Aprendo il quotidiano torinese La Stampa trovo un interessante inchiesta su come le parrocchie a Torino e altrove da oggi “applicheranno” la relazione finale del Sinodo. Una comunità di religiosi torinesi si proclama orgogliosamente, come si diceva un tempo, antemarcia: da tempo, afferma, riconosce il diritto alla comunione dei divorziati risposati «come dice il Sinodo» e si comporta di conseguenza. Inchieste simili appaiono anche in altri grandi quotidiani, non solo italiani. Avevamo messo in guardia su queste colonne sulle possibili falsificazioni mediatiche, ma quanto sta succedendo supera ogni previsione. Occorre dirlo con chiarezza: è una colossale mistificazione, uno scandalo, una vergogna. Ci sono, in questo modo di accostarsi al Sinodo, quattro bugie in una. Esaminiamole, e capiremo nello stesso tempo che cosa ha veramente detto il Sinodo. Bugia numero uno: nessuna parrocchia, comunità, prete o fedele è chiamato da oggi ad «applicare» il Sinodo. Il Sinodo non ha deciso nulla e non ha prescritto nulla a sacerdoti e fedeli. Non poteva farlo. Non voleva farlo. Due volte, all'inizio e a metà del Sinodo, è intervenuto papa Francesco a ricordare che «un Sinodo non è un parlamento» ed è regolato, in attesa di eventuali riforme, dal motu proprio Apostolica sollicitudo del 1965 di Papa Paolo VI che lo ha istituito. Questo documento precisa che scopo del Sinodo non è introdurre riforme, ma fornire «informazioni e consigli» al Papa in vista di decisioni che lui, e lui solo, potrà eventualmente prendere La relazione finale del Sinodo, non è un testo rivolto immediatamente ai fedeli per regolare la loro vita cristiana. È una sintesi dei consigli e delle informazioni che i padri sinodali intendono fare giungere al Papa, rimettendosi alle sue decisioni. È vero che al Sinodo si è votato sulle singole proposizioni, ma si è votato su che cosa consigliare al Papa, non su che
LA massoneria italiana esce dal segreto delle logge. E, organizzando un convegno sulla "sapienza", si accredita come ente formativo universitario. Non era mai accaduto prima, tanto che la notizia è stata accolta con sorpresa e stupore dal mondo politico e accademico. Il deputato Pippo Civati, componente della commissione Cultura e Istruzione della Camera, ha annunciato una interrogazione parlamentare. "Sono di parere negativo - commenta il leader di "Possibile" - credo che la questione vada approfondita con una interrogazione. Sono curioso di sapere come vengano attribuite queste opportunità che fanno testo per il curriculum scolastico". "Sono abbastanza sconcertato", dichiara Matteo Orfini, presidente del Pd. "Incredibile", si limita a dire Giovanni Monchiero, capogruppo di Scelta civica a Montecitorio.
L'occasione che trasforma i "fratelli" da esoteristi in una sorta di docenti accademici è il convegno
Questo pomeriggio, nel corso della 18ma e ultima Congregazione generale del Sinodo ordinario dei Vescovi sulla Famiglia, il Santo Padre Francesco ha rivolto ai Padri Sinodali e a tutti i partecipanti in Aula il discorso che riportiamo di seguito: Discorso del Santo Padre Care Beatitudini, Eminenze, Eccellenze,
cari fratelli e sorelle,
vorrei innanzitutto ringraziare il Signore che ha guidato il nostro cammino sinodale in questi anni con lo Spirito Santo, che non fa mai mancare alla Chiesa il suo sostegno. Ringrazio davvero di cuore S. Em. il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S. Ecc. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore S. Em. il Cardinale Peter Erdő e il Segretario Speciale S. Ecc. Mons. Bruno Forte, i Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente e con totale dedizione alla Chiesa: grazie di cuore!
Ringrazio tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori, Parroci e famiglie, per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa.
Ringrazio anche gli “anonimi” e tutte le persone che hanno lavorato in silenzio contribuendo generosamente ai lavori di questo Sinodo.
Siate sicuri tutti della mia preghiera, affinché il Signore vi ricompensi con l’abbondanza dei suoi doni di grazia!
Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia? Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di
Oggi pomeriggio, finalmente, i padri sinodali voteranno paragrafo per paragrafo il documento finale di questa assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi. Voteranno un testo che in certo qual modo raccoglie un percorso molto lungo, di circa due anni. Chissà se potranno, o vorranno, concedersi un brindisi? A quel punto a chi brinderanno: al Papa, o alla coscienza? Il beato J.H. Newman, avrebbe optato per la coscienza. “Se fossi obbligato”, scrive in un celebre passo, “a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». A quanto apprende La Bussola la vera partita al Sinodo, se così si può dire, si gioca, infatti, sulla “coscienza”. Come ha detto lo stesso portavoce vaticano padre Lombardi al briefing con la stampa di ieri, molti dei 51 interventi svolti in aula venerdì mattina per chiedere ulteriori modifiche al testo della Relatio finale, vertevano proprio sul delicato “rapporto tra coscienza e legge morale”. Il perché va cercato in quel passaggio della terza relatio del circolo Germanicus che, per quanto riguarda i divorziati risposati e la loro ammissione ai sacramenti, faceva riferimento al cosiddetto “forum internum”, cioè alla coscienza messa in rapporto al confessore o al direttore spirituale, come via per il discernimento “caso per caso”. Un percorso che non collima affatto con quanto hanno messo nero su bianco altri circoli minori, specialmente gli Anglicus, che vorrebbero mettere nel documento finale tutto il testo dell’articolo n°84 dell’esortazione apostolica Familiaris consortio, e non solo una prima parte come hanno fatto i padri di lingua tedesca. In che senso si pone un “problema di coscienza” era già stato ben spiegato da un gruppo di teologi e filosofi morali di
“Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata.
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita.
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata.
Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’ emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio.
Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio viene abbandonata all’egoismo umano,
e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale.
Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche,
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell’individuo ma anche per quello della società.
Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l’energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia.
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto”.
Giovanni Paolo II
L’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, sulla comunione ai divorziati risposati pone qualche domanda a Kasper e Marx.
Pubblichiamo in una nostra traduzione la riflessione sul Sinodo scritta per il Denver Catholic da Samuel J. Aquila, arcivescovo di Denver,e intitolata “Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano”?
L’idea che ai cattolici dovrebbe essere concesso di risposarsi e ricevere la comunione non è stata avanzata per la prima volta nella lettera firmata dal cardinale Kasper e da altri membri dell’episcopato tedesco nel 1993. L’episcopato di un altro paese, l’Inghilterra, ha fatto da pioniere in questo campo della dottrina cristiana circa 500 anni fa. Al tempo non ci si chiedeva appena se un cattolico potesse risposarsi, ma se il re potesse farlo, dal momento che sua moglie non gli aveva generato un figlio.
Come nel caso di coloro che chiedono la comunione per chi si risposa civilmente, così anche i vescovi inglesi non volevano autorizzare apertamente il divorzio e le nuove nozze. Così, scelsero di piegare la legge alle circostanze individuali del caso che dovevano affrontare e il re Enrico VIII ottenne “l’annullamento” su basi fraudolente e senza il permesso di Roma.
Se “l’eroismo non è per il cristiano medio”, per dirla con il cardinale tedesco Walter Kasper,
L’editorialista Bret Stephens analizza con lucidità i perché della decadenza occidentale: «Se l’Europa non sarà più fedele al matrimonio tra ragione e rivelazione che la caratterizza, non esisterà più come Europa»
«La morte dell’Europa è all’orizzonte» e non «a causa della sua sclerotica economia o della sua stagnante demografia o delle sue disfunzioni statali». Il problema non è neanche l’ultima ondata migratoria massiccia: «L’Europa sta morendo perché è diventata moralmente incompetente. Non è che non si batta per alcune cose, ma lo fa per cose superficiali e in modo superficiale». RADICI DIMENTICATE. Questa analisi sul vecchio mondo di Bret Stephens, pubblicata sul Wall Street Journaldi lunedì, merita di essere seguita fino in fondo. Gli europei, sostiene l’editorialista, credono in tantissime cose, dai diritti umani, alla pace, alla tolleranza. «Queste credenze sono tutte davvero carine, ma sono anche di secondaria importanza». Il problema, ribadisce, è che «gli europei non credono più in ciò da cui queste credenze sono scaturite: cioè il giudaismo e il cristianesimo, il liberalismo e l’Illuminismo, l’orgoglio e la capacità militare, il capitalismo e la ricchezza. Ancora meno sono disposti a sacrificarsi per queste cose. L’Europa ha scordato le sue radici e ora si chiede perché la sua casa sta andando in pezzi». ROMA, NON CARTAGINE. Secondo Stephens, dire che l’Europa è la Grecia e non la Persia, è Roma e non Cartagine, è la cristianità e non il califfato, non significa disprezzare le altre civiltà, significa però ribadire: «Noi siamo questo», questa è la nostra identità. Ed è proprio questa identità che secondo l’editoriale Angela Merkel sta cercando di svendere, promettendo al presidente Recep Tayyip Erdogan di garantire ai cittadini turchi il diritto di entrare in Europa senza visto e di promuovere l’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Tutto questo in cambio di un aiuto sugli immigrati.
QUESTA È LA TURCHIA. «Ci sono 75 milioni di turchi, il cui pil pro capite non raggiunge neanche quello dei panamensi», insiste Stephens. «Il paese è guidato da un islamista eletto con mire autocratiche, facile alle sparate anti-semite, che sostiene apertamente Hamas, nega il genocidio degli armeni, detiene il record di giornalisti incarcerati e orchestra processi farsa in stile sovietico contro i suoi oppositori politici. La Turchia confina con la Siria, l’Iraq e l’Iran. Questi diventeranno i confini dell’Europa se la Turchia entrerà nell’Unione Europea».
«MATRIMONIO TRA RAGIONE E RIVELAZIONE». Senza contare il fatto che «la tradizione politica liberale europea non potrà sopravvivere all’influsso massiccio degli immigrati musulmani». Non ne è più in grado e si è già visto in molti paesi come Inghilterra e Francia. Se l’Europa «non sarò fedele al suo patrimonio essenziale, non potrà più esistere come Europa», che è sempre stata caratterizzata «dal matrimonio tra ragione e rivelazione». LA LEZIONE DI BENEDETTO XVI. Stephens termina il suo editoriale con una citazione di un «teologo tedesco un po’ fuori moda e quindi ancora più meritevole di essere ascoltato: “È encomiabile che l’Occidente cerchi di essere più aperto, più comprensivo dei valori degli estranei, ma ha perso la capacità di amarsi. Nella sua stessa storia riesce solo a vedere ciò che è disprezzabile e distruttivo; non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. Ciò di cui l’Europa ha bisogno è una nuova accettazione di se stessa, se davvero vuole sopravvivere”. Si tratta di Joseph Ratzinger, meglio conosciuto come Benedetto XVI».