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mercoledì 24 marzo 2021

 


FIGLI DI ABRAMO LIBERATI DA CRISTO PER VIVERE NELLA VOLONTA' DEL PADRE
Il Vangelo di oggi parla a noi, "quelli che avevano creduto in Lui". Ed è vero, in Abramo siamo stati chiamati anche a noi, figli di Dio creati con il suo stesso Dna. Ma ascoltando una Parola diversa da quella che ci ha chiamati all'esistenza abbiamo contratto un virus maligno che ha danneggiato il Dna spirituale, e ora una malattia genetica ha mutato la nostra identità. Invece delle opere di Abramo ecco quelle di un altro padre, del demonio che ci ha generati schiavi della menzogna con la quale ci ha spinto a peccare. Tutto quello che è pensato e compiuto senza amore, infatti, è peccato. La reazione dei Giudei del Vangelo alle parole di Gesù palesa il loro e il nostro cuore. E' infatti la stessa che abbiamo quando qualcuno ci annuncia la Parola di Verità del Vangelo: essa è l'unica che ha il potere di guarirci perché, individuando e diagnosticando il morbo che ci ha aggrediti può distruggerlo e ricreare in noi il Dna divino sul quale crescere nella libertà di amare. E invece, come Caino, ci rattristiamo, innamorati e gelosi del nostro ego. Al punto che la superbia ferita inizia a schiumare ira e l'ira compie quello che non vorremmo: uccidere Cristo incarnato in chiunque contesti la nostra vita e i nostri criteri. Ma coraggio, la Parola di Dio ci è di nuovo annunciata nella Chiesa, anche oggi. Ascoltiamola senza indurire il cuore e attraverso la predicazione potremo accogliere, poco a poco, la fede per la quale e nella quale siamo stati generati: quella dei figli di Abramo ricreati in Cristo. Essi, condotti da Lui sul cammino della conversione, come il figlio prodigo "vivono sempre nella casa di loro Padre", dove imparano la libertà di amare senza condizioni. Nella comunità cristiana ascoltano la sua Parola nella quale conoscono la Verità che li illumina per seguire l'Agnello ovunque vada per compiere nella storia il suo Mistero Pasquale in loro. Sono "davvero" discepoli di Gesù che "rimangono fedeli" al Padre perché fluisce in loro il sangue del loro Fratello Primogenito, nel quale possono custodire in ogni istante la Nuova ed Eterna Alleanza. Come Abramo hanno imparato a sperare contro ogni speranza perché, pur vedendo tante volte morta la propria carne a causa dei peccati, hanno conosciuto la misericordia che ridona la vita ai morti. Per questo si affidano completamente al Padre: la loro fede, infatti, ha nella carne il suo memoriale indistruttibile perché, come Abramo, stringono tra le braccia Isacco, il figlio della promessa compiuta, la testimonianza della fedeltà di Dio. In loro cioè è vivo Cristo, e lo amano perché in Lui sono guariti dal virus malefico che li aveva deturpati. Sono figli rinati nel Figlio, al punto che possono salire il Moria nella notte della fede, tremare e fissare negli occhi il cuore del loro cuore - quell'affetto, quella persona, quel desiderio, quel sogno, quel progetto - pronti a "sacrificare" tutto (a "fare sacro", a "separare" e offrire a Dio) anche la persona più cara. I figli di Abramo camminano nella vita con gli stessi occhi di Abramo che si riflettevano nel figlio Isacco mentre lo fissavano salendo l'erta del sacrificio, identici a quelli di Dio fissi e splendenti in quelli del Figlio sulla Via Dolorosa del Calvario. Per questo i figli di Abramo sono, come Isacco, pronti ad essere sacrificati, legati alla volontà di Dio come Cristo sulla Croce. Sono liberi nello stesso amore che su di essa li ha liberati e li spinge a donarsi perché in gioco c'è la salvezza del mondo. Per essa offrono la propria gola al Padre entrando nell'assurdo estremo confidando che Egli sul monte provvede, sempre. Così i figli di Dio rivelano e testimoniano sulla terra la fede nella quale sono stati generati, quella che salva il mondo vincendone l'odio con l'amore. Scriveva il drammaturgo austriaco Franz Werfel “per chi ha fede nessun miracolo è necessario, per chi non ha fede nessun miracolo è sufficiente”; l'unico miracolo che può strappare chi non crede alla menzogna è infatti la fede di Abramo e di Isacco che apre il Cielo al quale è impossibile credere se qualcuno non ne mostra l'esistenza attraverso una prova inoppugnabile. La Pasqua è la prova fratelli, il Mistero che, facendoci passare dalla morte alla vita che non muore, ci libera dalla paura per testimoniare il destino che attende ogni persona consegnando il frutto della vittoria di Cristo a tutti, amici e nemici. Chi potrebbe lasciarsi togliere la vita perdonando e benedicendo i suoi assassini? Solo chi ne ha una riserva infinita, proprio come il Cielo che il demonio ha chiuso dinanzi al mondo. La vita di Cristo che la Chiesa ci dona attraverso la Parola e i sacramenti, la vita divina che ricolma i figli rinati nelle acque del Battesimo

martedì 23 marzo 2021

 



αποφθεγμα Apoftegma


“L’innalzare” mediante la Croce
costituisce in un certo qual senso la chiave 
per conoscere tutta la verità, che Cristo proclamava.
La Croce è la soglia, attraverso la quale
sarà concesso all’uomo di avvicinarsi 
a questa realtà che Cristo rivela.

Giovanni Paolo II,
INNALZATI CON CRISTO NELLA VERITA'


Spesso e senza rendercene conto guardiamo a Cristo come a un suicida. Magari non elaboriamo il concetto in maniera così cruda, ma, se ci guardiamo dentro quando appare la croce nella nostra vita, scopriremo che è proprio ciò che pensiamo. Si tratta della scelta imposta da Pilato alla folla tumultuante: "Volete che vi liberi Gesù o Barabba?". La giustizia umana fondata sulla violenza, o l'agnello di Dio che si carica di ogni ingiustizia? Per noi la via intrapresa dal Servo di Yawhè, l'agnello muto che non apre bocca e si lascia umiliare sino ad offrire la propria vita, è puro suicidio: "Il Dio in croce è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene" (F. Nietzsche). Quando la storia frappone ostacoli al compimento dei nostri desideri e alla realizzazione dei nostri progetti guardiamo al crocifisso come a una maledizione, e sentiamo, irrefrenabile, l'impulso a liberarci dalla sofferenza. Scegliamo Barabba e ci incamminiamo sul sentiero opposto a quello della Croce. "Apparteniamo al mondo, siamo di quaggiù", le logiche "di lassù"  non le comprendiamo. Quante volte "lo abbiamo cercato" senza trovarlo? Perché lo abbiamo cercato nelle nostre concupiscenze, mentre ci facevamo giustizia, increduli che "Io sono" è amore sino alla fine, sino al nemico. Per questo il Signore ci dice che "non possiamo andare dove egli va". Non possiamo seguirlo sulla via della Croce, l'assurdo ci spaventa, il dolore ci annichilisce. La nostra esistenza sembra basarsi sulle tragiche parole riportate nel libro della Sapienza: "La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati" (Sap. 2, 1-2). Dietro a ogni rifiuto della Croce vi è sempre l'incredulità cinica di chi non ha conosciuto Colui che libera dagli inferi: "se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati". La tomba ci fa paura, e, se una lapide decreta la fine, siamo condannati a lottare con tutte le forze per allontanare il più possibile la morte. Per questo non possiamo accettare un figlio che uccida i nostri progetti su di lui; che la moglie o il marito entrino in crisi e distruggano affetto e dolcezza, polverizzando l'immagine di matrimonio che abbiamo coltivato; la suocera che ci guarda di traverso obbligandoci sempre sulla difensiva; un lavoro che ci umilia senza un briciolo di rispetto; una malattia che sconvolga i ritmi e inchiodi la vita alla precarietà. Non accettiamo, e ci dimeniamo, cercando ragioni, soluzioni, vie di fuga, ma senza successo: la vendetta non ci consola, farci giustizia non ci placa, accaparrare tutto per offrire ogni cosa alla nostra carne ferita non ci sazia. "Moriamo nei nostri peccati", perché non sappiamo rispondere alla domanda cruciale: "Tu chi sei?". 



Ma ancora una volta si avvicina la Pasqua per rinnovare il prodigio: i peccati nei quali siamo morti, quelli che si ripetono giorno dopo giorno come gocce che scendono da un rubinetto mal chiuso, "innalzano" per noi Cristo davanti ai nostri occhi. E' questo l'assurdo che può trasformare la nostra vita: nell'amore sconvolgente di Dio, il peccato diventa lo strumento per conoscere e sperimentare che Gesù è "Io sono", ovvero Dio Onnipotente. I nostri fallimenti, le paure, la Croce che abbiamo preparato per Lui sono anche oggi il modo folle attraverso il quale Dio ci viene incontro per offrirci una roccia su cui appoggiare la nostra fede: morti nei peccati, nei peccati possiamo incontrare la vita. La maledizione che tante volte abbiamo lanciato contro la nostra storia ha crocifisso "Io sono". E Lui era lì, a lasciarsi "innalzare", perché sapeva bene che solo "allora" lo avremmo riconosciuto. Guarda bene la tua vita, e conta quanti giudizi, quante menzogne, quante porcherie nascoste nel cuore ti ha perdonato. Perché sei ancora vivo? Perché oggi puoi ancora ascoltare una Parola che ti chiama a conversione? Perché hai ancora una possibilità per non distruggere del tutto il matrimonio, per riconciliarti con tuo figlio? Perché c'è ancora una Pasqua che ti aspetta per ridarti la vita? Perché il Signore "non ha mai fatto nulla da se stesso, ma come gli ha insegnato il Padre ha parlato" annunciandoci la verità. A differenza di tutti noi "ha sempre fatto le cose gradite al Padre", sino a donarsi sulla Croce. Convertiamoci allora, e fissiamo il crocifisso. Non è stato suicidio, ma il dono più grande; su quel legno erano scritti i peccati nei quali siamo andati a morire, noi sì suicidandoci... ma se alziamo gli occhi - che significa pregare, digiunare, fare elemosina, accostarsi ai sacramenti e ascoltare umilmente la Parola di Dio, e andarci a riconciliare con i fratelli - scopriremo Gesù "innalzato" al centro della nostra vita per strapparci alle cose di quaggiù e insegnarci a pensare a quelle di lassù. Proprio dove più dura è la sofferenza e più forte è il desiderio di sfuggirla, sperimenteremo allora che Lui è Dio, e che il suo amore è più forte del peccato che ci schiavizza. "Io sono" ci attende sulla Croce per farci "essere" con Lui. Rinneghiamo noi stessi e lasciamoci "innalzare" con Lui. Solo allora, nella nostra umiliazione per amore, chi ci è accanto "saprà" che Dio è amore, che in Lui si può ricominciare. Così, crocifissi con Cristo, potremo finalmente "andare dove Lui" ci ha preceduto per prepararci un posto, compiendo la volontà di Dio. Al Padre, infatti, è gradita una famiglia santa, sposi, genitori e figli che si amano, come una comunità cristiana che vive nella comunione, sperimentando che con Cristo "non siamo mai soli".

lunedì 22 marzo 2021

 


PER CANCELLARLI E DONARCI LA VITA NUOVA E LIBERA, GESU' SCRIVE I NOSTRI PECCATI NELLA SUA CARNE CROCIFISSA
Una "donna", senza nome, puoi mettere il tuo, posso mettere il mio. Un peccato, l'adulterio, il mio e il tuo. Sembrava amore e invece era solo passione, gli ormoni a dettare legge per fuggire da un matrimonio che non aveva più nulla da dire; magari il marito è da un secolo che la stava trascurando, chiuso nella sua banale superficialità. E una "donna", si sa, ha bisogno d'essere considerata, corteggiata, ne va della sua femminilità. Forse l'aveva tradita, e non poteva sopportarlo, doveva fargliela pagare. O forse era stata solo una sbandata, un fremito, di quelli che ti prendono quando qualcuno ti fa sentire importante; quelle parole che nessuno le aveva mai detto, e sembrava capire tutto di lei, s'era accorto addirittura che aveva cambiato rossetto. L'occasione aveva bussato, e l'aveva trovata indifesa, incapace di resistere. Quel volto, e quella voce d'uomo, proprio in quel momento, proprio sulla soglia della depressione, una vita spesa tra lavoro, fornelli e bucati; e lo dicono anche gli psicologi, e poi i film, le canzoni, la televisione, non si può perdere così la dignità, da troppo tempo aveva dimenticato d'essere una "donna", di quelle vere, autodeterminate; non era mica nata per fare solo la madre e la moglie, altro che sottomissione... Ecco, quell'uomo che le si avvicinava le aveva improvvisamente incendiato l'orgoglio. E' lì, nel fondo melmoso del cuore, dove s'agita il demone più feroce, che sempre tutto ha inizio. Di colpo s'era trovata dinanzi all'albero, come la prima delle "donne", con un futuro di libertà e felicità da cogliere senza pensarci troppo. E' vero che qualcosa le diceva che no, non era proprio così, che s'era sposata perché lo aveva desiderato e deciso, che, pur tremando, la fedeltà l'aveva promessa felice per tutti i giorni della sua vita; che quei bambini erano la luce dei suoi occhi, e che era orgogliosa che portassero il nome di suo marito, che le piaceva perfino che gli assomigliassero. Ma sottomessa no; quello sguardo dolce, quelle parole a pranzo, quella presenza improvvisa le stavano finalmente indicando la ragione del sottile malessere che l'aveva afferrata da tempo: il limite, il sacrificio, l'obbedienza e il dono di sé, tutto era troppo, si sentiva frustrata, quanto era che non usciva con un'amica per fare shopping? In fondo lui non era neanche bello; intelligente e comprensivo si dice, ma nulla di più. Non era di lui che s'era invaghita accidenti, non era passione per un uomo, checchè ne dicesse la sua collega. Di se stessa s'era innamorata, e questo si chiama superbia. Lui era solo uno sguardo e una voce prestate al serpente; lei desiderava un'altra se stessa, perché quegli occhi e quelle parole che l'avevano turbata, i complimenti e le gentilezze che le scompensavano gli ormoni, in fondo la stavano disprezzando senza pietà. Quell'uomo stava stracciando e buttando nella spazzatura ciò che lei era stata sino a quel momento: donna, sposa e madre. Insinuandole una menzogna la stava spingendo a tradire se stessa, perché ciò che era non valeva, non serviva. Doveva essere la sua amante per valere. Come fece con Eva, il demonio le stava dipingendo il quadro della "donna" che non sarebbe mai stata: servita, obbedita, valorizzata, rispettata, amata, non perché "donna", e sposa, e madre, non perché immagine della Chiesa per la quale Cristo ha offerto se stesso, ma perché sarebbe divenuta come dio. A questa menzogna aveva legato il suo cuore, e ogni abbraccio, ogni bacio, ogni amplesso, ogni parola e ogni istante passato con l'amante era un frammento di morte che si impadroniva di lei. E ora era lì, come Eva, "sorpresa in flagrante adulterio"; e "Mosè, nella Legge, ha comandato di lapidare donne come questa". Era giusto così, perché la pioggia di pietre le avrebbe solo dato pubblicamente la morte che il suo cuore e la sua carne avevano scelto e consumato nel segreto. Per questo era lì "nel mezzo", come un esempio per quanti avevano in animo di peccare. Gli "scribi e i farisei", del resto, avevano già condannato l'adultera; ma avevano bisogno di lei per condannare il Signore. Il suo adulterio, infatti, sarebbe servito per "mettere alla prova Gesù e avere di che accusarlo". Ma proprio qui appare la Pasqua, il mistero che ci stiamo preparando a celebrare. La Pasqua che stravolge tutto: proprio il desiderio di accusare Gesù avrebbe salvato quella donna! Gesù stava "insegnando" la Torah, la Legge sulla quale venivano a metterlo alla prova: "tu che ne dici?". Forse stava spiegando perché in Galilea aveva predicato che bastava uno sguardo di concupiscenza per commettere adulterio con una donna nel proprio cuore. Che è da lì che iniziamo a tradire Dio, noi stessi e gli altri... Ma ora, misteriosamente, non dice nulla, "si china", e comincia a "scrivere in terra con il dito". Fa un segno, e nessuno lo capisce. Il suo dito sembra sfiorare così la debolezza di quella donna, fatta di "terra" come tutti quelli che erano lì, il popolo giustiziere, gli scribi sapienti e i farisei integerrimi. Il suo dito era una carezza che annunciava la verità: la Legge, la libertà, l'amore, il cammino della vita, tutto è scritto sulla polvere che è il cuore di ogni uomo. Un po' di vento cavalcato dalla tentazione, e la vita scappa via. Per questo Gesù ci dice oggi: "chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". Tutti hanno peccato. Tutti hanno commesso adulterio con il demonio separandosi da Dio. Tutti hanno creduto alla menzogna e hanno pensato di poter essere diversi, come Dio. E tutti sono morti. Allora, che fate? Vi cominciate a prendere a sassate fino a che non vi ammazzate tutti? E' questo che diceva Mosè? No, perché la Torah parla di me, in ogni sua pagina. Annuncia che davvero i vostri peccati sarebbero stati la mia accusa e la mia condanna, scritti tutti sulla Croce. Annuncia il perdono per ogni peccato, l'unico giudizio capace di estirpare il male e scrivere la Legge nel cuore. Guardiamoci dentro allora, e non potremo far altro che "tornare a casa", a cominciare dai più "vecchi", arrugginiti nei peccati. E convertirci e chiedere perdono a quanti abbiamo giudicato, anche alla moglie adultera, anche al marito assente che ha tradito. "Dove sono gli accusatori?" Dov'è il documento che ci condanna? Quando, ogni giorno, vibra nel cuore il giudizio inclemente verso se stessi e verso gli altri, emerge il giudizio di Dio che è la misericordia. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto, giustamente e ragionevolmente, ci condanna, il suo amore è l'ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il Cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza; Gesù, che ci ripete oggi: "neanche io ti condanno". Chi ha incontrato l'amore gratuito di Cristo, chi ha sperimentato che "nessuno" l'ha condannato, "va, cammina nella Chiesa in una vita nuova, la vita di Cristo, e per questo non pecca più"; guarda l'altro con gli occhi e il cuore di Cristo, e gli ripete le stesse parole: neanche io ti condanno. Una "donna" che incontra Cristo cesserà di tradire Dio, se stessa, suo marito e suoi figli. In Lui che consegna se stesso per lei ha, infatti, trovato lo Sposo che la ama così come è. In Lui può essere "donna", moglie e madre sino in fondo, sottomessa per amore a Cristo al marito che non sa più condannare... E come lei ciascuno di noi in questa Pasqua, perdonati per accogliere tutti nella misericordia.

domenica 21 marzo 2021

 


VOGLIAMO VEDERE GESÙ
Ci sono giorni speciali, nei quali la vita può cambiare radicalmente. Giorni capaci di segnare, come uno spartiacque, una svolta decisiva; di là i pensieri e le attitudini del passato, di qua il cuore nuovo, e gesti e parole che nulla hanno più in comune con quelli di prima. Giorni come oggi, V Domenica di Quaresima, un battito di ciglio dai giorni più santi dell’anno.
Oggi infatti, insieme a questo pugno di giorni che ci separano dalla Pasqua, sono “i giorni nei quali” il Signore ha deciso di “concludere” con noi “una alleanza nuova”. Perché è necessario, vero? L’abbiamo violata mille volte quella che “aveva concluso con i nostri padri quando li prese per mano e li fece uscire dal paese d’Egitto”.
Fratelli, c’è una storia lunga millenni che ci precede, che a raccontare i gesti d’amore ce ne vorrebbero milioni di anni. E noi, superficiali e sciatti, non ne abbiamo tenuto conto, tutto ci è sembrato naturale e ovvio, forse anche dovuto. Tanto amati da averci fatto il callo.
E’ buono per la nostra conversione pensare che dietro di noi vi è una striscia ininterrotta di amore e pazienza, un’alleanza che tanti santi e martiri hanno difeso fedelmente perché arrivasse sino a noi. Persone che hanno dato la vita incarnando le “preghiere, le lacrime e le grida” di Gesù che dilatavano nella storia l’amore di Dio per te e per me, e che abbiamo stoltamente ignorato, centrati come siamo stati su noi stessi.
Sì, basta guardare alla nostra vita e ci renderemo conto che abbiamo disprezzato la primogenitura che ci faceva eredi di quell’alleanza. Forse non ci bastava, perché il demonio, ingannandoci, ci ha fatto balenare qualcosa di illusoriamente più grande, spingendoci con lusinghe sempre più suadenti, a dimenticare che non c’è nulla di più grande che essere e vivere da figli di Dio.
E così, giorno dopo giorno, peccato dopo peccato, mormorazione dopo mormorazione, giudizio dopo giudizio abbiamo lacerato l’alleanza che ci legava a Dio, finendo con il perdere la nostra autentica identità. E oggi viviamo come i pagani, estranei alla vita di Dio, senza speranza e gioia. Siamo incapaci di obbedire alla volontà di un Altro perché, ormai orfani e non più figli, siamo troppo preoccupati di realizzare la nostra.
Ciascuno di noi può pensare oggi se in qualche aspetto della vita le cose stiano proprio così. Come va il rapporto con il denaro? Per caso, con questa crisi che, volenti o nolenti, ci obbliga a stringere la cinghia non ti stai piegando troppo sino a prostrarti dinanzi ad esso come un idolo? Quante volte ne parli in casa, con i figli? Non sono troppe e sempre per mormorare perché non basta più, spingendolo così al centro della vostra vita?
E la relazione con il coniuge? Un figlio di Dio la vive libero per donarsi senza condizioni; non si appropria dell’altro e per questo, strettamente unito a Cristo, è aperto alla vita in ogni rapporto; perdona e cerca il bene dell’altro servendo in lui l’opera di Dio e non le proprie proiezioni. E’ così dunque che vivete il vostro matrimonio?
E con i figli? Per caso esigi ciò che tu non ti sei neanche sognato di fare frustrando l’educazione che è, essenzialmente, l’arte di tirar fuori da loro il meglio seminato da Dio? Sai stare un passo dietro tuo marito per non sottrargli l’autorità, intervenendo solo in seconda battuta con un volto e parole di misericordia che, completando il ruolo del padre, aiutino il figlio in una sana crescita e maturazione?
Va bene, basta così, forse ci siamo già resi conto di essere diventati mezzi o interi pagani, proprio come i “Greci”, proseliti o simpatizzanti ma non ebrei, che “erano saliti per il culto” a Gerusalemme. Beh, anche noi stiamo andando in Chiesa, e questa è la prima Buona Notizia per tutti noi: le porte sono aperte anche per chi l’alleanza l’ha violata o non l’ha mai né vissuta né conosciuta.
Non solo, ma proprio oggi è uno dei giorni speciali nei quali Dio ha deciso di “concludere” con te e con me “un’alleanza nuova”. Per questo ci possiamo “avvicinare” a “Filippo”, l’apostolo dal nome greco tra i primi chiamati da Gesù. Parla la nostra lingua, di certo viene dalla nostra stessa esperienza, con lui possiamo aprirci e confessare la nostra povertà.
Filippo è immagine della Chiesa, dei suoi pastori, dei catechisti, dei cristiani che, alle sue porte, raccolgono i dolori, i fallimenti e le speranze di ogni uomo. Soprattutto di quelli che hanno violato l’alleanza d’amore, i figli di Adamo ed Eva, i peccatori come te e come me oggi. Se durante questa quaresima abbiamo scoperto e accettato di esserlo non potremo che dire anche noi a Filippo: “vogliamo vedere Gesù”. Abbiamo visto le menzogne del demonio ridurci come dei pezzenti, e le ferite causate dai nostri peccati su di noi e sugli altri.
Ora basta, “vogliamo vedere Gesù” e non più noi stessi. Vogliamo vedere Dio salvare la nostra vita. Ecco la preghiera che la liturgia di questa Domenica ci consegna per condurci alla Settimana Santa. La preghiera che fa di questo momento della nostra vita l’”ora di Gesù”. Ogni volta, infatti, che un uomo rientra in se stesso e riconosce umilmente e con il cuore contrito i propri peccati implorando di poter vedere il volto di Dio misericordioso “giunge l’ora di Gesù”.
La conversione, infatti, innesca immediatamente la “glorificazione del Figlio dell’uomo”. Ciò significa che quando bussiamo alla sua porta Cristo ci aprirà sempre “attirandoci a sé” sulla Croce. Su di essa è stato “elevato” per noi, perché dalla terra dove siamo caduti possiamo con Lui essere innalzati alla vita divina.
Coraggio allora, abbiamo violato l’alleanza, come il figlio prodigo non siamo più degni di essere figli di Dio perché abbiamo scelto di vivere da pagani, è vero; ma proprio per ridonarci la dignità dei figli Lui, “pur essendo Figlio, ha imparato tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”.
E per noi oggi e in questi giorni santi “obbedirgli” per “imparare” con Lui a fare come figli la volontà del Padre, significa proprio affidare alla Chiesa il desiderio di vederlo, perché essa, che ci è Madre, lo “dirà a Gesù”. “Obbedirgli” significa rinnegare noi stessi e lasciarci accompagnare da Gesù attraverso le liturgie, l’ascolto della Parola di Dio e l’accostarci ai sacramenti.
Così, nella Chiesa, “vedremo Gesù” sciogliersi nella nostra vita come “muore un chicco di frumento caduto in terra”. “Vedremo” in noi il suo “molto frutto” che ci strappa dalla “solitudine”. Vedremo le “preghiere e suppliche con forti grida e lacrime” che “Cristo” per perdonarci e riscattarci, “nei giorni della sua vita terrena offrì a Colui che poteva liberarlo dalla morte”. E “vedremo” come il Padre “lo ha esaudito per la sua pietà” sperimentando la sua risurrezione che farà levare anche noi dal sepolcro dell’egoismo e dell’orgoglio.
Nella sua vittoria sul peccato e sulla morte, infatti, Dio ha preparato per noi la nuova ed eterna alleanza. Basta peccati, basta per sempre quel giudizio e quel rancore; basta la schiavitù alla pornografia, all’alcool e alla droga; basta adorazione di idoli inanimati come il prestigio, il denaro, la salute, il corpo, e i beni di questo mondo. Essi sono in mano al demonio, e per averli a lui ci siamo dovuti inchinare. Basta, perché proprio “ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” dalla nostra vita!
Basta, è “giunta l’ora” in cui Cristo viene a “glorificarsi” in noi “deponendo nel nostro animo e scrivendo nel nostro cuore la Legge” dell’amore. Gesù, infatti, è stato “turbato” come noi di fronte alla morte. Per Lui si trattava di offrire la sua vita, per noi di dare morte all’uomo vecchio e pagano.
Ma coraggio, perché Gesù è “giunto alla sua ora” per fare per fare di questa nostra ora quella in cui crocifiggerci con Lui nell’obbedienza dei figli! E’ accanto a noi come lo Sposo del Cantico dei Cantici per attirarci dietro a Lui a “odiare la nostra vita in questo mondo”; a morire a noi stessi di fronte al fratello, a lasciar perdere i nostri progetti e i nostri criteri, pur di “conservare per la vita eterna” la nostra vita insieme a quella degli altri.
Perché chi, ricreato in Lui nel seno della Chiesa, non vive più per se stesso ma “serve” Gesù nei fratelli, “sarà dove Lui è”, esisterà in pienezza di pace, gioia e amore alla destra del Padre, già oggi, in questi “giorni” decisivi e per questo irripetibili. Entriamoci e ascolteremo anche noi la voce del Cielo che ripeterà a Cristo incarnato in noi: “l’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò”, ogni giorno, nonostante la nostra debolezza, perché Dio è fedele e compirà sino alla fine la sua alleanza con noi.

sabato 20 marzo 2021

 


NESSUNO CI HA MAI PARLATO COME GESU'
Il diavolo, il divisore, ci tenta cercando di ingannarci su Gesù, per insinuarci il dubbio che si possa fare carne proprio qui, ora, in questa situazione difficile, angosciante, a volte soffocante. Per questo spesso, accogliendo la menzogna del demonio, ce ne "torniamo ciascuno a casa sua", al nostro ego imprigionato nella solitudine della superbia che sbatte dolorosamente sull'impossibilità di capire e uscirne fuori. Siamo intrappolati nella prigione della superbia, di cui il confinamento a casa è segno. Per abbattere il muro della divisione tra noi e chi è fuori, occorreva che ci fosse annunciata la stessa Parola che ha tratto l'ordine della creazione dal caos primordiale: la Parola di Gesù. "Mai, infatti, un uomo ha parlato come parla quest'uomo!": nessun filosofo o politico, nessuna madre e nessun padre, nessun fidanzato, nessun prete. Le parole di cui abbiamo bisogno in questo tempo di coronavirus non possono cadere da un Cielo troppo lontano, ma nemmeno possono essere così umane come quelle di cui saremmo capaci anche noi. Devono essere le parole di Gesù, la cui divinità era celata nella debolezza di una carne come la nostra. Lui è la "Parola fatta carne" che "è venuta ad abitare in mezzo a noi". Nel seno di Maria ha udito le prime parole umane, nella Santa Famiglia di Nazaret ha appreso a ripeterle, nel cuore del suo popolo le ha sentite risuonare colme di angosce, speranze, gioie e dolori. Il Figlio di Dio "ha imparato dalle cose che ha patito" a coniugare la Parola del Padre in una parola umana: come ha assunto la nostra carne, così ha assunto il nostro linguaggio, per colmarlo del senso autentico e soprannaturale. Le parole di Gesù, infatti, proprio perché rivestite della nostra debolezza, potevano far giungere il loro potere sino al fondo del cuore dell'uomo peccatore e trasformarlo. Per questo, solo coloro che erano considerati "maledetti", "il popolo" ignorante, potevano ascoltarle ed essere salvati. "Maledetti" non perché non conoscevano la Legge, ma perché non avevano la forza per osservare tutti i precetti della tradizione; per gli impuri, i pubblicani, le prostitute, i ladri, i pastori, i peccatori, era già troppo il peso di ogni giorno. La storia li aveva umiliati, e questo, agli occhi dei capi e degli intelligenti, dei religiosi e dei moralisti, era il segno inequivocabile della maledizione divina. Ma proprio per loro Dio si è fatto maledizione. Come per noi, che mai come in questo tempo, sentiamo il peso di qualcosa che ci opprime, i peccati, il passato, qualcosa che ci incatena alla paura, perché nel fondo il demonio ci sta convincendo, interpretando questa epidemia, di essere maledetti, senza speranza. Ma coraggio, Cristo ha pagato per tutti, espulso e ucciso fuori della città. Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo per te, che ha preso la tua carne perché la maledizione ricadesse sulla sua. Lui ti è accanto, ora, nella tua vita che sperimenti maledetta non per questo virus, ma perché incostante nel bene, incapace di amare come ha detto ieri Papa Francesco, ipocrita e impaurita. Lui l'ha già presa per farne un prodigio. Ma solo la semplicità di chi accetta la propria realtà di bisogno di amore e misericordia, può accogliere il figlio di Giuseppe, il falegname "venuto da Nazaret"; solo chi è schiacciato e non ha forza può abbandonarsi all'unico che si è fatto scandalosamente peccato. Gesù "viene da Nazaret" per te, e ciò significa dal luogo e nelle situazioni e momenti in cui meno te lo aspetti. Oggi, ora, perché è adesso che hai bisogno del suo perdono. Basta disprezzarti e disprezzare. Lui è nato nella tua mediocrità, nell'irrilevanza del tuo lavoro, nel grigio della tua debolezza, nella tua malattia. Lui è vissuto nella tua Nazaret, nella Galilea lontana da Gerusalemme, per dirti che ti è stato accanto nei tuoi compromessi pagani, nella tua vita spesa ben distante dal Tempio e dalla sua santità. Lui è venuto per te; si è fatto come te; Lui ama te, così come sei, per farti come Lui. Sì, il Messia viene dalla povertà e dalla maledizione per fare di ogni vita una benedizione. Accogliamolo allora, perché ci doni la sapienza crocifissa che sa discernere le sembianze di Gesù nella storia e nelle persone, per accostarci a loro senza esigere nulla, con pazienza e misericordia, annunciando le stesse "parole" con cui Cristo ha salvato noi, così divine e perciò così pienamente umane.

venerdì 19 marzo 2021

 


SAN GIUSEPPE. L'OBBEDIENZA CHE VEDE, AMA E CUSTODISCE GESU' IN OGNI UOMO
Oggi è una solennità meravigliosa, perché da Giuseppe possiamo implorare la grazia di una morte santa. Non solo quella che ci aprirà le porte del Cielo, ma anche quella che ci attende oggi e ogni giorno. La Grazia di morire a noi stessi come Giuseppe, per accogliere e custodire l'opera dello Spirito Santo nel prossimo. Come lui, infatti, anche noi siamo stati scelti per un compito importantissimo: dare il nome a Gesù che è gestato nella vita di chi ci è accanto. Che significa essere, come Giuseppe, il padre terreno del Figlio celeste che è generato nel grembo dei fratelli. Come Gesù, che per salvare ogni uomo doveva nascere nella carne in una famiglia santa che lo rendesse parte della discendenza di Davide, così chi ci è affidato deve poter essere accolto da una comunità che lo gesti alla fede adulta dei figli di Dio. E certo, questa missione suppone un travaglio profondo, attraverso il quale abbandonare i propri schemi e criteri e, soprattutto, la propria "giustizia". Che significa questo concretamente? Vediamo: puoi oggi tu "chiamare" Gesù tuo marito, tua moglie, i tuoi figli, i fratelli della comunità cristiana, i colleghi o gli amici? Puoi, nonostante le apparenze dicano tutto il contrario? Perché proprio le apparenze avevano gettato Giuseppe in un'angoscia profonda e nello scandalo tipico di chi non riesce a comprendere il mistero che bussa alla propria vita. Giuseppe era giusto nella rettitudine di fare tutto per "ag-giustarsi" in ogni circostanza alla volontà di Dio. Forse intuiva che c'era qualcosa di misterioso e più grande, conosceva Maria e non la poteva pensare capace di tradirlo. Ma l'eccezionalità e l'imprevedibilità di quella gravidanza erano come uno tsunami, e la giustizia appresa dalla sapienza del suo popolo non ammetteva deroghe, neanche per Lei. Il fatto era lì, incontrovertibile. Maria era incinta e Giuseppe non c'entrava nulla. La ragione umana era senza spiegazioni se non quelle rese dall'evidenza. E questa spingeva inesorabilmente Giuseppe al ripudio di quella ragazza, proprio in virtù della Legge alla quale aveva sempre adeguato la propria vita. Ma Dio appare dove nessuno se lo aspetta. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, e per Giuseppe questo significava Maria incinta prima che andassero a vivere insieme. Per accogliere questo evento occorreva un cuore capace di dilatarsi in una giustizia che si coniugasse in un amore capace di trascendersi ben al di là di ogni pensiero umano. Non bastava "rimandarla in segreto", il massimo che i suoi "pensieri" avessero potuto escogitare pur di salvarle la vita. A Giuseppe occorreva abbandonarsi all'Autore della Legge, l'unico capace di declinarla in ogni istante della vita, perché fosse Lui a schiudere mente e cuore per discernere l'autentica "giustizia" e "decidere" di agire per compierla. In quei momenti in cui si giocavano le sorti dell'umanità Dio lo chiamava ad un salto più grande. E Giuseppe era lì, con quel dubbio a bucargli lo stomaco e a lacerargli il cuore, la vita intera precipitata in un "pensiero" come i tanti che sottraggono tempo e forze nell'inutile tentativo di individuare modi e parole per ovviare all'imponderabile, per mettere insieme amore e giustizia. Giuseppe era stato condotto dalla Storia della Salvezza al bivio decisivo, e non poteva immaginare di trovarsi di fronte all'alba di una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre la vita degli uomini. Doveva solo accogliere e custodire quella piccola vita deposta nel grembo di Maria, Gesù, Dio fatto carne per salvare ogni uomo con la Giustizia della Croce.
Anche noi ci troviamo oggi dinanzi allo stesso bivio, in questo giorno decisivo per la sorte di chi ci è accanto, di fronte al fratello che non comprendiamo e vorremmo "rimandare in segreto" moglie e marito, smettere di polemizzare e litigare, far finta di nulla per non peggiorare le cose. Ma sperimentiamo che non basta. Vorremmo amare ma non sappiamo come fare senza mancare verso la giustizia. Chi ha sbagliato deve in qualche modo pagare, e così capire e cambiare, o no? Ma Dio non ha fatto così con noi, vero? Ha fatto come Giuseppe, accogliendoci così come siamo, per risuscitare e custodire in noi l'opera dello Spirito Santo che abbiamo tante volte frustrato; e lo ha fatto nella Chiesa, dove ci sta rigenerando per imporci lo stesso nome di suo Figlio, per farci "cristiani". Ecco perché, per salvare chi ci è accanto, ha scelto proprio noi per accogliere e custodire l'opera della sua misericordia, ripetendoci le parole che in Giuseppe hanno sciolto ogni dubbio: "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Dice "tua sposa" perché agli occhi di Dio la "promessa" sposa è "già" pienamente sposa, ancor prima del suggello finale delle nozze. Con il suo “amen” Maria si era consegnata alla volontà di Dio. Mancava Giuseppe, che, per dare il suo "consenso" doveva immergere il suo sguardo in quello di Dio. E la Grazia ha compiuto in Giuseppe questo trapianto di occhi, e così il suo sguardo su Maria si è fatto accoglienza di quanto lo Spirito Santo aveva operato nell'ombra del mistero. La stessa parola dell'Angelo è rivolta oggi a ciascuno di noi: "Non temere", non temiamo di prendere con noi Maria, la Figlia di Sion, immagine di un Popolo e della sua storia, della nostra storia e di ogni persona con la quale abbiamo relazione. In Lei siamo tutti generati, per questo c'è nella nostra vita, come in quella del mondo e di ogni uomo un'opera misteriosa del respiro di Dio, la vita divina è, come un seme, già deposta dentro la nostra vita. Non temiamo le nostre debolezze, i nostri errori, i peccati; non rifiutiamo l'astruso passato, il presente difficile, l'incerto futuro. Non impauriamoci di fronte ai peccati di chi ci è accanto, e neanche davanti al dolore di una malattia, all'insignificanza e alla solitudine, agli eventi che ci umiliano. Anche se stiamo solo camminando nella "promessa" di essere cristiani, anche se siamo pieni di contraddizioni e cadiamo ogni due passi, agli occhi di Dio siamo "già" sposati con il suo Figlio! E lo sono anche quelli che sembrano più lontani da Lui, proprio nella storia che spesso vede scorrere sangue. Coraggio, Egli ha dato la sua vita per riscattarci e imparare a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi del Padre, per "chiamare" tutti con il Nome del Figlio che significa la "salvezza di Dio" che già sta operando in loro. Ciò significa ascoltare l’annuncio della Chiesa e morire a noi stessi con Cristo nella notte del sepolcro per destarci con Lui e obbedire alla volontà di Dio. Solo chi è risorto, infatti, può camminare in una vita nuova che accoglie e custodisce la vita di Gesù negli altri, senza appropriarsene, nella castità di cuore e carne che si ferma sulla soglia della loro vita, per servire umilmente l'opera di Dio in ciascuno, accompagnandoli nella lunga gestazione dell'amore. Giuseppe si è abbandonato a Dio, ha obbedito e accolto Maria e, pur non vedendo se non un timido abbozzo d'uomo, ha permesso che la salvezza giungesse fino a noi. Così anche noi, obbedendo", offriremo la salvezza al mondo, in questa e nelle generazioni future.

 


Giuseppe abbracciava il Figlio in quanto neonato,
lo serviva in quanto Dio.
Gioiva di lui in quanto buono
e aveva soggezione di lui in quanto giusto.
Grande paradosso!
Chi mi ha dato che tu diventassi figlio mio,
o figlio dell'Altissimo?
Volevo licenziare tua madre.
Non sapevo che nel suo utero c'era un gran tesoro,
che avrebbe arricchito in un istante la mia povertà.
Il re Davide è sorto dalla mia tribù e ha cinto il diadema.
A un gran abbassamento sono giunto io:
invece che re sono carpentiere.
Mi è toccato però un diadema:
nelle mie braccia sta il Signore dei diademi.
Mosè portava le tavole di pietra che il suo Signore aveva scritto.
E Giuseppe scortava solennemente la tavola pura, nella quale dimorava il figlio del Creatore.
S. Efrem