lunedì 4 maggio 2020
sabato 2 maggio 2020

RESTARE CON GESU' ANCHE QUANDO IL GIOCO SI FA DURO
"Volete andarvene anche voi?". La domanda di Gesù ci interroga oggi con tenerezza e fermezza. Gesù conosceva il destino di solitudine che lo attendeva. Solo, nella passione e sulla Croce, solo, nel sepolcro. Ma proprio quell'estrema solitudine lo ha costituito primogenito di una moltitudine immensa. Dalla sua solitudine è sorta la Chiesa, frutto primaticcio della sua risurrezione. Sì, Gesù è morto solo per risorgere insieme ad ogni uomo, perche' "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). E' la solitudine della Croce che genera la comunione; il dono totale di se' suppone l'essere abbandonati, rifiutati, lasciati soli, poiche' esso avviene sempre quando le strategie umane segnano il passo, quando ogni relazione risulta compromessa. Ci si dona veramente solo quando l'altro non ha piu' nulla da dare, quando tradisce, quando rifiuta. L'amore si rivela autentico e fecondo, gratuito, proprio quando non ha nulla da sperare dall'altro, quando questi sembra perduto. Per questo Gesu' risorto dice alla Maddalena di andare ad annunciare ai suoi fratelli che Egli sarebbe salito al "Padre suo e Padre loro, Dio suo e Dio loro": il passaggio solitario nella morte aveva misteriosamente condotto nella comunione ormai senza limiti dei figli dello stesso Padre quanti lo avevano tradito e lasciato solo. Come Giuseppe, proprio perche' venduto e abbandonato dai fratelli, ha potuto provvedere alla loro indigenza, stringendosi con essi in una comunione rinnovata, che sorge dal celeste sguardo di fede capace di superare i peccati. Per questo Gesù andava incontro senza indugio al suo destino di solitudine. E scrutava i cuori dei suoi discepoli; non chiedeva loro di rimanere con Lui, sapeva che non l'avrebbero fatto. Illuminava il loro cuore per liberarlo dalla menzogna e dall'inganno. Li preparava per lo stesso suo destino. Seguire il Signore, infatti, e' partecipare della sua solitudine. Ogni apostolo e' chiamato ad offrire la propria vita con Lui, proprio quando il linguaggio della predicazione e della testimonianza si fa duro, impossibile da comprendere. La missione della Chiesa - come quello di un padre, di un amico, di un fidanzato o anche di un coniuge - e' quella di essere sacramento di salvezza, come un'ostia offerta per ogni uomo. La Chiesa e' il corpo di Cristo abbandonato e tradito, lasciato solo nella morte perche' il mondo riceva la vita. "Volete andarvene anche voi?", volete anche voi rifiutare la durezza salutare del linguaggio della Croce, l'unico capace di distruggere la durezza del peccato? Le parole con le quali Gesu' ha annunciato la sua missione di Pane celeste, di unico e vero alimento che risuscita e da' la vita, sono parole dure, difficili da comprendere, perche' è duro il giogo del peccato che imprigiona la carne. I discepoli mormorano e non capiscono perche' la carne soggetta al peccato occulta l'estrema serieta' e tragicita' di un'esistenza lontana da Dio. E' necessario lo Spirito Santo che illumini e liberi la carne; sono necessarie "le parole di Gesù che infondono Spirito e Vita".
Restare con Gesù, seguirlo e dimorare con Lui significa dunque accogliere le sue parole che generano la fede, perche' si compiano nella propria vita: "Quest’inquietante provocazione ci risuona nel cuore e attende da ciascuno una risposta personale. Gesu' infatti non si accontenta di un’appartenenza superficiale e formale, non gli e' sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita "al suo pensare e al suo volere". SeguirLo riempie il cuore di gioia e da' senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficolta' e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente" (Benedetto XVI). Fede e conoscenza dunque, bastioni su cui la noia, le alienazioni, la disperazione si infrangono senza recar danno. Dove andare se davvero abbiamo incontrato Cristo? Per quali sentieri sciogliere la mente se una Parola ci ha donato la vita eterna? Il mondo sbuccia la vita come un carciofo, cerca, ricerca, e non trova nulla. Noi invece, per pura Grazia, abbiamo incontrato una Parola, quella che nessuno ha mai pronunciato, la Parola di Gesu'. A volte può sembrar dura, spesso lo e' davvero, specie quando ci smaschera, e ci ritroviamo cosi' imprigionati dall'orgoglio da non poter credere a un amore cosi' grande che si fa carne da mangiare. Ma e' sempre una Parola di liberta', la misericordia che ci ha colto quando non meritavamo nulla, se non una condanna esemplare, forse oggi, forse ora. Un amore senza limiti capace di ricreare quanto in noi il peccato ha distrutto. Una Parola di vita eterna. Non un articolo di giornale, un'opinione, un proclama; tanto meno una linea politica disegnata per essere smentita dall'arroganza e dagli appetiti della carne. Una semplice Parola capace di incastrarsi nel nostro cuore e farne un prodigio, trasformandolo nel cuore di Cristo. Dove andare, cosa ancora cercare, quali speranza ancora inseguire, se davvero abbiamo ascoltato la sua Parola, se in essa abbiamo conosciuto Cristo, l'unico che ci ama davvero? La vita e' molto meno complicata di quel che crediamo, perche' la vita si risolve in un incontro. La Chiesa e' qui, oggi e sino alla fine del mondo, per offrire a ogni uomo la possibilita' di questo incontro. La nostra stessa vita ci e' donata per incontrare il Signore. Accettando la solitudine in famiglia, al lavoro, nella scuola, la solitudine profonda che ci afferra quando il marito non ci comprende, quando il fidanzato vorrebbe quello che proprio non possiamo e non dobbiamo dare, quando un figlio si intestardisce e non ascolta piu'; accettare la solitudine provocata dalla parola dura di un amore incorruttibile annunciata al prossimo, parola di verita' rifiutata e calpestata: accettare ed entrare in questa solitudine per riscattare proprio chi ci rifiuta e ci abbandona, per riconsegnarlo al Padre. Non vi e' altra missione per noi, essere la carne e il sangue di Cristo per chiunque si affacci alla nostra vita: "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio", per questo abbiamo in noi la vita che non muore, e con essa possiamo scendere nella solitudine del sepolcro dove giace chi ci e' accanto, per risvegliarlo e
αποφθεγμα Apoftegma
San Paolo ha conosciuto più profondamente di tutti chi sia il Cristo e,
dalle cose che sopportò egli stesso,
dichiarò come deve essere colui che da Cristo riceve il nome:
lo imitò infatti con tanta fedeltà da mostrare riprodotto in sé lo stesso Signore.
Al punto che, per la diligentissima imitazione,
trasformò talmente la sua anima nel divino modello
da non sembrare più Paolo che parlava,
ma Cristo, come dice egli stesso:
«Dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me»,
sappiate che «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Se dunque la bontà del Signore ci ha comunicato
il nome più grande e più divino che ci sia,
tanto che, chiamandoci cristiani, siamo ornati col nome di Cristo,
è necessario che tutti i nomi che lo definiscono si vedano espressi anche in noi,
affinché non sembriamo esser falsamente chiamati cristiani,
ma ne diamo testimonianza con la vita".
San Gregorio di Nissa
dalle cose che sopportò egli stesso,
dichiarò come deve essere colui che da Cristo riceve il nome:
lo imitò infatti con tanta fedeltà da mostrare riprodotto in sé lo stesso Signore.
Al punto che, per la diligentissima imitazione,
trasformò talmente la sua anima nel divino modello
da non sembrare più Paolo che parlava,
ma Cristo, come dice egli stesso:
«Dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me»,
sappiate che «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Se dunque la bontà del Signore ci ha comunicato
il nome più grande e più divino che ci sia,
tanto che, chiamandoci cristiani, siamo ornati col nome di Cristo,
è necessario che tutti i nomi che lo definiscono si vedano espressi anche in noi,
affinché non sembriamo esser falsamente chiamati cristiani,
ma ne diamo testimonianza con la vita".
San Gregorio di Nissa

ASCOLTARE LA VOCE DEL PASTORE BUONO E BELLO PER SEGUIRLO E PASSARE DALLA MORTE ALLA VITA
“Amen, amen, io vi dico”: fermi tutti, è Dio che parla, con un’autorità che nessun maestro sulla terra ha mai avuto. “In verità, in verità vi dico”, cioè è degno di fede quello che vi dico, è molto importante per ciascuno di voi.
Attenzione allora a come ascoltiamo, ne va della nostra vita. Innanzi tutto è bene collocarci dalla parte giusta. Gesù “disse questa similitudine” ai farisei. A quelli che non avevano accettato d’essere ciechi, e avevano cacciato fuori il cieco nato guarito da Gesù.
Ma oggi parla a noi, farisei come loro, pronti a escludere dalla nostra vita l’opera di Dio, in nome dei nostri criteri, religiosi, culturali e politici che siano. Come loro, anche noi “non capiamo che cosa significhi quello che Gesù ci dice”.
Non è così? Davvero crediamo di aver capito la “similitudine” del pastore e del mercenario? Bene, vediamo allora. E forse scopriremo che, al netto di una comprensione sentimentalistica, non solo non abbiamo capito nulla, ma, una volta capita, ci ritroviamo esattamente come i farisei, incapaci di accettarla.
Innanzitutto appare un “recinto”. In greco il termine non designa un ovile, ma è usato anche per il Tempio di Gerusalemme, o per la Tenda del Convegno usata durante il tempo dell’esodo nel deserto.
Gesù, dunque, parla del Tempio. E il contesto nel quale Gesù oggi ci parla, è quello della festa di Hanukka’h, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo Tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane.
I Greci Siriani, promulgarono un decreto che mirava a far “dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà” agli Ebrei. I Greci erano dei fans della conoscenza, per questo non importava loro se gli Ebrei apprendevano la saggezza della Torà. Ciò a cui si oppenevano con violenza era l’idea che la Torà provenisse da Dio – “la Tua Torà”…
Come sempre, la ragione al servizio della superbia e del potere non sopporta che ci sia un Dio al di sopra di lei. Quando non è illuminata dalla fede, la ragione è sempre schiava, e finisce con il trascinare con sé anche il cuore e la carne.
La storia dell’umanità ce lo racconta: tutte le dittature e tutte le ideologie hanno sempre perseguitato ferocemente i popoli ebraico e cristiano, perché solo chi riconosce Dio al di sopra di tutto è libero. Conosce la propria origine, da dove gli viene la vita, e sa discernere in ogni evento la propria missione.
Il Tempio di Gerusalemme si ergeva come un segno e un limite di fronte a tutti i popoli e le culture. C’è un solo Dio, e nessun potere, per quanto illuminato, e nessuna cultura, per quanto sviluppata, potevano paragonarsi a Lui.
Per questa ragione i Greci contaminarono l’olio nel Santo dei Santi, come uno sfregio a Dio, a dimostrare che non aveva potere su di loro. La rivolta ebraica scoppiò quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme.
Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull’adesione all’educazione ebraica. E Hanukkah, significa anche “educare”.
Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel Tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono, per ciascuno, un interrogativo: “dove sei?”.
Dove sono le pecore? Dove sei tu? Dove sono io? Chi ci sta educando? Per caso, “da un’altra parte” diversa dalla “porta” sono “entrati i ladri e i briganti” a profanare l’olio dello Spirito Santo con cui ciascuna pecora è stata unta, obbligando ciascuno di noi a un culto idolatrico, a rinnegare la primogenitura per vivere contro la natura di figli che ci è stata donata nel battesimo?
Forse abbiamo dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo. Non siamo per caso oggi immondi, inadatti al culto, schiavi di chi ci ha rubato identità e dignità?
Le pecore di cui parla il Signore, infatti, sono quelle molto speciali che si trovavano nel Tempio, nel quale erano allevati gli agnelli per il sacrificio e l’olocausto. Erano agnelli scelti, senza difetto, immagine dei cristiani rinati nelle acque del battesimo, rivestiti di Cristo, l’Agnello di Dio che ha tolto il peccato del mondo.
Vediamo, nella tua vita oggi tu sei un agnello? Di fronte a tua moglie o a tuo marito, ai figli e ai parenti, offri te stesso oppure reagisci, ti ribelli e cerchi di offrirti gli affetti per saziare la tua fame di piacere e tranquillità? Dinanzi alla malattia, all’umiliazione, alla solitudine, al disprezzo, al fallimento, quali sono le tue reazioni? Di fronte alle ingiustizie patite sul lavoro o a scuola, lotti e cerchi di farti giustizia, oppure “facendo il bene sopporti la sofferenza”? (1 Pt. 2,20).
Le pecore del “recinto”, infatti, “a questo erano chiamate, poiché anche Cristo patì per loro, lasciando lun esempio, perché ne seguissero le orme” (1 Pt. 2,21). Per questo solo Lui è “il Pastore delle pecore – di quelle pecore – che entra per la porta”, la porta della Croce.
Chiunque, quando si avvicina a noi per parlarci, consigliarci, persuaderci, non entra attraverso la Croce, e’ “ladro e un brigante” come Barabba, ci dice menzogne e sofismi, per ingannarci e farci rinnegare Cristo e la sua Croce. E sappiamo che il nemico della Croce è il demonio.
La cura del “guardiano” era orientata a preparare gli agnelli per il sacrificio. Così è per noi nella Chiesa, che ci nutre e ci ammaestra attraverso i sacramenti e la Parola, perche’ cresca in noi la fede sino a divenire adulta, capace cioe’ di spingerci ad offrire, senza condizioni, la nostra vita sull’altare preparato ogni giorno in famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque.
Nel “recinto” cresce e si fortifica la primogenitura degli agnelli di Cristo, allevati all’ombra del Santo dei Santi, illuminati dal suo amore, nutriti della sua misericordia perche’, al tempo opportuno, possano essere offerti uniti a Lui per la salvezza di ogni uomo.
Siamo nati per perdere la vita e amare, come Lui, in Lui, per Lui. Per questo oggi appare Cristo dinanzi a noi, e possiamo riconoscere in Lui la nostra immagine “rubata e distrutta” dai “ladri e dai briganti” che “sono venuti orima di Lui” alla nostra vita.
Solo “ascoltando la sua voce” possiamo scoprire che la nostra vita ha sempre e solo cercato Lui, carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. E così “fuggire via dagli estranei”, da chi ci inganna interpretandoci I fatti e giudicando le persone con una voce che non ci ha mai dato pace. Sono “estranei”, non hanno il nostro sangue, in loro non scorre quello di Cristo; non lo hanno versato per noi, non ci hanno amato…
Egli è Pastore proprio perchè è Agnello, e conosce cioè cosa significhi vivere come un agnello. Per questo ci può educare: ci conosce “uno ad uno”, le debolezze, le nevrosi, i complessi, anche i peccati. Ed è l’unico che sa riconoscere in noi la primogenitura, al di là delle contraddizioni e degli errori.
E’ Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.” (1 Pt. 2,24-26).
E’ Lui che ci attira a “seguire le sue orme” che ci conducono a vivere, ogni giorno, lo stesso mistero Pasquale. A “passare” attraverso la “porta” che avevamo sprangato per paura di morire come Lui. Ma è risorto, è vivo, e oggi ci mostra di nuovo le piaghe che ci fanno liberi di “vivere per la giustizia” della Croce.
Gesù ci attende sulla “porta” di ogni giorno, nel matrimonio, al lavoro, a scuola, sul letto d’ospedale e nelle ore angosciate in cerca di un lavoro, nelle ingiustizie e nei soprusi. Gesù ci attende sulla Croce dove ha già ha steso le braccia per accoglierci e farci una sola cosa con Lui.
E’ Lui, infatti, “la porta” sempre aperta verso la “vita in abbondanza”. Sulla Croce Lui è vivo, e per questo “ci spinge fuori dal recinto”. Lui “cammina innanzi a noi” verso il “pascolo” e la “salvezza”. Che cosa ti fa paura? Guarda che proprio quello è il “pascolo” dove puoi sperimentare la vita più forte della morte, e la “salvezza” per te e per i fratelli!.
La vita eterna è “fuori” dal recinto! Non si può vivere sempre dentro, a guardarci narcisisticamente, come ripete Papa Francesco. Nel “recinto” ci prepariamo per salire al sacrificio, perché la nostra vita ha senso solo se è “abbondante”, tanto da offrirla senza misura a chi ne ha bisogno.
Siamo chiamati ad “entrare” nella morte e “uscirne” vittorioso, trascinando con noi questa generazione sino al Cielo.
venerdì 1 maggio 2020
MANGIARE LA CARNE DI CRISTO E BERE IL SUO SANGUE PER ESSERE OFFERTI NELLA STORIA
Ci troviamo all'epilogo del grande discorso di Gesù nella Sinagoga di Cafarnao. Alle sue parole i Giudei cominciano a "litigare" tra di loro. E' questo il senso della parola greca, molto piu' forte di "discutere". Quell'uomo che si definisce l'unico pane di vita, e indica nella sua stessa carne la vita eterna, suscita uno scuotimento interno, e, soprattutto, obbliga a prendere posizione. La sua parola divide. E' la spada che penetra sino alle giunture più profonde e mostra quello che vi e' di nascosto, le vere intenzioni dei cuori, perche' la verita', all'emergere, provoca sempre contrasti. Siamo noi che crediamo, avvolti nei nostri moralismi, che la parola di Gesu' debba automaticamente provocare consensi, pace, tranquillita'. E invece no, perchè essa urta inevitabilmente con la durezza dei cuori, con l'ostinazione delle menti, con le difese della carne. Ed e' un urto violento, una saetta che fa luce, che spazza via l'ipocrisa, e denuda, polverizza le consuetudini borghesi, le alienazioni, le idolatrie, le false certezze dove l'uomo tenta, goffamente, di installarsi.
Appare come in filigrana il rifiuto patito dal Signore in quel di Betlemme, dove non v'era posto per Lui e per i suoi genitori in nessun albergo: "i suoi non hanno accolto" una carne che s'era fatta albergo della divinita'. La carne schiava del peccato, infatti, non può accogliere il Signore. Per questo i Giudei si mettono a litigare, come una forma di difesa, cercando giustificazioni, un po' come è accaduto ai progenitori. Il frutto della disobbedienza e' stato infatti il taglio della relazione con Dio e, conseguentemente, di quella tra Adamo ed Eva. Alla domanda con la quale Dio lo aveva cercato e scoperto, Adamo oppone un'accusa a Eva, condita da quella diretta direttamente a Dio: "La donna che mi hai messo accanto mi ha dato il frutto da mangiare".
E' la stessa situazione che incontriamo nel Vangelo di oggi, la medesima accaduta nel deserto, quando, dopo aver mormorato per la carne, il popolo comincia a "litigare" e ad accusare Mose' reclamando acqua per non morire di sete. Sappiamo bene che prendendosela con il loro capo in realtà stavano dirigendo i loro strali a Dio. Cosi' nel Vangelo. Litigano tra di loro ma in fondo si tratta della resistenza che oppongono alle parole di Gesu', e, in esse, a Gesu' stesso. Esiste per i Giudei una barriera invalicabile, ed e' proprio la carne di Gesu'. Credono di conoscerlo, lo hanno visto crescere, sanno tutto della sua famiglia, Lui ha una storia esattamente uguale alla loro, e per questo, ovviamente, non puo' salvarli, quella carne e' carne come la loro, non puo' dare la vita.
I loro occhi, i pensieri, i cuori si fermano sull'uscio della casa, non possono entrarvi. Restano sulla superficie delle cose, come Eva che fu ingannata proprio dagli occhi che si fissarono sull'apparenza, come il Popolo d'Israele che, sulla soglia della Terra Promessa, cede alla paura dei popoli che l'abitavano, incapaci di riconoscere nei prodigi operati da Dio sino ad allora, la sua fedelta' e il suo potere. Anche noi ci fermiamo spesso alla buccia degli eventi e delle persone. Vi e' un passo del Profeta Geremia che ci aiuta a comprendere che cosa e' accaduto ai Giudei nella Sinagoga di Cafarnao e quello che accade a tutti noi: "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sara' come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorera' in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine dove nessuno può vivere" (Ger. 17, 5-6).
Esiste una maledizione che grava su quanti confidano nella carne, ed essa consiste proprio nel non vedere il bene quando arriva. La dimora di chi vive appoggiato alla carne e' una terra dove tutto brucia, e' seccato dal sale, dove non si puo' vivere. Ora comprendiamo perche' Gesù risponde ai Giudei affermando che chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può avere in se' la vita. Chi resta ancorato ai propri schemi, chi si chiude ostinatamente alla Grazia, non puo' vedere il bene quando viene nascosto negli eventi e nelle persone, non si accorge di quello che e' celato sotto le apparenze, non vede e non coglie i segni. Dira' Gesu' in un altro momento: "Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri?" La Gloria e', nel linguaggio biblico, la presenza e la consistenza delle cose. I Giudei sono cosi' l'immagine di chiunque cerca la consistenza, il valore della propria vita dalla carne di altri uomini. I vana-gloriosi non possono credere, sono prigionieri delle catene carnali, ogni giudizio, pensiero, progetto, relazione, tutto e' avvelenato dalla carne. Essa richiama la corruzione, il transitorio, la morte: "Ogni carne è come l'erba... ma la Parola di Dio rimane in eterno" (Is. 40,6).
Per questo Gesu' dira' che i padri hanno mangiato si' la manna, ma sono morti. Essa era solo una profezia di quanto sarebbe accaduto, un segno che Dio, nella precarieta', avrebbe provveduto in modo definitivo, compiendo quanto quel frumento sceso dal Cielo stava annunciando. Nel cammino della vita, nella totale precarieta' dell'esistenza, Dio avrebbe deposto una rugiada di vita eterna. Nella carne, Dio avrebbe deposto la vita che non muore. Dio avrebbe visitato di nuovo il mondo, avrebbe compiuto la Pasqua definitiva, la liberazione di ogni uomo dalla schiavitu' del peccato. Si', Dio avrebbe liberato i suoi figli dalla prigione della carne, avrebbe aperto i loro occhi sulla verita', il suo amore infinito celato in ogni istante della storia. E lo avrebbe fatto nel suo stesso Figlio, inviandolo ad ogni uomo quale apostolo della sua stessa vita. Il Padre, fonte della vita che non muore, lo ha inviato a donare quella stessa vita, l'unica capace di saziare i desideri dell'uomo. Gesu' stesso ha vissuto, nella sua carne, "per mezzo" della vita del Padre. La sua carne l'ha custodita sin sulla Croce, sin dentro la tomba, per lasciarla esplodere vittoriosa sulla morte: "La divinita' si nascose sotto l’umanità e si avvicino' alla morte, la quale uccise e a sua volta fu uccisa. La morte uccise la vita naturale, ma venne uccisa dalla vita soprannaturale" (S. Efrem). Nella carne di Cristo si e' compiuta la vera e definitiva liberazione.
Ad essa ogni figlio di Adamo puo' attingere per non vedersi piu' morire. In Lui si realizza l'esodo definitivo, quello che dall'Egitto che tutti sperimentiamo, la schiavitu' della carne che ci obbliga a fabbricare mattoni per piramidi dove seppellire i nostri idoli muti, ci conduce alla terra della liberta', dove scorrono il latte e il miele dell'amore e della comunione, dell'intimita' con Dio e della gratuita'. La carne di Gesù e' la carne dell'agnello offerto in riscatto per i peccati. Il sangue di Gesù e' quello dell'agnello che ha protetto i figli di Israele dall'angelo della morte. Per questo la carne e il sangue di Gesu' sono alimento e bevanda veri, degni di fede. Nella carne e nel sangue di Gesu' Cristo crocifisso, morto e risorto, ogni uomo puo' vedere di nuovo il Cielo, il bene che l'inganno del demonio gli ha occultato. Per questo e' necessario mangiare della sua carne e bere del suo sangue. E' necessario che Cristo rompa in ciascuno di noi le barriere della morte, che cancelli ogni peccato, che deponga la vita dove ci ha preso la morte: "La vita con Dio, la vita eterna nella vita temporale, e' possibile per questo, perche' esiste la vita di Dio con noi: Cristo e' Dio che viene a stare con noi. In lui Dio ha tempo per noi, lui e' il tempo di Dio per noi e quindi, allo stesso tempo, l'apertura del tempo sull'eternita'" (J. Ratzinger, Il Dio vicino).
Tutto questo e' "dimorare" in Gesu', e, con Lui, dimorare in Dio: gli occhi aperti sul volto di Dio, e la sua misericordia capace di saziare e purificare ogni moto del nostro cuore. La vita pacificata perche' nella precarieta' della carne, ha preso dimora l'incorruttibilita' della vita divina. La pace di un abbandono confidente perche' sazio della carne e del sangue del Signore, del cibo che comunica il tutto di Dio. Mangiare di Gesu' allora e' aprirsi, giorno per giorno, umilmente, agitando la bandiera bianca, a una nuova vita, dove le stesse persone e gli stessi eventi acquistano una luce nuova che emana la vita celeste scesa sino alle profondita' delle nostre storie. Esse, in Cristo, non sono lanciate verso il nulla, ma in cammino verso la pienezza di quella vita che gia', oggi, possiamo pregustare.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore e' accogliere la nostra stessa vita trasformata dalla potenza della sua Vita: e' Lui che ogni giorno si fa nostro prossimo, viandante con noi come sulla strada di Emmaus. Mangiare di Lui e' implorarlo di non passare oltre e di fermarsi esattamente dove ci troviamo, perche' quell'evento che ci spaventa, quella relazione difficile che ci blocca, non ci incuta piu' il timore che ha indurito il cuore del Popolo d'Israele facendolo ritornare sui propri passi e impedendogli di entrare nel riposo promesso. Gesu' e' mandato a noi oggi perche' possiamo vivere per Lui, come Lui ha vissuto per il Padre: cio' significa vivere nella storia concreta che si dipana dinanzi a noi, come Gesu' ha vissuto il cammino alla Croce che lo attendeva. Lui vedeva la vittoria oltre il Golgota, la vita al di la' della propria morte. Con Lui anche noi possiamo sperimentare la vita eterna, il riposo promesso, l'amore infinito che ha distrutto la morte proprio in cio' che ci impaurisce. La carne di Cristo nella nostra carne, il suo sangue nel nostro sangue, per vivere la sua vita, eterna, infinita, che supera le mura dell'orgoglio e della paura, per entrare ogni giorno nella storia e scoprirvi i frutti di pienezza in essa piantati: "Ogni dolore accolto, ancora cosi' nascosto, ogni silenziosa sopportazione del male, ogni superamento interiore di se stessi, ogni inizio di amore, ogni rinuncia e ogni silenzioso atto di affidamento a Dio: tutto cio' diventa ora operante nel tutto; niente di buono accade invano. Alla potenza del male, che con i suoi tentacoli minaccia di attaccare tutta la struttura della nostra società e di soffocarla in un abbraccio mortale, si oppone questo silenzioso circuito della vera vita... nel quale si realizza il regno di Dio, poiche' la volontà di Dio accade sulla terra come in cielo" (J. Ratzinger, Il Dio vicino).
L'eucarestia e', in fondo, questo grande mistero, imparare a dimorare, istante dopo istante, nel cuore di Dio. Dire amen nell'amen di Cristo, nutrirci della volontà di Dio, il cibo del Figlio. Dire amen, affermare e credere che e' degna di fede la storia che Dio prepara per noi, e alimentarci del Pane Vivo disceso dal Cielo nella nostra vita, cosi' come si presenta: amen alla malattia della nipote, amen al carattere del marito, amen al licenziamento, amen alla ribellione del figlio, amen a ogni frammento di vita perche' ciascuno, anche il piu' piccolo, e' un frammento del corpo benedetto di Cristo che ha assunto tutta la nostra vita. Siamo percio' chiamati a riservare ad essa la stessa attenzione devota e piena di unzione con la quale non si perde neanche il piu' piccolo frammento dell'ostia consacrata nella patena, perche' nella patena della nostra carne è vivo Cristo... Imparare a vivere, giorno dopo giorno, nell'amore infinito del Padre, nell'intimita' feconda, libera, pacificante, gioiosa con Cristo suo Figlio. Come Giovanni, reclinato sul petto di Gesù: “Questi è colui che giacque sopra il petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto” (Dante, Paradiso, XXV, 112-114).
αποφθεγμα Apoftegma
La divinità si nascose sotto l’umanità e si avvicinò alla morte,
la quale uccise e a sua volta fu uccisa.
La morte uccise la vita naturale,
ma venne uccisa dalla vita soprannaturale.
Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo,
né gli inferi accoglierlo senza la carne,
egli nacque dalla Vergine,
per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti.
Ma una volta giunto colà col corpo che aveva assunto,
distrusse e disperse tutte le ricchezze e tutti i tesori infernali.
Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale
e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali.
Tu ora certo vivi.
Coloro che ti hanno ucciso hanno agito verso la tua vita come gli agricoltori.
La seminarono come frumento nel solco profondo.
Ma di là rifiorì e fece risorgere con sé tutti.
S. Efrem, Discorso sul Signore, 3-4. 9
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