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lunedì 2 aprile 2018

OMELIA ALLA SANTA MESSA DEL GIORNO DI PASQUA

IMG 6741Palestrina, Cattedrale di Sant’Agapito, Domenica 1° aprile 2018 

Carissimi fratelli e sorelle, Buona Pasqua!
Con tutta la Chiesa oggi celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte: il nucleo essenziale, centrale della nostra fede!

Da questa notte, dopo aver contemplato la croce nel Venerdì Santo, e aver vissuto ieri il silenzio del Sabato Santo, noi celebriamo come la sconfitta della croce e del sepolcro sigillato non sono state le ultime parole proferite da Dio su Gesù. No, Gesù è risorto e attraverso Lui, il Padre, parla a noi.

Forse vi ricorderete la parabola del ricco epulone che – tutto concentrato in un amore unicamente centrato verso se stesso – non aveva amato e usato carità al povero Lazzaro che ogni giorno mendicava davanti alla sua porta. Vi ricorderete come fossero poi morti entrambi e il ricco fosse finito tra le fiamme e i tormenti mentre il povero Lazzaro – che significa “Dio aiuta” – fosse andato nel seno di Abramo, in Paradiso. Vi ricorderete poi la supplica del ricco epulone: Padre Abramo, manda almeno Lazzaro a dire ai miei fratelli che c’è una vita dopo la morte affinché vivano nell’amore che io non ho sperimentato … e si convertano, cambino vita, cambino atteggiamento verso il prossimo!

Ebbene, in Cristo, il vero Lazzaro è venuto. Oggi noi lo celebriamo. Lui, Risorto e vivo, anche oggi è qui in mezzo a noi e ci dice: questa vita non è tutto. Esiste una eternità. L’anima e il corpo dell’uomo sono destinati all’eternità, noi risorgeremo! Dopo la morte saremo tutti posti immediatamente alla fine della storia e lì risorgeremo. Prima risorgerà l’anima che immortale continuerà a vivere, sarà giudicata su come avremo o non avremo amato e poi anche i nostri corpi risusciteranno ma in una dimensione del tempo, però, dove è difficile distinguere il prima e il poi come facciamo e intendiamo noi. Nella dimensione dell’eternità, là dove spazio e tempo intesi all’umana maniera non esisteranno più.

E questa certezza dell’eternità beata che ci attende grazie a Cristo Risorto non deve farci fuggire dal mondo, ma deve essere proprio lei a dare alla vita serietà, libertà, speranza!

Quella speranza che si è fatta certezza, – la certezza che Cristo non è morto ma è risorto e quindi anche noi, uniti a Lui grazie al Battesimo risorgeremo – la certezza fonte di speranza che ha riempito la mattina di Pasqua.

Il Vangelo di stamane, stranamente, si ferma al versetto nono del ventesimo capitolo di Giovanni. Se avessimo proseguito nella lettura avremmo ascoltato il racconto della prima apparizione del Risorto a Maria di Magdala. E invece no.
Oggi ci viene chiesto di credere alla risurrezione di Cristo ma senza prove, senza apparizioni speciali, solo con la fede.

In fondo a Maria di Magdala è apparso il Signore Risorto, si è sentita chiamare per nome da Lui, ha visto il Signore e lo ha potuto ascoltare così come avverrà per i due discepoli di Emmaus, per i discepoli riuniti nel cenacolo, per Tommaso otto giorni dopo la Pasqua, e così via … Certo le apparizioni del Risorto confermeranno la nostra fede. Ma questa mattina vogliamo guardare al Risorto con gli occhi che guardarono il sepolcro vuoto e con la fede del discepolo amato, di Giovanni, che ha creduto anche se non ha visto; che per credere gli sono bastati dei segni che ha saputo vedere leggendoli alla luce della Parola di Dio, aprendo l’orecchio alla testimonianza delle Scritture, quelle Scritture che fino ad ora, fino all’ingresso nel sepolcro vuoto, dove vedendo i teli posati là, i teli che avevano avvolto il corpo morto del Signore e il sudario avvolto in un luogo a parte, ricordandosi delle Scritture “vide e credette”, cominciò a capire, insieme a Pietro, cosa era avvenuto: il Signore era Risorto come aveva predetto!

Cari amici, anche noi, a Pasqua, in ogni Pasqua, in questa Pasqua dobbiamo proporci di ascoltare per vedere, e per vedere quelli che – per alcuni – sembrerebbero segni di un rapimento del corpo di Cristo dal sepolcro, quali segni della Risurrezione. Occorre imparare – a Pasqua – a guardare la realtà in modo nuovo, diverso. A vedere con gli occhi della fede, con lo sguardo dei personaggi del Vangelo di oggi.

Nel Vangelo di questa mattina di Pasqua tutti i personaggi vedono ma con un modo di vedere assai differente da un modo all’altro.

Maria vede “che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. Il suo vedere nella versione greca del Vangelo è descritto con il verbo blepo che indica il vedere degli occhi, il vedere fisico.

Anche Pietro, giunto al sepolcro, vede. Nel Vangelo abbiamo letto: “osservò i teli posati là” (Gv 20,6). Il suo è un vedere più profondo. In greco è descritto con il verbo theoreo, da cui deriva la parola “teoria”. È un vedere più riflessivo, che ragiona, che indaga, che interroga. È un vedere, potremmo dire, con gli occhi e con la testa. Pietro vede, ragiona, ma ancora non capisce.

Per credere, infatti, non basta vedere e ragionare.

Infine è il discepolo amato a vedere: “Vide e credette” (Gv 20,8)! Qui il verbo vedere in greco è scritto orao. È un vedere più profondo di quello degli occhi o della ragione. È il vedere del cuore!

Intendiamoci. Non un sentimentalismo o un vedere emotivo ma di chi ha continuato a dimorare nell’amore del Signore e a lasciarsi penetrare da questo amore; di chi, come ci ha mostrato l’intero racconto della Passione, ha continuato a seguire il Maestro fino ai piedi della croce perché ha continuato ad amare. È il vedere di chi custodisce la parola di Gesù e si lascia da essa custodire, rimanendo così nel Suo amore.

In fondo, sia Maria, sia Pietro sia questo discepolo vedono le stesse cose: vedono dei segni ma è diverso il loro modo di guardare.

Attenzione, però: questi tre verbi non si escludono a vicenda. Tutti sono necessari e ciascuno deve lasciarsi accogliere dal verbo successivo per giungere a un livello più profondo, più maturo di riflessione.

Ciò che si vede con gli occhi deve suscitare una riflessione, deve spingere a ragionare, interrogarsi, indagare. Questa ricerca però non deve rimanere solo teoria, ragionamento ma deve toccare la nostra interiorità, il nostro intimo, le zone più profonde del nostro essere là dove Dio abita, dove il suo Spirito ci offre una percezione diversa della realtà, ci attrae e ci convince. La Sua è una persuasione interiore che non sappiamo bene da dove venga, ma che comunque avvertiamo come più convincente e affidabile di ogni altra verità alla quale possiamo giungere confidando soltanto nei nostri sforzi.

E così, dal congiungersi di questi tre verbi, da questi tre modi di vedere, nasce la fede: si vede e si crede.

Questa mattina, con il discepolo amato – Giovanni – al Signore Risorto rinnovando la nostra professione di fede vogliamo dire che lo amiamo ma, ancor prima, che ci sentiamo amati da un amore smisurato, l’amore che vince il male, il peccato, la morte. Gli diciamo che desideriamo rimanere in questo amore che Lui ci dona e dove tutto diventa segno che ci rimanda all’Amato. E così, la Parola che abbiamo ascoltato, il pane che spezzeremo tra poco in Sua memoria, il nostro essere radunati nella gioia della Pasqua, la nostra amicizia che nasce dal saperci tutti destinati al perdono e alla vita eterna, la luce del cero pasquale che ha rischiarato la notte appena trascorsa, tutto diventa segno della presenza di Cristo vivo e risorto in mezzo a noi.

Di quella presenza affidabile che noi amiamo. Che sentiamo che ci ama e che ci conduce a vedere e a credere. E ci spinge a spargere segni di vita risorta in mezzo al mondo, segni di amore, riflessi terreni dell’amore che non muore, dell’amore di chi non ci abbandona nel male e nella morte, segni che chiediamo possano contagiare il nostro mondo inquieto e non in pace. Amen.

† Mauro Parmeggiani
Amministratore Apostolico


αποφθεγμα Apoftegma

Perché, o discepole, mescolate gli unguenti alle lacrime? 
La pietra è stata rotolata via, la tomba è vuota. 
Guardate la corruzione calpestata dalla vita, 
i sigilli che danno chiara testimonianza, 
le guardie degli increduli pesantemente addormentate. 
Ciò che è mortale è stato salvato dalla carne di Dio: 
l'inferno  geme, e voi correte con gioia a dire agli apostoli: 
il Cristo che ha ucciso la morte, 
il primogenito dai morti, vi precede in Galilea.

PERSEGUITATA DAL MONDO LA GIOIA GRANDE DELLA CHIESA GRIDA A OGNI UOMO LA VITTORIA DI CRISTO 

Il Signore è risorto! C'è una notizia più grande? L'ascolto di questa notizia, e l'esperienza della sua veridicità nell'incontro con Gesù vivo, spinge prepotentemente le donne nella fretta di trasmetterla. La stessa fretta della Vergine Maria: anche Lei, con l'annuncio fecondo appena accolto nel grembo, si reca in fretta a sperimentarne l'autenticità, a vedere l'impossibile che si stava compiendo in sua cugina Elisabetta. Gesù risorto sul cammino delle mirofore, Elisabetta in cinta sulla soglia di casa ad accogliere la Piena di Grazia, incinta dello Spirito Santo. Così, tra l'aurora e il compimento della vicenda di Gesù Salvatore, come un arcobaleno tra la terra e il Cielo, si stende il miracolo dell'impossibile divenuto possibile. Il Vangelo è questa Buona Notizia: è vero che "nulla è impossibile a Dio". Non vi è nulla che possa qualcosa di fronte al potere di Dio: non la morte di un grembo sterile, non la verginità sigillata sulla fecondità biologica, non una pietra adagiata dinanzi ad un sepolcro: "Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: Cristo è veramente risorto e vive nei secoli!" (S. Andrea di Creta). 

Grida la gioia! La "gioia grande" delle donne incontra la Gioia infinita, Colui che, vincendo la tristezza e il dolore, è divenuto Egli stesso gioia pura, sottratta alla contaminazione della fine, alla corruzione del sepolcro. Gesù viene incontro alle donne, ed è un cortocircuito esplosivo: "Rallegratevi!", lo stesso invito rivolto dall'Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria investe ora loro, le prime testimoni della risurrezione, (secondo il verbo usato da Gesù nell'originale greco identico a quello dell'Annunciazione). E lo stesso stupore e timore dinanzi a quelle parole e a quell'evento inaspettato. Non conosceva uomo Maria, e ha generato l'Uomo. Nessuno a ribaltare la pietra del sepolcro, e una vittoria che rovescia ogni lapide e fa di ogni sepolcro la porta spalancata sulla vita che non muore. Di fronte a tutto questo non poteva essere che la gioia l'unica risposta delle donne, esattamente come è stata quella di Maria. Così anche per ciascuno di noi, immerso nell'incertezza di fronte alle tante pietre che sigillano i nostri sepolcri. La pietra che gravava sul nostro cuore è stata rovesciata da Cristo! La Chiesa ce lo ha annunciato nella notte delle notti, e, nutriti nel sacramento di quella carne e di quel sangue liberati dalla morte, siamo ritornati di corsa alla nostra vita, "con gioia e timore grandi", ad annunciare il miracolo avvenuto in noi. 



Gioia e timore costituiscono il fondo della missione della Chiesa. Lo stupore deve sedimentare, scendere, passare ad essere consapevolezza e certezza; per questo lo stupore necessita un cammino; anzi, proprio questo è il "timore", il balbettare dei passi alla ricerca delle orme che sigillino nel cuore quanto visto e udito; il cammino nella Chiesa, nella quale camminare per incontrare ogni giorno il Signore. Gesù, infatti, appare sulla via della missione a indicare la Galilea, il più in là dell'evangelizzazione. Non ci si può fermare, pena la putrefazione. La Galilea delle genti, i lontani, coloro che non conoscono lo stupore e la gioia, che non hanno visto Cristo vivo. La nostra personale Galilea di ogni giorno, alla quale siamo inviati ad andare per vedere il suo volto. Anche se in apparenza nulla è cambiato, nulla è più come prima! Possiamo "cingere i suoi piedi", come la peccatrice perdonata, e possiamo "adorarlo": ciò significa concretamente che, sui sentieri di ogni giorno, appare Cristo risorto, è già Regno dei Cieli, e noi vi siamo accolti come suoi cittadini. Oggi il Signore appare a casa e al lavoro, a scuola e nel condominio: per questo possiamo perdonare ciò che è stato sino ad oggi imperdonabile; possiamo servire e umiliarci davanti a coloro di cui ci siamo sentiti superiori; possiamo caricarci dei peccati di chi abbiamo sempre giudicato; possiamo aprirci alla vita, essere sinceri, obbedire; possiamo adorare Cristo in Spirito e Verità perché, finalmente, possiamo amare. 


Ma contemporaneamente inizia anche la persecuzione. Essa segna l'alba della risurrezione, e spinge la Chiesa ogni giorno di più tra le braccia del suo Signore risorto, ad attingere, istante dopo istante, la fede e la certezza dell'evento udito, visto e sperimentato. Essa deve essere provata nel crogiolo della tentazione e della persecuzione, perché non si corrompa, e la missione non divenga mestiere. Soprattutto, perché la gioia della risurrezione non evapori come rugiada del mattino. Ogni persecuzione e tentazione, infatti, prende avvio dalla goffa menzogna inventata dai sommi sacerdoti e dagli anziani. Le guardie "annunciano" ai sommi sacerdoti "quanto era accaduto": che cosa descrivono? Dopo che Gesù è stato deposto nella tomba, i sommi sacerdoti "andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia". Questo è il fatto precedente la mattina di Pasqua. Racconta poi Matteo che, all'alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, "vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve". Per lo spavento che ebbero "di lui" le guardie tremarono tramortite". Dunque le guardie hanno visto l'angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra assicurata dai capi del popolo e sedervi sopra. Hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell'angelo alle donne, ma hanno di certo visto l'evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli. E questo hanno annunciato ai sommi sacerdoti! Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma avevano il cuore indurito nella paura; non potevano ammettere di aver sbagliato perché, chiusi nell'orgoglio, avevano deciso di non mettersi in gioco. Così, l'unica loro preoccupazione è quella di far tacere sul nascere la verità, e "corrompono", come il lievito vecchio. Corrompono la verità con il denaro, ferendola con la cupidigia. Non solo, si fanno garanti e missionari della menzogna. Accanto alla Verità infatti appare sempre la menzogna. Perché la testimonianza sia credibile e perché ogni uomo possa essere davvero libero nell'accoglierla o nel rifiutarla, è necessario che la menzogna ci visiti sotto le spoglie della tentazioni, come accadde nel paradiso ai progenitori. Per questo, contemporaneamente alla corsa delle donne e degli apostoli sulle strade della missione, corre anche la menzogna, che spesso si fa persecuzione sanguinaria. Per questo, al fatto della risurrezione che si compie ogni giorno nella Chiesa, ovunque arrivino e vivano i cristiani, si oppone sempre la menzogna architettata dal demonio. E' l'attacco del demonio al cuore degli apostoli: se cadono di fronte alle menzogne, se il dubbio corrompe anche i loro cuori è fatta. 
Ma coraggio, perché proprio la realtà dei fatti ci dice quale sia la missione della Chiesa. L'angelo si è accostato alla tomba, ha rovesciato la pietra e si è seduto su di essa, e quando si dice angelo si intende il messaggero, ovvero gli annunciatori del Vangelo, gli apostoli. La Chiesa, la Gerusalemme di lassù che scende dal Cielo unita nelle nozze al suo Sposo per accostarsi con misericordia ai sepolcri dell'umanità, rotolare la pietra con il potere dell'annuncio del Vangelo, e sedersi vittoriosa con Cristo sui peccati. La Chiesa dei suoi figli perdonati e rivestiti di Cristo, avvolti nelle vesti battesimali lavate nel sangue dell'Agnello e per questo bianche come la neve. La Chiesa che ha il potere, sulla terra, di rimettere i peccati, di slegare cioè gli uomini dalle catene che li tengono schiavi alla menzogna per farli uscire liberi dalle loro tombe. La Chiesa che ci accompagna nel trionfo di Cristo per camminare in una vita nuova di comunione che ad ogni passo schiaccia il serpente. Per questo la Pasqua ci spinge, come la Vergine Maria, a correre ogni giorno da Elisabetta, ovvero ai fatti reali della nostra vita dove Dio attraverso la Chiesa ha compiuto l'impossibile, per certificare in noi l'autenticità della resurrezione di Cristo. E per esultare di gioia come Lei, in un magnificat che sembra proprio la colonna sonora della Risurrezione. Maria, infatti, esclama tra l'altro: "Ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori". Il greco originale ha "dianoia cardias", che è qualcosa di diverso dai semplici pensieri: sono piuttosto i propositi, le trame del cuore, gli stessi che albergavano nel cuore dei giudei avversari di Gesù, e da Lui smascherati. La sua risurrezione ha disperso e frantumato le trame di menzogna che vogliono vanificare l'annuncio del Vangelo. Uniti a Lui, sperimentando il suo potere nella nostra vita, possiamo vedere anche noi dileguarsi le tentazioni per correre sulle strade della missione che ci è affidata, annunciare a tutti la gioia della Pasqua.Lucernario dei Vespri del sabato sera

domenica 1 aprile 2018



Cercai l'amore dell'anima mia, lo cercai senza trovarlo.
Trovai l'amore dell'anima mia, l'ho abbracciato e non lascerò mai.

Cantico dei Cantici


 UNITI ALLO SPOSO NELL'INTIMITA' DEL SUDARIO CHE CI TRASFIGURA


Come Maria di Màgdala, Pietro e Giovanni, anche noi siamo sbigottiti di fronte all’assenza del Signore: il problema di tutti è, infatti, che non troviamo mai Gesù dove siamo persuasi che debba essere. Cerchiamo sempre nei luoghi conosciuti, negli schemi e nelle idee, nelle esperienze e nelle abitudini, e niente, Lui non c'è. Abbiamo addomesticato il miracolo di Gesù, e non ci stupiamo più per la sua presenza e il suo potere. I matrimoni ad esempio, si frantumano sull'indifferenza che scaturisce dall'assuefazione alla Grazia. No, non c'entra quello che dicono gli psicologi e gli esperti di coppia. Com'è che lo chiamano? "Il calo del desiderio" perché l'altro è diventato un soprammobile, lo spolveri ogni tanto, ma non ti ci fissi più con interesse ed entusiasmo, non ti coinvolge e attrae come all'inizio... Allora provi a truccarti e fai mille cose, ma non serve a nulla, perché il problema non è il "soprammobile"; non è l'altro e tanto meno tu. Il problema è che il demonio è riuscito a cancellare a poco a poco la memoria dell'amore di Dio su cui si fonda ogni matrimonio. Esso, infatti, è un miracolo che si rinnova ogni istante di ogni giorno. E' Cristo che apre il sepolcro e vince la morte facendo dei due una sola carne nella sua risurrezione, e lascia il "segno" della sua vittoria proprio dove tutto sembra sepolto. Soffriamo nel matrimonio, come in qualunque altra relazione, perché abbiamo chiuso gli occhi sui "segni": non vediamo più la resurrezione di Cristo nelle bende della vecchiaia, del carattere, della stanchezza dell'altro. E non ci gettiamo più nella novità dell'amore che fa uscire trasfigurato dal sudario e dalla tomba ciò che sembra ormai senza vita. 




Ma oggi, Dio ci vuol donare occhi nuovi per guardare i segni e “cominciare a credere”. Essi sono simili a quelli offerti nella grotta del sepolcro “le fasce distese”, come un mare calmo dopo una tempesta specifica un esegeta, e “un sudario non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”. “Corriamo” allora senza indugio, come Pietro e Giovanni investiti dallo stupore di Maria; corriamo obbedendo all’annuncio della Chiesa e non temiamo di “entrare” nel "luogo" che la predicazione ci ha indicato. Per "vedere e credere" che è vero l'annuncio che abbiamo ascoltato stanotte, è necessario andare e camminare insieme a loro, che sono immagine della comunità. E, come Giovanni, giunti sulla soglia dobbiamo aspettare che Pietro, ovvero i sacerdoti e i catechisti, ci confermi nella fede per non cadere nel sentimentalismo di un cristianesimo fai-da te. Coraggio, anche noi come Giovanni, seduti a mensa con Lui nella Chiesa, mentre lo ascoltiamo e ci nutriamo dei suoi sacramenti, ci possiamo reclinare sul petto di Gesù, fin dentro il suo amore più forte del peccato, per imparare a “inchinarci” sin dentro il sepolcro nel quale ha distrutto la morte. Uniti a Pietro e Giovanni, possiamo scendere i gradini dell'umiltà per entrare nel sepolcro che è anche immagine del fonte battesimale. E' il cammino degli apostoli e di ogni cristiano che non termina nel giorno di Pasqua, ma da questo giorno vede l’alba di un nuovo inizio. Perché la Pasqua significa “passaggio”, ed è quello di tutta la vita, per giungere a deporre ogni giorno il vestito dell'uomo vecchio e rivestire quello splendente di vita dell'uomo nuovo. Le “fasce e il sudario" che ci hanno avvolto esanimi, i fatti della storia macchiati dal peccato, ci parlano testimoniando che proprio oggi è il “primo giorno” della vita nuova nel quale il Signore ci attira. Essa però non sconvolge la precedente, ma la compie nel perdono secondo un ordine nuovo che non conosciamo. 




E’ su quelle "fasce" e su quel “sudario” che dobbiamo puntare lo sguardo: nessuno avrebbe potuto trafugare il corpo di Gesù e lasciarli in quel modo, come nessuno salverebbe la nostra vita senza distruggere con disprezzo quello che non va bene. Scriveva don Persili in un suo libro dimenticato dai più, che quelle “fasce” erano “intatte, non manomesse, non disciolte”. Per questo “esse costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera”. E nella Chiesa la nostra risurrezione, che è ciò che avviene nel battesimo e in tutto il nostro cammino di conversione, accade proprio così: la nostra vita è curata con pazienza, le ferite sono  sanate a poco a poco, senza strappi, senza moralismi ed esigenze, ma con la dolcezza, il rispetto e il potere soave della Grazia. Ed è proprio questo l’indizio che Dio lascia a tutti noi: il matrimonio, il lavoro, gli amici, le nostre cose e i nostri affetti sono ancora tutti con noi, ma, dinanzi agli occhi della fede, appaiono in una luce nuova. Il corpo risorto del Signore, infatti, scivola tra le bende con dolcezza, trasfigurandole con la sua impronta gloriosa, conferendo alla nostra vita un ordine nuovo che nessun uomo ha il potere di dare, quello dell’amore. Coraggio allora, perché questo giorno di Pasqua ci annuncia che il nostro passato non è più un peso da scrollarsi di dosso, un angolo oscuro da dimenticare, ma il “segno” del passaggio di Cristo nella nostra vita, come una profezia per ogni giorno che ci attende. Tutta la nostra vita è una sinfonia d’amore perché segnata dal Mistero Pasquale del Signore! E come quelle fasce e quel sudario sono diventati per la Chiesa una reliquia preziosa venerata come la testimonianza del passaggio reale di Cristo nella storia dell’umanità, così anche ogni evento della nostra vita sarà per noi e per chi ci è accanto il segno del suo amore incorruttibile che non ci ha mai abbandonato. Un segno da venerare e non da buttare. 




Buona Pasqua allora, buon cammino alla scoperta del sudario che “era stato sul capo” di Gesù “non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posi­zione unica” secondo la traduzione del Padre Persili che riteniamo più congrua. Esso infatti, era avvolto nello stesso modo in cui avvolgeva il capo di Gesù, ma in una posizione così speciale, unica, da indurre Giovanni a credere. Quale posizione? E’ proprio quello che questa Pasqua vuol farci scoprire nella nostra vita! Questa Pasqua ci chiama  ad entrare nella nostra storia per “vedere” risplendere in un modo “unico” il volto di Cristo risorto impresso concretamente nella nostra vita redenta e trasfigurata dalla luce della sua Pasqua. Buona Pasqua allora, Buon passaggio con Lui, dal pensiero opprimente alle cose di quaggiù in cerca di un’impossibile felicità, al pensiero delle cose di lassù, dove si trova Cristo risorto, l’unica felicità autentica, già qui, già ora. Le cose di lassù, le cui primizie sono deposte nelle orme luminose di Cristo che ci conducono nella Pasqua di ogni giorno nell’amore, che non è mai abitudine ma un donarsi in modo sempre nuovo e diverso, come Lui ha fatto e fa con noi. Buona Pasqua a tutti noi che pensavamo di dover ungere con il nostro profumo il corpo morto di Cristo; a noi che cercavamo cioè di abbellire la nostra vita dandogli senso con la nostra ragione e i nostri sforzi, restando però sul cammino che ci conduceva alla tomba di ogni ogni speranza. Buona Pasqua alla sposa che finalmente ha incontrato il suo Sposo, ed è stata sedotta dal profumo dolce e delicato del suo amore più forte della tomba. Non è qui, è risorto! E ora spande dall'intimità della nostra vita, dai pensieri, dagli sguardi e dalla carne nostra il suo profumo celeste. Buone nozze dunque, che ci uniscono a Cristo nell'intimità del sudario che non ha potuto trattenere la vita che non muore, nella nostra storia di ogni giorno, segno e testimone credibile della sua risurrezione mentre spande il profumo dello Sposo, l'amore sino alla fine offerto a tutti.

Christos Anesti! Alithos Anesti!