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giovedì 29 marzo 2018





αποφθεγμα Apoftegma



Ti sei donato a me senza riserve,
pieno di soavità hai fatto piccola la tua grandezza;
così che non tremassi nel vederti,
nell'aspetto pure come me perchè potessi riceverti

Ode VII di Salomone

CRISTO SI INGINOCCHIA DINANZI ALLE NOSTRE STORIE PER AMARCI SINO ALLA FINE

Oggi Dio si inchina dinanzi ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. Gesù sa che anche oggi è "la sua ora" nella quale farci "passare con Lui da questo mondo al Padre" che abbiamo rinnegato. Gesù sa che per farsi accogliere da noi come il nostro unico Signore e Maestro deve scendere "sino alla fine" del nostro cuore, sin dove è nascosta la menzogna con la quale il falso maestro ci ha sedotti per farsi signore della nostra vita. La superbia che ci ha fatto assomigliare al demonio si può infrangere solo su quest'amore inimmaginabile. L'amore sino alla fine. Gesù, infatti, è l'unico che va con noi sino in fondo. Lui non lascia le cose a metà, il suo amore non si spegne, non si raffredda, non sfugge il pericolo, non rinuncia per la vergogna, non muta per opportunismo, non esige cambiamenti e attitudini particolari, sa pazientare e attendere, non si aspetta contraccambio ma guarda tutto di noi con speranza invincibile. Se ti prende per mano e ti promette di amarti sino alla fine, sarà esattamente così. Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, sino agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all'ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell'ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito. Perché l’amore di Gesù è incastonato nella dinamica dell'esodo; è un amore pasquale che lo conduce sino a inginocchiarsi dinanzi ai nostri delitti. In quante pozzanghere piene del fango del giudizio, dell’invidia, della maldicenza, dell’avarizia abbiamo posato i nostri piedi. Quanta polvere abbiamo calpestato, secca come l’amore per la moglie o per il marito. Quanti chilometri abbiamo percorso per allontanarci da Lui e dai fratelli. Quante piaghe sotto i nostri piedi, quante sofferenze che non abbiamo potuto lenire, quante relazioni che non siamo stati capaci di ricostruire. Fratelli, oggi Gesù è in ginocchio umiliandosi dinanzi a noi per lavare nel suo sangue ogni macchia, liberarci dalla schiavitù, e accompagnarci in un autentico esodo che dimentichi e lasci dietro le spalle i peccati antichi. Lui è oggi prostrato davanti a noi, per lavare i nostri piedi affinché essi ci facciano entrare nella Pasqua. Ma "per avere parte con Lui" alla resurrezione è necessario consegnare la nostra carne incapace di servire ai gesti umili di Cristo. Fissarlo con uno sguardo di compunzione mentre rinuncia alla sua dignità spogliandosi delle sue vesti di splendore per restare nudo come noi, dopo aver mangiato il frutto che ci era stato proibito. Contemplarlo mentre si cinge con la Verità per fare giustizia della menzogna. Umiliare i nostri schemi mentre si inginocchia dinanzi ai nostri piedi, testimoni sporchi, feriti, stanchi della nostra vita fuggita lontano dalla volontà di Dio. Per offrire, con il cuore contrito, i nostri peccati alle acque rigeneratrici della sua misericordia. Perché Lui è oggi prostrato davanti a noi, per lavare i nostri piedi affinché essi ci facciano entrare nella Pasqua. E’ in ginocchio sottomesso a te come un servo, più piccolo di te perché di fronte a questo amore si dissolva il tuo orgoglio e, così tu possa ricevere con l'Amen del mendicante il nostro Signore e Maestro che desidera ardentemente mangiare con noi la sua Pasqua. Che ci unisce a Lui perché possiamo "fare come Lui" e "seguire il suo esempio", che significa "annunciare la sua morte" che dà la morte al nostro uomo vecchio in ogni pensiero, parola e gesto; "nell'attesa che Egli venga" in ogni istante a fare di essi la testimonianza dell'uomo nuovo ricreato in Cristo. L'Eucarestia, infatti, è il suo Mistero Pasquale che, celebrato nell'assemblea cristiana, si compie nella vita quotidiana di ogni cristiano. Coraggio, con la Chiesa, che attende il ritorno del Signore, anche noi potremo inginocchiarci dinanzi al fratello nell'attesa che Cristo venga a trasformare quel gesto in riconciliazione e salvezza per entrambi. L’attesa della Notte delle notti che raggiunge e illumina ogni nostra notte di egoismo per deporvi l'amore di Dio rivelato in Cristo Gesù che ci spinge ad uscire per andare a cercare i nostri fratelli e lavare i loro piedi. Per questo vi invito a celebrare innanzitutto in casa il memoriale di questo amore. Prendiamoci del tempo prezioso, prima di partecipare alla celebrazione in Chiesa e raduniamoci in famiglia, o tra i membri della stessa comunità religiosa, o tra i preti in servizio nella stessa parrocchia. Proclamiamo il Vangelo e laviamoci i piedi gli uni gli altri, chiedendoci sinceramente perdono. Il padre alla madre e ai figli, la madre al padre e ai figli, i figli ai genitori e ai fratelli. Sarà il segno della vittoria del Servo, l’unico da offrire al mondo perché veda l’amore di Dio e creda in Lui.

mercoledì 28 marzo 2018

Santo Stefano Harding



Prima che la Provvidenza facesse incontrare i tre fondatori dei cistercensi, l’inglese Stefano HJarding (c. 1060-1134), nato nella contea del Dorset, aveva avuto una gioventù movimentata....
Santo Stefano Harding
C’è un dipinto che permette di capire rapidamente come nacque l’Ordine cistercense, poiché raffigura santo Stefano Harding (c. 1060-1134) in compagnia di san Roberto di Molesme e sant’Alberico di Citeaux, con al centro la Madonna e il Bambino. Prima che la Provvidenza facesse incontrare i tre fondatori dei cistercensi, l’inglese Stefano, nato nella contea del Dorset, aveva avuto una gioventù movimentata. Dopo aver professato i voti monastici nell’abbazia benedettina di Sherborne, aveva abbandonato la vita religiosa nel periodo turbolento che seguì alla conquista normanna dell’Inghilterra. Si spostò prima in Scozia e poi a Parigi, dove approfondì gli studi. Pentito di aver lasciato la vita monastica, andò in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono, accompagnato da un giovane chierico con il quale recitò lungo il cammino l’intero Salterio.
Sulla strada del ritorno da quel pellegrinaggio, Stefano e il suo amico si fermarono in Borgogna, all’abbazia di Molesme, fondata nel 1075 da san Roberto (c. 1029-1111), che sperava di arrivare a un punto d’equilibrio tra il modello benedettino cluniacense e quello eremitico, all’insegna di una maggiore austerità e di un rilancio del lavoro manuale. Le idee riformatrici di Roberto suscitarono l’entusiasmo di Stefano e di altri venti monaci, tutti desiderosi di una più stretta osservanza dell’originaria Regola di san Benedetto. Il 21 marzo 1098, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, Roberto e i suoi monaci fondarono l’Abbazia di Citeaux in una località acquitrinosa allora chiamata Cistercium: nacque così l’Ordine cistercense.
Gli inizi per i cistercensi non furono semplici. Roberto poté rimanere alla guida del nuovo monastero solo fino al luglio 1099, perché i monaci rimasti a Molesme si appellarono a Urbano II chiedendo il ritorno del fondatore della loro abbazia, dove intanto le cose non stavano andando bene. Per obbedienza, san Roberto tornò a Molesme, mentre a Citeaux gli successe come abate sant’Alberico († 1108/09), il quale guidò i cistercensi negli anni più duri, quando il neonato ordine rischiava di sciogliersi come neve al sole per la difficoltà ad attrarre nuove vocazioni. In questa fase Stefano Harding operò come priore e nel 1108 divenne il terzo abate di Citeaux. Nel suo quarto di secolo a capo dell’abbazia (si dimise un anno prima di morire, ormai malato), il santo inglese si dedicò alla riforma dei libri liturgici, per aderire più fedelmente allo spirito benedettino, e lavorò a una scrupolosa revisione della Vulgata.
Nel 1112 avvenne un fatto di capitale importanza per il futuro dell’ordine: Stefano accolse in monastero un giovane dalla grande fede e personalità, san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), che indossò l’abito cistercense assieme a una trentina di amici e familiari. Grazie al provvidenziale arrivo di nuovi monaci, Stefano poté presto indirizzare i suoi religiosi a costituire le “abbazie primigenie”, come sono chiamate le prime quattro abbazie direttamente discendenti dalla casa madre di Citeaux, e cioè: La Ferté (1113), Pontigny (1114), Morimond (1115) e Clairvaux (1115), quest’ultima fondata proprio da Bernardo. Per garantire l’unità dell’ordine, ormai in rapida espansione e contraddistinto da una fervida devozione mariana, Stefano scrisse la famosa Charta Caritatis, che regolava i rapporti tra la casa madre e tutte le altre abbazie-figlie, stabilendo che ogni anno l’abate di Citeaux visitasse i vari monasteri e convocasse un Capitolo Generale, così da preservare il carisma e vegliare sull’osservanza della disciplina. Un saggio modello di governo interno, che il IV Concilio Lateranense (1215) chiederà di adottare anche agli altri ordini religiosi.

Il Vangelo secondo Charles Gave, contro i catto-socialisti



Sanguigno, irriverente, mai blasfemo. L’imprenditore ed economista francese Charles Gave, stanco di tante interpretazioni marxiste e solidariste del Vangelo, ha preso carta e penna e ha scritto Gesù Economista (Istituto Bruno Leoni, Milano 2018).
Parabola dei talenti, icona
Sanguigno, irriverente, mai blasfemo. L’imprenditore ed economista francese Charles Gave, stanco di tante interpretazioni marxiste e solidariste del Vangelo, ha preso carta e penna e ha scritto Gesù Economista (Istituto Bruno Leoni, Milano 2018). Non si tratta di una rivisitazione del Vangelo in chiave capitalista invece che socialista. Tutt’altro. Il piccolo libro denso di concetti economici è un duro atto di accusa nei confronti dei socialisti, in particolare di quelli che vogliono appropriarsi del cristianesimo, trasformandolo in una sorta di manuale della giustizia sociale. Dunque legge il Vangelo così com'è, senza manomissioni o interpretazioni. E dalle pagine del Nuovo Testamento trae lezioni di economia.
Gave non lesina insulti e rimproveri ai socialisti. Prima di tutto mostra le loro radici nel materialismo di Marx, più indietro ancora nel pessimismo di Malthus e nella teoria del valore-lavoro di Ricardo. Visioni collettiviste e soprattutto sbagliate: perché il valore di un bene non è affatto determinato dal lavoro che “contiene”, perché i salari non sono destinati a restare a un livello minimo di sussistenza, né la ricchezza a concentrarsi in pochi monopoli, né le risorse sono destinate a esaurirsi. Il tempo ha dimostrato il fallimento di tutte queste profezie oscure. “Per centocinquant’anni – scrive l’autore – si è dovuta condurre una lotta senza fine e sempre rinnovata contro i nostri socialisti, che pensavano in modo sbagliato, per provare che i loro pretesi argomenti scientifici non lo erano. La prova schiacciante, definitiva, senza appello, è stata portata dal crollo del muro di Berlino. La battaglia intellettuale è stata vinta. Il nemico è stato sconfitto in campo aperto, in una delle più grandi rotte intellettuali che la storia abbia conosciuto. Ma sconfiggere un’idea non significa sbarazzarsi delle persone che la sostenevano o ne vivevano. Quando una religione crolla, il clero può rimanere al suo posto per molto tempo. I socialisti hanno semplicemente cambiato il loro catalogo e si rifugiano nel non scientifico. Non dicono più che loro sanno e gli altri, i loro oppositori, non capiscono nulla, cosa che farebbe ridere tutti. Non dicono più ‘Dobbiamo governare perché sappiamo come far funzionare la macchina’. Dicono: ‘Dobbiamo governare perché sappiamo distinguere il Bene dal Male’. E con la loro abituale buona fede, cercano di trarre dalle stesse radici della nostra civiltà degli argomenti per confortare le loro tesi”.
In estrema sintesi: i socialisti si sono travestiti da cristiani. Sono i progressisti che caratterizzano anche la politica italiana, più ancora che quella francese. E’ soprattutto a loro e al loro numerosissimo seguito, che Gave ricorda i principi fondamentali dell’economia che si possono trarre dai Vangeli. Prima di tutto: Gesù si rivolgeva alle persone, non alla collettività. “Dio sa contare solamente fino a uno. Dio non si interessa né alle masse, né alle nazioni, né alla Storia con la S maiuscola. Se crediamo a Gesù, Dio non si interessa che a ciascuno di noi, uno per uno, e vuole sviluppare con ognuno di noi una relazione individuale”. Il Giudizio sarà per ognuno di noi, dunque la responsabilità è individuale, non collettiva: “Il ‘giudizio della Storia’, tanto caro ai nostri politici, agli occhi di Dio è una cavolata. A cosa serve a un uomo aver conquistato il mondo, se ha perduto la vita? E la nostra responsabilità individuale sarà giudicata in funzione di ciò che ciascuno di noi avrà ricevuto”. Contrariamente a tutte le altre religioni, “I Vangeli non sono un libro, ma un incontro con una Persona, al tempo stesso esigente, colma di compassione e che non specifica mai ciò che si attende da noi. C’è da diventarne pazzi o santi. D’altronde, e assai spesso, le due cose stanno assieme”.
Abbiamo poi, nella parabola dei talenti, la “santificazione” dell’assunzione del rischio. Non solo in campo economico, ma in tutte le scelte di vita. Nella vedova povera che getta due spiccioli nel tesoro del Tempio, ed è tutto quello che possiede, si ricava una lezione sul valore. Che non dipende dal lavoro, né dalla quantità di beni, ma dall’attribuzione soggettiva del valore: un bene vale ciò che noi pensiamo che valga. In economia: “Il confronto tra le diverse scale di valore deve pure essere libero. I prezzi devono quindi essere liberi affinché l’adeguamento prezzo-valore possa avvenire liberamente. Nessuno deve essere costretto né a comprare, né a vendere un prodotto o un servizio che non vuole. Immaginiamo che sulla cassetta delle elemosine della chiesa ci sia un cartello: offerta minima, una dracma…” Poste queste premesse, altre lezioni sono tratte sulla ricchezza, sulla giustizia sociale e anche sul lavoro e la proprietà: “Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” Esattamente l’opposto della cosiddetta “morale sociale”. Charles Gave dà una lettura di buon senso (ma proprio per questo originale) al tema classico della separazione fra Stato e Chiesa. “Date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”: “Ma il Cristo ci dice molto di più: annuncia, senza alcuna ambiguità, che le imposte non sono affatto un suo problema, ma che sono responsabilità e competenza di Cesare”. Sbagliano, dunque, quei laici e quei religiosi che rivestono l’imposizione fiscale di etica cristiana. E sbagliano, in genere, coloro che fanno dello Stato un ente sacro, con una missione religiosa da compiere.
I Vangeli non sono manuali di economia e Gave non è un teologo. Non pretende neppure di esserlo, come egli stesso premette nel primo capitolo. Talvolta si lascia prendere dall’abbondante letteratura anti-cattolica, quando afferma che, nel corso della storia, i protestanti hanno saputo trarre dal Vangelo insegnamenti più saggi in economia. In questo, però si contraddice, proprio perché Ricardo, Malthus e dunque i padri del socialismo erano protestanti, il valore-lavoro è un concetto tipico del protestantesimo, mentre trascura il fatto che la Tarda Scolastica, quattro secoli fa, abbia gettato le basi della dottrina economica “austriaca” che Gave stesso adotta. L’economista francese, in ogni caso, cita molto Giovanni Paolo II e l’enciclica Centesimus Annus. Delle encicliche di Papa Francesco non parla neppure: il libro è del 2005.






αποφθεγμα Apoftegma



Isacco domandò al padre: «Dov’è l’agnello per l’olocausto?»
Abramo rispose: «Il Signore provvederà».
Isacco tremò perché comprese l’intenzione del padre.
Tuttavia si fece forza e disse al padre suo:
«Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia,
mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui».
E Isacco stesso si legò volontariamente.

Midrash ai Salmi 116,6

CRISTO SI CONSEGNA A NOI PER CONSEGNARSI IN NOI



"C'è un tempo per ogni cosa", ci ammonisce severa la sapienza del Qoelet. Un tempo favorevole per essere consegnato, compiere la missione, realizzare l'opera assegnata, e dare così senso e pienezza alla vita. Il tradimento di Giuda segna, per Gesù, l'arrivo di questo tempo. Il momento è prossimo, Gesù lo sa, e per questo si offre liberamente. Quanti di noi nel tradimento dell'amico più caro riconoscono il proprio momento, il "top" della vita? Quanti intravvedono nella consegna di se stessi il meglio che può capitare, l'attimo propizio, "eukairôs" secondo l'originale greco, per realizzare completamente la propria esistenza? Il Vangelo di oggi ci rivela che il momento favorevole coincide con quello in cui si prepara la Pasqua, ed è legato al luogo dove essa è celebrata. Certo, qualcuno tradisce Gesù, lo consegna e lo uccide, ma è solo l'aspetto visibile della vicenda. Nell'ombra, nascosta agli occhi della carne, scorre una trama che ha per protagonista Gesù stesso: "Quando pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre. Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi. Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda comeoccasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo" (Benedetto XVI). Nella Passione è Gesù dunque che conduce gli eventi. Il suo amore lo porta ad attirare a sé, a "far intingere nel proprio piatto la mano" del proprio assassino. A prendersi la sua vita! E' l'amore, sine glossa. Esso sboccia, maturo, nell'attimo favorevole stabilito dal Padre, la Pasqua. 




Per questo, come già duemila anni fa, riconoscendo che "è giunto il suo tempo", Gesù invia i discepoli a preparare concretamente la Pasqua presso la sala dove, come ogni famiglia o gruppo di famiglie, dopo il sacrificio comune dell'agnello al Tempio, si sarebbero recati per celebrare il Seder. Come loro, abbiamo solo bisogno di un "tale" che ci indichi "dove preparare la Pasqua", immagine dei pastori e dei catechisti che ci conducono alla comunità, il luogo dove, mentre Giuda vende Gesù, possiamo nutrirci della vita di Cristo e imparare ad offrirci. Perché senza Cenacolo non c'è PasquaE sappiamo che preparare la sala e la Pasqua significa, fondamentalmente, cercare Hametz, il lievito vecchio di menzogna e malizia che il demonio ha impastato con la nostra vita. Cerchiamolo allora, alla luce della Parola che ci viene annunciata in questi giorni santi: mettiamoci umilmente sotto la sua luce, sovrapponiamo le nostre attitudini, i pensieri e i gesti a quelli di Gesù. Tutto quello di noi che non c'entra con la sua umiltà, la sua mitezza, il suo amore, è hametz, lievito che avvelena la nostra vita. Gettiamolo via allora, confessandoci e andando a chiedere perdono a chi abbiamo fatto del male. Purifichiamo il nostro cuore nella misericordia di Dio e poi andiamo a cercare i frammenti malvagi che abbiamo lasciato intorno a noi, e che hanno fermentato di divisioni la famiglia, la comunità, le varie relazioni: avviciniamoci alle persone a cui abbiamo fatto male, a quelle che abbiamo giudicato, e inginocchiamoci dinanzi a loro chiedendo perdono. Avviciniamoci anche a coloro che hanno qualcosa contro di noi, e che il lievito del demonio ci ha impedito di accettare e amare. Non potremo fare Pasqua se non ci umilieremo anche dinanzi a loro, come dice il Signore: "quando ti rechi al Tempio per un sacrificio e ti ricordi che qualcuno ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va prima a riconciliarti con il fratello". Infatti, "perché Pesach sia un'esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un'azione concreta: l'obbedienza ai precetti pasquali. I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall'Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede, e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e "stupida" obbedienza alla parola di un altro, Mosè, che parlava a nome di Dio. Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto" (Daniel Lifschitz). Gli "azzimi di sincerità" con i quali ammonisce San Paolo di celebrare la Pasqua, sono l’umiltà di riconoscere i propri peccati, anche quelli nascosti, accettare la propria povertà e debolezza, per riconoscere il bisogno di liberazione; e obbedire alla Chiesa che ci invita a confessarci e a chiedere perdono: senza questa attitudine del cuore non si può uscire dall'Egitto.






Per questo la figura di Giuda è così importante. Smaschera la reale intenzione del cuore perché il suo tradimento, come una lama, mette a nudo il lievito vecchio; lui stesso, lievito malvagio, illumina dove si nasconda il suo gemello che è in noi, come in uno specchio. Rispondiamo al male con il cuore di Giuda? Oppure, all'apparire del nemico sulla scena della nostra vita, l'agnello mansueto, il Servo di Yahwè incarnato in noi, si rivela mansueto e umile da non resistere al malvagio? Come per Gesù, è Giuda che ci fa presente lo scoccare della nostra ora. La storia che ogni giorno incarna Giuda per noi, ci prepara all'evento decisivo, al momento propizio. Fallirlo significherebbe restare in Egitto, con tutti quelli che Dio ha legato a noi nel suo misterioso disegno di salvezza. La vita è seria, i giorni, le ore, e forse i mesi, gli anni, non sono che una lunga preparazione per la nostra Pasqua. Il matrimonio difficile, il figlio caduto nella spirale della droga, la figlia separata, la malattia, il lavoro che ci umilia, quell'insulto giunto all'improvviso e che non ti aspettavi. Tutto ci prepara, come in un catecumenato spirituale, alla Pasqua, alla libertà autentica, alla vita che è Cristo risorto. Essa, infatti, è preparata per noi che a Lui apparteniamo. Essa consiste nel camminare nei giorni in attesa del momento favorevole per essere consegnati. Per donarci a chi ci è vicino e reclama la nostra vita, a Giuda che ci vende alla morte. E sono proprio a quelli che intingono la loro mano nel nostro piatto, i nostri intimi, i nostri amati. Sapendo che quell'uno che ha tradito Gesù lo siamo stati tutti, non ci stupiremo se anche oggi "uno ci tradirà"; un cristiano, infatti, non si aspetta dall'altro che quello che anche Lui ha fatto a Cristo: incomprensioni, persecuzioni, gelosie. E così la vita sarà un cammino che unirà i momenti favorevoli nei quale donare la nostra anima a Cristo, e in Lui offrire tutto noi stessi a ogni uomo. In Lui trasformati, in Lui consegnati, nel suo amore che ci fa Pasqua viva per ogni fratello



Coraggio, perché questo è possibile proprio in questa Pasqua! La vita eterna effusa in noi sgorga dalla "profonda commozione" di Gesù dinanzi a ogni tradimento, perché adulterando e disprezzando la propria vocazione, la propria umanità, si tradisce Cristo. Ogni istante buttato lontano da Lui significa tradirlo. Ma in ogni istante buttato o immerso nel peccato, giunge sempre la commozione di Gesù. Quella di oggi, quella della notte di Pasqua, intrisa delle lacrime di Cristo per te e per me. Una vita commossa, ecco la vita di Gesù: Lui non giudica nessuno, neanche il peccatore più incallito; Lui vede gli uomini schiavi del demonio e del peccato, si commuove, cioè il suo intimo si" muove-con" noi, e sente sin dentro le sue viscere il male che ci fa male. Il male di tutti, di ogni secondo di tutta la storia in tutti i luoghi della terra, entra dentro Gesù, e lo "muove" a "compassione". Sì fratelli, non c'è peccato che Gesù non "patisca-con" te. Non c'è sofferenza, solitudine, umiliazione, ingiustizia, frustrazione, che non "muova-con" il tuo anche il suo cuore, al punto di "patire-con" te ogni frammento della tua storia di oggi, di ieri e di domani. Gesù non è indifferente neanche al più piccolo dettaglio della tua vita, ma ogni tuo dolore lo "muove" verso di te e il tuo Egitto, per "muovere-con" Lui anche te nella Pasqua che ti strappa alla schiavitù per farti passare alla libertà.Solo chi ha fatto Pasqua con Cristo è cristiano, perché ha la sua vita dentro, e può offrirsi liberamente all'altro, caricandosi dei suoi peccati. Coraggio fratelli, siamo chiamati ad essere, in questa generazione, le lacrime della commozione di Cristo sparse per amore, che annunciano speranza e salvezza al mondo.