Pagine

giovedì 26 aprile 2018

αποφθεγμα Apoftegma

La Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani,
non è costituita per cercare la gloria terrena,
bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione.

Concilio Vaticano II, Lumen gentium

BEATI NELLA BEATITUDINE DEL SERVO CHE SI E' CONSEGNATO A NOI


Possiamo essere "beati", e non è così difficile. Basta "sapere" di essere "servi". Ma purtroppo, essere servi è proprio quello che non ci piace... E per questo non siamo "beati", cioè felici in pienezza. "Servire" nel posto di lavoro? Al contrario, in nome della giustizia non muoviamo un dito per fare qualcosa che non ci compete. "Servire" in famiglia? Ma se la donna tutto deve fare meno che "servire". E potremo continuare, a cominciare dai figli, che prova a dirgli di mettersi a servizio dei fratelli... Siamo contagiati dall'orgoglio di Lucifero, e risuona in noi lo stesso "non serviam", non serviamo degli angeli decaduti perché volevano essere "più grandi del loro Padrone" e Creatore. Ma oggi il Signore ci annuncia che è preparata per noi la prima e fondamentale "beatitudine": “Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato” (Sal 32,31). Nella Chiesa possiamo sperimentarla, attraverso la confessione e gli altri sacramenti, nella predicazione e nella comunità che mai ci rifiuta. Nella misericordia possiamo "conoscere" il Signore, e il Padre in Lui. "Conoscere", ovvero essere ricreati in Cristo, che con la sua vittoria sulla morte ci dona l'identità perduta con il peccato. La stessa sua identità, l'immagine e la somiglianza con il Padre, quella del "servo" che offre la sua vita gratuitamente. Coraggio allora, gettiamoci con fiducia tra le braccia crocifisse del Signore. Coraggio, Lui si è legato a noi indissolubilmente, e la nostra vita acquista senso e pienezza solo nel lasciar trasparire dai nostri sguardi, dalle parole, dai gesti, dalla vita, la sua presenza. Frasi del tipo "ho bisogno di tempo per me stesso", "devo cercare la mia identità", stonano con la vita rinnovata di chi ha "accolto" Gesù. Sarebbe assurdo e innaturale voler vivere un'altra vita. "Saremo beati" se, "capendo", cioè sperimentando nel nostro intimo di essere la carne di Cristo che cammina nella storia, "metteremo in pratica", "faremo" secondo l'originale greco, quello che la natura divina di cui diveniamo partecipi desidera compiere in noi. Gesù "conosce quelli che ha scelto", ogni nostra debolezza e contraddizione, e ci attira a sé costituendoci "altri se stesso" per gli uomini che incontreremo. Allora, la nostra "beatitudine" è accogliere oggi la sua Parola che ci "fa", ci crea, suoi apostoli. E "sapere" che essa coincide con la salvezza offerta al nostro prossimo. Per questo ogni incontro, ogni parola detta, ogni gesto che scaturisce dall'intimità con Gesù è una scintilla dello Spirito Santo capace di salvare una vita; tu ed io nel mondo perché ogni persona che incontreremo abbia in noi l'occasione di "accogliere Cristo", e, con Lui, il Padre. Ma, come in Gesù, anche in noi "si deve adempiere la Scrittura" che ci profetizza il tradimento: "Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno". Anche oggi, qualcuno si "leverà contro di noi"! Non stupirti, come Giuda ha fatto con Gesù, qualcuno ci venderà, tradirà la fiducia, l'amore, traviserà i "segni" del "discepolo mandato" dal Signore. E sarà proprio l'amico, lui per primo. Giuda si incarnerà in chi "mangia con noi”. E' un mistero che spacca il cuore. Ma "si deve adempiere" nella nostra vita, altrimenti non si aprirebbe un cammino di salvezza per chi ci rifiuterà. Deve arrivare l'umiliazione, altrimenti non potremmo "sapere" nella nostra carne che Gesù è "Io sono", l'Onnipotente che entra nella morte e vi esce vittorioso. Ma coraggio, perché ce lo "dice fin d'ora, prima che avvenga", per farci partecipi del suo discernimento che guarda a ogni evento con gli occhi dell'amore. "Un discepolo non è più del Maestro" crocifisso, e "un apostolo non è più grande di Colui che lo ha inviato", umiliato e tradito. "Servi" di tutti, è questo il nostro "brand" inconfondibile. Lo è in quanto genitori, presbiteri, vescovi, perché lo è in quanto siamo cristiani. Chi ci è accanto ha bisogno della prova che siamo "mandati" da Cristo, ha diritto a vederci crocifissi. Come è accaduto, e accade ogni giorno per noi, che contempliamo nella nostra vita l'amore infinito di Cristo che ci accoglie e perdona i mille tradimenti con cui diciamo di non conoscerlo. 

mercoledì 25 aprile 2018



αποφθεγμα Apoftegma

La presentazione del messaggio evangelico 
non e' per la Chiesa un contributo facoltativo: 
e' il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesu'
affinche' gli uomini possano credere ed essere salvati
Si, questo messaggio e' necessario. E' unico. E' insostituibile. 
Non sopporta ne' indifferenza, ne' sincretismi, ne' accomodamenti. 
E' in causa la salvezza degli uomini
Esso rappresenta la bellezza della rivelazione. 
Comporta una saggezza che non e' di questo mondo. 
È' capace di suscitare, per se stesso, la fede, 
una fede che poggia sulla potenza di Dio. 
Esso e' la Verita'. 
Merita che l'Apostolo vi consacri tutto il suo tempo, 
tutte le sue energie, e vi sacrifichi, se necessario, la propria vita.

Paolo VI, Evangelii nuntiandi
CON CRISTO NON SUBIAMO LA VITA, MA LA SPENDIAMO DA PROTAGONISTI


Accadono tragedie in questo tempo nel Mar Mediterraneo; fondamentalismi e regimi dispotici fanno a fette la dignità delle persone; nascono nuove aberranti ideologie sul ceppo di quelle antiche che hanno polverizzato intere generazioni. Accade che, di nuovo, il male è chiamato bene e il bene considerato male. Ma oggi ci sono i media, e i social networks, e gli organismi internazionali, e di fronte a tanto male si moltiplicano le ricette per combatterlo, e i guru che sanno tutto di tutto spuntano come funghi. Anche a casa nostra, in famiglia, e poi nel condominio, al lavoro, a scuola, al mercato. Spesso anche nella Chiesa, nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nei gruppi e nei movimenti, nelle Diocesi e negli Ordini Religiosi. Ovunque sembra regnare la confusione, con scampoli di Verità affermati come assoluti. Ma Dio non si e' fatto carne, non e' entrato nella morte, non e' risorto per dare una pacca sulle spalle dell'umanità, un incoraggiamento e una consolazione di marmellata, una soluzione a buon mercato. C'e' di mezzo salvezza e condanna per "ogni creatura". Dimenticare il dramma che costituisce la vita dell'uomo, la reale possibilità di perdere o salvare la propria anima è forse il rischio piu' grande che corre la Chiesa. Se essa non freme di zelo e compassione autentiche per "ogni creatura", compromette la sua missione. La Chiesa è mandata ad annunciare il Vangelo, custodendo il deposito della fede che si fa visibile attraverso segni concreti e inequivocabili negli apostoli e in chi accoglie il loro annuncio: "Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità piu' profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI, Evengelii nuntiandi). Gesù è risorto e dal Cielo accompagna i discepoli "dappertutto" agendo con loro, autenticando la loro parola con i segni celesti che svelano la presenza di Dio. Sono segni soprannaturali, opere, prodigi, miracoli che l'uomo, per quanto onesto, buono, rispettoso non può compiere. Su di essi vi è, inconfondibile, il copyright di Dio. Opere di Dio nella carne debole degli uomini, che svelano la loro natura celeste. Di conseguenza, naturalmente, chi crede al Vangelo opera quanto esso annuncia; e' passato dalla morte alla vita e ogni sua opera ha il sapore del Cielo, come un aereo che supera la barriera del suono, essa oltrepassa la barriera della carne e della corruzione. Il veleno che uccide, la condanna di chi non crede, non reca danno a chi ha oltrepassato la soglia del sepolcro. Il veleno dell'invidia, del rancore, del giudizio, del male, non può nulla in chi crede. Gli apostoli passano indenni nelle fiamme delle persecuzioni, la loro fede vince il mondo. Attraverso di essa giunge agli uomini la stoltezza della predicazione, e coloro che accolgono l'annuncio degli apostoli ricevono gratuitamente la loro stessa fede. Parlano la nuova lingua del Vangelo, radice incorruttibile dell'amore e vincolo dell'unita', i segni offerti al mondo perché possa credere. Così, la stessa fede che muove gli araldi del Vangelo, irrora la vita di chi lo accoglie, ed essa si fa visibile come un sigillo nei segni che l'accompagnano. Esattamente gli stessi segni accompagnano la fede di chi annuncia e di chi crede: quello che gli apostoli predicano e mostrano appare in coloro che accolgono e credono. 




I segni di cui ci parla il Signore non si possono pianificare in un consiglio pastorale, preparare nelle riunioni delle Conferenze Episcopali. Non si studiano. Sono miracoli, saette che trafiggono il banale grigiore che si abitua a tutto. Gesù non ha frequentato un corso su Dio, non lo ha conosciuto all'università, fosse anche la Gregoriana; Gesù era, semplicemente, suo Figlio. Così e' di ogni figlio nel Figlio, di ogni cristiano. Così e' per la Chiesa che attraversa i secoli con lo zelo appassionato che freme di compassione, e la spinge ad andare dappertutto, nella consapevolezza che ogni evento che la riguarda, ogni persecuzione, ciascun istante della vicenda concreta dei suoi apostoli, è legato ed è favorevole e contribuisce al bene delle anime e alla missione di annunciare il Vangelo. Nulla della nostra vita è fine a se stesso, perché tutto è in funzione della missione alla quale siamo chiamati. Il veleno che oggi ciascuno di noi dovrà bere - l'incomprensione del marito, la ribellione del figlio, la malattia, la precarietà economica - è il segno con il quale il Signore accompagna e sostiene e certifica la nostra fede e quella di coloro ai quali siamo inviati. Anche oggi prenderemo in mano il serpente antico, il seduttore di tutta la terra, la menzogna che che avvelena la vita di ogni uomo, e lo renderemo innocuo in virtù della fede, per noi e per chi ci è accanto. Parleremo lingue nuove, la lingua dell'amore che solo in Cielo si parla, quella che supera le grammatica della carne con i suoi limiti per distendersi sulle declinazioni che raggiungono le debolezze, le sofferenze, le ansie e le speranze di chi ci è posto accanto senza il filtro dei nostri criteri, senza le correzioni che l'affettività vorrebbe apporre alle parole che descrivono la loro vita. Guariremo i malati, sì, in virtù della fede toccheremo il cuore ferito di chi ci è vicino deponendovi la misericordia di Dio. La Chiesa annuncia il Vangelo con i segni della Croce, gli stessi compiuti da Mosè con il suo bastone dinanzi al Faraone; non ve ne sono altri, perché il Vangelo è la buona notizia che rivela la sapienza della Croce. La nostra storia concreta, infatti, è un segno materno per i figli, i coniugi, i fidanzati, gli amici, i colleghi. Tutto è segno di un amore che vince la morte e il peccato, e che trasforma la condanna in Grazia. Anche oggi siamo mandati dappertutto, in ogni istante della nostra giornata, e nulla ci è indifferente, da nessuna situazione dobbiamo scappare. Niente ci cade addosso improvviso, perché è il Signore che ci invia a vivere ogni evento da risorti con Cristo; non subiamo la vita, la affrontiamo da protagonisti, come la missione più importante: liberare i prigionieri, cancellare la condanna che pesa su ogni uomo, spalancare per tutti le porte del Cielo, il destino di felicità eterna che il Vangelo annuncia: "il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile" (Paolo VI).

martedì 24 aprile 2018

NASCOSTI NELLA MANO DEL BUON PASTORE


E' "inverno", ed è molto più di una stagione. E' la realtà nella quale si trovavano i "capi dei giudei", molto simile alla nostra. L'inverno è freddo e piovoso, la vita sembra addormentata, fa notte presto e si ha bisogno di luce e di calore. Rieccheggia, in questa notazione non a caso precisa, un versetto del Cantico dei Cantici: "L'inverno è passato, la pioggia è finita e se n'è andata". I Padri hanno visto in questo inverno la situazione della sposa, immagine del Popolo di Israele, prima dell'avvento di Cristo: "fino adesso durante l'inverno delle tentazioni e le tempeste dei vizi, la sposa se n'è stata rintanata e impaurita, le bastava rinchiudersi in se stessa. Non usciva mai fuori di sé, non coglieva i fiori della Scrittura Divina, non aveva le gioie spirituali della Grazia o i frutti dello Spirito" (Guglielmo di Saint-Thierry). Ma "l'inverno per noi può significare la vita presente che, assillandoci con le continue tentazioni come fossero pioggie fastidiose, ci spinge alla sequela di Cristo" (S. Gregorio Magno). Ed era proprio così, un duro inverno per Israele, anni e anni sotto il giogo dei Romani. E' un duro inverno per noi, da quando, come predicava Gregorio di Nissa, "l'inverno della disobbedienza seccò la radice, e quindi il fiore fu scosso e si dissolse a terra, l'uomo fu spogliato della bellezza dell'immortalità, e si seccò l'erba delle virtù, e l'amore per Dio si raffreddò perché abbondò l'ingiustizia, per cui si sollevarono in noi le molteplici passioni che producono lo sciagurato naufragio dell'anima nostra". Nel mezzo di questo inverno Gesù "passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone". Questo era un colonnato coperto posto sul lato orientale del cortile cortile dei gentili, esterno del Tempio. Gesù passeggiava dunque su quel limite dove la santità di Dio si affacciava sulla vita dei pagani. Anche questa notazione è importante: Gesù cammina sul confine che separava Israele e il loro Dio dalle altre Nazioni e dai loro dei. E qui inizia il processo dei Giudei a Gesù, identico a quello che, ogni giorno, anche noi intentiamo contro di Lui. Qui "gli si fecero attorno", la stessa espressione minacciosa del Salmo 22, che incontriamo quando l'orante afferma di "essere circondato da un branco di cani". Non a caso si tratta del salmo recitato da Gesù durante l'agonia sulla Croce. Gesù passeggia come Dio nel Paradiso alla ricerca di Adamo. La sua sola presenza in quel luogo è per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". La domanda dei Giudei, in fondo, è il tentativo goffo di difendersi di fronte a quella presenza così ingombrante: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente», che, seguendo l'originale greco, si potrebbe leggere anche: ""Fino a quando ci toglierai la vita?". Proprio come Adamo che aveva paura di Dio, ormai nudo e preda dell'"inverno". Potremmo allora chiederci chi, sotto il portico di Salomone, fosse Adamo: i giudei e i loro capi? Oppure i gentili che sin lì potevano arrivare? Adamo era dentro o fuori il "recinto" del Tempio? Non è una domanda da poco. Il dialogo tra i capi dei Giudei e Gesù avviene, infatti, mentre "ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione". E Hanukah, la festa della Dedicazione, aveva a che fare proprio con i pagani: ricorda, infatti, il tempo in cui "il Tempio fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo" (2 Maccabei 6,4-6). Il culmine si raggiunse quando il Tempio fu profanato, spogliato dei suoi tesori e usato per il culto pagano. Il 25 kislèv 167/168 a. E. V. fu immolato un maiale, animale impuro per eccellenza, sull’altare sacro; con una parte della carne prepararono un brodo che fu spruzzato per tutto il Tempio, che fu poi dedicato a Zeus Olimpio. Nel 165/166 a. E. V. Giuda Maccabeo e i suoi fratelli ebbero finalmente la meglio, riconquistarono il Tempio e lo dedicarono di nuovo. Istituirono allora la festa di Khanukàh per celebrare la vittoria: "Vi fu gioia molto grande in mezzo al popolo, perché era stata cancellata la vergogna dei pagani. Poi Giuda e i suoi fratelli e tutta l’assemblea d’Israele stabilirono che si celebrassero i giorni della dedicazione dell’altare nella loro ricorrenza, ogni anno, per otto giorni, cominciando dal venticinque del mese di Casleu, con gioia e letizia" (1Maccabei 4, 58-59). Ma non fu solo una guerra contro i greci di Antioco Epifane. Nelle loro file militavano, infatti, anche israeliti apostati. Fu, dunque, una guerra civile, ebreo contro ebreo. Ma, accanto all'evento della riconquista, c'è un altro aspetto importante di questa festa; ce lo racconta il Talmud: "Cosa è Hanukhah? Hanno insegnato i Maestri: il 25 del mese di Kislev iniziano gli otto giorni di Hanukhah, giorni in cui non si possono fare manifestazioni di lutto e non si può digiunare. Quando i greci entrarono nel Tempio, resero impuro tutto l'olio, e gli Asmonei, dopo aver sconfitto il nemico greco, cercarono e non trovarono che una sola ampolla d'olio, che era rimasta pura, perché ancora chiusa con il sigillo del Sommo sacerdote. Questa ampolla sarebbe bastata per illuminare il Tempio un solo giorno. Accadde un miracolo con quella ampolla, e così essi poterono accendere il lume per otto giorni. L'anno seguente stabilirono di rendere quei giorni, giorni di festa e di lode" (Talmud Shabbath 21b). Per la festa si usava un candelabro particolare a otto bracci, chiamato khanukiyàh. Durante la festa i cortili del Tempio risplendevano di luce. Ogni casa era illuminata dal candelabro poste ben in vista vicino alle porte che davano sulla strada, affinchè si potesse vedere la luce dall'esterno. Al tramonto della prima sera si accendeva una candela, la seconda sera due, e così sino all’ottavo giorno. La prima candela si accendeva sul lato destro del candelabro, e poi via via le altre da destra a sinistra; tutte però si accendevano servendosi dello "Shamash" – la cosiddetta candela servitore – che si poneva sul candelabro in luogo diverso e lontano dalle altre otto candele. Tutto questo per ricordare il "miracolo" che Dio aveva compiuto, segno e sigillo della liberazione di Israele dal giogo di Antioco Epifane, e il ritorno alla purezza del culto. Ad Hanukhah, dunque, era forte l'attesa messianica, ed era tutta orientata verso il ristabilimento della libertà per il popolo di Israele. E' in questo contesto che dobbiamo comprendere la domanda dei capi dei Giudei. 




Volevano spingere Gesù a rivelarsi, lo affrontano con malizia e violenza perché svelasse finalmente se era Lui il liberatore atteso. Ma, in fondo, avevano già stabilito che non lo era, aveva violato il "sabato", chiamava Dio suo Padre, c'era in Lui qualcosa di pericoloso, di eretico. I Giudei non volevano "conoscerlo", ma solo smascherarlo per avere un capo d'accusa con cui poterlo fare fuori. Li aveva chiamati figli del demonio, come poteva essere accolto da chi era tanto cieco da non rendersi conto che, pur essendo discendenza di Abramo, pur stando al di qua del "recinto", nel cuore del Tempio, erano pagani esattamente come quelli che dovevano restarne al di là. Anzi, avevano un peccato più grande, perché, pur avendo a disposizione la Legge e le Profezie, non erano capaci di riconoscerlo, erano ciechi che non accettavano di esserlo. Aspettavano un nuovo Giuda Maccabeo, e avevano di fronte il figlio di Giuseppe il falegname, uno che veniva da Nazaret... Gesù lo sapeva, e per questo risponde sibillino: "Ve l'ho detto e non credete"; non potete credere perché ascoltate la voce del Padre vostro; "voi non credete perché non siete mie pecore", ascoltate, infatti, la voce di un altro pastore, uno come Giuda Maccabeo; al tempo c'erano, infatti, gli zeloti, e Giuda, un "ladro", era zelota, come Barabba, un "brigante". Anche noi aspettiamo un tipo ben preciso di Messia, il Cristo che ci siamo fabbricati; quello che, purtroppo, anche nella Chiesa, alcuni ci hanno predicato; il Cristo che l'educazione, ricevuta in famiglia e a scuola, o la mentalità mondana, in televisione, su internet, tra gli amici, hanno modellato in noi. Anche noi aspettiamo un messia come Giuda Maccabeo, cioè uno che lotti contro l'ingiustizia; e, come Giuda vendiamo Gesù, cioè lo vorremmo obbligare a manifestarsi come uno che ristabilisca ordine, l'ordine mondano, nella nostra vita. E, come Barabba, ci ribelliamo all'ingiustizia, manifestiamo, in piazza come a casa e in ufficio. Altro che "pecore" del "recinto" di Gesù, preparate per il sacrificio! Ma attenzione, non aspettiamo solo un Cristo che ci risolva i problemi, che ci dia un lavoro, che cambi il cuore di chi ci è accanto, che trasformi i figli in brave persone con una buona famiglia e un lavoro dignitoso, che guarisca le malattie etc. No, qui, nel contesto di questa festa, il discorso si fa più sottile. "Fino a quando ci toglierai la vita?", cioè fino a quando non ci risponderai su quanto più ci angoscia, ovvero la nostra felicità? Sappiamo che essere felici è amare, donarsi, perdere la vita. A volte cadiamo nella trappola e chiediamo la felicità agli idoli. Ma c'è un'idolatria più grande, la più grande, ed è subdola, sa nascondersi e camuffarsi bene. E' quella originale: la superbia di diventare come Dio. Non solo per quello che riguarda le relazioni e la storia, cioè diventare dio di tutto, di dirigere, di saziarsi, di avere potere e prestigio. Qui si tratta della superbia che ci vorrebbe come Dio in quanto a santità morale, a non dover più sottostare alle tentazioni, ad essere perfetti in senso legalistico. La superbia che non ci fa riconoscere d'essere sue pecore, ma che ci vorrebbe pastori capaci di giudare nel bene la propria vita. Aspettiamo cioè ogni giorno un Cristo che ci faccia puri, che ci liberi dal giogo esterno a noi, quello di Antioco Epifane, che, secondo noi, ci impedisce la fedeltà e la felicità. E invece Gesù dice qualcosa di completamente diverso: Io sono molto di più del Messia, del pastore che aspettate. "Io e il Padre siamo una cosa sola", cioè, "Io sono Dio". E Dio ha rivelato il suo Nome, la sua identità, con una "voce" da dentro il roveto ardente che non si consumava. Questo significa che la felicità, ovvero la vita eterna, piena, realizzata ci viene data da Lui in mezzo al fuoco delle tentazioni. È li che possiamo "ascoltare la voce" il Pastore, che è Dio, più potente della morte. Non basta rimuovere i dittatori del pensiero mondano, le leggi pagane e i professori atei; non ci salverebbe una vita senza tentazioni, anzi, perché non saremmo liberi, e quindi non potremmo amare davvero e "conoscere" il Signore. L'idolatria è nel nostro cuore, ed è lì che il Messia autentico deve arrivare. E' lì che il "Pastore vero e bello" depone se stesso e la sua vita che non ha limiti. E' lì che possiamo essere riconsegnati a una vita da figli di Dio, capace di celebrare nella storia la liturgia che renda onore e gloria al Padre, quella dell'Agnello immolato. 




E il Pastore può giungere al cuore solo attraverso l'"ascolto". "Ascoltare" è il verbo della fede, è l'antidoto all'idolatria. "Idolo" in greco deriva da "vedere". Noi crediamo che l'intimità e la conoscenza si diano attraverso gli occhi; per questo la nostra società è fondata sul vedere. Ma la visione resta esterna, mentre le parole arrivano al cuore. Come è accaduto alla Vergine Maria. L'ascolto è l'apertura umile di una pecora che si affida al suo pastore, perché la conoscenza sorge e si compie ascoltando, che in ebraico è sinonimo di obbedire. Essere una cosa sola è ascoltare e quindi "seguire", come il Figlio ha fatto con il Padre: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono". Gesù rivela se stesso rivelando la nostra identità! Non importa se dentro o fuori dal "recinto", ogni uomo è immagine di Dio creato da Lui attraverso la sua Parola. Ascoltando possiamo essere ricreati ogni istante dalle mani di Gesù, che plasmano in noi l'agnello, mani che parlano potremmo dire; e, con la sua Parola, ci difendono dagli idoli. Nessun idolo "può strapparci dalla sua mano". Ciò significa che "Il Padre di Gesùriguardo a ciò che mi ha dato, è più grande di tutti" gli idoli di questo mondo. Il Padre ha dato a Gesù ciascuno di noi come suoi fratelli, creati in Lui a immagine e somiglianza di Dio: per questo "nessuno può strappare" la nostra identità "dalla sua mano" crocifissa, che è la stessa mano creatrice del Padre. Basta ascoltare per rinascere! Basta ascoltare davvero la sua Parola, come già la festa di Hanukhah annunciava: alcuni rabbini, infatti, vedevano la forza della sapienza della Torah nel miracolo dell'ampolla che non si è consumata. Per Beit Hillel la lotta vera con la miracolosa vittoria, fu contro la falsa ideologia dell'ellenismo e le idee pagane, che possono essere combattute solo attraverso  la luce della conoscenza della Torah. Nel mondo si vive "ascoltando" la "voce" di Dio che ci parla dal roveto, da questa ampolla che miracolosamente continua ad ardere senza consumarsi; ciò significa aprirsi alla sapienza della Croce che, pur essendo uno strumento di tortura e di morte, in Cristo è divenuta fonte di salvezza e di "vita eterna". Che bello, che consolazione! Siamo poveri e incoerenti, deboli e peccatori, eppure "Tu, nella Tua tanta misericordia, ti sei alzato in piedi per loro nel momento del loro dolore; Tu hai combattuto la loro battaglia... Hai dato i forti nelle mani dei deboli, i tanti nelle mani dei pochi" (Preghiera Al haNissim - letteralmente "per i miracoli"- che si recita durante la festa di Hanukkah). Gesù "conosce" la sua immagine in te e in me, in tuo figlio e in tua moglie o tuo marito, nella persona più difficile, che non ti capisce e si mette contro di te; conosce se stesso, il frutto della sua Parola nell'intimo di ciascuno, l'immagine divina incancellabile, nonostante i peccati. Il "Pastore vero e bello", il Messia autentico, viene e ci "chiama per portarci fuori": tira fuori da noi questa immagine di pecora che si offre che era sepolta dall'idolatria. E lo fa perché è il Servo sofferente, che arde nel sacrificio come il roveto ma non si consuma, si dona come "Shamash" ma moltiplica l'olio dello Spirito Santo per dare la luce della verità alle altre candele che siamo ciascuno di noi, affinché possiamo risplendere sul candelabro. Gesù è il Pastore che fa giustizia degli idoli per mezzo della sua Croce, perché "La croce è la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e l’idolo” (D. Bonhoeffer). Sulla Croce è stato assalito da un "branco di cani": erano uniti, capi dei Giudei e Romani, in un solo "branco di pagani", perché in Israele questi erano chiamati dispregiativamente cani. Sulla Croce si era rotto il "muro di separazione", aperto il "recinto" laddove Gesù stava passeggiando, il suo sangue era offerto per Giudei e pagani, anche per ogni Antioco Epifane della storia, anche per chi ti insulta, per quelli che incarnano il demonio che ti tenta a ribellarti e separarti, divorziare, fare causa, chiuderti alla vita; tutti rinchiusi sotto il peccato, tutti, tu, io e ogni "altro", perché fosse fatta misericordia a ogni uomo. "Le opere che Gesù ha compiuto nel nome del Padre suo, queste gli hanno dato testimonianza", perché erano fatte in quel Nome rivelato tra le fiamme di un amore che brucia idoli e morte ma non si consuma. Erano profezia dell' "opera" decisiva compiuta sul Golgota. Sulla Croce Gesù era la "sola ampolla d'olio che era rimasta pura, perché ancora chiusa con il sigillo del Sommo sacerdote", del Padre. E "accadde un miracolo con quella ampolla, e così essi poterono accendere il lume per otto giorni": Gesù è risuscitato e ha "dato" alle "sue pecore", a ogni uomo che "ascolta la sua voce" la "vita eterna", della quale è simbolo proprio l'"ottavo giorno". Per questo "nessuno ha potuto strappare" alcun uomo dalla sua mano, che, stretta a quella del Padre, è scesa sino agli inferi per liberare tutti, Giudei o pagani che fossero. Non si consumerà l'amore nel tuo matrimoni, anche se mille problemi e tentaziini lo accerchiano ogni giorno; non si brucerà la vita di tuo figlio,  il tuo ministero sacerdotale, la tua vocazione consacrata. E per questo "miracolo" che si rinnova istante dopo istante nella nostra vita, possiamo credere che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio che è "una cosa sola con il Padre". 




Ci aiuta ancora, al proposito, la tradizione ebraica. Il Tempio sorgeva sul luogo del sacrificio di Isacco, immagine di quello di Gesù. Secondo il targum Neofiti, Isacco dice a suo padre Abramo "legami, legami forte, che io non resistae il sacrificio sia così invalido"; ed è quello che ha detto Gesù nel Getsemani: "sia fatta la tua e non la mia volontà", ovvero "legami" perché che io sia "una cosa sola con te", e, compia l'opera dell'Agnello di Dio che non resiste al male. Ed è quello che siamo chiamati a ripetere anche noi: "legami" Signore alla Croce, alle tue mani crocifisse, perchè oggi nessuno mi rapisca, mentre il demonio mi tenta a prostrami agli idoli, a casa, a scuola, al lavoro. Siamo, infatti, pecore scelte per vivere in mezzo al potere e alle leggi di Antioco Epifane, nella fornace ardente del mondo, e vincere il male offrendo la nostra vita. Per questo siamo pecore elette per "conoscere" il Pastore, cioè per avere una intimità tale che in noi sia vivo Lui: "sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo è vivo in me". Il Messia non è dunque Barabba, non è uno che rinnova le gesta di Giuda Maccabeo, ma è il Pastore che offre la vita per le pecore sino a diventare una cosa con loro come lo è con il Padre, perchè in Lui possano passare in mezzo a qualunque valle oscura. È il Pastore che le conduce fuori ad immolarsi per vincere la menzogna dei "lupi" con la forza dell'amore e del martirio: "il Buon Pastore che combatte contro le potenze del male, trionfa su di esse ed introduce le pecore nei pascoli paradisiaci, appare nel quadro della teologia della morte e del martirio. M. Quasten ha notato, infatti, che il Buon Pastore, al di fuori dei battisteri, appariva soprattutto sui sarcofagi. Questa duplicità di raffigurazione appariva anche nelle preghiere della liturgia dei morti. Cristo è il Pastore che strappa la pecora ai lupi che cercano di divorarla, lupi che sono i demoni che tentano di impedirne l'ingresso al cielo" (J. Danielou). Ripetiamo allora ogni giorno "Legami" Gesù alla volontà del Padre, stringimi nel tuo amore, perché nessuno mi strappi da Te, e così possa essere luce posta sul candelabro per chi mi è accanto, le "pecore che ancora devono diventare un solo gregge". E con loro possa finalmente "uscire" dal "recinto" dove, come la sposa, "me ne sono stato rinchiuso in me stesso". Sì, il Pastore é anche lo Sposo a cui le pecore, sue spose, appartengono. Lui le chiama con tenerezza: "alzati amica mia, alzati mia bella e vieni, perché l'inverno è passato". È la voce che "conosciamo" perché è l'unica che giunge fino ai dirupi, dietro alle grate delle nostre paure, per prenderci e camminare innanzi a noi, sino al pascolo, verso i prati d'erba fresca in cui riposare per l'eternità. È la voce che sorge dall'alba della Pasqua, è lo Sposo che viene a sposarci nella fedeltà e nell'amore, per "cogliere i fiori della Scrittura Divina", e gustare, anche tra le persecuzioni e nella debolezza, "le gioie spirituali della Grazia e i frutti dello Spirito".