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lunedì 7 gennaio 2019


A CAFARNAO DIO SCENDE NELLA MISCHIA E SCEGLIE LA SUA SQUADRA


La nascita del bambino Gesù segna la fine dell’antico ordine, 
il mondo pagano,
nel quale le rivendicazioni di Cesare 
apparivano impossibili da sfidare.
Adesso vi è un nuovo re,
il quale non confida nella forza delle armi,
ma nella potenza dell’amore.
Egli porta speranza a tutti coloro che,
come lui stesso,
vivono ai margini della società.
Porta speranza a quanti sono vulnerabili
nelle mutevoli fortune di un mondo precario.
Dalla mangiatoia, Cristo ci chiama a vivere 
da cittadini del suo regno celeste,
un regno che ogni persona di buona volontà
può aiutare a costruire qui sulla terra.

Benedetto XVI, articolo sul Financial Times, dicembre 2012

L'arresto di Giovanni accende la missione di Gesù, come accade sempre nella storia della Chiesa: il martirio degli apostoli è il dissodamento della terra prima della missione. E' il miracolo morale che ha sostituito i miracoli fisici con i quali nei primi momenti Dio preparava le persone ad ascoltare la Buona Notizia. I segni e i prodigi che avrebbero accompagnato la missione si sarebbero compiuti negli stessi araldi del Vangelo, nei quali era vivo Cristo. Gli apostoli, infatti, sono il Vangelo che predicano, ovvero il miracolo dell'amore nella dimensione della Croce, che abbraccia il nemico, chiunque sia. E per andare a cercare il nemico perduto nel peccato Gesù scende a Cafarnao, nella "Galilea delle genti", la città che "giaceva" con il suo "popolo" in una "regione sommersa da ombre di morte". Eppure il suo nome aveva un sapore profetico, perché significava "Villaggio della consolazione". Giovanni era stato arrestato e gettato nel buio di un carcere, ma per Gesù questa notizia segnava l'inizio della consolazione per i suoi fratelli. Nelle pieghe di una storia che s'annunciava ostile e dolorosa, Dio svelava al Figlio le orme della sua volontà: per "compiere la profezia di Isaia" e illuminare il mondo, Gesù doveva entrare nelle tenebre della morte. A Cafarnao, infatti, Egli veniva a prendere confidenza con l'oscurità del sepolcro, perché il più doloroso non è quello scavato nella roccia, ma la voragine aperta dal rifiuto. E Cafarnao lo avrebbe rifiutato senza sconti, mentre sulla sua anima sarebbe scesa la “verga dell'aguzzino”. Il Vangelo, infatti, è annunziato solo da chi soffre nella propria carne la stessa sorte di coloro ai quali è inviato. A Cafarnao Dio si è gettato nella mischia, condividendo le tenebre e il dolore di ogni uomo: è questa la vera inculturazione del Vangelo. A Gesù preme l'uomo, il suo cuore, la sua vita intima, dove scende la lama del peccato e comincia a sanguinare e a sporcare tutto. E' questa la cultura nella quale desiderava incarnarsi, la terra che ha coltivato facendosi seppellire come il seme più piccolo. Quanti di noi pensano all'evangelizzazione in questi termini? Se il seme non si consuma per dissolversi nella terra rimane solo! Che vuol dire? Che la terra fecondata dal Vangelo incarnato negli apostoli non è più la stessa di prima; è diventata, misteriosamente parte della vita di quel seme. Non è più "abbandonata" ma "sposata" come profetizzava Isaia, perché la santità di Dio ha abbracciato e purificato l'empietà dell'umanità. Per essa vale quello che ha scritto San Paolo riguardo al coniuge pagano: "il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi" (1 Cor. 7, 14). 

Capite? I "figli" dell'annuncio e della testimonianza che seminiamo nella vita dei pagani sono "santi"! Ciò significa che se ci doniamo agli altri, questi vengono purificati dall'amore di Dio che si diffonde attraverso le nostre ferite. E così possono di nuovo accedere al culto, che è una vita rinnovata nella gioia e nella lode. Per questo Gesù scende ogni giorno con la sua Chiesa nella terra violata, piena di spine e pietre, secca ed arida del mondo per seminarvi la sua vita. E chiama e invia anche noi. Anche tu hai sentito qualcosa che ti ha turbato? Hai perso il lavoro? Una malattia? E' morto tuo padre? Apri gli occhi e lasciati illuminare dalla Chiesa: in questi fatti si nasconde la tua chiamata, perché proprio nei fatti dolorosi e tristi Dio depone le sue orme che ci conducono alla Croce dove donarci con Cristo per santificare i peccatori. Per questo Cafarnao è oggi la nostra vita, ed è proprio il luogo dove Gesù si rifugia. La Galilea delle Genti, le nostre città, i nostri quartieri, e poi le scuole, i posti di lavoro, le piazze, i bar, le discoteche, i pub, i marciapiedi, questo mondo accecato dal male e soggiogato dall'aguzzino è il luogo di Gesù. Quello che per noi è da fuggire per Lui è un rifugio; quello che noi disprezziamo Lui lo trasforma nel suo Regno. Esso giunge a noi attraverso la Chiesa: la Parola, i sacramenti e la comunione tra i fratelli sono la “guarigione” profonda da "ogni sorta di malattie" del cuore e dell'anima. Allora coraggio, oggi è Pasqua per tutti noi, perché dove sorge la Luce di Cristo giunge la sua vittoria sulla morte. Oggi è il perdono dei peccati: possiamo ricominciare “convertendoci“ al suo amore, per lasciare la nostra mentalità pagana e "seguirlo" nell'obbedienza. Così, come Cafarnao è diventata il centro di irradiazione del Vangelo, anche la nostra vita un tempo avvolta nelle tenebre diviene luce per diradare le menzogne del demonio; misericordia che si irradia sino ai confini della terra, sino ai peccatori più incalliti. Così la Chiesa, estendendo i confini del Regno sin dentro le tenebre, "conduce" a Cristo "tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici". 

sabato 5 gennaio 2019



La Chiesa, rispecchiandosi in Maria, 
è chiamata a mostrare agli uomini Gesù, 
nient’altro che Gesù. 
Egli infatti è il Tutto 
e la Chiesa non esiste che per rimanere unita a Lui 
e farLo conoscere al mondo.

Benedetto XVI



LA LUCE DELLA PAROLA CI ILLUMINA COME LA STELLA SUI RE MAGI CONDUCENDOCI NEL CAMMINO VERSO LA VERITA' CHE SI FA CARNE IN CRISTO OFFERTO PER NOI NELLA CHIESA DOVE CI COLMA CON LA GIOIA CHE NON HA FINE
  
Tra tanti uomini solo i Magi hanno visto la “sua” stella. Secondo l’originale greco “magoi” potevano essere stati, astrologi, astronomi, incantatori e maghi, sapienti dunque secondo il mondo o perfino degli imbonitori. La tradizione popolare basata sulla letteratura apocrifa li ha poi dotati di dignità regale e dato loro i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Eppure, nonostante il sapere e il potere, hanno lasciato l’uno e l’altro per mettersi in cammino come Abramo, senza sapere dove erano diretti e Chi avrebbero incontrato. Semplicemente cercavano un altro Re, certo più importante e sapiente, e che potesse insegnare loro qualcosa di sconosciuto; altrimenti chi glielo avrebbe fatto fare? L’inquietudine e l’insoddisfazione per una vita ricca e sapiente che non li saziava e non li colmava di gioia, aveva dischiuso i loro occhi sullo “spuntare” di quella nuova stella così diversa dalle tante che avevano scrutato. L’unica stella capace di illuminare la radice delle sofferenze e destare il loro cuore alla speranza: la stella della Parola, la luce che, nella tradizione rabbinica e dei targum, ha presieduto alla creazione, all’esodo, e che avrebbe segnato l’avvento del Messia. La luce della Torah al cui splendore cammineranno i popoli pagani verso la stalla di Betlemme, profezia della Chiesa dove incontrarLa fatta carne in Gesù per noi e in noi. La “sua” stella, perché è l’unica che opera ciò che annuncia, come hanno sperimentato i Magi. Cercavano un Re, hanno trovato un Servo fatto bambino. Cercavano una sapienza e un potere più grandi, li hanno trovati crocifissi. Dinanzi a Lui hanno compreso che quel viaggio compiuto alla luce della stella li aveva fatti scendere dall’inganno sin dentro la Verità: per questo si inginocchiano deponendo, come in segno di resa, ai piedi del Bambino tutto ciò a cui si erano appoggiati illudendosi di esserne i possessori: l’oro della divinità, l’incenso della regalità e la mirra dell’umanità con la sua sapienza. Avevano compreso di non essere dio, e che senza l’incontro con quel Bambino nel quale era apparso Dio, il loro potere era stato vano e incapace di renderli uomini davvero sapienti. Come ogni gentile (pagano) che non ha ancora ascoltato l’annuncio del Vangelo. Come tu ed io oggi, di cui i Magi sono immagine e profezia; noi che cerchiamo e non troviamo la felicità e la realizzazione nella sapienza che ci insegnano a scuola e sui media, nel potere, nell’onore, nel successo e nell’essere amati e rispettati. Siamo insoddisfatti perché la storia ci ha presentato dolori, delusioni, frustrazioni? Non ci piacciamo e non accettiamo chi ci è accanto? Detestiamo la nostra e l’altrui debolezza? Perfetto, è giunto il "kairos", il tempo favorevole per puntare il cielo oscurato dalla menzogna del demonio e scorgere l’unica stella capace di brillare più di quelle effimere della sapienza mondana e quelle illusorie del potere. L’unica stella che ha il potere vero, quello sul buio di un sepolcro e che dischiude la gioia autentica della risurrezione di Cristo che nessuno potrà toglierci. Ascoltiamo e apriamoci oggi alla predicazione della Chiesa, l’unica stella che ci è data per illuminare la nostra realtà di peccato e indicarci il cammino di conversione incontro all’unico Salvatore. Gesù ci attende nella stalla, la comunità cristiana dove Maria ci accoglie nella misericordia e ci gesta per darci alla luce, attraverso i sacramenti, intimamente uniti a suo Figlio, custoditi dall'obbedienza silenziosa di Giuseppe incarnato nei pastori e nei catechisti. Apriamo dunque gli scrigni della nostra realtà, deponiamo dinanzi a Lui le nostre esistenze, senza escludere nulla, anche i nostri peccati. Non temiamo! Consegnato a Cristo, tutto di noi diviene prezioso e capace di rendergli onore, perfino le debolezze e le cadute. Perché la sua Gloria che risplende nella Chiesa è l’uomo vivente (S. Ireneo) abbracciato, perdonato e ricreato come figlio di Dio partecipe della sua natura, che come un re regna sugli idoli e la sapienza di questo mondo, e colmo dello Spirito vivificante del Signore risorto può offrire nell’amore la sua carne per fratelli e nemici. 




In questa festa dell’Epifania esplode la gioia. Giunti al culmine del Tempo di Natale arriviamo anche allo zenit della gioia. Pregustata dai pastori la gioia diventa per i Magi “estremamente grande”. Perché? Fateci caso, essi gioiscono per aver visto di nuovo la stella. Non sono ancora entrati nella casa dove si trovava il Bambino con Giuseppe e Maria. La gioia è dunque precedente all’incontro con Gesù. Come? Vuoi dire che si può sperimentare una gioia grandissima anche senza vedere Gesù? Sì, e no… Per comprendere dobbiamo metterci ancora una volta sotto la Parola perché ci dica la verità. Se non riusciamo a situarci nel vangelo forse ci commuoveremo, ma non ci sposteremo di un centimetro.
Ogni particolare delle liturgie di Avvento e Natale, ogni Parola proclamata, ogni segno, compreso quello del presepe ci mostra l’Incarnazione come l’umiliazione di Dio. Abbiamo avuto in questi giorni dinanzi agli occhi un Dio Bambino, dolce, tenero, ma piccolo, debole, fragile, bisognoso di tutto. Un Dio che, sin dall’inizio, ha scelto l’ultimo posto. Quello che tu ed io non sopportiamo. Sii sincero, credi davvero che un neonato può salvare la tua vita? Al netto del sentimentalismo, intendo. Al netto di risposte da manuale e da catechismo, di quelle che partono in automatico e dicono: certo, l’umiltà, la semplicità, la piccolezza, la povertà, è così che si salva il mondo, non sono mica i potenti, i ricchi, i politici. E bla, bla, bla..

Lo dice e lo ripete sempre anche Papa Francesco, suvvia, che domande fai? Ok, va bene, hai studiato. Leggi anche le parole del Santo Padre… Ripetiamo la domanda in un altro modo: credi davvero, per averlo sperimentato, che il tuo matrimonio può riuscire bene e seminare felicità e vita solo se ti inginocchi dinanzi a tua moglie o a tuo marito, come l’ultimo della casa? Credi davvero che Dio vuol fare della tua vita un prodigio accompagnandoti all’ultimo posto? Lo credi per i tuoi figli, i tuoi parrocchiani, il tuo fidanzato? Ripeto, l’ultimo posto, quello dell’irrilevanza, del rifiuto, insomma, come scriveva San Paolo, il posto riservato al secchio della spazzatura, in balcone o sotto il lavandino della cucina, e che nessuno lo veda. Il posto di un neonato. Si nomina amministratore delegato un neonato? O presidente della boccifili o capoclasse? Gli si danno responsabilità, che so, dei fratelli maggiori, della manutenzione dei termosifoni o della sicurezza americana? Si chiedono consigli a un infante? Lo si consulta devotamente aspettando che dalle sue labbra coli fragrante la sapienza? O forse gli si chiede di che colore desidera il ciuccio, o di che marca preferisce i pannolini? Magari qualcuno ha visto un neonato decidere se la sera preferisce la poppata classica o un buon latte vaccino… Certo, i bambini più piccoli sono e più li si coccola e li si circonda di attenzioni; ma è proprio perché un bambino è l’ultimo di tutti, non può far nulla da solo. Indipendenza? Zero. Autodeterminazione? Non pervenuta.

Mettiamo ora questi esempi in ordine e applichiamoli alla nostra vita. Va bene anche quella passata, dove le ingiustizie e le umiliazioni si sono di certo sprecate. Ma sarebbe meglio quella di oggi, perché è oggi che celebriamo l’Epifania. Pensi ancora che quel Bambino sia fonte di gioia e consolazione? Guarda bene, ripensa al mobbing in ufficio, ai permessi negati, alle ferie saltate. Oppure pensa all’ultimo incarico che ti ha dato il Vescovo, tu che pensavi a quella parrocchia in centro dopo tanti anni di periferia, e ti ritrovi in campagna a benedire le mucche. Pensa agli insulti di tua figlia che non ti sopporta: più sei dolce e comprensivo con lei, più ti vomita in faccia rancore o ti seppellisce nella totale indifferenza. Pensa alla solitudine, dopo anni di onorato servizio, figli e nipoti ti hanno bannato dall’agenda. Natale e Pasqua giusto per dovere, ma poi lunghe ore di lunghi giorni di malinconica solitudine. E questo cancro che ti sta facendo neonato? Omogeneizzati e chemio, i capelli radi come quando sei nato, debole, fragile, impaurito, bisognoso di tutto, e l’orgoglio frantumato nell’incontinenza.

E’ gioia tutto questo? Perché il Natale ci annuncia questa gioia, non altre! Dio che si fa uomo per prendere la carne degli ultimi, della spazzatura del mondo. Dei peccatori. Perché diciamolo, e riconosciamolo, all’ultimo posto ci ritroviamo tutti innanzitutto a causa dei nostri peccati. Eravamo stati creati per essere i primi, alla destra di Dio, immagine del suo splendore, somiglianza della sua bellezza. E invece l’inganno del serpente ci ha sbattuti quaggiù, in fondo, sepolti dal dolore e dall’ira, dalla frustrazione e dall’insoddisfazione. Ebbene, esattamente dove siamo è sceso Dio, lo hai visto? Forse no, è impossibile per la nostra carne credere che Dio, il Creatore, l’Altissimo, l’Onnipotente, si sia infilato in questa mia carne ferita, fetida, ribelle, vinta. Per questo continuiamo a rifiutare di umiliarci dinanzi al fratello. Non ci inchiniamo, no! In Chiesa davanti al Bambinello del presepio sì, ma in casa di fronte alla suocera o alla nuora? Nemmeno se mi puntano una pistola alla tempia. Questo significa essere ancora dei pagani, come i Magi! E quindi essere dentro alla Parola di questa Solennità. Se siamo qui ad ascoltare il Vangelo e la predicazione, se andiamo a messa, se ci fermiamo a pregare e nel cuore qualcosa ci dice che così come stiamo vivendo non va bene, allora significa che siamo in cammino come i Magi, anche loro inquieti e insoddisfatti. Altrimenti, così ricchi e sapienti com’erano, chi glielo avrebbe fatto fare di uscire e incamminarsi per un viaggio così precario, seguendo una stella che appare e scompare, senza neanche immaginare la meta.
Avevano visto la stella di un altro Re, uno che doveva aver innescato in loro la speranza di sperimentare finalmente la pienezza che non avevano raggiunto. La “gioia” che il potere e i beni non gli avevano recato. Una stella e un Re, dunque, più importante di loro, tanto da muoversi per “venire ad adorarlo”. Come noi  che abbiamo ricevuto un annuncio come una stella brillante di luce nella nostra vita. E abbiamo creduto, e ci siamo messi in cammino nella Chiesa. Ma ora forse abbiamo smesso di ascoltare, o forse è stato Dio stesso a nascondersi, per amore nostro.   Sappiamo, come i Magi, di essere vicini alla felicità, ma…. Siamo peccatori, orgogliosi e testardi. Ebbene, oggi di nuovo brilla la stella, proprio sopra il Bambino! C’è ancora misericordia per noi, Dio non si è stancato! Ancora brilla la luce della sua Parola ad annunciarmi che Dio si sta facendo carne in me oggi, ora! E’ questa la fonte della gioia incontenibile. Senza di essa che ridesta il desiderio di convertirci e diventare i figli per cui siamo stati creati, non entreremo mai nella “casa”, nella comunità cristiana per imparare ad inginocchiarci davanti a Dio incarnato nella nostra vita e nei fratelli. Allora coraggio, ascoltiamo il vangelo, camminiamo nella fede e guardiamo in alto, dove splende la stella di Gesù e di ciascuno di noi. E lasciamo che la gioia per la pazienza infinita di Dio ci conduca giorno dopo giorno ai piedi della mangiatoia dove, in ginocchio, accogliere il suo amo



Natanaele si trovava sotto l'albero di fico, 
come all'ombra della morte. 
Lo vide il Signore, del quale è stato detto: 
“La luce si è levata per coloro che erano seduti all'ombra della morte”. 
Che cosa è stato detto a Natanaele? 
Tu chiedi a me, o Natanaele, dove ti ho conosciuto? 
Tu parli ora con me, perché Filippo ti ha chiamato. 
Ma, colui che il Signore chiamò per mezzo del suo apostolo, 
costui già prima lo aveva visto appartenente alla sua Chiesa. 
O tu Chiesa, o tu Israele, in cui non c'è finzione..., 
hai già conosciuto Cristo per mezzo degli Apostoli, 
come lo conobbe Natanaele per mezzo di Filippo. 
Ma la sua misericordia ti vide prima che tu lo conoscessi, 
quando ancora giacevi sotto il peso del peccato. 

Sant'Agostino

FISSATI DALLO SGUARDO CELESTE DELLO SPOSO NELLA MISERICORDIA CHE SPEGNE LA MALIZIA 
Per salvarsi e conoscere verità e felicità bisogna "incontrare" Gesù. E Dio si è fatto carne proprio per “incontrare” l’umanità, cominciando dalla “Galilea delle genti”. Essendo l’ultima propaggine di Israele sul confine con le terre pagane, essa era un po’ dogana e un po’ terra di nessuno; era appoggiata sulla “via del mare” come su una spina dorsale, la sostenevano traffici e commerci. Era quindi terra di contraddizioni, immagine dell’incoerenza dei coerenti, della carne debole che vanifica Legge e moralismi. Per questo, la Galilea è la nostra vita, una primogenitura che fatica a restare a galla tra i marosi del mondo. Galilea è questo momento dell’esistenza di tuo figlio, come la storia e i luoghi di ogni uomo. Non c’era terra migliore dove iniziare la missione, e per questo Gesù ha “stabilito di andarci”, facendo della Galilea la profezia di ogni luogo dove chi lo “cerca” lo può “trovare”, e chi non lo cerca può essere trovato. Come è accaduto ai primi cinque “discepoli”. Cinque era, infatti, il numero minimo di discepoli che doveva avere un rabbino; ma cinque sono anche i libri della Torah, come i sensi dell’uomo: quei cinque discepoli erano la primizia della Chiesa, l’assemblea santa radunata da Gesù nella quale la Torah si sarebbe fatta carne e sensi, perché l’uomo finalmente potesse vivere secondo l’immagine e la somiglianza del suo Creatore, al servizio cioè dell’amore. Erano Andrea, Giovanni, Pietro e poi Filippo e Natanaele. Filippo, era stato “incontrato” da Gesù che lo aveva “chiamato”: "seguimi", che letteralmente significa “metti i tuoi passi nei miei passi”. Nessun discepolo, infatti, si appartiene, ma è il frutto benedetto dell’incontro con il Maestro. Incontrato per incontrare, amato per amare, un discepolo è carne della carne di Gesù, ogni suo pensiero, sguardo, parola e gesto è un passo deposto nel suo passo. Per questo Gesù potrà dire a Natanaele di “averlo visto sotto il fico prima che Filippo lo chiamasse”. Era Lui che lo aveva “incontrato” perché lo “aveva visto prima” che la carne lo inducesse a dubitare che il Messia potesse venire da una città mai nominata dalla Scrittura. Filippo stesso era la prova di quell’amore che andava al di là di ogni obiezione; si trovava lì perché lui per primo era un frutto della misericordia di Dio che perdona il peccato trasformando il cuore. 



Non a caso, infatti, sulle labbra di Filippo sorgevano le stesse parole che Gesù aveva detto ad Andrea e a Giovanni: “vieni e vedi”. E Natanaele ascolta e obbedisce, perché si è sentito “cercato” e amato da Filippo “sotto il fico” dove i saggi scrutavano le Scritture, accogliendo anche i suoi dubbi, senza moralismi. E seguendo Filippo ha potuto "incontrare" il Messia: nessuno aveva “conosciuto” il suo intimo “privo di malizia”, neanche lui stesso. Perché nessuno lo poteva aver “visto” già perdonato! Gesù sì, e per questo era il Messia: aveva “visto” la “ricerca” di Natanaele uguale a quella di ogni uomo. Non gli importava dei suoi dubbi, gli importava il suo desiderio di Lui. Lo stesso che vede oggi in te e in me: dove sei seduto cercando la felicità? Forse sei già nella Chiesa, e preghi e cerchi di capire come Natanaele. O forse sei in Galilea, commerciando affetti e stima, sperando dal mondo verniciato di religione un briciolo di pace e di gioia. O forse sei completamente in terra pagana, schiavo di qualche concupiscenza, al guinzaglio di qualche peccato. Non importa, non oggi! Gesù sa "vedere prima" dei nostri peccati il desiderio del suo amore che c'è nel nostro cuore. Sa che "da Nazaret non poteva venire niente di buono", ma vi è sceso per trasformare in buono ciò che non lo è. Come ha fatto con Natanaele, trasformando il suo dubbio in una splendida professione di fede: "Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!"; ogni attesa messianica si coagulava in quell'uomo venuto da Nazaret. Sì, c'è "falsità" in noi: il nostro cuore trama sempre gettando "esche" perché gli altri abbocchino, secondo il senso originale del termine reso con "falsità". Noi "incontriamo" gli altri per farne delle prede con cui saziarci. Ma Gesù ha il potere di estirpare questo veleno e farci liberi per amare. Ci vede, infatti, come ha visto Giacobbe, stanco e claudicante; e ci appare oggi sulla Croce per donarsi, chiamandoci a salirvi per contemplare "cose più grandi" anche dell'essere amati così come siamo. E che cosa c'è di "più grande" di questo? Amare così come siamo amati. "Salire e scendere" come "angeli" (messaggeri) con Cristo sulla "scala" della Croce per incontrare i peccatori, annunciargli il Vangelo, e condurli in Cielo. Vivere così è la "cosa più grande" che ci sia: aprire il Cielo sugli uomini ai quali il demonio lo ha chiuso, gettandoli nella disperazione e nei peccati. Vivere la vita del Messia "figlio di Giuseppe", il servo sofferente della tradizione ebraica, che ha offerto se stesso per strappare gli uomini alla morte.