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sabato 24 ottobre 2020

 


Non maledirmi come il fico,
Anche se sono uguale all'albero sterile,
Per timore che il fogliame della fede
Venga essiccato con il frutto delle mie opere.
Ma fissami nel bene,
Come il tralcio sulla santa Vite,
Di cui si prende cura il tuo Padre celeste
E che, con la crescita, fa fruttificare lo Spirito.
E l'albero che io sono, sterile di frutti gustosi,
Ma fecondo di frutti amari,
Non sradicarlo dalla tua vigna,
Ma cambialo, scavando nel letame.
San Nersès Snorhali, patriarca armeno 1102-11

venerdì 23 ottobre 2020

 


"SOLVENTI" DI UN DEBITO CHE NON AVREMMO MAI POTUTO PAGARE ANNUNCIAMO AL MONDO LA MISERICORDIA DEL PADRE
Ce lo "assicura" il Signore, la vita è un cammino accanto al «nostro avversario», per giungere infine "davanti al Giudice", perché c'è un giudizio che ci aspetta. Oggi, il giorno della nostra morte, e l'ultimo giorno. Purtroppo non è proprio così che siamo abituati a "giudicare questo tempo" e le relazioni con chi cammina accanto a noi. Nel testo odierno Luca utilizza due volte il termine "discernimento", "dokimazo" (valutare in vista di un giudizio), che traduce il verbo ebraico "bchn" (verificare, mettere alla prova, provare, saggiare anche i metalli); e una volta giudicare, "krino" che, traduce il verbo ebraico "bîn" 😊 vedere la differenza, connesso con la preposizione bên ‘tra’, quindi vuol dire anche distinguere). "Verifichiamo" cioè sino all'ultimo particolare per comprendere - letteralmente - il "volto della terra e del cielo", ma "da noi stessi" non sappiamo riconoscere "ciò che è giusto". Viviamo come dei pescatori che, vedendo le nuvole salire da ponente, invece di dire "verrà la pioggia", decidono "da se stessi" che sarò bel tempo. E così escono in mare e sono sorpresi dalla tempesta e affondano senza scampo. E' l'ipocrisia di chi si illude di poter diventare come Dio e governare a piacimento la natura, perché risponda agli appetiti della propria carne. Ma sono solo parole, fumo che non ha nessun potere, perché solo la Parola di Dio è creatrice. A noi è dato il compito di "discernere" e "giudicare" quello che Dio, attraverso le persone e i fatti della nostra vita, vuole compiere. Ma siccome "il peccato abita in noi", ci illudiamo di stabilire noi cosa sia bene e cosa sia male, e finiamo con il non sapere "giudicare in noi stessi" ciò che è "giusto", cioè secondo la volontà di Dio. E così entriamo nei fatti e nelle relazioni equipaggiati male, con giacca a vento, guanti e passamontagna in una splendida giornata di sole, con 40 gradi all'ombra. Non sappiamo cioè riconoscere in chi cammina con noi l'avversario con cui metterci d'accordo perdonando e prendendo su di noi i suoi peccati. Perché l'amore ha sempre la meglio nel "giudizio": cioè giudica sempre bene solo chi ama, senza condizioni, come il Giudice che ci attende ogni giorno al suo tribunale: il suo nome è Amore, e con amore ci giudica, sempre. Ma c'è un problema: "avversari" di Dio e della sua immagine e somiglianza in noi stessi e nei fratelli, siamo nudi, come Adamo ed Eva, e non abbiamo nulla da offrire per proporre un "accordo" a chi ci è accanto. Come potremmo restituire a Dio quello che, ingannati, crediamo ci abbia tolto?
Per questo, Dio ha rivolto contro di sé" (Benedetto XVI) la condanna che ci spettava, inviando il suo Figlio sul nostro cammino per "accordarsi" con noi e "liberarci dal debito". Coraggio allora, Gesù ha il potere di trasformare in suoi amici noi che siamo stati suoi “avversari”! Ciò accade nella comunità cristiana, passo dopo passo sul cammino di conversione fatto "accanto" a Cristo. Sperimentando concretamente che Lui ha pagato per te "sino all’ultimo spicciolo" con l’ultima goccia del suo sangue, scoprirai che tua moglie, pur essendo tante volte un nemico, non ha più nessun debito con te! Come tuo marito e i tuoi figli, i tuoi genitori e nessun uomo. Nemmeno il datore di lavoro che ti ha ingannato rubandoti ciò che è tuo. Non reclamare alcun prestito che hai fatto, lasciatelo rubare, perché Cristo ha fatto così con te: eri un debitore "insolvente", ma grazie alla follia dell'amore di Dio rivelato in Cristo sei diventato "solvente". Il creditore ha pagato il debito del debitore lasciandosi rubare tutto, compresa la vita! Infatti, sapendo che non avremmo potuto restituire neanche uno spicciolo, si è addirittura fatto rubare ancora, sino a morire per il debitore. Per non farci morire in galera, vi è entrato Lui, facendosi colpevole al posto nostro. Non c'era altro cammino per riconciliarci con Dio. Come non ce ne sono altri per "metterci d'accordo" tra fratelli mentre camminiamo nella storia. Altro che "dialogo", tentazione subdola e suadente che scambia la dilazione del debito per la sua estinzione. Non illudetevi, quando appaiono i peccati - che è come dire quasi sempre - “accordarsi" con i fratelli non significa mediare e fare compromessi: due coniugi che dialogano stanno solo prendendo tempo per non perdonarsi; non possono e non vogliono pagare l'uno per l'altro i debiti che contraggono mutuamente. Solo chi ha sperimentato l'amore folle di Dio che lo ha riconciliato a sé gratuitamente può "giudicare da se stesso cosa è giusto". Al posto del peccato infatti, "in se stesso" è vivo Cristo che lo ha "sdebitato" per unirlo indissolubilmente a Lui nel cammino verso il Cielo. Saprà allora discernere nei fratelli divenuti "avversari" non più i nemici da combattere, ma la carne di Cristo che, proprio per aver estinto ogni debito in tutti gli uomini, si fa presente nel fratello per mendicare la nostra accoglienza, l'unico modo attraverso il quale può giungere la giustizia di Dio. Come Davide che, quando Simei lo insultava mentre scappava sull'erta del Monte degli Ulivi, lo "giudicò da se stesso" come una possibilità che Dio gli concedeva per convertirsi ed essere perdonato; e per questo ha accettato di camminare accanto a lui, impedendo che fosse ucciso. Chi ha conosciuto se stesso scoprendosi un "avversario" del Signore identico a Giuda, può accettare senza stupirsi che l’"avversario" si nasconda anche nella persona più cara. Come Gesù ha amato Giuda chiamandolo amico mentre con un bacio lo tradiva, un cristiano sa riconoscere, come la pioggia che viene dopo le nuvole che salgono da ponente, "favorevole" per amare proprio "questo tempo" nel quale l'"avversario" cammina accanto a lui. "Discerne" che è "giusto" "accordarsi" con lui perché entrambi sono “per via”, camminano cioè insieme nella stessa comunità verso lo stesso Destino: attraverso la Parola e i sacramenti, può "procurare" di “restituirgli” quanto gli ha sottratto, il perdono e l'amore che attinge da Cristo che ha pagato per entrambi

giovedì 22 ottobre 2020

 


IL FUOCO DELLO SPIRITO SANTO CHE ILLUMINA OGNI CONFLITTO PER SANARLO ALLA RADICE CON IL POTERE DELLA RISURREZIONE
Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» della visione del profeta Ezechiele, per annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso. Tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato. Se un padre, laddove appare - magari nascosta da sofismi sottili - una divisione con il figlio circa la volontà di Dio e l'adesione a Cristo, si lascia ingannare e inizia un dialogo teso a smussare e a frammentare la verità, avrà consegnato suo figlio al demonio. Se un parroco si illude che la divisione nella parrocchia sia causata da una mancanza di dialogo e di comprensione, e cercherà un compromesso non individuando i demoni che si nascondono in certe posizioni che vogliono limitare il soffio dello Spirito, spegnerà lo Spirito e lascerà che l'inganno si radichi.
Così in moltissimi altri casi, perché la divisione portata da Cristo ci spaventa, stentiamo a crederla possibile; l'immagine buonista e sentimentale secondo la quale il Signore debba ricucire sempre tutto e a qualunque prezzo, ci rende tiepidi e lascia campo aperto ad eresie striscianti, scismi incipienti, divisioni autentiche e laceranti: esse restano come germi infetti coperti da compromessi travestiti di pace e benessere. Ma è necessario che avvengano gli scandali, è necessario che appaiono, tristi e violente, le divisioni: chi ha detto che esse sono sempre un male e che debbano essere prontamente risanate? Ma è il Signore che provoca la divisione, come accade con le novità ispirate dallo Spirito Santo: i carismi, i movimenti, gli ordini religiosi, lo zelo rinnovato nelle parrocchie. E’, infatti, la novità di un amore assoluto e radicale, che reclama per sé tutto, perché tutto di sé ha donato; la novità che, abbiamo visto, raggiunge ogni ambito della vita: sessualità, lavoro, affetti, amicizie... Laddove si fa presente la divisione di fronte al Vangelo appare evidente dove sia la novità e chi la accoglie: "Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno! (Vangelo sec. Tommaso, in: Origene, In Jerem. lat., 1 [3], v. 104)
Il grigio non è colore cristiano... Per questo, spesso proprio la "divisione" svela il Regno di Dio, e smaschera la sua contraffazione. E' buona solo quella "portata" da Gesù con amore e misericordia; la stessa di un chirurgo che taglia per curare; non certo la divisione insinuata dal diavolo, il padre di ogni discomunione, frutto amaro della superbia e dell'orgoglio che si fanno invidia, come negli scismi e nei divorzi ad esempio: "un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità" (Papa Francesco). Il fuoco di Cristo, invece, divide per evitare di ricorrere alle toppe e annuncia il vino nuovo riversato in otri nuovi! Famiglie nuove, amicizie nuove, fidanzamenti nuovi. Tutto santo e libero perché tutto vissuto in Cristo, nella vera pace, la sua pace, che ci attende anche oggi, quella di un amore libero capace di donarsi gratuitamente.
L'amore al quale Dio ci torna a chiamare nel mezzo del nostro cuore ormai raffreddatosi, preoccupato più dell’apologia che dell’annuncio. Il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ; il "fuoco" che la Chiesa sempre riaccende sino agli estremi confini della terra, ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità. Occorre osare di fronte al capoufficio rischiando il posto di lavoro, pur di testimoniare la verità universale e ultima che abbiamo sperimentato. Osare la notte quando, unendosi al coniuge, siamo chiamati ad offrire i nostri corpi alla volontà di Dio, ad aprirci alla fecondità e alla vita, accogliendo il terzo, quinto o decimo figlio, per riaffermare il significato assoluto e universale che Dio ha nella nostra storia come in quella del mondo.
Occorre osare la castità ed il rispetto nel fidanzamento per annunciare la verità dell'amore crocifisso, l'unico autentico che, nel sacrificio, rivela il dono più grande, puro, disinteressato, quello di Cristo, gioia del loro cuore; osare nell'educazione, lottando con i compromessi affettivi, non temendo il rifiuto e la ribellione, perché i figli o gli studenti o i cristiani affidati siano ogni giorno più conformati e uniti a Cristo, pienezza delle loro aspirazioni.
Osare la stolta arrendevolezza della Croce, il non resistere al male che non è in contraddizione con l'affermazione senza smagliature della verità. Perché la Verità è sempre crocifissa, o non sarà Verità, anche se fosse la professione senza se e senza ma dei principi non negoziabili, anche se trovasse il rifiuto violento e la morte eroica. Resterebbe, appunto, una morte eroica, ma non un martirio; la testimonianza, infatti, è sempre l'offerta gratuita e gioiosa della propria vita per amore dell'altro divenuto nemico. Il dogma che abbraccia e infonde vita ad ogni altro dogma è la Croce, l'unico luogo che afferma, senza tema d'essere smentito, la gratuità e l'universalità dell'amore di Dio.
Solo Lui, e coloro che a Lui sono uniti, possono osare il dono totale di sé, senza sperare nulla se non la salvezza del mondo. Solo questo amore è credibile, nel senso che solo chi ama il nemico sino a dare la vita per lui conferisce anche al dogma, ai valori e ai principi morali irrinunciabili e non negoziabili, l'autorevolezza dell'autenticità. L'amore, infatti, li rivela "in presa diretta" mentre si realizzano nei cristiani, come connaturali all'uomo, come gli unici che si addicono alla persona, di qualunque razza e cultura. Solo l'amore riesce a far decodificare il grido nascosto nelle mille grida di dolore dell'umanità, riconoscendo in esso il bisogno di un'accoglienza e di un perdono che superi anche le regole della convivenza civile e finanche la legge naturale.
E' vero, essa è inscritta nel cuore di ogni uomo, non vi è condizionamento capace di cancellarla sino in fondo, ed è altrettanto vero che, usando della libertà, gli uomini l'abbiano infranta. Tu ed io, non meno di un pagano o di un politeista, di un ateo o di un agnostico. Sottolineare all'infinito questa realtà non serve a nulla, neanche battersi perché venga accettata. Essa sarà rivelata solo in carni e vite capaci di superare i limiti della natura e delle leggi che Dio stesso le ha imposto, andando a ripescare chi, liberamente e orgogliosamente, le ha infrante. La legge naturale risplenderà solo in coloro che compiranno leggi soprannaturali, quelle dell'amore che ha sconfitto la morte, il limite estremo e invalicabile della natura. I cristiani lo possono superare, entrano nel regno dei morti, si aggirano negli inferi e toccano, destano e si caricano dei relitti umani che vi si trovano.
Amano senza condizioni chi ha abortito, ucciso, rubato, adulterato; si consegnano ai pedofili, ai terroristi, ai torturatori, agli evasori fiscali, ai corrotti, alla loro moglie e ai loro mariti, gratuitamente, nello stesso modo i cui sono stati amati. In quegli inferi depongono un raggio di speranza, un lampo della luce di Pasqua, la testimonianza credibile della vittoria di Cristo sulla morte e del conseguente perdono di ogni peccato. Non solo, proprio nel buio disperato di chi si disprezza al punto di non saper più vivere secondo natura, la Chiesa osa offrire la possibilità di una vita nuova, la stessa vita di Cristo, quella che scorre nelle sue vene: la vita soprannaturale che include, compie e sublima la legge naturale; il rispetto gioioso di ogni principio non negoziabile, l'affermazione perentoria e incontestabile della vita incastonata nella vita di chi la sta perdendo per puro amore.
Quale migliore e più credibile e autentica affermazione "pro-life" che quella di chi, per difendere la vita che non muore nella carne destinata a morire, offre la propria di vita, nella certezza di conservarla per l'eternità grazie alla resurrezione di Cristo? Quale maggiore difesa della vita nascente nel seno di una madre che quella di chi accoglie nel suo seno di misericordia madre e figlio, educando e accompagnando con il latte della misericordia e il bastone della Croce? E così per la vita di un anziano, di un malato, per il matrimonio, per le persone gay e per l'educazione, per ogni ambito della vita, soprattutto quelli più insidiati.
Soprattutto per le donne, vergini, spose e madri, oggetto dell'attacco più proditorio del demonio: sono le donne a dover essere accolte oggi sotto il manto della misericordia, dove possano gridare, piangere, reclamare, per incontrare la gioia del loro compimento in quanto donne che il mondo le ha sottratto. A tutto questo è chiamata la Chiesa; a questo la chiama Papa Francesco, ad osare l'amore che esce verso le periferie dell'esistenza, quelle di chi è indifferente ma soffre indicibilmente, e ai quelli non si può restare indifferenti; a osare l'amore che non si difende, soprattutto quando è percepito, paradossalmente, come odio.
Occorre osare anche di vedersi rifiutati da chi ci ha dato la vita; come Edith Stein, che, pur soffrendo nella carne, non ha esitato ad abbandonare la propria religione e sua madre per seguire il Signore. E sarà proprio nella camera a gas del suo "doppio" martirio, come ebrea e come cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: nell'amore che la consumava attirava e salvava anche ciò che aveva dovuto abbandonare. La divisione che porta Cristo è il distacco dalla carne che prelude alla comunione eterna: "Cara madre superiora, mi permetta di offrirmi in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti". Chi vive in Cristo in Lui sarà perseguitato; dal suo uomo vecchio per cominciare e dal mondo perché un cristiano sarà sempre un segno di contraddizione. La sua vita sarà una profezia che, ovunque giungerà, provocherà la divisione. Gesù Cristo infatti non è un Segretario Onu, né tanto meno un gestore di fitness club o di uno di quei centri di pseudo-spiritualità dove ritrovare se stessi. Con Lui si è catapultati dritti dritti dentro le arene di ogni giorno, e leoni e tigri sono lì ad aspettarci.
Ma è proprio questa la vita più piena, buona e vera che fa scaturire il canto di ogni cristiano divorato dai suoi carnefici, il canto nuovo dei martiri di ogni parte del mondo. Il Signore ci chiama ad essere crocifissi con Lui perché il mondo riceva la vita; santi, separati, consacrati, cioè etimologicamente divisi, "pionieri del Cielo" - secondo un altro significato della parola che compare nel Vangelo odierno. Il Cielo offerto anche e proprio a coloro dai quali pareva ci fossimo separati, genitori, figli, sposi, amici, fidanzati. Essere discepolo di Cristo significa essere suo, non ci apparteniamo più. E' questo il senso più profondo delle parole dure e difficili del Vangelo di oggi. Siamo suoi per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.

martedì 20 ottobre 2020

 


VEGLIARE COME UNA SPOSA IN ATTESA DELLO SPOSO IN GUERRA
Come tante ragazze povere, ingannate e fatte schiave da aguzzini travestiti da benefattori, anche noi, sedotti da una menzogna, abbiamo vissuto obbligati a “servire” un “padrone” crudele. L'esperienza che ci definisce con più evidenza è proprio quella di Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso, stranieri e schiavi. Per quanto pensiamo, progettiamo e facciamo, non siamo a casa, non ci sentiamo mai liberi, ed è insopportabile. Ma, proprio la lontananza dalla nostra patria e dalla nostra casa, proprio la dura schiavitù che regola da dietro le quinte la nostra vita, proprio questa ferita è il seno benedetto dell'amore.
Il Vangelo di oggi ci svela che, dall'istante in cui Adamo ed Eva, e dopo di loro ciascun uomo di ogni generazione, quando tu ed io ci siamo destati al di qua del Paradiso, come tutti, abbiamo cominciato ad amare, a desiderare di poter amare. Sembra assurdo, eppure l'amore autentico nasce sempre da un'attesa, dalla nostalgia di casa, come appare evidente nel figliol prodigo. Come mai Matteo e Zaccheo, come mai gli apostoli sulle rive del Mare di Galilea, hanno "aperto subito" al Signore, rispondendo senza indugio alla sua chiamata? Apparentemente non aspettavano nulla, come anche Abramo per esempio. Ma se scaviamo un po' ci renderemo conto che non è così. Matteo e Zaccheo erano pubblicani, stranieri in patria, odiati e rifiutati; gli apostoli non avevano pescato nulla, pur faticando tutta la notte; Abramo era senza figlio e senza terra. Tutti lontani, tutti insoddisfatti, tutti perduti "nel mezzo della notte", tutti con un'attesa incipiente nel cuore. Forse neanche loro sapevano di aspettare qualcosa, eppure un dolore premeva sul petto, una sensazione strana affiorava a volte nel loro stomaco, come un'insoddisfazione, ma, probabilmente, non ci avevano dato peso. Sino al giorno in cui Dio ha "bussato" alla loro porta e, nell'aprire frettolosamente il loro cuore, hanno compreso di aspettare da sempre quel volto e quella misericordia. Nella nostalgia che cuciva le loro ore, era deposto l'amore della sposa del Cantico dei Cantici, pronta ad alzarsi per aprire al suo Sposo quando avrebbe bussato.
Dormivano, come tutti noi, storditi tra impegni e disillusioni, ma il loro cuore di sposa vegliava. La storia, infatti, la nostra, quella vissuta sino ad oggi, e quella che si compirà in questo giorno, ogni persona, ogni evento, tutto cesella in noi l'attesa. Come uno scultore che, seguendo i segni nascosti della figura che ha in mente di realizzare, scolpisce il marmo grezzo, così il Padre, attraverso i dolori, i fallimenti, le difficoltà, la precarietà, le malattie, plasma a poco a poco in noi l'attesa perché ne diventiamo consapevoli e sappiamo obbedirle; e così, quando appaia Gesù, essa si vesta di speranza, l'abito bello dell'amore che di cui sono capaci i peccatori scacciati lontani dal Paradiso. Non sappiamo che cosa significhi amare. Per questo balbettiamo erotismo e ci sporchiamo con la pornografia; cadiamo nell'egoismo e nella gelosia, perché non siamo a casa, e fuori dal paradiso l'amore è sfregiato dal peccato, non può nulla di diverso che quello che detta la concupiscenza.
Il Vangelo raccoglie questa incompiutezza ad esempio nella figura dellavedova, così ricorrente. E' sposata, ma ha perduto il marito. Non è completa, attende un ritorno, improbabile per la carne, ma certo per quel germe di vita divina che il peccato non ha potuto cancellare. Una vedova assediata da un avversario, il demonio, che l'ha derubata; le ha tolto quanto di più caro avesse, lo sposo che era carne della sua carne. Come ciascuno di noi, che cerchiamo nei gironi e nelle persone il volto amato, la parola amica, la mano capace di proteggerci. Nella vedova e in noi si svela dunque l'immagine del "servo che attende il ritorno del suo padrone". Come tutti noi, egli serve costretto e male altri padroni, usurpatori che lo hanno rapito. Come noi che non riusciamo a servire gratuitamente il coniuge, i figli, gli amici, i colleghi, la fidanzata, i fratelli. Vorremmo, come scrive San Paolo, ma non possiamo e facciamo il male che aborriamo. Eppure proprio tu ed io, servi incompiuti e incapaci di servire, siamo oggi "beati". Sì, beato te se, nella fatica e nella sofferenza, attendi l'unico e autentico Padrone. Se hai nostalgia dei suoi "ordini", della Parola che dà luce agli occhi e pace all'anima. Se il tuo cuore veglia perché sei servo suo, appartieni a Lui e a nessun altro. Se ci troverà oggi "ancora svegli", preda dell'insonnia d'amore di chi desidera il "ritorno" dell'Amato.
E il Padrone “giunge nel mezzo” della nostra “notte” di schiavitù, e ne fa anche oggi una Pasqua. Dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove? Dove sei oggi, nel fango nel quale sei caduto. Dove scorre la nostra vita Gesù scende come nelle acque del Giordano, e, proprio in questo istante, il cielo si "apre" e il Padre ci guarda uniti al suo Figlio e si compiace di noi. Basta essere oggi dove Lui verrà, nella storia concreta che ci è data, sulla Croce dove si aprono il Cielo e la terra, il cuore di Dio e il cuore nostro, l'uno in attesa dell'altro. Gesù ha "aperto" il Cielo e si è fatto carne per "bussare" ad ogni nostra carne. Riusciamo a capirlo? Si è fatto peccato per "bussare" ai nostri peccati e liberarci. Il suo battesimo e la sua Croce sono il nostro battesimo e la nostra croce; sono il luogo dove il nostro bussare alla libertà ha incontrato il suo bussare alla nostra schiavitù.
Bussa al nostro cuore perché ha udito il nostro bussare intriso di lacrime. Il suo amore ha trovato il nostro amore. Sì, è amore, un embrione di amore, ma è amore a Cristo quello che vagisce dentro di te, e magari fa i capricci, e cade e si sbuccia le ginocchia. E' amore quello di tuo figlio che scappa e disobbedisce, di tua moglie o tuo marito, del tuo vescovo e del tuo superiore, dei tuoi fratelli. Perché cresca e diventi amore adulto e capace di donarsi ha bisogno di ascoltare Gesù che bussa al suo cuore. Abbiamo tutti bisogno dell'annuncio del Vangelo, della predicazione della Chiesa. Di ascoltare e di annunciare, che sono i battiti di un cuore che attende, il cuore della Chiesa. Nel suo seno materno il “Padrone” autentico della nostra vita, ci è venuto incontro in fretta con i “fianchi cinti”, e ci ha comprati al caro prezzo del suo sangue, chinandosi a lavare ogni nostro peccato. Il suo “passaggio” in mezzo a noi ci ha liberati dal giogo del faraone e ci ha trasferiti nella Terra Promessa del suo Regno, dove il Primo si fa ultimo, e il Maestro fa “mettere a tavola” i suoi servi per “servirli”, donando gratuitamente quello che con cupidigia avevano creduto di poter rubare. Ci siamo nutriti del suo amore e non ne possiamo più fare a meno.
Al solo pensiero che Egli ha dato la vita per tutti ci sentiamo spinti dal suo amore a non vivere più per noi stessi ma per Lui. Per questo, dopo averne sperimentato il "ritorno dalle nozze" nelle quali ha sposato l'umanità sul letto della Croce, dopo aver gustato il perdono di un Padrone dolcissimo, lo "attendiamo" con gioia, vivendo ogni istante come una notte di Pasqua. “Beati” noi se saremo “svegli” per “aprirgli subito”, quando “arriva e bussa” per farci entrare con Lui nei momenti difficili del matrimonio, nel rapporto con i figli, con i colleghi, gli amici, il fidanzato. In loro, con le loro mani, con le loro parole busserà anche oggi... "Beati" noi se saremo “pronti” ad annunciare loro il Vangelo rinunciando ai criteri mondani; con “le vesti strette ai fianchi” dalla castità della carne e dello spirito, che lascia liberi e non si appropria di nessuno nell’“attesa” che sia Dio, con i suoi tempi, a parlare ai cuori; con “le lampade accese” di Carità nella Verità, senza compromessi. "Beati" noi se il Signore ci troverà così, celebrerà con noi e con tutti la sua Pasqua di vita e libertà.

lunedì 19 ottobre 2020

 


LA SAPIENZA DELLA CROCE CI ARRICCHISCE DAVANTI A DIO CON I FRATELLI AMATI IN CRISTO GESU'
"O uomo!" Così Gesù risponde al "tale" e a ciascuno di noi, insoddisfatti e sempre in cerca di giustizia. "O uomo!" perché in lui e in noi il Signore intercetta Adamo. Ricco "presso Dio" nel Paradiso, di fronte al "raccolto abbondante" ricevuto in "eredità", si è fermato a "dialogare con sé stesso" ed è rimasto intrappolato nella menzogna del demonio. Come accade a noi quando, di fronte alla storia, ci rintaniamo nella nostra ragione facendo spazio alle adulazioni del nemico che ci convincono che è tutta un'ingiustizia perché nessuno si è accorto che il vero dio siamo noi. Bene, a quel punto siamo fritti e diciamo: "so io che fare" per rimediare e farmi giustizia: accumulare! "So io", perché io sono dio. Ecco perché cerchiamo la giustizia che riporti le cose in ordine, e per ottenerla riconosciamo a Gesù l'autorità di Maestro. Non certo per imparare da Lui che è mite e umile di cuore, ma per costringere gli altri, "mio fratello", a dividere con me quello che, ingannato dal demonio, credo che mi abbia sottratto. Eh sì, è qui che si nasconde il tranello. Siamo così "stolti" da credere alla menzogna secondo la quale sarebbe "divisibile" l'infinito! Possiamo credere a una baggianata del genere solo se il demonio riesce a convincerci che la nostra "eredità" non sia infinita; che cioè la vita donataci si infranga sul limite invalicabile dell'ingiustizia e della gelosia di Dio che ci ha sottratto la possibilità di toccare e mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male. Se accettiamo questo presupposto falso, allora possiamo credere anche alla conseguente affermazione secondo la quale saremo infelici sino a che non ci ripiglieremo quello che Dio ci ha tolto: per questo "accumuliamo per noi e non davanti, alla presenza di Dio": moglie, marito, amici, denaro, tutto fagocitato nella "cupidigia" perché il demonio è riuscito a "dividere" da Dio, fonte della vita, prima le persone e poi le cose. Si tratta dell'atteggiamento tipico di chi non ha conosciuto l'amore di Dio, e vive il cristianesimo covando nel cuore il risentimento: ovunque vede ingiustizie e nemici ed esige da Gesù che legittimi la propria cupidigia facendosi "giudice" e "mediatore" al soldo del diavolo, il principe dei "divisori". Insomma, chiediamo a Gesù e alla sua Chiesa che legittimino e portino a termine la nostra vendetta contro Dio. Paradosso fatale per l'anima prima e la mente poi, che ci fa precipitare nel delirio di grandezza dell'uomo ricco della parabola. Solo uno che si crede dio e non ha più la coscienza del peccato può essere certo di "avere a disposizione molti beni per molti anni". Solo uno "stolto" può illudersi che davvero ci si possa appropriare dell'"eredità" di Dio: essa, infatti, è un dono, ed è protetta nel "caveau" inattaccabile della gratuità. Può accedervi solo chi si riconosce creatura, e per di più ormai indegna a causa dei propri peccati.
Ma coraggio, perché siamo ancora in tempo per accoglierla: il Testamento di Gesù parla chiaro: "Padre, perdonali - cioè concedigli l'eredità della vita eterna - perché non sanno quello che fanno". In quel momento, sulla Croce, il Signore stava parlando di te e di me, che ci illudiamo di "sapere cosa fare", mentre invece siamo degli ignoranti totali. Gesù ha lasciato la sua eredità agli "stolti" che, come Davide pizzicato con le mani sporche di sangue, riconoscono la loro "stoltezza". Sì fratelli, "la vita non dipende dai beni", perché "anche se uno è nell'abbondanza", se cioè sperimenta i miracoli con cui Dio moltiplica la sua povera debolezza, non è per questo al riparo dalla tentazione. La vita vera, quella eterna che non si corrompe, dipende dall'umiltà con cui, ogni giorno, imploriamo il Signore di avere pietà di noi perché "non sappiamo che fare" dei doni di Dio, e non "abbiamo dove metterli" tanto il cuore è indurito; e così, nella paura di perderli, li serriamo nei "granai" del nostro egoismo, sempre "più grandi" per saziare il vuoto di un dio senza paradiso; i giorni spesi a progettare e mettere in agenda "per molti anni" riposo e godimento, e nessun giorno riservato alla morte. Sino a quello in cui un "fratello", un altro Adamo ingannato come noi, non ci ruba "l'eredità", il nostro tempo, l'onore, la carriera, i diritti; sino a che la "notte" degli eventi oscuri e dolorosi non viene a "chiederci la vita" rivelando la nostra "stoltezza" che chiede giustizia mondana a Colui che ha consegnato se stesso per giustificarci per sempre nella giustizia della Croce. Ecco la sapienza alla quale ci chiama il Signore! Lasciarci amare e giustificare nell'amore che unisce ciò che il demonio ha diviso. Anche oggi ci viene a cercare nell'inferno dove la separazione dal Padre ci aveva gettato, per ricondurci all'ovile e fare di noi i suoi" fratelli" per i quali ha donato tutta l'eredità. Contempliamo allora la Croce sulla quale Gesù ha preso su di sé le nostre ingiustizie spogliandosi di tutto pur di "arricchire davanti al Padre" con le nostre vite riscattate. Lasciamoci "giudicare" dal vero "mediatore" che è Dio, e ci "giudica" anche oggi con la sua croce che, con amore, ha preparato per noi: i progetti fondati sull'egoismo si riveleranno spine conficcate nella testa, ovvero preoccupazioni, angosce e notti insonni. Le ricchezze accumulate con avidità saranno i chiodi che impediscono la libertà di donarci ed essere felici. Tutto per umiliarci e imparare a desiderare di vivere come "si fa" nella Chiesa, "tra i cristiani". Ecco allora "che fare": rimanere "presso" il Signore, ai suoi piedi come Maria, ascoltando la sua Parola che ha il potere di creare figli di Dio dalla pietra che è il nostro cuore. Figli che si arricchiscono presso il loro Padre, distendendo sulla Croce le loro braccia insieme al loro fratello Gesù, per "riunire" i fratelli dispersi e presentarli a Lui. Per donare ovunque e a tutti "il raccolto abbondante" dell'amore che colma la "campagna" della nostra vita, e così arricchire il Cielo di "fratelli" che cercano in noi l'Eredità perduta.

domenica 18 ottobre 2020


 DI CHI SIAMO ICONA?


Su quali “certezze” fondiamo la nostra vita? San Paolo ricorda ai Tessalonicesi e a ciascuno di noi di essere stati “eletti da Dio”, grazie al Vangelo che si è “diffuso”, letteralmente si potrebbe tradurre anche “ci ha generato”, attraverso la “parola, la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.
Quest’ultimo termine è fondamentale: esso deriva dalla radice greca che indica “pienezza”. Da essa nascono termini affini che possono significare anche “riempire un recipiente”, “compiere un dovere”, “completare o restituire un tributo o un salario”.
La “profonda convinzione”, dunque, è legata a un’esperienza: l’annuncio ricevuto con la predicazione si è rivelato autentico per la potenza dello Spirito Santo, che ha dato compimento e pienezza al Vangelo. Fatti reali, miracoli concreti nella propria vita “riempita” da Cristo, è questa la certezza dei cristiani.
Come gli altri pagani entrati nelle diverse comunità, anche i Tessalonicesi avevano l’esperienza della morte a causa dei loro peccati, “nei quali hanno vissuto alla maniera di questo mondo”; ma anche che “Dio, ricco di misericordia, per grazia, li ha fatti resuscitare e sedere nei cieli in Cristo Gesù”.
Il fondamento della loro fede era proprio la vita nuova che conducevano: non tradivano più la moglie, non abortivano e non abbandonavano i propri figli; non erano più schiavi delle concupiscenze, non servivano mammona, amavano i nemici. Era una vita celeste, propria di chi è stato “restituito” al Padre che è nei Cieli.
E così era stato: sepolti con Cristo nel battesimo, vi avevano lasciato l’immagine dell’uomo di terra, quella del primo Adamo caduto nel peccato; e riemersi dalle acque era rinati con Lui, il secondo Adamo, rivestiti dell’immagine dell’uomo celeste.
E tu, ed io? Guardiamoci allo specchio, e vediamo quale sia la nostra immagine. E’ la parte nascosta della risposta di Gesù ai “discepoli dei farisei e agli erodiani”: “mostratemi la moneta del tributo”. E a noi dice: “mostratemi la vostra vita: di chi è l’immagine e l’iscrizione?”. Di chi siete “icona”, e che cosa annuncia la vostra condotta?
Sulla moneta del “tributo”, l’imposta “per testa” imposta da Roma, vi era l’immagine dell’imperatore Tiberio e l’iscrizione “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, pontefice massimo”. E in noi, quale volto risplende? E di chi siamo figli?
Per rispondere occorre risalire all’origine del brano evangelico. E, nascosta, vi troviamo la grande questione posta dal figlio di Giuseppe il carpentiere: chi sono io per la gente? E per te? Per i farisei era un eretico, un impostore, addirittura un demonio. Ed era una certezza granitica, ma non era la “profonda convinzione” dei Tessalonicesi…
Per questo non potevano tollerare che Gesù si spacciasse per Figlio di Dio. Non poteva essere Lui il Messia. Si erano, infatti, già messi d’accordo tra loro e con gli erodiani, un gruppo legato a Erode e che, probabilmente, riconosceva in lui il Messia. Due fazioni opposte riunite dal rifiuto di Gesù e dall’obiettivo di toglierlo di mezzo.
Per questo inviano i loro “apostoli”: altri se stessi incaricati di mettere in trappola Gesù. Sì, anche la “malizia” ha i suoi missionari; ma sono “ipocriti”, attori che recitano una parte che non corrisponde alla loro realtà. Allungano le frange, pregano ostentatamente, espongono l’immagine di Dio ma dentro sono pieni di rapina e malizia.
E Gesù si trova ad affrontare queste monete false. Ha davanti l’ipocrisia che tutti ci avvolge, come quando preghiamo o andiamo a messa e ci rivolgiamo a Lui, mentre il nostro cuore è lontanissimo, parcheggiato fuori della Chiesa, schiavo del mondo e della sua mentalità.
Ma l’ipocrisia si fa evidente nel modo in cui essi iniziano a rivolgersi al Signore: “sappiamo che insegni la via di Dio senza nascondere la verità, e non guardi in faccia a nessuno perché non guardi le apparenze”. Ed è vero, e lo sperimenteranno nella sua risposta. Ma nelle loro parole vi è un doppio senso terribile: tu non ti curi di nessun uomo.
E’ qui che nasce l’ipocrisia, da questa immagine falsa di Gesù che essi avevano. Non potevano specchiarsi nel suo volto come figli nel Figlio; non potevano aprirsi umilmente al suo amore, perché pensavano male di Lui. Come noi, che non vogliamo essere come Gesù, che la sua immagine sia impressa in noi. Ne siamo scandalizzati, perché oppressi dalla superbia.
Dubitiamo di Lui, come Adamo ed Eva furono indotti dal demonio a dubitare di Dio. Dietro la libertà di Gesù, dietro la sua parresia, non si nasconde forse l’indifferenza cinica verso i miei problemi? La Chiesa mi dice che dietro a questa storia difficile, di sofferenze e solitudine, a questo matrimonio che fa acqua, c’è la mano di Dio che resta spesso invisibile e misteriosa. Ma non sarà invece che Dio si disinteressa di me, mi lascia soffrire, perché non ha davvero a cuore le mie cose?
Risuona la stessa insinuazione del serpente: “tu che pensi, che opinione hai?” Non c’entra la fede, c’entrano i pensieri umani: pensa con la tua testa, non vedi che il frutto che Dio ti proibisce è bello, buono e può esaudire il tuo desiderio di essere come Lui? Si, non solo immagine e somiglianza di Dio, puoi diventare tu stesso dio… Come Augusto, come Tiberio, come Erode…
Per questo chiedono a Gesù se “è lecito pagare il tributo”, che in greco può anche significare “c’è il potere, l’autorità?”. Ah, allora la questione è davvero seria! E’ in gioco l’identità e l’autorità di Gesù, che è la stessa di Dio. E’ in gioco lo Shemà, il cuore della fede di Israele. E’ come se chiedessero a Gesù: chi ha autorità assoluta sulla nostra vita? Chi amare con tutto il cuore, la mente e le forze? Ma non per essere illuminati davvero, solo per trovare un pretesto contro di Lui. Avevano già scelto il loro Re, e non era Dio.
La stessa domanda risuona oggi nelle nostre chiese per provare l’intenzione dei nostri cuori e la certezza della nostra fede: chi conduce la nostra storia? Chi può dirci che cosa “è lecito” e cosa non lo è? Perché per comprendere quale immagine portiamo, occorre sapere a chi apparteniamo: a Dio che ci ha scelti da sempre, o a Cesare, cioè al demonio, che invece scegliamo noi?
Scriveva Sant’Ilario che chi sceglie l’immagine di Cesare sarà poi obbligato a versargli i tributi, mentre chi sceglie l’immagine di Dio è libero, non deve nulla al mondo. Il demonio, infatti, esige da noi la tassa su ogni pensiero, parola, gesto. I peccati, con cui lo dobbiamo servire. Non sono essi l’immagine che riflettiamo in famiglia, al lavoro, ovunque?
Ma Dio è geloso di noi. E viene ancora con la sua Chiesa a cercarci per strapparci di dosso l’immagine ipocrita che non si addice ai figli di Dio. Davvero vuoi la certezza dei Tessalonicesi? Davvero vuoi accogliere Dio come l’unico tuo Signore, e lasciarlo condurre la tua storia come ha fatto con Israele? Vedrai “Ciro”, immagine degli eventi impensabili e incomprensibili, chiamato da Dio perché tutto concorra al tuo bene. Sperimentare questo è la pienezza della fede, l’unica che ci fa “restituire a Dio quello che suo”, cioè tutto noi stessi.
Allora lasciati ammaestrare dalla Chiesa, porgi l’orecchio alla predicazione, accostati alla confessione e lascia a Cristo i tuoi peccati; mangia il suo Corpo e bevi il suo Sangue per risorgere con Lui ed essere trasformato nella sua stessa immagine, figlio nel Figlio, luce per il mondo.

sabato 17 ottobre 2020

 


DAI FRUTTI DELLA FEDE IL MONDO RICONOSCE CRISTO NEI SUOI FRATELLI PIU' PICCOLI

La "preoccupazione" non si addice a un testimone di Cristo. Non era preoccupato il Signore, sapeva bene che a Gerusalemme le "autorità" religiose e civili si sarebbero "radunate contro il Messia" per condannarlo unanimi alla Croce. Ma "proprio per questo" si avviava alla "sua ora": doveva farsi peccato per "riconoscere" davanti al Padre come suoi fratelli tutti noi peccatori che abbiamo "parlato contro" di Lui. Lo stesso destino attende anche noi, "riconoscere" il Signore e il suo amore dinanzi alle "sinagoghe" e ai "magistrati" che ogni giorno processano e condannano Dio, scandalizzati dal male e dalla sofferenza. In questo agone "preoccuparsi" è pericoloso. Induce a cercare in noi o in altri la "colpa" per trovarci dinanzi a un tribunale. Perché non mi accettano? Ho fatto qualcosa di male o, come dicono tutti, il cristianesimo vissuto così radicalmente è solo un’intollerante fondamentalismo? E il dolore innocente? La Croce, la risurrezione, non sarà tutto un inganno? "Preoccupandoci" di come "discolparci" si può finire molto male fratelli. Come Giuda che, avendo "bestemmiato", ovvero "parlato male" contro lo Spirito Santo che stava agendo in Gesù spingendolo verso la Croce, ha finito con il credere al demonio di cui era divenuto luogotenente e si è impiccato disperando del perdono; perché il vero obbiettivo del demonio è la nostra disperazione intrisa di orgoglio che si chiude ostinatamente al perdono. E proprio il "preparare che cosa dire" quando appare la Croce è il primo passo che conduce a bestemmiare lo Spirito Santo, perché, sottolineando l'azione umana, insinua la sua irrilevanza. "Preoccuparsi di che cosa dire" è, in fondo, avere accettato l'inganno del demonio che non è il peccato a far male all'uomo, ma i limiti che Dio pone alla sua creatura, impedendogli di essere libero e autonomo come Lui. Riconosciamolo, abbiamo bestemmiato tante volte, perché nel fondo, forse anche oggi, abbiamo creduto anche noi che Dio non ci ami; per questo, illudendoci di sfuggire la sofferenza, tagliamo con Lui addossandogli la "colpa" dei nostri fallimenti. E gridiamo al mondo, con parole e opere, che no, non c'entriamo con Lui, non lo conosciamo. Ma coraggio fratelli, non siamo ancora precipitati nella condanna irrevocabile. Possiamo ancora rivolgere la "bestemmia" contro il Signore per non dirigerla contro lo Spirito Santo. Ma che dici? Dico che Dio è diventato "Figlio dell'uomo" per farsi peccato e prendere su di sé ogni bestemmia, ogni mormorazione e rancore, odio e peccato che sorgono dal cuore dell'uomo avvelenato dalla menzogna del demonio. Gesù è nato per questo fratello mio! Allora coraggio, parla male di Lui, cioè addossagli la colpa perché Lui possa darti in cambio il "perdono". Perché ci sia anche tu tra "chiunque parla male del Figlio dell'uomo" e "gli sarà perdonato". Sfogati con Lui nella preghiera, vai a confessarti e vomita sul suo ministro il tuo veleno. Contempla oggi la Croce, inginocchiati e leggi la Passione; ascolterai il gallo cantare, la profezia dell'alba di risurrezione nel mezzo della Passione, il seme del perdono deposto nel pentimento (la chiesa primitiva, durante la veglia pasquale, non immergeva i catecumeni nelle acque del battesimo sino a che il gallo non avesse cantato). Contempla il Servo di Yahwè che ha dato la vita per te, e piangi, come Pietro, che di fronte al pericolo ha "rinnegato" tre volte Cristo dicendo che lui proprio non c'entrava con tutto quel macello. Accetta di essere quello che il Signore, pur conoscendolo, ha scelto con amore infinito. Immergiti nella compunzione, spezzetta nella contrizione il tuo cuore, umiliati e lascia a Cristo le tue bestemmie travestite da preoccupazione, perché non si trasformino in disprezzo di te inducendoti a disperare della salvezza. Non aver paura, perché Lui ha già "rinnegato davanti al Padre" il tuo uomo vecchio che lo ha "rinnegato" davanti agli uomini per "riconoscere in Cielo" il tuo uomo nuovo che si "riconosce" peccatore per "riconoscere" il perdono di Gesù "davanti agli uomini". Coraggio, abbandonati alla misericordia di Dio, e lasciati crocifiggere con Cristo per passare con Lui dalla morte del peccato alla vita nuova nello Spirito Santo che scende copioso sulla comunità cristiana riunita in preghiera. Partecipa fedelmente alle celebrazioni, ascolta la Parola di Dio, nutriti dei sacramenti, assapora quanto è bello l'amore tra i fratelli, e lo zelo per il vangelo che ti ha salvato crescerà in te, con l'amore per ogni uomo che giace nella rete del demonio obbligato a vivere bestemmiando. La "parresia" (franchezza), infatti, è un'opera dello Spirito Santo che caratterizza il modo di esistere di chi, nella Chiesa, è rinato in Cristo. In loro, i frutti della fede adulta fanno "riconoscere" il volto di Cristo, come accadde a Santo Stefano. Per questo, a causa dei "segni" del Signore risorto e vivo in noi - a causa cioè del Kerygma che incarniamo per pura Grazia - ci attendono catene, processi e condanne: davanti al ginecologo dopo essere rimaste incinta del quinto figlio, ai compagni di scuola che ci invitano all’ennesimo spinello, al ragazzo che vorrebbe allungare la mano, a colleghi, amici e parenti che ci spingono a far causa a chi ci ha fatto un'ingiustizia. Sulla carne sentiremo i graffi del loro disprezzo, ci ferirà il loro rifiuto; ma proprio mentre ci perseguiteranno lo Spirito Santo "ci porterà" (secondo l'originale greco tradotto con "vi insegnerà"), cesellando in noi l’immagine del Signore perché Egli sia "riconosciuto" e quindi crocifisso in noi. Se ci rifiutano e perseguitano è segno che l’opera sta riuscendo bene; lo Spirito ci ha strappato alla paura e, mentre nel cuore "ci attesta che siamo figli di Dio", scioglie sulle nostre labbra e davanti a tutti lo stesso abbandono obbediente del Figlio: "Abbà! Padre!", le parole che nel Getsemani ci hanno salvato e che lo Spirito ci "insegna" in ogni nostro Getsemani, facendo di ogni "momento" una buona notizia per il mondo. Quando infatti "riconosciamo" Gesù come il Signore, Egli "ci riconosce davanti agli angeli di Dio", testimoniando così in terra che esiste il Cielo. Come? Donandoci pace, serenità, pazienza e addirittura letizia nelle persecuzioni e nelle malattie, sigillo inconfondibile della vita soprannaturale che alberga in quella naturale, spingendola oltre i limiti della carne. Esattamente come accadde a Gesù nel Getsemani, dove la volontà di Dio ha preso per mano quella umana, "trascinandola" (Ratzinger) nel Mistero Pasquale che oggi si fa carne in noi, perché chiunque ci veda possa sperare di passare dalla bestemmia alla benedizione, dall’inferno al Paradiso.