; la Capitana di Andrea Provana di Leinì, capitano generale piemontese; l’ammiraglia Vittoria del priore Piero Giustiniani, capitano generale dei Cavalieri di Malta. In totale, la Lega schierò una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati, venturieri e marinai.
A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti rematori. Comandante supremo dello schieramento ottomano era Müezzinzade Alì Pascià. La flotta turca, munita di minore artiglieria rispetto a quella cristiana, possedeva 170-180 galere e 20 o 30 galeotte, cui si aggiungeva un imprecisato numero di fuste e brigantini corsari. La forza combattente, comprensiva di giannizzeri, ammontava a circa 20-25.000 uomini. L’ammiraglio, considerato il migliore comandante ottomano, Uluč Alì, era un apostata di origini calabresi, convertitosi all’Islam. Alì Pascià si trovava a bordo dell’ammiraglia Sultana, sulla quale sventolava un vessillo verde, dove era stato scritto, a caratteri d’oro, 28.900 volte il nome di Allah.
I musulmani di allora tagliavano le teste così come le tagliano oggi quelli dell’Isis: essi non hanno mutato i loro sistemi, mentre i cristiani hanno declinato i loro doveri davanti a Dio e alle loro nazioni, asservendosi non più al Re del Cielo e della terra, ma al padrone degli Inferi. Spiegava san Louis-Marie Grignon de Montfort: «Nel Cielo, Maria comanda agli angeli e ai beati. Come ricompensa della sua profonda umiltà, Dio le ha dato il potere e l’incarico di riempire di santi i troni lasciati vuoti dalla superbia degli angeli ribelli». Tutte le grazie passano per Maria, come ci insegnano i grande teologi mariani ed ecco perché san Pio V, Papa mariano e domenicano, affidò a Maria Santissima le armate ed i destini dell’Occidente e della Cristianità, minacciati dai musulmani.
Da allora in poi si utilizzò ufficialmente il titolo di Auxilium Christianorum, titolo che non sembra doversi attribuire direttamente al Pontefice, ma ai reduci vittoriosi, che ritornando dalla guerra passarono per Loreto a ringraziare la Madonna.
I forzati che erano stati messi ai banchi dei remi furono liberati: sbarcarono a Porto Recanati e salirono in processione alla Santa Casa, dove offrirono le loro catene alla Madonna; con esse furono costruite le cancellate poi poste agli altari delle cappelle. Lo stendardo della flotta fu donato alla chiesa di Maria Vergine a Gaeta, dove è tuttora conservato.


 




7 Ottobre 1571

Epica battaglia fu quel giorno a Lepanto. Altrettanto difficili e violente sono le battaglie che ci attendono oggi ed ogni giorno. Ma proprio su ogni giorno che si apre dinnanzi ai nostri occhi risuona l'annuncio di Gabriele: "Non temere, piena di grazia....niente e' impossibile a Dio". Oggi dunque non temere i cannoni delle tentazioni, le spade dei pensieri e dei dubbi, il fuoco delle passioni, il Signore e' con te ad indicarti il sentiero della vita. Oggi la Vergine Maria proteggerà i tuoi passi sino a sperimentare, nella concreta storia che ti e' donata, che davvero nulla e' impossibile a Dio.

lunedì 4 ottobre 2021

 


PASQUA DI S. FRANCESCO 3 OTTOBRE 1226
“Leone, Masseo, Angelo e Ruffino, avvicinatevi e toglietemi tutti i vestiti. Compagni di tante battaglie, non abbiate timore. Il Padre mi ha buttato nudo nel mondo e nudo voglio tornare tra le sue braccia. Voglio morire nudo come il mio Signore Gesù Cristo. Voglio morire tra le braccia di donna povertà e nel seno di madre terra, mia sorella. Spogliatemi dunque di tutti i vestiti”
I quattro frati obbedirono e, man mano che toglievano i poveri indumenti, le lacrime sgorgavano copiose. Anche Ruffino non riusciva più a trattenersi. Il corpo di Francesco era gonfio, paonazzo, martoriato dalle tante penitenze e malattie. Con la mano sinistra cercava di nascondere un po’ la piaga del costato.
Francesco continuò: “E ora mettetemi nudo sopra la nuda terra”
Poi disse ai frati: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!»
Francesco, con gli occhi chiusi, si girò per baciare la terra in segno di riconoscenza, ma non ci riuscì. Allora appoggiò le sue mani sulla terra e disse: “Frate Leone, dì a fra Pacifico che canti. Cantate tutti.” Fra Pacifico cantò fino alla fine il “Cantico di frate Sole”.
Le lacrime dei frati si mescolavano con i gesti di tenerezza di Francesco e il loro dolore veniva addolcito dalle ultime parole del santo.
Era una scena che avrebbe commosso anche le pietre. Lacrime sconsolate scendevano sui visi di tutti e fu in quel momento che Francesco “stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: «Addio figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia».
Benedisse tutti i frati presenti, quelli che erano in giro per il mondo e “quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli”.
Nel frattempo dal bosco e da tutte le capanne vicine, si alzava senza sosta la melodia del “Cantico”.
Francesco disse: “Ben venga la mia sorella morte!”
E al medico: “Su, frate medico, dimmi pure che è prossima la morte, la quale sarà per me la porta della vita!”
Inaspettatamente l’agonizzante sembrò quasi riprendere le forze e nel tentativo di sedersi, esclamo con ansia e gioia insieme: “Sta arrivando! Sta arrivando!”
Poi chiese ai frati che, in onore di sorella morte, sul suo corpo spargessero polvere e cenere. Disse: “Con la mia voce ho invocato il Signore”. I frati proseguirono quel salmo.
Francesco aveva 45 anni.
Tutto era compiuto.
Nel suo giaciglio non si muoveva più.
Era il tramonto del 3 ottobre 1226.
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LA NOTTE DELLE STIMMATE.
Da La sapienza di un povero
"Dio, mio Signore - esclamò allora Francesco - tu hai soffiato sulla mia lampada. Ed eccomi immerso nelle tenebre con tutti coloro che mi avevi affidato. Io son diventato per essi un oggetto di paura. Mi sfuggono ormai anche i seguaci già più fedeli. Tu hai allontanato da me i miei amici e i miei compagni della prima ora. Ascolta, o Signore, la mia supplica! La notte non mi è stata già, forse, abbastanza dura? Accendi nel mio cuore una nuova fiamma. Rivolgi verso di me la Tua faccia, perché la luce della Tua aurora riprenda a risplendermi in viso, e perché i miei seguaci non abbiano a brancolare nel buio. Abbi pietà di me, Signore, per il bene loro. Francesco andò a sedersi ai piedi d'una rupe. Il cuculo cantava nel bosco. L'aria era tiepida e dorata. Ma Francesco non vedeva il sole, né udiva il cuculo. Aveva freddo e pensava a frate Rufino e agli altri: agli altri tutti, dal primo all'ultimo. Se uno dei suoi primi seguaci, quale Rufino, aveva potuto allontanarsi tanto facilmente da lui, che assegnamento poteva farsi sulla fedeltà di quella folla di frati appena conosciuti? La piaga dell'anima sua, già lenita da Chiara, tornava ora a riaprirsi e a sanguinare. Quindici anni di sforzi, di vigilanza, di esortazioni per giungere a questo triste risultato! La sua fatica era stata del tutto vana. Era uno scacco, il suo, un duro scacco. Ed egli ne risentiva l'offesa, non già a se stesso, ma a Dio, all'onore di Dio.
L'indomani, il Venerdì Santo, Francesco volle trascorrere l'intera giornata in solitudine, meditando sulla Passione di Cristo. Aveva scelto a tale scopo un luogo selvaggio la cui austerità si intonava al grande evento che gli colmava il pensiero ed il cuore. Volendo immedesimarsi coi sentimenti del Signore, Francesco prese a declamare il Salmo già recitato da Cristo sulla Croce. Ad ogni versetto faceva una pausa per consentire alle parole di invaderlo fin nel fondo dell'anima. Ora, mentr'egli pronunciava le parole: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?», Francesco si sentì più che mai colto da quel senso di abbandono già espresso dal Signore. Si sentì d'improvviso affratellato a Cristo nel dolore. Queste parole non gli erano mai parse chiare come ora. Gli si eran fatte familiari. Da mesi Francesco andava cercando il volto di Cristo. Da mesi aveva l'impressione che Dio si fosse distolto da lui e dal suo Ordine. Ora capiva l'agonia di Gesù: come un'assenza del Padre, come un senso di fallimento e come un moto fatale ed assurdo degli eventi nel corso dei quali l'uomo e le sue buone intenzioni vengono disperse e sopraffatte da un gioco di forze inesorabili. La Parola del Salmo si impossessava del cuore dì Francesco, senza provocare il ripiegamento su se stesso e senza rinchiuderlo nel suo dolore. La parola del Salmo lo apriva, al contrario, alla parola di Cristo fin dal fondo dell'anima sua. A Francesco sembrava di non aver contemplato questo dolore se non dall'esterno. Ora lo vedeva dal di dentro e vi prendeva parte. Ne faceva personalmente l'esperienza fino alla nausea. Ora egli si sentiva del tutto immedesimato col Cristo. Da lungo tempo Francesco aspirava ad imitare in tutto il Signore. Da quando s'era convertito non aveva desistito da questo sforzo. Ma per quanto ci si adoperasse, non sapeva ancora in verità cosa fosse l'immedesimazione col Signore. E come avrebbe potuto saperlo? L'uomo non può conoscere altro che i dati della propria esperienza. Seguire Cristo a piedi nudi, con la sola tonaca indosso, senza bastone, senza borsa, senza viveri, era già qualcosa, di certo. Ma non era che un inizio, un primo passo. Bisognava seguirlo fino in fondo e lasciarsi condurre, come Cristo da Dio, attraverso un abisso di squallore fino a gustare, in una solitudine atroce, l'aspro sapore della morte del Figlio dell'uomo.
Quel giorno del Venerdì Santo fu molto stancante e molto lungo. Ma pur venne la sera con tutta la sua pace. Fu una pace profonda, come la pace dei campi al termine dei lavori agresti. Allora la terra è sconvolta e squarciata. Essa non oppone più alcuna resistenza, ben aperta e docile. La frescura della sera la imbeve tutta. Tornando verso l'eremo, Francesco si sentiva avvolto e pervaso della pace dei campi. Tutto era stato consumato. Cristo era morto, e si era rimesso alla volontà del Padre. Aveva accettato il suo scacco. La sua vita d'uomo, il suo onore d'uomo, la sua pena d'uomo, s'erano cancellati dai suoi occhi. Tutto ciò non contava più. Non restava più che una sola verità smisurata: Dio esiste. Questo solo contava e bastava: che Dio fosse Dio. Tutto il suo essere s'era inchinato dinanzi a questa sola realtà. Aveva adorato l'Essere unico ed era morto in questa accettazione senza riserve. In questa estrema povertà era morto Gesù, e in questa suprema accoglienza del Padre. E la gloria di Dio lo aveva rapito e lo aveva fatto suo.
- Dio esiste, e tanto basta - mormorò Francesco.
Da uno spiraglio tra i rami, Francesco contemplò il cielo che era sgombro di nuvole. Vi spaziava un nibbio rosso. Il suo volo tranquillo e solitario pareva che dicesse alla terra: «Dio solo è l'Onnipotente. Egli è l'Eterno. Basta che Dio sia Dio». Francesco sentì l'anima sua alleggerita. Possente e leggera, insieme, come un colpo d'ala.
- Dio esiste, e tanto basta - ripeté Francesco.
Queste semplici parole lo colmavano d'una luce nuova. Esse acquistavano per lui una infinita risonanza. Francesco tese l'orecchio. Lo chiamava una voce che non era umana. Essa aveva un accento di misericordia e parlava al suo cuore, dicendo:
- Povero piccolo uomo! Sappi, dunque, ch'io sono Dio, e smettila per sempre d'esser turbato. Perché t'ho fatto pastore del mio gregge, devi forse dimenticare che il pastore principale son io? Ti ho prescelto, o uomo semplice, perché sia ben chiaro agli occhi di tutti che quanto io ho operato in te, anziché alla tua abilità, si deve alla mia grazia. Son io che t'ho chiamato. Son io che custodisco il gregge e lo faccio pascolare. Io sono il Signore e il Pastore. Questo è affar mio. Perciò non preoccuparti d'altro.
- Dio! Dio! - esclamò sottovoce Francesco. - Tu sei protezione. Tu sei guardiano e protettore. Sei grande e ammirevole, o Signore. Tu basti a noi tutti. Amen. Alleluia.
L'anima di Francesco grondava pace e letizia. Egli camminava d'un passo felice. Anziché camminare, gli pareva di danzare. Giunse Francesco ad un luogo donde il suo sguardo poteva spaziare molto lontano sulla campagna. Di lì si dominavano le colline circostanti e oltre ad esse la pianura che sfumava all'orizzonte. Francesco si fermò un istante a contemplare il paesaggio. Su una delle colline un armento di vacche tornava dal pascolo. Era minuscola quella visione. Si distinguevano le bestie, e dietro di loro l'uomo in cammino. Tutt'intorno dovevan esserci dei cani, ma si distinguevano a mala pena. Quando una delle bestie si allontanava troppo dalle altre, essa veniva ricondotta nel gruppo come da una forza invisibile. L'uomo doveva urlare e i suoi cani abbaiare. Ma a quella distanza e a quella altezza non se ne percepivano le singole voci. La scena era pervasa di silenzio. Essa sembrava fusa con la vita silenziosa della natura. L'affaccendarsi del guardiano assumeva in quel complesso le sue giuste proporzioni. Era qualcosa di minuscolo, di quasi insignificante.
- Tu solo sei grande - esclamò Francesco.

venerdì 1 ottobre 2021

 

1 ottobre. Santa Teresa di Lisieux




Teresa Martin nasce ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873. È battezzata due giorni più tardi nella Chiesa di Notre-Dame, ricevendo i nomi di Maria Francesca Teresa. I suoi genitori sono Louis Martin e Zélie Guérin. Dopo la morte della madre, avvenuta il 28 agosto 1877, Teresa si trasferisce con tutta la famiglia nella città di Lisieux.
Verso la fine del 1879 si accosta per la prima volta al sacramento della penitenza. Nel giorno di Pentecoste del 1883 ha la singolare grazia della guarigione da una grave malattia, per l'intercessione di nostra Signora delle Vittorie. Educata dalle Benedettine di Lisieux, riceve la prima comunione l'8 maggio 1884, dopo una intensa preparazione, coronata da una singolare esperienza della grazia dell'unione intima con Cristo. Poche settimane più tardi, il 14 giugno dello stesso anno, riceve il sacramento della cresima, con viva consapevolezza di ciò che comporta il dono dello Spirito Santo nella personale partecipazione alla grazia della Pentecoste.
Desiderosa di abbracciare la vita contemplativa, come le sue sorelle Paolina e Maria nel Carmelo di Lisieux, ma impedita per la sua giovane età, durante un pellegrinaggio in Italia, dopo aver visitato la Santa Casa di Loreto e i luoghi della Città Eterna, nell'udienza concessa dal Papa ai fedeli della diocesi di Lisieux, il 20 novembre 1887, con filiale audacia chiede a  Leone XIII di poter entrare nel Carmelo all'età di 15 anni.
Il 9 aprile del 1888 entra nel Carmelo di Lisieux ove il 10 gennaio dell'anno seguente riceve l'abito dell'Ordine della Vergine ed emette la sua professione religiosa l'8 settembre del 1890, festa della Natività della Vergine Maria.
Intraprende nel Carmelo il cammino della perfezione, tracciato dalla Madre Fondatrice, Teresa di Gesù, con autentico fervore e fedeltà, nell'adempimento dei diversi uffici comunitari a lei affidati. Illuminata dalla Parola di Dio, provata in modo particolare dalla malattia del suo amatissimo padre, Louis Martin, che muore il 29 luglio del 1894, si incammina verso la santità, ispirata dalla lettura del Vangelo, insistendo sulla centralità dell'amore. Teresa ci ha lasciato nei suoi manoscritti autobiografici non solo i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche il ritratto della sua anima e le sue esperienze più intime. Scopre e comunica alle novizie affidate alla sue cure la piccola via dell'infanzia spirituale; riceve come dono speciale di accompagnare con il sacrificio e la preghiera due « fratelli missionari». Penetra sempre di più nel mistero della Chiesa e, attirata dall'amore di Cristo, sente crescere in sé la vocazione apostolica e missionaria che la spinge a trascinare tutti con sé, incontro allo Sposo divino.
Il 9 giugno del 1895, nella festa della Santissima Trinità, si offre vittima di olocausto all'Amore misericordioso di Dio. Nel frattempo redige il primo manoscritto autobiografico, che consegna a Madre Agnese di Gesù nella sua festa, il 21 gennaio 1896.
Pochi mesi più tardi, il 3 aprile, durante la notte fra il giovedì ed il venerdì santo, ha una prima manifestazione della malattia che la condurrà alla morte e che Lei accoglie come la misteriosa visita dello Sposo divino. Nello stesso tempo entra nella prova della fede che durerà fino alla sua morte e della quale offrirà una sconvolgente testimonianza nei suoi scritti. Durante il mese di settembre conclude il Manoscritto B, che costituisce una stupenda illustrazione della piena maturità della Santa, specialmente mediante la scoperta della sua vocazione nel cuore della Chiesa.
Mentre peggiora la sua salute e continua il tempo della prova, nel mese di giugno inizia il Manoscritto C, dedicato alla Madre Maria di Gonzaga; nuove grazie la conducono ad una più alta perfezione ed ella scopre nuove luci sull'estensione del suo messaggio nella Chiesa a vantaggio delle anime che seguiranno la sua via. L'8 luglio 1897 viene trasferita in infermeria. Le sue sorelle ed altre religiose raccolgono le sue parole, mentre i dolori e le prove, sopportati con pazienza, si intensificano fino a culminare con la morte, nel pomeriggio del 30 settembre del 1897. «Io non muoio, entro nella vita», aveva scritto al suo fratello spirituale missionario don Bellier. Le sue ultime parole « Dio mio, io ti amo » sono il sigillo della sua esistenza, che all'età di 24 anni si spegne sulla terra per entrare, secondo il suo desiderio, in una nuova fase di presenza apostolica in favore delle anime, nella comunione dei Santi, per spargere una pioggia di rose sul mondo.
Fu canonizzata da Pio XI il 17 maggio 1925 e dallo stesso Papa proclamata Patrona universale delle missioni, insieme a San Francesco Saverio, il 14 dicembre 1927.
La sua dottrina ed il suo esempio di santità sono stati recepiti da ogni ceto di fedeli di questo secolo con un grande entusiasmo, anche fuori della Chiesa cattolica e del cristianesimo.
Molte Conferenze Episcopali in occasione del Centenario della sua morte hanno chiesto al Papa che fosse proclamata Dottore della Chiesa, per la solidità della sua sapienza spirituale, ispirata al Vangelo, per l'originalità delle sue intuizioni teologiche, nelle quali risplende la sua eminente dottrina, per l'universalità della recezione del suo messaggio spirituale accolto in tutto il mondo e diffuso con la traduzione delle sue opere in una cinquantina di lingue diverse.
Accogliendo questi desideri, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha voluto che fosse studiata la convenienza di dichiarare Teresa di Lisieux Dottore della Chiesa universale dalla competente Congregazione delle Cause dei Santi, con il voto della Congregazione per la Dottrina della Fede per quanto riguarda la sua eminente dottrina.

Il 24 agosto 1997, al momento della preghiera dell'« Angelus », alla presenza di centinaia di Vescovi e davanti ad una sterminata folla di giovani di tutto l'orbe, radunata a Parigi per la XII Giornata Mondiale della Gioventù, Giovanni Paolo II ha annunziato il suo proposito di proclamare Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto Dottore della Chiesa universale, il 19 ottobre 1997, nella Domenica in cui si celebra la Giornata Mondiale delle Missioni.