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lunedì 28 maggio 2018



Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! 
Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, 
vi guarda con amore!
La consapevolezza che il Padre 
ci ha da sempre amati nel suo Figlio, 
che il Cristo ama ognuno e sempre, 
diventa un fermo punto di sostegno 
per tutta la nostra esistenza umana.

Giovanni Paolo II, Lettera ai giovani, n. 7

DIO COMPIE IN NOI L'IMPOSSIBILE UMILTA' DI RICONOSCERCI FIGLI 
Il giovane che la Chiesa ci presenta sulla soglia del Tempo Ordinario è immagine di ciascuno di noi che desideriamo avere la “vita eterna”, ovvero la certezza del Cielo per camminare sicuri sulla terra. Come noi, il giovane era giunto sino a Cristo, ma, nel racconto, resta senza nome; "un tale" appunto, perché solo chi riemerge dalle acque del battesimo ed è colmato di Spirito Santo riceve un “nome nuovo”, segno della nuova natura ricevuta. Essere cristiani, infatti, significa essere "salvati" dal peccato e dalla morte; è avere "vita eterna" dentro, la vita di Cristo risuscitato che si fa carne in opere che superano la natura umana, "impossibili all'uomo ma non presso Dio". Un cristiano "segue" Cristo sulla via della Croce, pronto a donarsi senza riserve anche al nemico. Ma forse non lo abbiamo ancora accettato, e abbiamo bisogno di scoprire che anche noi di fronte all’occasione per amare, scappiamo impauriti, come il giovane che alle parole di Gesù se n’è "tornato triste" alla sua vita di sempre. “Chiama buono Gesù, ma nel fondo non gli riconosce l'autorità riservata a Dio, il "solo buono". E' ancora del mondo, schiavo delle ricchezze, immagine del proprio io superbo, che gli impediscono di ascoltare, credere, e seguire Gesù. Anche noi con la preghiera, la messa, il volontariato e il nostro gruppo diciamo a Gesù che è "buono", ma nel fondo pensiamo il contrario, perché con i suoi comandamenti assurdi Dio ci vuole limitare impedendoci la libertà e la felicità. Per questo Gesù, accanto alla Vita eterna che desideriamo, pone i “Dieci Comandamenti”, iniziando però ad elencarli con "non uccidere". Lo fa di proposito per nascondere la prima parte del Decalogo, che fonda e genera ogni comandamento: io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dall'Egitto". Ci riporta cioè alla fonte di ogni comandamento che è l'iniziativa di Dio, quel miracolo d'amore che ha liberato il Popolo dalla schiavitù. Solo da questa esperienza sorge l'amore a Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze che si realizza attraverso i comandamenti. Pensare di compiere la Legge e diventare cristiani senza aver conosciuto l'amore di Dio, il perdono e la liberazione dai peccati è pura illusione, quella che Gesù smaschera nel giovane ricco. Quando gli presenta la “perfezione” dell'amore il "tale" si spaventa e si rattrista, perché si rende conto che, in realtà, non aveva compiuto nessun comandamento. Non era mai uscito dall'Egitto dove continuava a fare mattoni, opere di buona fattura, ma impiegate per costruire una piramide al faraone, immagine del demonio che soggioga il nostro io. Ma coraggio, perché Gesù ci sta "fissando" con amore. Ci conosce e non ci lascia nell'illusione: "Una sola cosa ti manca...", la sola cosa buona e necessaria. E' uno shock: quel giovane sbatte violentemente contro se stesso, e si scopre usurpatore, seduto nel posto riservato a Dio. Ha il cuore inceppato nei desideri della carne che lo riempiono di tristezza "poiché aveva molti beni", molti dei che esigevano il suo cuore, la sua mente e le sue forze. La stessa che sperimentiamo anche noi nel matrimonio, nel fidanzamento, nel lavoro, che il demonio ha trasformato in idoli tiranni che ci tengono al guinzaglio. Carissimi, non vi scandalizzate, è lo sguardo d'amore di Gesù che ci sta illuminando! "Una sola cosa ci manca", essere cristiani, ma nella Chiesa possiamo diventare "perfetti", cioè “senza mancare di nulla”! Come? "Vendendo tutti i nostri beni per avere un tesoro in Cielo", per fare cioè spazio all'amore di Dio perché prenda possesso di tutto noi stessi. Che cosa abbiamo oggi che, il solo pensare di darlo via, ci “intristisce”? I progetti? La nostra volontà? Una relazione morbosa? Ecco, oggi è il giorno buono per “venderli”, e lo possiamo fare attraverso un’elemosina seria, che faccia male al portafoglio e al cuore. Il denaro, infatti, è l’immagine di ogni idolo che ci impedisce di "seguire" Gesù. Cominciamo dal denaro allora. Vuoi perdonare tuo marito? Vuoi aiutare tuo figlio senza nevrosi e isterismi? Vuoi “entrare nel Regno di Dio”? Ciò significa passare con Cristo attraverso la morte che si presenta nella storia, nella malattia come nella solitudine e nel rapporto difficile con i colleghi… Ma sei troppo “ricco” di te stesso per amare davvero, devi rinunciare al tuo “io”. L’unico modo per farlo è “vendere quello che possiedi”, obbedendo a questa Parola di Gesù, perché essa ha il potere di compiere “l’impossibile” che annuncia. 

domenica 27 maggio 2018





Possa il mio destino essere la ferma testimonianza di una fede che non ammette dubbi. 
Serba incontaminata, ti prego, Padre, la santità di questa mia fede 
e, fino alla dipartita della mia anima, 
concedimi di udire questa voce della mia coscienza. 
Fa’ che io mi mantenga sempre fedele alla verità 
che ho professato nel Simbolo della mia rigenerazione, 
quando sono stato battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. 
Fa’ che io adori te, nostro Padre, e insieme con te il Figlio tuo; 
che io meriti il tuo Spirito Santo, il quale procede da te mediante il tuo Unigenito. 
Infatti io ho un valido testimone alla mia fede: egli dice: 
«Padre, tutte le cose mie sono tue e le tue mie» (Gv 17,10). 
Questo testimone è il mio Signore Gesù Cristo, 
che abita in te, procede da te e con te è Dio eternamente: 
egli è benedetto nei secoli dei secoli. Amen. 

S. Ilario

IMMERSI NELL'AMORE DEL PADRE, DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO



Per celebrare la Santissima Trinità la Chiesa ci “fa discepoli” dicendoci: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te”, apri cioè i libri di storia e chiedi alle vicende che in esse vi sono descritte se “vi fu mai cosa grande come questa”. Chiedi in giro se oggi, nel mondo, si è udita una “cosa simile a questa”.

Anche in occasione di questa Solennità, infatti, la Chiesa, non spiega teoricamente un dogma, ma annuncia un fatto concreto, visibile, sperimentabile: Dio esiste, ed è “Padre, Figlio e Spirito Santo”. E’ questa la cosa inaudita, che non leggerai su nessun giornale e non sentirai in nessun telegiornale.

E perché, invece, la Chiesa lo può annunciare “andando e ammaestrando tutte le nazioni”? Perché è testimone che “Dio è venuto a scegliersi una nazione in mezzo alle altre con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori”.

La Chiesa ha cioè sperimentato che Dio ha scelto un pugno di uomini tra i più poveri e deboli, un resto di “schiavi” per liberarli dalle catene del demonio che soggioga tutte le nazioni della terra, e farne dei “figli di Dio” riuniti in una nazione santa.

Questi suoi figli hanno visto “sotto i loro occhi” il “potere” che veniva dal “Cielo”, ovvero più forte della morte, che il Padre ha dato al suo Figlio “sulla terra”; hanno “udito la voce di Dio parlare dal fuoco” e sono “rimasti vivi”, sperimentando cioè l’ardere dello Spirito Santo bruciare ogni peccato, e scrivere nel loro cuore “le Leggi e i comandi” che nessun uomo con le sue forze è in grado di compiere.

Celebrando la Santissima Trinità dunque, la Chiesa narra e canta i memoriali dell’amore di Dio, professando con gratitudine e coraggio la sua fede. Non a caso, infatti, il Credo che recitiamo dopo la proclamazione della Parola di Dio e prima della liturgia eucaristica segue una divisione Trinitaria.

E’ questo credo che unisce la Parola predicata, ascoltata e accolta al suo compimento sull’altare. E’ la fede della Chiesa che ci fa passare dalla Parola del Padre alla sua Incarnazione nel Figlio sino al compimento del suo Mistero Pasquale nello Spirito Santo che trasforma, come le specie eucaristiche, la nostra vita.

Noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo perché siamo stati “battezzati” in loro, “immersi” cioè nell’amore del Padre che non ci ha mai giudicati ma ha provveduto con pazienza e fedeltà alla nostra vita; nell’amore del Figlio che si è fatto uomo come noi per entrare nella morte che, impaurendoci, ci ha tenuti schiavi, e risorgere insieme a noi da tutte le situazioni di peccato che ci impedivano di amare; nell’amore dello Spirito Santo che ci è stato donato e ha fatto di noi i “figli adottivi di Dio per mezzo del quale gridiamo a Dio “Abbà, Padre!”.

Per questo, dopo aver celebrato il Tempo Pasquale, compimento della missione di Gesù che ci ha salvati, siamo chiamati oggi ad “andare” anche noi “in Galilea, sul Monte che Gesù ha fissato” alla sua Chiesa, quello dove aveva annunciato le Beatitudini e profetizzato l’uomo nuovo che vive “guidato dallo Spirito Santo” secondo le parole del Discorso detto appunto della Montagna. Siamo cioè chiamati ad accogliere in noi il suo compimento per uscire in missione e testimoniarlo al mondo.

E’ vero che alcuni di noi stanno ancora “dubitando”… E’ davvero impossibile per l’uomo che guarda a se stesso “partecipare alle sofferenze di Cristo per partecipare alla sua gloria”.

Insomma, questo blocco granitico di orgoglio e superbia, questo pallone gonfiato dall’ipocrisia che sono io può davvero “ereditare” da Dio la stessa vita eterna che ha “ereditato” Cristo?

Si fratelli, tu ed io, così come siamo oggi possiamo diventare “figli di Dio”. O pensate che tra gli “undici discepoli” Gesù abbia scartato per inidoneità quelli che “dubitavano”? Certo che non li ha scartati, Lui conosce tutti quelli che ha “scelto”. Non a caso quella mattina erano “undici”: Giuda, infatti, chiuso nella superbia che gli aveva impedito di abbandonarsi alla misericordia di Dio, si era autoescluso uccidendosi.

Ed è stato un segno profetico: per salire sul Monte e obbedire a Gesù dobbiamo dare morte al nostro uomo vecchio che dispera della salvezza e non crede al perdono e alla possibilità di cambiare vita nelle acque di misericordia che ci attendono nel grembo della Chiesa.

Esso è il segno del cuore di Dio dove possiamo conoscere l’amore trinitario e credere in Essa, per “sapere oggi e conservare bene nel nostro cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra, e che non ve n’è altro”.
Non c’è altro luogo dove imparare a credere al Mistero della Trinità che la comunità cristiana. In essa Gesù “si avvicina” con la Parola, i sacramenti e la carne dei fratelli, per essere “con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: ciò significa che potremo sperimentare “il potere che gli è stato dato in Cielo” dove è entrato vittorioso sulla morte” in ogni circostanza che vivremo “in terra”.

Per “andare e ammaestrare tutte le nazioni” occorre, infatti, avere l’esperienza di essere “usciti dall’Egitto”, perché è lì che Dio viene “tutti i giorni” a “scegliere” ciascuno di noi.

Coraggio allora, perché siamo stati scelti per rivelare alle nazioni l’amore della Trinità, la possibilità offerta da Dio ad ogni uomo di essere “battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” perché tutti, nessuno escluso, consegnino al loro amore i propri peccati e rinascere senza paura come figli di Dio!

Ma per “ammaestrare” le nazioni abbiamo bisogno di ascoltare noi per primi il Maestro che insegna “tutti i giorni” nella Chiesa; e in essa sperimentare i “prodigi” che il Padre compie in noi per entrare con il Figlio nelle “battaglie” contro il demonio, il mondo e la carne e lasciarci guidare dal “braccio teso” e dalla “mano potente” dello Spirito Santo per discernere, in tutto, “i comandi e le leggi” che siamo chiamati ad osservare.

Solo così saremo “felici noi e i nostri figli dopo di noi, restando a lungo nella terra” che è la comunità cristiana, dove gustare le primizia della vita che “il Signore nostro Dio ci darà per sempre”. Fratelli, il mondo che per essere felice si sta degradando nelle caricature più turpi e tragiche dell’amore che feriscono tanti figli innocenti di matrimoni improbabili, sarà “ammaestrato” solo se vedrà realizzarsi in noi la “felicità” di una vita piena nell’amore autentico, cioè libero e gratuito, trasmessa anche ai nostri figli.

ATTIRATI NELL'AMORE DELLA TRINITA' ATTRAVERSO LE VISCERE DI MISERICORDIA DELLA CHIESA PER VIVERE A IMMAGINE DI DIO NELLA COMUNIONE
 


In mezzo a tante chiacchiere sulla moralità e la giustizia, il Vangelo di oggi ci inchioda tutti alla verità: scrive San Giacomo che la fede senza le opere è morta. Per dire che se non si esplicita in un agire concreto è una fede senza vita, ferma a uno stadio intellettuale o pseudo-mistico, ma priva del soffio dello Spirito. 

Nel Vangelo di Giovanni fede e opere quasi coincidono: in esso, infatti, l’opera per eccellenza, è “credere”. E’ l’opera che spalanca le porte della vita alla luce. Credere è, etimologicamente dal greco, appoggiarsi nel Signore.

“Vedere” è “credere”, e credere in Cristo coincide con l’essere in Lui. In Giovanni non v’è nulla di gnostico, intellettuale o ideale. E’ concretissimo, nelle note storiche di cui si serve, come nel mostrare la relazione di Gesù con i suoi discepoli. 

Il discepolo amato appare come colui che riposa sul petto di Gesù, e ne percepisce i sentimenti più profondi sino ad identificarvisi. E credere significa anche vedere Gesù dove non lo si vede più nella carne, nei momenti bui dell’esistenza, dove neanche un briciolo di sentimento può consolare. 

Nella solitudine della notte, dove ragione e sentire non rispondono all’appello, camminare illuminati dalla sola fede, dall’intimità che supera ogni barriera, come una madre che ha il figlio in guerra e non sa se sia vivo oppure no, che non riceve lettere e notizie, ma che non per questo smette di amarlo, anzi, nella totale incertezza, nella precarietà che fagocita tutto, l’amore si moltiplica a dismisura rompendo gli argini del tempo e dello spazio. 

Questo amore è, per Giovanni, la fede. Esso sgorga dal cuore di Dio rivelato nel dono del suo unigenito Figlio. L’amore di Dio che cerca ogni uomo per attirarlo a sé attraverso la Croce innalzata di Gesù. 

“Guardare” Cristo crocifisso, fissare quell’amore trafitto dai miei peccati, restarne coinvolto perché Lui si è legato a me al punto di farsi peccato, di lasciarsi stritolare dalle conseguenze dei miei delitti; guardare Cristo crocifisso e vedere l’amore di Dio per me: questa è la fede. 

Credere che l’amore che ho sempre sperato è possibile, è ora qui davanti ai miei occhi. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” significa che Dio ti ha tanto amato da dare a te suo Figlio, capito? Forse no, forse è troppo per la nostra mente e per il nostro cuore. Nessuno ha dato suo figlio per te vero? Neanche cento euro, figurati….

“Dato”, cioè “consegnato”. “Dato”, cioè “regalato”. Gesù deposto nelle tue mani, come accade quando lo accogliamo nell’eucarestia. Come quando le mani del sacerdote si stendono su di noi nella confessione con la quale ogni peccato è perdonato. 

Come accade in ogni sacramento, nel quale la Trinità ci chiama, ci avvolge, e viene ad abitare in noi schiudendoci le porte della propria intimità. Tu ed io, poveri, incoerenti, peccatori, indegni. Tu ed io che abbiamo appena giudicato, mormorato. Tuo figlio, che forse ha peccato con la sua fidanzata; tua figlia, che non riesce ad obbedirti; il tuo collega, che ti ha calunniato con il capo. 

Basta ascoltare per “vedere” il Figlio consegnato dal Padre e ricevere lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, l’alito di vita eterna e di amore infinito che spira tra i Due. 

Ascoltare la predicazione della Chiesa, questo Vangelo proclamato in questa domenica, e “credere” che è vero, che esiste un “giudizio” diverso da quello che il mondo conosce, che “condanna” i colpevoli e assolve gli innocenti, spesso scambiando gli uni con gli altri, senza misericordia. 

E’ vero che basta lasciarsi raggiungere dalla predicazione della Chiesa come accadde a chi era a Gerusalemme la mattina di Pentecoste, e lasciarsi trafiggere il cuore per schiudere il pertugio nel cuore da dove lo Spirito Santo possa infilarsi e invadere ogni cellula con la “vita eterna”.  

E’ vero che chi ascolta “vede” il Figlio, può “credere in Lui” e “non morire”! Prova oggi, e vedrai. Porgi il tuo orecchio, così come sei, senza difenderti, contempla Cristo crocifisso che il Padre consegna a te, e consegnagli la tua vita

Il tuo matrimonio, deponilo nelle mani trafitte di Cristo e vedrai che perdonerai il tuo coniuge in quello che non hai ancora dimenticato. Infila nella ferita del suo costato il rapporto che oggi ti sta costando di più, e lo vedrai trasfigurato nell’amore. 

Lascia che il suo sangue raggiunga il tuo cuore idolatra, attaccato ai soldi, schiavo dell’orgoglio che ti fa mormorare sempre e giudicare tutti; la tua mente intrappolata nella superbia che ti vorrebbe far condurre la tua vita secondo i tuoi schemi, facendoti sbattere così spesso sui fallimenti.

Cerca una seria iniziazione cristiana nella tua parrocchia o in quelle vicine, un cammino di fede dove imparare ad ascoltare, vedere e credere. Da solo non ce la farai, perché abbiamo bisogno di un Popolo con cui camminare e crescere nella fede. 

Il mondo e il demonio suo principe sono molto più astuti di noi, i sofismi che sollecitano la ragione come accadde ad Adamo ed Eva ci ingannano, inducendoci a credere che Dio non ci può amare, non ci può perdonare, anzi. Abbiamo bisogno di una Madre come la Chiesa che ci educhi e accompagni nella crescita spirituale, che significa diventare adulti nella fede, uomini nuovi che non muoiono più nei peccati.

In essa possiamo essere ricolmati dello Spirito Santo, essere accolti nell’intimità dalla Trinità, e scoprire che il Padre ci “consegna” suo Figlio incarnato in ogni fratello, anche nel nemico. Anche nel marito insopportabile, anche nella moglie che non te ne fa passare una, anche nel figlio distratto e infantile, anche nelle persone che ti rubano l’onore o non ti accettano. 

Dio, infatti, “ti ama tanto da darti suo Figlio” ogni istante, in ogni evento, in ogni persona. Credere questo significa non morire nelle relazioni, tra i tentacoli delle difficoltà, ma avere già oggi la vita eterna. 

Ma come posso credere questo se l’evidenza mi dice il contrario? Se i peccati dell’altro mi stanno dinanzi e tutto sembra meno che Gesù Cristo, tutto mi fa pensare meno che all’amore di Dio? E’ possibile solo per è rinato in Cristo, per chi si è sentito amato così come è.

Credere è, dunque, lasciarmi amare e perdonare. Credere è smettere di discutere, giustificarmi, scappare nelle tenebre per contraffare le opere malvagie, alla ricerca di rifugi ipocriti e alienanti. Credere è abbandonare ogni pretesa di autosufficienza e ogni auto-giustificazione e lasciarmi giudicare dal “giudizio” di Dio che è pura misericordia. 

Ciò significa che, anche se la carne continua a offrire i suoi parametri per guardare e giudicare se stessi e gli altri, la luce della fede ricolloca ciascuno nella Verità dell’amore. Gli errori e i peccati ci fanno male, ma non hanno più il potere di cancellare la speranza, perché la fede tiene sempre aperto lo spiraglio a una nuova possibilità, all’opera della Grazia che riconduce, piano piano, al compimento della volontà di Dio. 

Se abbiamo fede non c’è più giudizio e condanna, ma solo amore gratuito, nei riguardi di ogni parola e gesto di chi ci è accanto! Anche quando ci facciamo del male, sì, anche allora, è celato il Figlio, è vivo Cristo che il Padre ci dona per essere accolto nella fede e sperimentare, in ogni evento, la Vita eterna, l’amore oltre la morte e il peccato. 

Che famiglie, che matrimoni, che fidanzamenti, che amicizie quando si cammina insieme nella Chiesa che ci gesta alla fede! Essa, infatti, trasfigura l’esistenza, e la rende un luogo dove oltrepassare la barriera del peccato; ovunque e con chiunque, come il “vento” che abbraccia tutto senza condizioni. 

Ma “chi non crede è già condannato” a cercare vita in cisterne screpolate e senz’acqua, obbligato a darsi sempre più piacere, a soddisfare parossisticamente esigenze vecchie e nuove, perché il male non sazia mai, affama sino a uccidere. 

Chi rifiuta Cristo è “già” nell’inferno e “rimane nelle tenebre” che lo allontanano da Dio e dal fratello. E’ vero che portiamo l’esperienza dell’incredulità: tante volte abbiamo preferito le tenebre dei nostri sotterfugi, dei nostri desideri, delle nostre concupiscenze, dei nostri progetti da portare a termine a tutti i costi, a costo di passare sulla vita di chi ci è accanto. 

E’ vero che abbiamo tanto giudicato e rifiutato l’altro, incapaci di riconoscervi il volto di Cristo. E’ vero, abbiamo sperimentato tante volte la condanna di chi non crede: separazioni, divorzi, dolori, divisioni, lacerazioni e solitudine. 







Forse anche oggi siamo in una situazione di condanna, ma proprio per noi sono le parole del Vangelo, per noi è l’amore infinito di Dio. Forse proprio ora. Lasciamoci allora abbracciare da Gesù, così come siamo, fissiamo il suo sguardo che non ci giudica, che desidera solo di farci una cosa con Lui e trasformare la nostra condanna in assoluzione, la morte in vita. Desidera la nostra felicità, essere in Lui e Lui in noi, e insieme nel Padre inondati dello stesso Spirito, per rimanere da ora e per l’eternità nel suo amore.