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venerdì 24 gennaio 2020



αποφθεγμα Apoftegma

Se gli apostoli sono veramente con Lui, 
allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, 
allora sono in ricerca della pecorella smarrita, 
allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, 
allora devono farLo conoscere, diventare inviati. 
E viceversa: se vogliono essere veri inviati, 
devono stare sempre con Lui,
per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, 
per lasciarsi plasmare da Lui; 
devono andare con Lui, 
essere con Lui in cammino, 
intorno a Lui e dietro di Lui. 

Benedetto XVI



CHIAMATI A STARE CON GESU' NELL'INTIMITA' FECONDA DELLA CROCE DALLA QUALE PREDICARE IL VANGELO E SCACCIARE I DEMONI DI QUESTA GENERAZIONE

Gesù ha chiamato a sé "quelli che Egli volle", perché ogni vocazione scaturisce esclusivamente dal suo volereIl Signore vuole proprio noi, con i nostri nomi, con le nostre storie, così come siamo. Ci conosce e per questo ci chiamaIl Signore non è il responsabile umano dell'ufficio risorse umane della Chiesa, non assume in base al curriculum. Gesù chiama "quelli che vuole" perché i suoi occhi vedono quello che nessun occhio umano è capace di captare; Lui sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe, si innamora di quello che nessun ragazzo o ragazza vorrebbe mostrare di sé alla persona di cui sono innamorati: Gesù cerca la debolezza, la stoltezza secondo il mondo, ciò che è nulla agli occhi "intelligenti" della carne. Non ci ha scelto per le nostre capacità, per la pazienza, l'arguzia, la forza, per presunte disposizioni umane alla santità... Come fu per Davide, come per tutti i profeti, Dio non guarda all'apparenza, ma al cuore. Se ha guardato quei dodici uomini è perché conosceva profondamente il loro cuore, anche quello di chi lo avrebbe tradito. E se Lui non ha problemi con noi, anzi, perché averne noi? Guardare alle nostre capacità, all'adeguatezza delle nostre risorse umane e spirituali è come tradire il Signore. Quando entriamo in crisi dinanzi alla nostra debolezza è per orgoglio. Il demonio, infatti, attacca quelli che Dio chiama sempre allo stesso modo: li afferra per il bavero delle proprie debolezze per spingerli prima verso la sfiducia, e poi nella disperazione. Al contrario la Parola di oggi è una buona notizia che ci invita ad aver pazienza con noi stessi, a non voler farci santi e adeguati stringendo i pugni, ad accettare le imperfezioni, i difetti, e a scacciar via come subdola tentazione ogni immagine illusoria di quello che vorremmo essere. E' il Signore che porterà fedelmente a compimento la sua volontà in noi. Perché tutto è racchiuso dentro la sua chiamata gratuita. Possiamo riposare in essa perché è l'unica garanzia che ci difende dalle tentazioni. Per questo, quando ci assalgono, occorre tornare sempre alle radici della chiamata. Nel matrimonio, nel presbiterato, nella vita religiosa, e poi nel lavoro, nello studio, in tutto vi è una chiamata che ci precede e su cui Dio ha fondato la nostra vita. Non siamo noi il fondamento, è Lui! In questa gratuità che disarma il nostro orgoglio possiamo ricominciare ogni giorno, anche se siamo passati attraverso una tempesta di peccati che sembra aver distrutto tutto. 

L'abbandono del ministero, il divorzio, le fughe di ogni giorno dal sacrificio e dalla sofferenza nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare la sabbia con la roccia, il figlio con il Padre, colui che chiama con colui che risponde. Il compimento di ogni missione, invece, si fonda sull'amore gratuito che ci raggiunge, seduce e accoglie nella sua intimità. Non sarà mai un apostolo chi non ha conosciuto e non rimane nell'amore di Cristo. E' interessante notare come nella lingua spagnola amare e volere si dicano con la stessa parola: querer. Gesù "vuole" noi perché ci "ama", e nell'amore ci "fa" apostoli, come recita l'originale greco. "Costituire" gli apostoli significa farli, crearli, plasmarli, sino ad essere immagine di Lui"Apostolo", infatti, significa "inviato" e, secondo l'etimologia ebraica, esso costituiva un altro se stesso di colui che lo inviava. Per questo la chiamata di Gesù è sempre il primo passo dell'"andare a Lui" in un cammino di conversione nel quale "lo stare con Lui" ci fa assomigliare ogni giorno di più a Lui, ad avere il suo stesso pensiero di Cristo, il suo cuore, il suo sguardo, sino a diventare un "Alter Christus", come San Francesco. Non si tratta di fare molte cose, ma di camminare dietro a Lui in una compagnia, come fecero gli apostoli. E ciò si realizza essenzialmente nella comunità cristiana che è il suo Corpo vivo nella storia. Accanto ai momenti di preghiera personale siamo chiamati a "stare con Lui" nella Chiesa, dove possiamo ascoltarLo e parlarGli nelle liturgie, accogliere e sperimentare il suo amore anche attraverso la comunione con le sue membra che sono i fratelli. In essa siamo al riparo dalle fughe pseudo mistiche destinate ad evaporare al sorgere delle difficoltà e delle persecuzioni: "Il cristiano non è una monade, ma appartiene a un popolo. Un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale. E’ una cosa di laboratorio, una cosa artificiale, una cosa che non può dar vita" (Papa Francesco). La missione, infatti, si fa feconda quando lo "stare con Lui" si fa più intenso e autentico: sulla Croce, ovvero nei momenti di più grande debolezza. Come ha sperimentato il Signore stesso, che ha salvato ogni uomo quando non ha potuto far altro che gettarsi, nella morte, tra le braccia del Padre. Stare con Gesù è dunque essere crocifisso con Lui. Allora comprendiamo perché ci ha scelti così deboli e fragili, incoerenti e nevrotici: per insegnarci ad abbandonarci a Lui e così poter operare in noi con illimitata libertà, facendo di noi un vessillo di speranza innalzato per tutti i peccatori. In quanto crocifissi, poveri, deboli, ultimi nel mondo, siamo inviati a portare ad ogni uomo i segni dell'amore del Padre, le piaghe benedette del Figlio impresse nelle nostre vite. Non a caso gli esorcismi si compiono mostrando ai demoni la Croce. Ecco, siamo un esorcismo sbattuto in faccia al demonio di questa generazione: con le sofferenze, i fallimenti, le frustrazioni lo "scacciamo". Sì, proprio quando agli occhi del mondo sembriamo soccombere al figlio, al collega, al coniuge, è il momento in cui, crocifissi con Cristo, esercitiamo con amore il "potere di scacciare i demoni" per dischiudere loro il "Regno" che "predichiamo" con zelo inesausto. 

giovedì 23 gennaio 2020


αποφθεγμα Apoftegma


Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, 
proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino 
e alla speranza che porta l’incontro con Dio. 
Nell’amicizia profonda con Gesù 
e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, 
attraverso la nostra preghiera fedele e costante, 
possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. 
Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, 
possiamo aiutare altri a percorrerla: 
anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.

Benedetto XVI, Udienza del 30 novembre 2011




GETTIAMOCI SU CRISTO CHE CI GUARISCE NELLA BARCA DELLA COMUNITA' PER DIVENIRE ANACORETI OFFERTI PER IL MOND
Sospinto dalle trame ordite contro di lui, Gesù “si ritira presso il mare”, e in quel fazzoletto di terra nascosto, è seguito da una moltitudine. Il mare rappresenta sempre il pericolo, il mistero e la morte. E Gesù elegge a suo ritiro proprio la sua prossimità: sul fronte del pericolo e del dolore Egli sta come una sentinella a proteggere dai flutti di morte chiunque lo segua. Con lui porta i suoi intimi, e insieme salgono su una “barchetta” (così l'originale greco), immagine del legno della Croce, segno dell'umiltà e della debolezza che costituisce la "carena" della Chiesa: un “nulla” stolto e scandaloso nel mondo, capace però di difendere  il rapporto vitale dei discepoli con il Signore dai pericoli della massa, dal successo, dalla carne che idolatra e seduce. Per questo hanno una missione specifica: curare la barca, custodirla e assicurarsi che sia sempre vicina al Signore e "a sua disposizione"; ciò significa amore alla Parola di Dio e alle cose sante, approfondire e custodire il Magistero e il deposito della fede, curare la liturgia in ogni dettaglio, sapendo che essa parla all'uomo attraverso ogni suo segno; essere attenti alla dignità e alla pulizia delle chiese, alla sobrietà e la bellezza degli ambienti; ma significa anche la cura di ogni fratello, del più debole, dei poveri, di chi soffre ed è angosciato, degli anziani perché non restino mai soli, delle coppie che dubitano tra crisi economiche e tentazioni mondane e hanno paura di aprirsi alla vita, dei giovani disorientati; significa, innanzitutto, custodire la primogenitura e lo zelo per la missione, annunciare il Vangelo in modo opportuno e inopportuno, anche ai cristiani; e preparare per loro una seria iniziazione cristiana che guidi il Popolo della barca sul cammino verso la fede adulta che dia i segni dell'amore e dell'unità perché il mondo creda. E' la fedeltà di cui Gesù parlerà alla fine della sua vita, nulla di moralistico o di volontaristico, solo puro amore. E come possiamo essere fedeli? Attraverso la preghiera che si fa lotta nella fuga dal mondo per intercedere in suo favore; proprio l'anacoresi, secondo l'originale greco ‘anachórein’ tradotto con “ritirarsi”, che significa anche allontanarsi. Fuggire la carne che trama alle nostre spalle, per porsi seriamente di fronte alla vita e alla morte, nel combattimento decisivo. Come fecero i monaci del deserto, gli anacoreti che sfuggivano il mondo per gettarsi nella lotta con il demonio; e poi i certosini, i benedettini, le suore di clausura, Padre Pio, il Curato d'Ars, Giovanni Paolo II e molti altri. E tutti, nel profondo di quella solitudine anacoretica, divenivano segni di salvezza, e moltitudini li cercavano per essere sanati, nel corpo e nello spirito. Esattamente come Gesù: nella sua preghiera erano attirati i pagani delle regioni vicine, coloro che, avendo udito qualcosa di Lui, lo cercavano per trovare Grazia e salvezza. 

Con la preghiera Gesù entrava in intimità con il Padre, facendo in qualche modo scendere il Cielo sulla terra: così, solo dopo un cammino di conversione che li faceva uscire dal pensare mondano abbandonando criteri e rimedi carnali, le persone lo raggiungevano e lo potevano "toccare" come l'emoroissa, in un rapporto esclusivo e personale; non era, come può sembrare, un evento improvviso, ma era la fede cresciuta nel cammino che li "salvava", proprio come Gesù stesso affermava: la tua fede ti ha salvato. Gesù, infatti, "guarisce" attraverso la fede delle persone: non a caso "guarire", “terapeo” secondo il greco originale, significa letteralmente "rispettare", "venerare": Gesù ha inaugurato la "terapia" autentica contro qualsiasi male affligga l'uomo, perché Egli rispetta tutti con i propri difetti, i tempi e la libertà del cammino di ciascuno, "venerando" sempre e comunque l'immagine divina scolpita in noi, per farne il destino singolare e speciale della sua stima e della sua misericordia. Il rispetto di Gesù stana il demonio e smaschera la menzogna con cui ci inganna sbattendoci in faccia i peccati e le debolezze, perché ci disprezziamo e disperiamo della salvezza. Non è la sapienza carnale della folla, che strattona, spinge, afferra, sfrutta e getta via: il mondo mira allo stordimento, agli entusiasmi, all'anonimato delle masse da gestire e condurre senza problemi. Ideologie, musica, sport, social networks e media sguazzano nella massificazione, patria di ogni dittatura, non ultima quella del relativismo. Si tratta invece della sapienza della barca, gestata e generata dal legno della Croce, nella quale Gesù accoglie ciascuno come fosse l'unica persona al mondo, perché ancor prima d'essere toccato, pregando, lo ha visto nei suoi bisogni più intimi e amato in mezzo ai suoi peccati. Solo così si può guarire, resuscitare a una vita santa e degna, liberi dai complessi e dai rimpianti. Anche noi siamo chiamati ad essere anacoreti, sempre in fuga dal mondo, pur vivendoci sino in fondo; ovunque come nella cella di un monastero, il Cielo planato nelle ore che si spalmano nella storia, l'intimità con Cristo nell'abisso del cuore. Al lavoro, a scuola, in famiglia e con gli amici, nei momenti difficili e in quelli di gioia, vivere tutto come dentro la nostalgia di Dio che si fa preghiera incessante, un atteggiamento interiore distaccato dalle cose del mondo. Nessuna persona, nessuna attività, nulla più come un assoluto, ma tutti guardati e amati nella preghiera ancor prima che aprano bocca e mani per chiederci aiuto. E accettare le persecuzioni di chi ci sta intorno, e fuggire con ali di colomba nel deserto dove il Signore ci attende per parlare al nostro cuore. Più saremo soli con Dio, più verranno a noi le persone; il coniuge, i figli, i parenti, gli amici, i colleghi, i nemici, saranno attirati come le api dal miele, perché intuiranno in noi l'amore divino e gratuito, radicato nella Verità. E' il cuore di ciascuna missione, dell'evangelizzazione come dell'educazione, per scacciare i demoni nel Nome di Gesù "senza lasciarli parlare", perché finiscano di ingannare lasciando posto al potere crocifisso di Cristo in ogni persona. 

mercoledì 22 gennaio 2020



αποφθεγμα Apoftegma

Dio si serve di modi e strumenti 
che a noi sembrano a prima vista solo debolezza.  
Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo 
e, dall'altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell'amore: 
proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza. 

Benedetto XVI, Udienza generale 29 ottobre 2008

LE NOSTRE FERITE SONO LA PORTA DISCHIUSA SULLA SALVEZZA, STIGMATE LUMINOSE TESTIMONI DELLA VITTORIA DI CRISTO
"E' lecito in giorno di sabato salvare una vita o toglierla, fare il bene o il male?", ovvero, "è lecito l'amore che compie la Legge oppure, in nome di essa, si può lasciar morire una persona nei suoi peccati?". Per quei farisei ed erodiani, in giorno di sabato, era lecito tenere consiglio per togliere una vita, come accade a noi quando giudichiamo Dio per come e quando opera, così diversamente dai nostri pensieri carnali. E in quella sinagoga si trattava proprio di salvare o togliere la vita ad “un uomo”, anthrōpos, immagine di ogni uomo incapace di tutto, come quando si dice "sono senza una mano": prendere, scrivere, guidare, mangiare, qualunque relazione è compromessa. Per lui ogni giorno era sabato, ma, invece d’essere di festa e riposo, era un sabato di condanna e di morte che si spalmava su tutta l’esistenza. Scoccando la domanda, Gesù penetra sino al fondo del cuore, e non ci si può più nascondere, si può solo “tacere”. Ai suoi occhi che, come un periscopio, secondo l’originale greco “periblepsamenos”, scrutano e abbracciano ogni pensiero a 360 gradi, non sfugge il cuore indurito di chi gli era accanto. E non può trattenere l”ira” divina con la quale il Padre aveva corretto “gelosamente” il suo Popolo; esplode in Lui lo “zelo” mosso dalla “tristezza” per ogni anima arida ed arsa, senz'acqua e fecondità. Per questo, Gesù colma il silenzio calato nella sinagoga con la parola creatrice, offrendo a tutti la possibilità di salvarsi. Attraverso quella mano incapace di stendersi per accogliere e donare, mostra cosa significhi dare al sabato pieno compimento. Il cuore e la mano sono induriti anche di sabato, come ogni altro giorno. E proprio nel sabato della tomba, nella sepoltura e nella discesa agli inferi, Gesù avrebbe mostrato la liceità di amare perché, compiendo in esso il precetto di non fare niente - non vi è nulla di più inattivo di un morto - ha sanato e salvato la vita dal peccato e dalla morte; per questo dice "Alzati e mettiti in mezzo!”, “destati”, risuscita, (secondo l'originale greco), affinché si veda bene la mano sterile che guarisce per opera di Dio, la ferita sanata dalla misericordia. Come Gesù, che tutti hanno potuto vedere crocifisso "in mezzo" ai due ladroni, perché doveva essere evidente la risurrezione proprio attraverso la certezza della crocifissione. Lo stesso Uomo che aveva steso la sua mano sulla Croce a prendere la nostra malattia era l'Uomo resuscitato. Così Dio sceglie la sterilità, la piccolezza, la debolezza, i peccatori, il "nulla”, per mostrare che cosa significhi il sabato, il giorno in cui “nulla” si fa perché è Dio che fa "tutto". Le nostre ferite “stese” davanti al mondo, infatti, sono il luogo della misericordia di Dio che “ristabilisce” la vita laddove era la morte; il suo amore la fa ritornare ad essere, secondo il significato del termine greco tradotto con "risanata", com'era al principio, nel progetto del Padre: “aperta” per donare, come la mano guarita nella nuova sinagoga che è la Chiesa, la stessa che abbiamo allungato sull'albero della conoscenza per stabilire da noi stessi cosa fosse bene e male. Così, le nostre ferite, le sofferenze che la vita ci presenta, e i peccati con cui cerchiamo di scapparvi, illuminate dalla Parola, nella Chiesa sono poste in mezzo perché possiamo accettare di essere malati e accogliere umilmente la salvezza. Solo così chi ci è accanto potrà vedere nelle nostre ferite l’opera soprannaturale che le guarisce e trasfigura, l’amore infinito di Dio che vi ha preso dimora.

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"E' lecito in giorno di sabato salvare una vita o toglierla, fare il bene o il male?": la domanda di Gesù, ormai sotto processo per aver attentato alle prescrizioni sul Sabato, colloca il bene per la vita al centro della questione. Di più, mettendo "in mezzo" l'uomo con la mano inaridita, rovescia il processo e, da imputato si fa giudice. "In mezzo", come imputato, è ora il "cuore indurito" dei farisei e degli erodiani, inaridito come la mano di quell'uomo. In giorno di sabato, pur rispettando ogni prescrizione, si può fare il bene come il male: loro, con la malizia con cui "osservavano" Gesù per vedere se amava anche in quel giorno santo e "per accusarlo e farlo morire", avevano fatto il male. Dunque, se per loro, in giorno di sabato, era lecito "tenere consiglio" per "togliere una vita", come poteva non essere lecito guarire e salvare una vita? Con questo paradosso Gesù svela l'ipocrisia malvagia di chi, nel nome di una Legge spogliata dello Spirito, stava decidendo nel cuore di uccidere chi stava facendo del beneIn quella sinagoga si trattava di salvare o togliere la vita ad “un uomo”, anthrōpos, immagine di ogni uomo. Per lui, infatti, Dio ha “fatto il sabato”, il riposo preparato per chi ha sperimentato, durante la settimana, la durezza della vita, la conseguenza del peccato di Adamo. Ma esso può essere sporcato dall'ipocrisia, e trasformarsi in luogo di male e di morte. Scoccando la domanda, Gesù penetra sino al fondo del cuore, e non ci si può più nascondere, si può solo “tacere”. Ai suoi occhi che, come un periscopio, secondo l’originale greco “periblepsamenos”, scrutano e abbracciano ogni pensiero a 360 gradi, non sfugge il cuore indurito di chi gli era accanto. E non può trattenere l”ira” divina con la quale il Padre aveva corretto “gelosamente” il suo Popolo; esplode in Lui lo “zelo” mosso dalla “tristezza” per ogni anima arida ed arsa, senz'acqua e fecondità, dei farisei e degli erodiani come dell'infermo. Per questo, Gesù colma il silenzio calato nella sinagoga con la parola creatrice, offrendo a tutti la possibilità di salvarsi. Attraverso quella mano incapace di stendersi per accogliere e donare, mostra cosa significhi dare al sabato pieno compimento. Anche un cuore indurito può alzarsi e risuscitare, ed è il giudizio di misericordia di Gesù, offerto a tutti in quell'oggi nel quale stava compiendo la Parole profetiche sul Messia. 

Proprio la debolezza che ci costituisce è la prova che "scagiona" Gesù, giustificando con la necessità e l'urgenza dell'amore, la liceità di fare il bene e salvare una vita, non solo anche di sabato, ma proprio e in maniera definitiva di sabato: il cuore e la mano, infatti, sono induriti anche di sabato, come ogni altro giorno. E proprio nel sabato della tomba, nella sepoltura e nella discesa agli inferi, Gesù avrebbe mostrato la liceità di amare perché, compiendo in esso il precetto di non fare niente - non vi è nulla di più inattivo di un morto - ha sanato e salvato la vita dal peccato e dalla morte; per questo dice “Alzati e mettiti in mezzo!”, “destati” dall'aridità, come recita, non a caso, il termine originale greco usato anche per la "risurrezione" di Gesù. Questo pover'uomo è incapace di tutto, come quando si dice "sono senza una mano": prendere, scrivere, guidare, mangiare, qualunque relazione è compromessa. Per lui ogni giorno è sabato, ma, invece d’essere di festa e riposo, è un sabato di condanna e di morte che si spalma su tutta l’esistenza. In quest’uomo si scorge l’esito di una religione vestita d’ipocrisia:  in quel sabato, infatti, si trova nella sinagoga e non fa nulla, compiendo così la Legge. Ma vi è costretto dall’infermità, immagine dei legalismi che obbligano a compiere i precetti dall'esterno, lasciando sudicio l’interno. C’è una bella differenza tra il non poter e il non voler fare nulla, come quella che passa tra l’amore e il timore. Ma a quell’uomo una cosa non è impedita, l'obbedienza, l'unica che apre il cammino alla risurrezione. Anche a noi non è preclusa, per quanto deboli, aridi, insensibili e incapaci siamo, e i peccati, le sofferenze, le difficoltà, ci ostacolino e ci blocchino. Gesù ha obbedito, ha "steso" le sue mani sulla Croce e "disteso" il corpo nel sepolcro, è entrato nella morte, l'ha vinta e ci consegna gratuitamente l'obbedienza per risorgere. "Alzati e mettiti nel mezzo!", "stendi la mano": anche noi siamo chiamati dal Signore ad alzarci dall'egoismo e a metterci in mezzoaffinché si veda bene la mano sterile che guarisce per opera di Dio, la ferita sanata dalla misericordia. Come Gesù, che tutti hanno potuto vedere crocifisso, perché doveva essere evidente la risurrezione proprio attraverso la certezza della crocifissione. Lo stesso Uomo crocifisso era l'Uomo resuscitato.  Così Dio sceglie la sterilità, la piccolezza, la debolezza, i peccatori, come Giacobbe, Davide, Sansone, e Pietro, il traditore. Dio sceglie “il nulla” per mostrare che cosa significhi il sabato, il giorno in cui “nulla” si fa perché è Dio che fa "tutto". Le nostre ferite “stese” davanti al mondo, infatti, sono il luogo della misericordia di Dio che “ristabilisce” la vita laddove era la morte; il suo amore la fa ritornare ad essere, secondo il significato del termine greco tradotto con "risanata", com'era al principio, nel progetto del Padre: “aperta” per donare, come la mano guarita, come il cuore inondato d’amore. La nostra debolezza, che il mondo, "tenendo consiglio" nelle aule parlamentari o nei circoli culturali, come nelle nostre riunioni familiari o anche parrocchiali, vorrebbe "togliere di mezzo", è la porta spalancata sul Signore, il preludio alla sua operaCome fu per Gesù dopo la risurrezione, quando, proprio attraverso le sue ferite, provava agli apostoli la risurrezione della sua carne: quelle ferite erano la memoria della sua carne crocifissa per amore, e la prova che proprio con quella carne lì aveva vinto il peccato. Come le nostre ferite poste in mezzo facendoci arrossire, perché chi ci è accanto possa vedervi l’opera soprannaturale che le guarisce e trasfigura, l’amore infinito di Dio che vi ha preso dimora.