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sabato 28 gennaio 2017

Washington. Il vicepresidente Pence alla Marcia per la vita. Il «sostegno» del Papa


Loretta Bricchi Lee venerdì 27 gennaio 2017 



   
Decine di migliaia di manifestanti al National Mall: per la prima volta in 44 anni in marcia anche un rappresentante ufficiale della Casa Bianca, la consigliera presidenziale Conway. 
Il vicepresidente Pence alla Marcia per la vita. Il «sostegno» del Papa
«In America la vita è tornata a vincere». Il vicepresidente americano Mike Pence è intervenuto con forza nel dibattito contro l’aborto. Il repubblicano è un noto oppositore dell’interruzione di gravidanza, una presenza ricorrente nella “Marcia per la vita” che si tiene annualmente a Washington in prossimità del 22 gennaio – anniversario della decisione della Corte Suprema di legalizzare l’aborto nel 1973 – e, quale governatore dell’Indiana, ha firmato alcune delle norme più vincolanti nel Paese.
Questa volta, però, Pence ha preso la parola davanti alle decine di migliaia di manifestanti al National Mall – seguito dalla consigliera presidenziale Kellyanne Conway – in veste ufficiale. Ed è la prima volta, nei 44 anni della manifestazione, che dal Campidoglio marcia fino alla sede della Corte suprema uno dei massimi rappresentanti della Casa Bianca. «Sono profondamente toccato di avere il privilegio di presenziare a questa giornata storica, su richiesta del presidente Trump», ha messo in chiaro Pence. Ricordando che «una settimana fa siamo stati testimoni della storica inaugurazione di un presidente che si batte per il diritto alla vita».



Il presidente Donald Trump, nonostante le posizioni “pro-choice” del passato, ha mostrato un cambiamento a 360 gradi al riguardo. E la scelta di Pence quale vicepresidente, insieme alla conquista del controllo di entrambe le Camere da parte dei repubblicani, ha tracciato una strada chiara dell’Amministrazione al riguardo. Come ricordato ieri dall’ex governatore, basti pensare che uno dei primi ordini esecutivi del repubblicano, lunedì, è stata la reintroduzione del divieto all’erogazione di fondi pubblici a organizzazioni non governative estere che sostengono o forniscono l’interruzione di gravidanza e la nuova amministrazione «non si fermerà finché verrà ristabilita in America la cultura della vita».
Trump, che ieri ha twittato «il pieno sostegno alla Marcia per la vita, che è così importante», intende andare oltre e tagliare i finanziamenti anche al gruppo Usa Planned Parenthood, oltre a fare in modo che l’aborto torni ad essere illegale. Una delle sue promesse è infatti quella di nominare un difensore della vita al seggio della Corte Suprema lasciato libero dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia.

La Marcia per la cita (Ansa)


«La prossima settimana il presidente annuncerà una nomina che confermerà le libertà donate da Dio e custodite nella Costituzione» ha anticipato Pence. La sua approvazione, però, fa già prevedere una intensa lotta al Congresso. I democratici sono intenzionati a dare filo da torcere alla scelta del Gop (Grand old party) visto che i repubblicani al Senato si sono rifiutati di prendere in considerazione il suggerimento di Barack Obama, Merrick Garland, per quasi un anno. E Trump è pronto al confronto, dicendosi persino favorevole a mutare le regole del voto alla camera alta del Congresso, eliminando la necessità di 60 voti (su 100) a favore di una maggioranza semplice.
Come spiegato dal vicepresidente Usa, «44 anni fa la Corte Suprema si è allontanata dal primo degli ideali» su cui si fondano gli Stati Uniti – vita, libertà e perseguimento della felicità – ma «oggi, tre generazioni dopo, grazie a tutti voi e alle varie migliaia di persone che marciano con noi» in America, «la lotta all’aborto ha raggiunto una svolta storica».

Il messaggio del Papa: «caloroso sostegno»

Papa Francesco ha dato il suo “caloroso” sostegno alla Marcia per la vita. In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e inviato al nunzio negli Stati Uniti, monsignor Christoph Pierre, il Papa afferma: “È così grande il valore di una vita umana ed è così inalienabile il diritto alla vita del bambino innocente che cresce nel seno di sua madre, che in nessun modo è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano”.
Il Papa si dice "fiducioso che questo evento, in cui molti cittadini americani manifestano a favore dei più indifesi dei nostri fratelli e sorelle, possa contribuire a una mobilitazione delle coscienze in difesa del diritto alla vita e a misure efficaci per garantire la sua adeguata protezione giuridica".
Avvenire



"Passiamo all'altra riva!": una parola perentoria, una chiamata e sorge la Chiesa. Essa, nuovo Israele, nasce dalla Pasqua, dal passaggio dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. E' sera, incede la notte, Gesù chiama a raccolta i suoi e li invita ad entrare nella barca, a sciogliere gli ormeggi, e a inoltrarsi nel mare e nell'oscurità. Notte e mare, mondo e morte, e la barca della Chiesa a solcarne le onde. Tutto si fonda sulla Parola di Gesù. Lui dice di passare all'altra riva, ed è la Verità, la roccia su cui aggrapparsi. Nel Vangelo, la Parola di Gesù manifesta la sua autorità, diversa da quella degli scribi, perchè è sempre parola che si compie. E' Parola di Dio, creatrice, che realizza quello che dice. Ma i discepoli devono imparare a conoscere il Signore. Infatti avevano preso Gesù così com'era, ma non sapevano "chi" egli fosse, come appare nella domanda che si pongono a chiusura del brano. E' Dio, e non lo sanno; è un Dio che si fa seme gettato a morire in terra, e se ne scandalizzeranno. Per questo Gesù intima ai discepoli di passare all'altra riva, perchè proprio attraverso il compimento di una parola che sembra diventare assurda e irrealizzabile, imparino a conoscerlo. Senza la conoscenza di Lui la Chiesa non esiste; gli aspetti organizzativi e giuridici, i criteri mondani ne fanno una caricatura, un'associazione filantropica tra le altre, una ONG del tutto identica alle tante, con gli stessi problemi, con le stesse preoccupazioni, le stesse perversioni che utilizzano il bene da fare per le proprie bramosie: "Quanti più apparati noi costruiamo, siano anche i più moderni, tanto meno c'è spazio per lo Spirito, tanto meno c'è spazio per il Signore, e tanto meno c'è libertà(J. Ratzinger, La Chiesa, una compagnia sempre reformanda, intervento tento al Meeting di Rimini del 1990). La paradossale estraneità di Cristo dalla sua Chiesa sarà evidente quando i due fratelli Giacomo e Giovanni chiederanno al Signore di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra nel Regno incipiente. Non avevano capito nulla, guardavano Gesù con gli occhi della carne, con i loro pre-giudizi, e così guardavano anche a se stessi e al loro essere con Lui. La Chiesa che dimentica la natura del suo Signore, che perde la fede nella sua risurrezione diviene come il sale che a nulla serve se non a essere gettato e calpestato. Per questo la Chiesa, appoggiata alla Parola del Signore, è costantemente in cammino, verso una conoscenza più profonda e piena del Signore, come scrive San Paolo: "Io penso che noi dovremmo, sotto questo punto di vista, iniziare nella Chiesa a tutti i livelli un esame di coscienza senza riserve... Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana(J. Ratzinger,Ibid).

La storia stessa è il luogo dove la Chiesa viene formata e riformata, attraverso l'esperienza quotidiana della presenza viva e reale del Signore risorto. Una parola dunque, e la Chiesa si trova in mare aperto, nella notte, quando non si riesce a vedere, e le certezze umane si fanno precarie, e l'angoscia e la paura sembrano prendere il sopravvento, come le onde della tempesta improvvisa, tanto frequente sul lago di Tiberiade. I discepoli fanno l'esperienza del caos primordiale, e non comprendono d'essere dentro l'opera di Dio, la più grande, quella che crea la vita laddove regna la morte. Non comprendono che quella tempesta fa parte dell'opera divina, non è un incidente a cui porre rimedio. Le onde nella Scrittura sono sempre segno di morte. Essa è entrata nel mondo per invidia del demonio, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Dio, che ha creato tutto per l'esistenza e senza veleno di morte, non ha abbandonato il mondo in preda al maligno. La storia della salvezza è la storia della fedeltà ad una promessa di riscatto e vita eterna. La barca è il Popolo nuovo della nuova ed eterna Alleanza, il suo cammino descrive l'incedere inesorabile della misericordia di DioI discepoli sono ora dentro questa promessa, ma l'hanno dimenticata. La carne preme sul loro cuore, e lo soffoca e li riempie d'angoscia. Gesù è con loro ma dorme. Ecco com'è quel profeta che li aveva chiamati alla traversata! Un uomo che dorme profondamente, reclinato sul cuscino. Lui c'è ma non fa nulla. Se è davvero il Figlio di Dio, se davvero ha il potere che dice di avere, se è stato Lui a moltiplicare pani e pesci e a guarire infermi e a scacciare i demoni, se può far miracoli e dorme, allora significa che non gli importa nulla di noi. Ecco il pensiero di chi non conosce il Signore. Gli occhi del cuore e della mente sono accecati, e non possono comprendere che proprio quel sonno è la loro salvezza, la loro assicurazione sulla vitaFinchè Lui dorme la morte non può raggiungerli, perchè si è infranta proprio nel sonno della morte del Signore, come l'onda più alta e il flutto più rabbioso, si sciolgono come burro infrangendosi sugli scogli. La morte è stata ricacciata indietro per sempre. Il sonno di Gesù strapperà il mondo dall'inferno, e la morte non avrà più potere su di loro, come non l'ha più su di Lui. Ma ora i discepoli non comprendono, e svegliano Gesù. E lo rimproverano, e desiderano credere che Lui possa fare qualcosa; lo avevano visto, e ora ne sono scandalizzati: a Lui non importa della loro sorte. Quante volte sorge in noi la stessa domanda, che diventa la preghiera di chi non conosce veramente il Signore. Nei templi pagani davanti all'immagine della divinità vi è una grande campana. I fedeli che desiderano pregare si avvicinano e cominciano a scuoterla, per svegliare il loro dio, per attirarne l'attenzione. E' la religiosità naturale, quella che tutti portiamo dentro, che appare evidente nelle parole e nell'attegggiamento dei discepoli impauriti. Quando le onde riempiono la barca e ormai si affonda e sembra che Dio non intervenga, che dorma, allora moltiplichiamo preghiere, sacrifici, offerte, perché Egli si svegli e si accorga di noi, e cambi il corso della storia secondo i nostri progetti.

E, sorprendentemente, è quello che farà il Signore. Si sveglierà e comanderà ai flutti, e ritornerà la bonaccia. Il Signore ha avuto misericordia dei suoi discepoli ed è andato incontro alla loro poca fede, come tante volte fa anche con noi. L'amore di Dio si piega alla nostra volontà, e così ci aiuta a sperimentare la nostra debolezza e incredulità, ed accende così la domanda decisiva: chi è costui? E' Dio, se anche la natura gli obbedisce, se mio figlio è stato guarito, se ho conservato il lavoro, se ho trovato casa. Ma rimane l'incertezza di quello che è solo un abbozzo di fede, quella comune a tutte le religioni. La fede adulta è ben altro. E' conoscenza, e confidenza. E' addormentarsi con Lui anche nella tempesta, anche quando la nostra vita sembra affondare. E' reclinare il capo e riposare sul legno della Croce che segna le nostre esistenze, come bimbi divezzati in braccio alla propria madre. E' l'àncora piantata dentro, lo Spirito Santo che ci testimonia d'essere figli di Dio, e quindi figli della risurrezione, coeredi della vittoria di Cristo. Tutti noi, dobbiamo imparare la fede, nella barca, attraverso le mille tempeste dei progetti naufragati, dei criteri sommersi dalle onde; la fede è un cammino sino alla piscina del battesimo dove le acque devono seppellire completamente l'uomo vecchio, prigioniero della carne e del peccato. I discepoli non erano ancora pronti a scendere nel fonte battesimale, e il Signore li ha presi per mano. Altre tempeste, altri terremoti verranno prima di ricevere il battesimo del fuoco che li renderà apostoli apostoli; altre traversate sino al buio calato su tutta la terra quel pomeriggio sul Golgota, dove vedranno il Signore crocifisso, e poi nel sonno della tomba, all'alba del suo risveglio, e al mattino della Pentecoste zampillante lo Spirito Santo. E' Lui, il Consolatore, che sigillerà indubitabilmente che Gesù Nazareno, crocifisso e sepolto, è davvero risorto ed è il Signore; è lo Spirito Santo che ricorderà loro la Verità tutta intera, le Parole di Gesù, svelando loro quel comando di passare all'altra riva come una Parola profetica compiuta nel suo Mistero PasqualeCosì, dal giorno di Pentecoste, la Chiesa potrà finalmente compiere la traversata, la Pasqua che attirerà a sé, lungo i secoli, tutte le altre barche che già nella notte del brano odierno, erano con quella dei discepoli, immagine delle Nazioni della terra. Così la Chiesa, appoggiata sulla Parola del Signore e certa dell'approdo all'altra riva, solcherà i mari di ogni generazione, discernendo con uno sguardo soprannaturale ogni evento, riconoscendo nelle onde del martirio e delle difficoltà una parte integrante e imprescindibile della sua missione. La Chiesa, come il suo Signore, deve partecipare in tutto dei destini del mondo, dei suoi fallimenti, sin dentro la morte. Così è anche per ciascuno di noi. Gli eventi che ci incalzano e che sembra ci facciano affondare non sono il segno dell'abbandono di Dio. Sono invece il luogo dove conoscere più intimamente il Signore, il paradosso del letto d'amore dove si rinnovano le nozze con il nostro Sposo. Il cristianesimo non è una religione naturale, nella quale svegliare la divinità e pregarla perchè plachi il vento e riconduca la vita alla calma che agognamo. Il cristianesimo è Cristo stesso che ha vinto la morte, e i cristiani, con Lui, entrano ogni giorno nel mare in tempesta, addormentati, abbandonati nella volontà di Dio, certi del fatto che essa è sempre per il bene di ciascuno di noi, della Chiesa, dell'evangelizzazione, e del mondo; possiamo anche noi, nella forza dello Spirito Santo e nella fede della Chiesa, sperimentare come Gesù sulla Croce, l'abbandono apparente di Dio, la sua lontananza, per farne il nostro stesso abbandono alla sua fedeltà. La notte oscura, che ha caratterizzato la storia di tanti santi, è il momento più fecondo della vita; così è stato per Gesù e per la Chiesa; così è per ciascuno di noi. E' l'amore puro, crudo, inossidabile, quello della sposa del Cantico dei Cantici che si getta alla ricerca del suo Amato che sembra essersi nascosto dopo averle rapito il cuore. E' il passaggio verso l'incontro definitivo, alla fine della traversata, sulla sponda del Cielo, dove trovare in pienezza lo Sposo, ed abbracciarlo, e non lasciarlo più: ogni giorno mossi da una Parola che ci scuote, appoggiati ad essa come al Signore stesso, sempre più intimi, più crocifissi con Lui, attraversare il mare, tra le onde, verso il porto sospirato, il destino eterno d'amore che ci attende in Cristo Gesù.
Guerra a Caffarra, il "massimalista" della famiglia

   
   
di Lorenzo Bertocchi                          28-01-2017

Andrea Grillo

«Il Magistero sa cambiare, Caffarra no». Questa è l’opinione del professor Andrea Grillo che sul sito della rivista Munera continua un misericordioso attacco al cardinale Carlo Caffarra che insieme ad altre quattro porpore ha sottoposto al pontefice i famosi dubia, dubbi, sull’interpretazione del capitolo VIII di Amoris laetitia.
Caffarra, già primo preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia, viene considerato l’alfiere di un «disastro massimalistico» della teologia morale e del Magistero. Lo aveva scritto, dice Grillo, il «grande moralista Bernhard Haering» in un articolo pubblicato sulla rivista dei dehoniani, Il Regno, nel 1989. «Allora Caffarra poteva determinare “la posizione del magistero” in materia familiare e sessuale, con un massimalismo e una intransigenza del tutto unilaterali». Ma non basta. Per Grillo, che cita Haering, il cardinale arcivescovo emerito di Bologna è fautore di una teologia «intollerante e semplificatrice», con una posizione teoretica che impedirebbe «qualsiasi forma di “convenienza”, di “epikeia”, di “discernimento”». Quella di Caffarra sarebbe «una intelligenza dell’etico puramente formale e fredda», addirittura «disumana» nel risolvere le questioni di etica sessuale e matrimoniale.
Ovviamente tutta questa freddezza, questa insipiente brutalità, è stata fermata da Amoris laetitia. Caffarra, secondo Grillo, ai suoi tempi, «ha rappresentato una rottura grave e pesante (…) di cui porteremo ancora a lungo i segni e le cicatrici», ma finalmente un Magistero «serio, solerte, appassionato e fedele alla grande tradizione della Chiesa, alla sua meravigliosa complicatezza e alla sua sorprendente ricchezza» ha segnato non solo la fine di «un incubo», ma la fine di «un delirio».
Dispiace che in questi decenni il cattolico professor Grillo, ben addentro alle università pontificie, agli ambienti di varie diocesi italiane, seminari e circoli di fedeli adulti, sia stato costretto a vivere in una Chiesa così tetra e delirante. Verrebbe, infatti, spontaneo chiedersi come abbia fatto a sopravvivere nel suo ruolo di fedele e di stimato professore cattolico, dovendo convivere con un magistero come quello di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Deve essere stata veramente dura, forse è stato attraversato da moltissimi dubia. Immaginiamo il tormento interiore nel doversi confrontare, ad esempio, con un’enciclica come Veritatis splendor.
Il “grande teologo” Haering, insieme ad altri campioni della contestazione ecclesiale e teologica degli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ora «sorride dall’alto», dice Grillo, come a farsi beffe di quel monsignore [Caffarra, nda] che allora terremotava la Chiesa con il suo incedere arcigno e insensibile. Qui si sente il sapore della rivincita, un sentimento molto umano, ma non troppo evangelico. Peraltro il professor Grillo è in sintonia con i desiderata del vescovo di Anversa, monsignor Johan Bonny, che nelle sue richieste inviate a Roma per il sinodo 2014 invocava il superamento di una «determinata scuola di teologia morale, costruita su una propria interpretazione della legge naturale». Una interpretazione, ça va sans dire, determinatasi dopo «Humanae vitae e Familiaris consortio», paradigmi di un magistero evidentemente ritenuto per nulla serio, solerte, appassionato e fedele alla grande tradizione della Chiesa.
Secondo Bernard Haering, e altri teologi contestatori, la legge naturale si fa liquida. Viene interpretata come una morale che sa rispondere ai “segni dei tempi”, assumendo e seguendo i nuovi paradigmi dell’umanità. I criteri oggettivi si fanno assenti anche per la distinzione del peccato veniale da quello mortale, aprendo le porte ad una rischiosa morale della situazione. Guarda caso quella stessa da cui metteva in guardia quel magistero ritenuto massimalista, unilaterale e disumano che è presente in Veritatis splendor. «Secondo queste teorie», si legge al n°75 dell'enciclica di Giovanni Paolo II, il “papa della famiglia”, «la volontà libera non sarebbe né moralmente sottomessa a obbligazioni determinate, né informata dalle sue scelte, pur rimanendo responsabile dei propri atti e delle loro conseguenze». In poche parole, si apre la porta alla cosiddetta “etica della situazione”.
Comunque il “grande teologo” preso a riferimento dal tormentato Grillo viene richiamato dalla congregazione per la Dottrina della fede il 27 febbraio 1979, per ritrattare le sue posizioni contro l’enciclica Humanae vitae del beato Paolo VI. Rifiutò. Dieci anni dopo la stessa congregazione pose il veto alla pubblicazione di un libro  che avrebbe dovuto contenere gli atti di un congresso di moralisti cattolici svoltosi a Roma, all'Accademia alfonsiana, nell'aprile dell'88. Il volume avrebbe dovuto riportare una relazione del padre Haering, nella quale criticava l'antropologia e la teologia che sottostanno alla stessa enciclica. Si trattava, come dice Grillo, di «proscrizioni curiali», oppure di legittimi richiami perché il teologo sconfinava oltre la grande, meravigliosa e ricca tradizione della Chiesa?
Il fedele che volesse orientarsi in questo dibattito potrebbe riferirsi alle parole che il papa emerito, Benedetto XVI, ha riservato all'enciclica Veritatis splendor, in un libro del 2014 dedicato a Giovanni Paolo II. Alla domanda su quali siano state le più importanti encicliche del papa polacco, Ratzinger ne cita 4, ma dedica più spazio a una quinta. Guarda caso: Veritatis splendor.  «Il grande compito che il Papa si diede in quest’enciclica», ha spiegato il papa emerito, «fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell’antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura. Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere». Perché, disse, «rimane di immutata attualità».
Se la Chiesa di Milano si vergogna della famiglia
    
   
di Andrea Zambrano                                    28-01-2017

Verrà giorno che le famiglie sposate dovranno fare l’accento svedese come Fantozzi per mimetizzarsi. Se prima a destare scandalo erano le cosiddette unioni irregolari, oggi, nella Chiesa della misericordia a buon mercato sono le cosiddette unioni regolari: monogame, fedeli, innamorate, anche se tra alti e bassi. Insomma: le famiglie cristiane non avranno più ospitalità neppure in chiesa. Non è catastrofismo, ma una lettura consequenziale della realtà. A Milano il furore anti coniugale ha intaccato la nobile istituzione dell’Arcidiocesi che, nell’approcciarsi alla Festa delle Famiglie prevista per domani (la liturgia ambrosiana sposta all’ultima domenica di gennaio la Solennità della Santa Famiglia che nel rito romano è dopo Natale), ha inviato ai parroci un dettagliato vademecum per illustrare le finalità e le caratteristiche della festa da celebrare a messa.
Tralasciamo il lungo papiro condito di parole passepartout come “accoglienza”, “porte aperte”, “stile di vita nella gioia” e concentriamoci sul finale del documento dove vengono illustrate “alcune attenzioni per le messe”. Secondo l’ormai rodata tecnica del complesso natalizio, ecco che le famiglie cattoliche, domenica potranno festeggiare sì la loro unione, ma di nascosto per non offendere stavolta, non i musulmani, ma i divorziati.
“Nella giornata che celebra la Festa della Famiglia un invito è quello a non dimenticare le tante persone che vivono la solitudine, la vedovanza, l’abbandono da parte del coniuge, i figli «divisi» tra papà e mamma...”. E fin qui...
Ma il top si raggiunge con la richiesta di non celebrare gli anniversari di matrimonio. “Appunto per motivi di delicatezza e rispetto, l’indicazione è quella di evitare, durante le Messe di domenica prossima, la celebrazione degli anniversari di matrimonio”. Delicatezza e rispetto. Verso chi poi? Abbiamo inaugurato la stagione dell’invidia della felicità altrui, della vergogna per ciò che fino a ieri era qualche cosa di così prezioso da diventare sacramento. Così se una famiglia è felice, magari perché mamma e papà ne hanno passate di tutti i colori, ma possono arrivare alle nozze d’oro come San Paolo al termine della corsa, no: questa è mancanza di rispetto per chi invece è caduto. Che è come impedire a Federer di esultare a 35 anni suonati per rispetto al povero Wawrinka.
La notizia ha dello sconcertante, così sconcertante che dopo un pomeriggio di fuoco qualcuno deve aver avvisato l'Arcivescovo Angelo Scola, il quale ha provveduto saggiamente a far togliere dalla home page il riferimento. Ma fino a ieri mattina l'ufficio di Pastorale familiare della Diocesi, guidato da una coppia e da un sacerdote di stretta osservanza martiniana, difendevano ancora la scelta. Però nel sito curato dall'Ufficio, il riferimento agli anniversari spostati ad altra data rimane, contribuendo così a creare ancora più confusione e ambiguità.
Pasticcio comunicativo a parte, la trovata è assurda, offensiva e costituirebbe una pericolosa deriva, oltre che un drammatico precedente. Farebbe sentire le famiglie cattoliche come appestate. Discriminate.
Non appena pubblicata sul sito diocesano, la notizia ha fatto il giro di Milano. Tanto che il Forum delle associazioni famigliari non ha mancato di protestare contro la decisione.
“Vorremmo esprimere il nostro dispiacere per un invito a escludere dalla Festa della famiglia il ricordo della ricorrenza degli anniversari di matrimonio. Pur comprendendo la sottolineatura di un’attenzione nei confronti di tutte le situazioni di sofferenza, pensiamo che festeggiare gli anniversari esprima il desiderio di voler testimoniare la bellezza della famiglia e le gioie che accompagnano la vita coniugale. Non crediamo che questa testimonianza di un valore umano e cristiano possa essere recepito dai divorziati come una mancanza di rispetto o di sensibilità nei loro confronti: siamo certi invece che anche loro condividano e vivano la festa come un valore”.
Le polemiche sono state così veementi che l’Ufficio di Pastorale Famigliare della Diocesi di Milano ha così replicato, difendendo la scelta, poi bloccata dall'Arcivescovo: “Il Servizio Diocesano per la Famiglia ha scelto da ormai dieci anni di dare come indicazione di collocare in altri momenti dell’anno pastorale questa celebrazione. Il motivo veniva proprio dall’esperienza pastorale diretta: evitare che il clima di festa prevalesse sul fine riflessivo, di coscientizzazione e di educazione che contraddistingue la scelta tipicamente ambrosiana di estrapolare la memoria liturgica della Santa Famiglia dal periodo natalizio. Si è voluto cioè evitare che tutto l’impegno pastorale si riducesse all’organizzazione di una celebrazione liturgica festosa a cui faceva seguito un grande momento distensivo di condivisione intorno al pasto”.
Questa la spiegazione ufficiale, che sembra aprire scenari inquietanti. A parte la parola “coscientizzazione” che sembra uscita direttamente dalla facoltà di sociologia di Trento, a questo punto che facciamo del Natale? Anche il 25 dicembre si mangia e si beve e si fa festa. Oltre ovviamente a pregare e andare a messa. Che facciamo? Spostiamo al 7 marzo?
Che poi: la celebrazione degli anniversari di matrimonio nelle messe non è nient’altro che una serie di preghiere rituali nella messa per la benedizione degli sposi. Quindi, a rigor di logica, è una preghiera anche per chi è divorziato o, come si ama dire oggi, ferito, il quale è ancora sposato di fronte a Dio e quindi nulla vieta che la preghiera lo tocchi.
Però, leggendo il Messale Romano, è facile comprendere perché certe preghiere diano fastidio e si capisce come certe raccomandazioni non siano altro che il frutto di certe ermeneutiche sinodali oggi molto in voga.
“Siete venuti nella casa del Signore per rinnovare gli impegni solennemente sanciti davanti all'altare. Perché la divina grazia vi confermi nel santo proposito, rivolgete a Dio il vostro ringraziamento e la vostra supplica”. Gli sposi invece dicono: “Benedetto sei tu, o Padre, perché ci hai benignamente assistiti nelle vicende liete e tristi della vita; aiutaci con la tua grazia a rimanere sempre fedeli nel reciproco amore, per essere buoni testimoni del patto di alleanza in Cristo Signore”. Alla benedizione delle fedi: “Signore, benedici questi anelli nuziali: gli sposi che li porteranno custodiscano integra la loro fedeltà, rimangano nella tua volontà e nella tua pace e vivano sempre nel reciproco amore”. E la preghiera finale: “Dio vi custodisca in tutti i giorni della vostra vita: sia vostro aiuto nella prosperità, conforto nel dolore e colmi la vostra casa delle sue benedizioni. Per Cristo nostro Signore”.
Insomma: in quelle preghiere si parla di fedeltà, di impegno, di protezione del cielo, di aiuto di Dio, di alleanza, di tutti i giorni della vita. Si parla dunque di una felicità eterna, di un aiuto di Dio costante, di uno sforzo nella quotidianità nell’amarsi e nell’accettarsi. Si parla di un obiettivo che oggi è diventato non solo irraggiungibile, ma anche scorretto, non consono ai tempi e ora offensivo per chi invece di fronte a quegli impegni è caduto.
Quella dell'Ufficio per la pastorale familiare è una visione ecclesiologica che va oltre la sfera matrimoniale e famigliare, è un pugno in faccia ad un sacramento che dovrebbe essere uno dei pilastri della vita cristiana. E soprattutto è un degradare il matrimonio cristiano a una delle tante opzioni umiliando chi in quel matrimonio ha seminato vita, sofferenza, speranze e può presentarsi di fronte al Signore per rendere grazie di tutto ciò che ha ricevuto.
Non per vantarsi, perché di fronte ad una coppia che rinnova le promesse matrimoniali non c’è nessun vanto: c’è semmai una consapevolezza ancora maggiore rispetto al giorno del matrimonio dell’importanza, della sfida creatrice a cui Dio ha chiamato gli sposi, c’è un abbandono maggiore, proprio perché tante ne sono state vissute.
Invece un ufficio di pastorale familiare può permettersi di presentare una visione rovesciata della realtà, e dunque diabolica, che induce a ritenere il matrimonio come qualche cosa di sconveniente, almeno di fronte a qualche categoria “sociale”, da non promuovere, qualche cosa di cui vergognarsi, uno scandalo. Invece di illustrare a chi vive situazioni irregolari quale sia la situazione perfetta insegnata dalla Chiesa, la Diocesi più grande d’Europa voleva smettere di insegnare per gettare in pasto ai suoi fedeli il più trito del così fan tutti, svilendo l’opera di chi, in questi anni di inizio millennio, si sta battendo nella società perché la famiglia abbia il suo centro originario nella vita dell’uomo.
E poco importa se la burocrazia curiale accampa le giustificazioni più astruse. Resteranno sempre delle scuse, che il più delle volte serviranno a celare alcune, misere, buone intenzioni. Che sappiamo bene che cosa sono solite lastricare.  

venerdì 27 gennaio 2017

Sport, famiglia e a letto presto: così la «libertaria» Islanda protegge i suoi giovani dalla droga

Sport, famiglia e a letto presto: così la «libertaria» Islanda protegge i suoi giovani dalla droga

La droga è uno dei grandi problemi di oggi, con circa un terzo dei giovani italiani che nella vita ha fatto uso di una sostanza illecita tra cannabis, cocaina, eroina, allucinogeni e/o stimolanti (Libro Bianco sulla Droga, 2016).
A remare contro una sana politica di prevenzione, tuttavia, gioca un ruolo assolutamente negativo l’idea (sbagliata) postsessantottina per cui esisterebbero droghe “leggere”. No, la droga è droga sempre e le conseguenze fisiche e psicologiche legate al suo consumo non vanno affatto sottovalutate.
Nei mesi scorsi ProVita Onlus si è apertamente schierata contro il ddl Giachetti (firmato da altri 238 suoi colleghi) e contro l’iniziativa dei Radicali di novembre: legalizzare la cosiddetta “droga leggera” è un errore che un Paese civile non deve commettere, perché non rappresenta una tutela per i cittadini e non fa altro che aumentarne il consumo. La nostra rivista di novembre è, in tal senso, molto chiara.
La posizione proibizionista, tuttavia, non è ben vista, nonostante i dati – anche italiani – ci dicano che questa sia l’unica strada possibile. Dire un chiaro «No», senza eccezioni.
Ora arrivano dall’Islanda importanti conferme rispetto alla validità di questa posizione: nell’isola, infatti, con un lavoro congiunto tra famiglie, Stato e istituzioni scolastiche e ricreative si è riusciti a invertire nettamente il senso di marcia.
Tutto è nato da una tesi di dottorato realizzata da Harvey Milkman, professore di psicologia americano che oggi insegna all’università di Reykjavik. «Lo studio di Milkman concluse che le persone consumano eroina o anfetamine a seconda della loro predisposizione nella gestione dello stress. Chi usa l’eroina vuole ottenere un effetto di stordimento, chi assume anfetamine cerca un effetto contrario. Mentre l’alcol è sedativo».
Ecco quindi che viene elaborata un’alternativa: trovare delle attività alternative, salutari, che fossero in grado di ottenere nel cervello lo stesso effetto di “sballamento” della droga.
Il programma anti-droga islandese, denominato “Youth in Iceland”, iniziò ufficialmente nel 1992. All’epoca il 25% dei giovani islandesi fumava ogni giorno, mentre il 40% si era ubriacato l’ultima volta appena un mese prima. Dati allarmanti.
Dai questionari preliminari emerse tuttavia un dato interessante: i giovani che praticavano uno sport e che avevano un buon rapporto con i loro genitori erano meno inclini a fare uso di droga.
Si decise quindi di puntare su questi aspetti: passare del tempo di qualità in casa; aumento delle attività sportive e artistiche, anche con incentivi statali per i meno abbienti; modifica delle leggi: via le pubblicità di bevande alcoliche e fumo, divieto di acquisto di sigarette per i minori di 18 anni e di alcol per i minori di 20 anni; infine, ai ragazzi tra i 13 e i 16 anni fu imposto il coprifuoco alle 10 di sera in inverno e a mezzanotte d’estate.
I risultati sono sorprendenti: «Tra il 1997 e il 2012 raddoppiò il numero degli adolescenti che praticava sport quattro volte a settimana e che trascorreva più tempo con i genitori. Di pari passo crollò la percentuale di ragazzi che assumevano alcol e droghe».
L’Islanda, con il programma di recupero “Youth in Iceland“, è dunque riuscita nel suo intento. Nessuno Stato ha però il coraggio di seguirla. Ma ai giovani… qualcuno ci pensa?
Fonte: Agi.it
Il granello di senape

      "A che cosa somiglia il regno di Dio, a che cosa dirò che è simile? È simile a un granello di senape, che, preso e gettato da un uomo nel suo orto, crebbe ed è divenuto un albero, e gli uccelli del cielo si sono posati sui suoi rami" (Lc 13,18-19).

Questo passo ci insegna che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape. Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: "Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare (Mt 17,20). Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male. Vuoi esser certo che bisogna avere una grande fede? Leggi l’Apostolo: "E se avessi così tanta fede da trasportare le montagne" (1Co 13,2).

Orbene, se il regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede. Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli; e il regno dei cieli è dentro di noi come dentro di noi è la fede. Leggiamo infatti: "Il regno dei cieli è dentro di voi" (Lc 17,21); e altrove: "Abbiate la fede in voi" (Mc 11,22). E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri.

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito: ma triturata dalle avversità, diffonde la grazia della sua virtù, in modo da penetrare del suo profumo anche coloro che leggono o ascoltano.

Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: "La loro eco si è propagata per tutta la terra" (Ps 18,5).

Ma la fede talvolta è tritata, talvolta premuta, talvolta seminata.

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato, in modo che noi potessimo dire: "Noi siamo per Dio il buon profumo di Cristo" (2Co 2,15); volle essere premuto, sicché Pietro disse: "La folla ti preme intorno" (Lc 8,45) ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu «preso e gettato da un uomo nel suo orto». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse. È divenuto un albero, così come sta scritto: "Come un albero di melo tra gli alberi della foresta, così è mio fratello tra i giovani" (Ct 2,3).

Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto - l’orto è un luogo pieno di fiori e di frutti diversi - in modo che vi fiorisca la bellezza della tua opera e profumi l’odore vario delle diverse virtù. Là dunque sia Cristo, dove c’è il frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo...

Vuoi sapere che Cristo è il granello, e che è stato seminato? "Se il granello di grano non cade in terra e vi muore, esso resta solo: ma quando è morto produce molto frutto" (Jn 12,24). Non abbiamo dunque sbagliato dicendo ciò che egli stesso ha già detto. Egli è anche il granello di grano, perché fortifica il cuore degli uomini (Ps 103,14-15), e granello di senape, perché accende il cuore degli uomini. E, sebbene sia l’una che l’altra similitudine appaiano adatte, egli sembra tuttavia il granello di grano quando si tratta della sua risurrezione: egli è infatti il pane di Dio disceso dal cielo (Jn 6,33), affinché la parola di Dio e il fatto della risurrezione nutrano l’anima, accrescano la speranza e consolidino l’amore. È invece granello di senape, affinché sia più amaro e austero il discorso sulla passione del Signore: più amaro, perché spinga alle lacrime, più austero perché generi commozione. Così, quando leggiamo o ascoltiamo che il Signore ha digiunato, che il Signore ha avuto sete, che il Signore ha pianto, che il Signore è stato flagellato, che il Signore ha detto al momento della passione: "Vigilate e pregate per non entrare in tentazione" (Mt 26,41), noi, colpiti, per così dire, dall’aspro sapore di questo discorso, siamo spinti a moderare la troppo gradevole dolcezza dei piaceri del corpo.

Dunque, chi semina il granello di senape, semina il regno dei cieli.

Non disprezzare questo granello di senape: "È certamente il più piccolo di tutti i semi, ma diviene, una volta cresciuto, il più grande di tutti gli ortaggi" (Mt 13,32). Se Cristo è il granello di senape, in che modo egli è il più piccolo, e in che modo cresce? Non è nella sua natura, ma secondo la sua apparenza che cresce. Vuoi sapere in qual modo è il più piccolo? "Lo abbiamo visto e non aveva né bella apparenza né decorosa" (Is 53,2). Apprendi ora come è il più grande: "Risplendeva di bellezza al di sopra dei figli degli uomini" (Ps 44,3). Infatti colui che non aveva né bella apparenza né decorosa, è stato fatto superiore agli angeli (He 1,4), oltrepassando tutta la gloria dei profeti...

Cristo è il seme, in quanto è seme di Abramo: "Poiché le promesse furono fatte ad Abramo e al suo seme. Egli non dice: ai suoi semi, come parlando di molti; ma, come parlando di uno solo: al suo seme, che è il Cristo" (Ga 3,16). E non soltanto Cristo è il seme, ma è il più piccolo di tutti i semi, perché non è venuto né nella regalità, né nella ricchezza, né nella sapienza di questo mondo. Orbene, subito egli ha allargato, come un albero, la cima elevata della sua potestà, in modo che noi possiamo dire: "Sotto la sua ombra con desiderio mi sedetti" (Ct 2,3).

Sovente, credo, egli appariva contemporaneamente albero e granello. È granello quando si dice di lui: "Non è costui il figlio di Giuseppe l’artigiano?" (Mt 13,55). Ma, nel corso di queste stesse parole, egli subito è cresciuto, secondo la testimonianza dei giudei, perché essi non riescono neppure a toccare i rami di quest’albero divenuto gigantesco: "Donde gli viene" - essi dicono - "questa sapienza"? (Mt 13,54).

È dunque granello nella sua apparenza, albero per la sua sapienza. Tra le foglie dei suoi rami, l’uccello notturno nel suo nido, il passero sperduto sul tetto (Ps 101,8), colui che fu rapito in paradiso (2Co 12,4), e colui che dovrà essere trasportato sulle nubi in aria (1Th 4,17), hanno ormai un luogo sicuro dove riposare. Là riposano anche le potenze e gli angeli del cielo, e tutti coloro che per le azioni spirituali meritarono di volare. Vi riposò san Giovanni, quando reclinava la testa sul petto di Gesù, o meglio, egli era come un ramo nutrito dal succo vitale di quest’albero. Un ramo è Pietro, un ramo è Paolo "dimenticando ciò che sta dietro e tendendo a ciò che sta davanti" (Ph 3,13): e noi, che eravamo lontani, che siamo stati radunati dalle nazioni, che per lungo tempo siamo stati sballottati nella vanità del mondo dalla tempesta e dal turbine dello spirito del male, spiegando le ali della virtù, voliamo nel loro seno e come nei recessi della loro predicazione, affinché l’ombra dei santi ci protegga dal fuoco di questo mondo.

Così, nella tranquillità di un sicuro riposo, la nostra anima, che una volta era curva, come quella donna, sotto il peso dei peccati, «scampata come un uccello dalle reti dei cacciatori» (Ps 123,7) si è levata sui rami e i monti del Signore (Ps 10,1).

Ambrogio, Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186
 GETTATI NELLA STORIA COME SEMI NELLA TERRA PERCHE' CRISTO DIA IN NOI IL FRUTTO DELL'AMORE 


Spesso il Vangelo ci trascina in un violento testacoda, come quando Gesù parla del Regno di Dio, oggetto preferito delle confidenze sussurrate "in privato" ai suoi amici. Gli apostoli, infatti, hanno molto a che fare con esso. Quando Gesù afferma che "il Regno è come un uomo che getta il seme nella terra", oppure "come un granellino di senapa", sta dicendo che il Regno di Dio non è un luogo circoscritto ma "si può paragonare" a un evento sempre in evoluzione. Lo può "descrivere" solo una "parabola" che racconta una storia, ma allo stesso tempo è molto più di un semplice oggetto. Il Regno è come un uomo che semina, ma è anche come il seme, che "cresce e germoglia". E' una persona, ma è anche la sua vita. E' un piccolo resto che distende le sue radici nella terra ma non resta fermo; come il popolo di Israele si muove nel buio dell'Egitto, buca la superficie della terra uscendo dalla schiavitù, esce alla luce passando attraverso il mar Rosso, e continua a crescere nel deserto puntando il Cielo della terra promessa per diventare un popolo che, come un segno dell'amore di Dio, distende i suoi rami, "tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra". Il Regno di Dio è Cristo, che getta se stesso nella storia di ogni uomo, ma è anche il Popolo unito a Lui come la terra al seme. Egli ne assorbe le speranze e i fallimenti, le gioie e i dolori, anche i peccati, per trasformare tutto in un prodigio di amore robusto e fecondo. E' un mistero, è il Mistero Pasquale nel quale il corpo esanime di Gesù è trasformato in un corpo glorioso capace di dispensare vita senza fine. Mette i brividi, eppure neanche l'uomo Gesù "sapeva come" ciò sarebbe potuto accadere. E lo si vede bene nel Getsemani, quando, prostrato nell'angoscia, chiede al Padre di risparmiargli il calice della Passione. Quella notte Gesù si trovava proprio come un contadino che getta il seme in terra: questi sa che lì dentro accade qualcosa capace di trasformare quel puntino che teneva in mano in una pianta o in un albero, ma non sa come ciò si realizza. Il contadino, infatti, non è mai stato un seme, e per quanto le conoscenze scientifiche attuali ce lo sappiano spiegare, nessuno di noi ha mai vissuto l'esperienza di un seme gettato in terra. Così Gesù è dovuto entrare nell'ignoto, in quel passaggio doloroso e sconosciuto che il demonio ha colto a pretesto per tenerci schiavi tutta la vita. Sapeva che lo avrebbero preso, insultato, deriso, flagellato e appeso alla croce; sapeva che sarebbe morto e risorto, ma come ciò sarebbe accaduto non lo sapeva. Era certo che il Padre non lo avrebbe abbandonato, ma doveva entrare senza mappe né istruzioni in quel pezzo di terra a forma di sepolcro; doveva, per essere il primogenito di molti fratelli, la primizia del Regno di Dio, il Capo che porta alla salvezza il suo Popolo. Doveva perché in Lui tutti noi, scelti e chiamati a far parte del suo Corpo vivo nella storia, potessimo entrare nella terra buia che ci attende per uscirne vittoriosi come un albero che abbraccia nella salvezza le Nazioni pagane ancora schiave del demonio. 

Ecco, le parabole di oggi annunciano il Regno di Dio come il passaggio dalla morte alla vita: lo profetizzano per Gesù ma anche per ciascuno di noi; e anche per ogni uomo, per chi ci è accanto in ufficio e per il quale pensiamo non vi sia più speranza. Anche per tuo figlio o tuo cugino, anche per un pedofilo o un terrorista. Non sappiamo come possa accadere che anch'essi si salvino. Certo sono liberi, possono rifiutare sino in fondo l'occasione. Ma per tutti, misteriosamente, c'è un pezzo di terra dove Cristo si getta per morirvi con loro e così strapparli alla dannazione unendoli a sé nella risurrezione. E quel pezzo di terra è proprio quel momento in cui la persona accanto è più indurita, ci aggredisce e ci insulta, ci rifiuta e disprezza; ci uccide dentro. E' il kairos, il momento favorevole in cui la terra si spacca, magari impercettibilmente, per accogliere il nostro amore, che significa la nostra morte. Perché così è accaduto a Gesù, quando ha gettato se stesso nella terra della nostra vita che con i peccati lo ghermiva per ucciderlo. No, non sappiamo che cosa succederà dopo, quanto tempo dovremo restare in quel sepolcro spalancato dai peccati dell'altro. Lo sa una moglie abbandonata da un marito? Lo sanno il padre e la madre di un figlio che li detesta e se ne va di casa? Lo sa chi è stato truffato e derubato, insultato e calunniato? Lo sa un missionario rifiutato e perseguitato? No, nessun cristiano che offre la sua vita lo sa, ma ha la certezza che darà frutto, perché allo stesso modo l'amore di Cristo ha dato frutto in lui. Nel Vangelo di Giovanni Gesù invita gli apostoli a "guardare i campi - tutto il mondo! -che già biondeggiano per la mietitura"; e nel brano di oggi, dove si legge di "metter mano alla falce", l'originale greco ha "apostellei", che significa "inviare", da cui deriva "apostolo". La mietitura è dunque l'invio degli apostoliperché l'annuncio del Vangelo è già l'inizio della raccolta dei frutti! Non è questione di "dormire o vegliare", perché "il chicco pieno nella spiga" non dipende dagli apostoli, ma da Cristo. E' Lui che ha già dato la sua vita per tutti, ed è ancora Lui che parla e agisce nei cristiani. Per questo Egli vede anche nel più grande peccatore, anche nelle zone del mondo più pagane e indifferenti al vangelo, la salvezza che gli uomini non vedono perché non sanno: Lui sa perché è entrato nella morte ed è risorto perché il suo mistero di Pasqua dia frutto in tutti. C'è una "spontaneità" del bene più forte del male che è sempre innaturale. Essa si sprigiona nell'uomo quando egli viene a contatto con l'origine e il compimento del bene; quando cioè Cristo tocca il suo cuore e vi entra per risuscitare in lui e far crescere e fruttificare il seme divino che vi giace sin dalla creazione. E' quanto accade come un segno di speranza in chi è accolto nella Chiesa attraverso un lungo cammino iniziato con la semina della Parola; in virtù del suo potere, essa "cresce in lui spontaneamente" generando fede, speranza e carità, i segni della vita nuova che estenderà i suoi rami per accogliere i peccatori nella misericordia.