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mercoledì 4 gennaio 2017

Amoris Laetitia, il teologo Woodall: nessuno si senta autorizzato a mettersi al di sopra del Vangelo

Amoris Laetitia, il teologo Woodall: nessuno si senta autorizzato a mettersi al di sopra del Vangelo

“La Amoris Laetitia è un testo ambiguo che crea difficoltà ai confessori. Giusti i Dubia dei cardinali. Lo dice in questa intervista a La Fede Quotidiana don George Woodall, teologo morale, canonista e docente al Regina Apostolorum di Roma.

Professor Woodall, quattro cardinali hanno rivolto al Papa Dubia su Amoris Laetitia e in particolare sul capitolo 8, è corretto?“Quei Dubia sono del tutto fondati ed è opportuna, persino necessaria, una operazione di chiarezza, ritengo che il Papa dovrebbe rispondere. Non vedo nulla di scandaloso nell’aver posto dei quesiti da parte dei cardinali, anzi penso che sia una opera di carità e di amore sia verso la Chiesa che verso il Papa, non un atto ostile. Solo la ricerca di chiarezza e basta”.

Chiarezza, perché?“Perché Amoris Laetitia, specie al capitolo 8, è un documento ambiguo e mette in difficoltà specialmente i confessori i quali non sanno come comportarsi. Esiste il rischio di una interpretazione relativista del documento, da zona a zona, Paese e  Paese, diocesi e diocesi”.

Per quale motivo lei parla di ambiguità?“Il Papa nel documento, ha citato molti elementi della dottrina precedente, però il grosso e vero problema è la interpretazione nella prassi. Trovo che ci sia una confusione, un caos anche abbastanza preoccupante. Indubbiamente è buono occuparsi pastoralmente della salute delle anime, ma questo non deve portare ad andare contro la dottrina e la tradizione, insomma nessuno deve sentirsi autorizzato a mettersi al di sopra del Vangelo”.

Qualcuno ha parlato di tradimento nei confronti di Giovanni Paolo II…“Tradimento  è troppo, non condivido del tutto. Come dicevo, noto, ma è una costante, un annacquamento della dottrina e un cedimento nel relativismo, ma in tante parti di Amoris Laetitia il Papa ha ripreso e fatte sue le posizioni di Giovanni Paolo II e le ha ribadite, penso alla Familaris Consortio. Alla fine, però, si arriva ad  una prassi ambigua e non saprei dire quanto questa ambiguità sia voluta o casuale. Insomma, la fedeltà alla dottrina precedente è stata riaffermata in modo selettivo, in parte sì, in parte no”.

Passiamo alla Misericordia et misera: in tema di aborto la scomunica resta?

“Rimane e non è stata  eliminata. L’aborto procurato era e resta un delitto. Il Papa ha solo inteso favorire l’accesso alla confessione, allargando la facoltà di perdonare a tutti i sacerdoti. Anche in questo documento noto una certa ambiguità e direi persino superficialità. Testi e documenti avrebbero bisogno di maggior studio e revisione da parte di chi collabora col Papa”.

Da teologo morale, passando alla immigrazione, la carità da dove comincia?“La carità parte dai vicini per arrivare ai lontani. Un genitore ha il dovere prima di tutto di aiutare i suoi figli in difficoltà e dopo pensare a chi sta fuori. L’ accoglienza è giusta, ma attenzione  al caso in cui la quantità e l’ atteggiamento dei migranti possano diventare minaccia ai principi e valori religiosi di chi vive da sempre. In quel caso è giusto mettersi sulla difensiva e proteggersi. E il migrante mangi quello che trova senza pretendere  quello che è impossibile o intonato al suo credo, se questo non è possibile
Mattarella e la famiglia: la "ramanzina" dei nonni
    
   
di Peppino Zola                     04-01-2017
Sergio Mattarella

Molto delusi dal fatto che il Presidente Sergio Mattarella abbia omesso nel suo messaggio alla Nazione di fine anno ogni accenno alla famiglia così come definita dalla nostra Costituzione, i NONNI2.0 hanno  deciso di scrivergli una lettera. Nel testo inviato al Quirinale all'attenzione del Capo dello Statoi firmatari dicono di aver seguito "con viva attenzione la Sua delicatissima attività, in un momento caratterizzato da difficoltà di ogni tipo, per affrontare le quali occorre grande equilibrio, buon senso e pazienza, doti tipiche dei nonni e che Lei dà prova di possedere pienamente".
E proseguono: "Abbiamo ascoltato il Suo appello alla Nazione di fine anno ed abbiamo apprezzato il Suo tentativo di non dimenticare nulla e nessuna delle grandi problematiche che travagliano il nostro Paese.
Con la sincerità che deve caratterizzare il rapporto tra cittadini e istituzioni, dobbiamo, però, sottolineare come Ella non abbia ricordato un fattore essenziale per il benessere complessivo dell’Italia e cioè la FAMIGLIA, alla quale, non a caso, la nostra Costituzione dedica alcuni articoli fondamentali, a partire dall’articolo 29.
Con altrettanta rispettosa sincerità, riteniamo incomprensibile tale dimenticanza, considerata anche la Sua provenienza culturale e ci viene il dubbio che essa sia stata originata dall’imbarazzo di avere frettolosamente firmato, recentemente, una legge che a noi pare contrastare vistosamente il citato  articolo 29.
Le confessiamo che noi nonni, che nella nostra lunga vita abbiamo potuto constatare come la famiglia sia stata la vera protagonista della ripresa economica e morale del Paese nei due dopoguerra del secolo scorso e che, ancora oggi, costituisce un indispensabile argine alla crisi economica del Paese, siamo rimasti amareggiati per questa omissione.
La famiglia costituzionale è oggetto, da molti anni, di attacchi sempre più virulenti e quindi avrebbe meritato  non solo di essere ricordata, ma anche di essere apertamente difesa. Confidiamo che ciò avvenga in futuro.
Le auguriamo ogni bene per l’anno appena iniziato, significandoLe la nostra disponibilità a collaborare perché la famiglia venga posta al centro di ogni politica sociale, anche perché i nonni costituiscono un essenziale elemento positivo per il sostegno al wellfare".


SOLO NELLA CHIESA DOVE ABITA L'AGNELLO DI DIO TROVIAMO L'AMORE CHE CERCHIAMO E NEL QUALE POSSIAMO RIMANERE PER L'ETERNITA'


La voce di Giovanni custodisce le parole della Chiesa, la cui missione è riassunta in queste semplici parole: "Ecco l'Agnello di Dio". Nel suo sguardo fisso su Gesù che passa è rivelato il suo cuore innamorato del suo Sposo che, instancabilmente, indica al mondo. La Chiesa, come Giovanni, non cerca adepti, giovani desiderosi d'impegnarsi, non propone ideali perché Dio non si è fatto “idea” ma carne, per questo non sbandiera sogni e utopie. Soprattutto, non chiede nulla. Conosce che cosa attende davvero il cuore di ogni uomo. In ogni uomo vi è, come nei due discepoli di Giovanni, un cuore pronto ad ardere nell'ascoltare il suo annuncio. Erano Ebrei, sapevano il senso di quelle parole: sapevano che a Pasqua era un agnello ad essere sacrificato per i peccati, che il suo sangue sugli stipiti delle loro case aveva significato salvezza, libertà, terra, vita. Sentirono parlare "così" Giovanni e intuirono che in quell'Uomo che s'avvicinava v'era tutto ciò che il loro cuore desiderava, che Israele aspettava, che il mondo non osava sperare. Sì, Gesù è il compimento del desiderio d'ogni uomo e di ogni storia. Della tua e della mia, che sono come infilate in un tunnel dove, a momenti, le luci compaiono e sembrano dare un po' di sollievo; ma è questione di attimi, si ripiomba presto nell'oscurità. E' quest'intermittenza che ci fa soffrire, che ci intristisce e ci vaccina da noi stessi e dagli altri, la precarietà figlia della nostra debolezza di povere creature. Corriamo ansimando dentro questo tunnel e non riusciamo a vederne la fine. Vorremmo scoprire i nostri peccati e quelli degli altri, strappati via, resecati alla radice. Vorremmo che non ci fossero più debolezze. E invece Gesù cammina dinanzi a noi nel tunnel, e anche oggi si volta, ci cerca con il suo sguardo, e ci depone una domanda nel cuore: "Che cercate?". Una casa cerchiamo Signore, un riposo, essere, nonostante noi stessi. Cerchiamo consistenza per la nostra vita, qualcosa, Qualcuno, che segni il nostro cammino con la certezza di essere amati davvero. "Maestro dove abiti?", dov'è che dimora il perdono, dov'è che possiamo immergerci nella misericordia? La tua casa Signore, la tua famiglia, il tuo luogo, questo cerchiamo. Seguirti, stare con te e vedere il tuo amore farsi carne nella nostra vita, null'altro. Ma questo significa scoprire che Gesù ci è più familiare di nostra madre, che ci è più prossimo delle nostre stesse carni. Restare accanto a Lui e scoprire che il peccato del mondo è in noi, ma è stato assorbito e disintegrato in Lui che, per accoglierci nella sua intimità, si è fatto intimo a noi sino a prendere dimora nella nostra carne; per questo è l'Agnello che prende e toglie dal nostro cuore il veleno che ci paralizza. Il suo sangue imporpora gli stipiti della Chiesa nella quale ci accoglie, dove ogni ora diventa un memoriale del suo amore vergato in noi per l'eternità: "Erano le quattro del pomeriggio" notavano i due discepoli, perché in quell'istante tutto di loro ha incontrato il suo destino; perché da quell'istante nulla è stato più lo stesso, e ogni ora è diventata un frammento prezioso di una storia di salvezza e di pace. Coraggio allora, entriamo anche oggi nel tunnel che si apre dinanzi a noi in famiglia, al lavoro, a scuola. La luce del suo amore che risplende nella Parola che ci annuncia la Chiesa ci guiderà insegnandoci a non tremare di fronte alle difficoltà e alla precarietà spirituale; la sua misericordia offerta nei sacramenti ci ammaestrerà a non dar troppo peso alle nostre debolezze, perché quelle di ieri già non ci appartengono più, mentre invece il suo amore che le ha colmate non passerà. E raggiungerà attraverso di noi ogni persona che ci è cara, i fratelli e poi gli sconosciuti, perfino i nemici. Perché in tutti, come in noi, si nasconde il nome nuovo che solo Gesù può donare nel potere di risuscitare i peccatori in una vita nuova. Per questo l'amore incontrato e sperimentato nella Chiesa si trasforma sempre nello zelo che spinge i suoi figli nella missione, perché attraverso di loro Gesù possa fissare il suo sguardo di misericordia su ogni uomo.







Il peccato è stato cancellato; l'incorruttibilità ci è stata data; con queste parole il Precursore ci ha manifestato che la grazia ci è stata ridonata: « Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ». Ha mostrato l'atto di annullamento a coloro che avevano contratto un debito pesante. Colui che aveva sussultato nel seno materno oggi l'ha proclamato, e ha fatto conoscere Colui che ci è apparso e ha illuminato ogni cosa. Il Battista proclama il mistero; chiama agnello il Pastore, e non semplicemente agnello bensì agnello che cancella tutte le nostre colpe: « Ecco l'agnello » dice, non c'è più bisogno di capro espiatorio. Alzate le mani verso di lui, voi tutti, riconoscendo i vostri peccati, perché egli è venuto per togliere, insieme con quelli del popolo, i peccati del mondo intero. Dall'alto del cielo, a tutti noi il Padre ha mandato questo dono: Colui che ci è apparso e ha illuminato ogni cosa...

Ha dissipato la notte funesta; grazie a lui tutto è come mezzogiorno. Sul mondo ha brillato la luce senza tramonto, Gesù nostro Salvatore. Nell'abbondanza, il paese di Zabulon imita il paradiso, perché il fiume di delizie lo abbevera e un torrente d'acqua sempre viva zampilla in esso... Nella Galilea, contempliamo oggi la sorgente d'acqua viva, Colui che ci è apparso e ha illuminato ogni cosa. (Romano il Melode)

martedì 3 gennaio 2017

Il valore del tempo
Beato Paolo VI immagine frontaleNell’omelia del 1° gennaio 1961 per l’inizio dell’anno civile

di GIOVANNI BATTISTA MONTINI

L’inizio dell’anno civile, che cade quest’oggi, non ha un riflesso diretto nella liturgia, la quale segue con tranquilla coerenza la meditazione del mistero del Natale, dell’incarnazione. Ma questo momento, questa circostanza ha invece una ripercussione notevole nell’animo nostro; ci fa pensare.
Il cambiamento dell’anno, il vedere sotto i nostri occhi l’aumentarsi la cifra degli anni che passano ci fa riflettere. Ed è una riflessione utile anche se spesso non arriva a delle conclusioni tranquillizzanti. La riflessione sul tempo, se non è illuminata da qualche pensiero superiore, diventa una meditazione tristeeche faanchepauraeche puòavereripercussioni non buone su la vita, e cioè ci può spingere alla conclusione degli epicurei, di quelli che dicono: fa’ presto, carpe diem , carpe horam , affréttati [Orazio, Carmina , I , 11, 8] perchè bisogna godere il momento che passa e poi sarà quel che sarà. E questa riflessione sul valore, sulla natura del tempo a cui siamo stati particolarmente invitati ieri sera riflettendo su l’anno che finiva e pensando alla inesorabilità di questo passaggio del tempo che condiziona e misura la nostra vita, ha certamente introdotto anche una distrazione esteriore e, nella ebbrezza tanto strana con cui si vuole celebrare il passaggio da un anno all’altro, ha certamente introdotto dei pensieri che, a vedere bene, non possono non essere pensieri gravi. Il tempo fugge, quello che ci resta da vivere è sempre di meno. Abbiamo soltanto l’attimo presente e questo nostro modo di vivere, questo aspetto della nostra esistenza che succede da atto ad atto, da momento a momento, è una cosa che sveglia in noi un grande desiderio della vita e nello stesso tempo lo delude perchè questo momento non si ferma, passa e, dopo averci offerto l’esperienza del momento successivo, subito lo inghiotte e lo porta via e ci lascia ancor più desiderosi di vivere e più delusi di prima. Il valore del tempo noi moderni lo conosciamo, perchè siamo tutti dei frettolosi e vogliamo tutti guadagnar tempo. Vedete che uno degli sforzi più notevoli del nostro momento, del nostro periodo di civiltà, è quello della velocità, e cioè di guadagnar tempo, di usufruire più intensamente del tempo che passa perchè si sa che soltanto in questa misura, entro questi margini della successione di un atto all’altro, noi possiamo godere la vita. E allora si cerca di fare di tutto perchè la prestezza, la velocità degli atti renda più molteplici questi atti stessi e più intensa la nostra esperienza delle cose che vengono alla nostra attenzione. Abbiamo un concetto però ordinariamente esteriore, economico, time is money dicono gli inglesi, il tempo è denaro; e anche questa è una lezione che abbiamo imparato molto bene, perchè sappiamo fare dei computi esattissimi di quanto rende il tempo, quanto il denaro, quanto si deve retribuire una data durata di tempo e così via. Ma non è una considerazione completa questa. È esatta, applicata alle cose, applicata ai beni economici, ma applicata alla vita non è completa, perchè la vita non tende soltanto ai beni economici, e cioè il tempo serve anche a conquistare, a guadagnare qualche altra cosa, ha valore per qualche altra cosa. E, volendo sostare un istante, vediamo che ha valore o per quello che dà momentaneamente, ed ecco tutta l’ansia dell’a f f e r r a re l’istante, tutta la drammaticità del poema di Goethe, del Fa u s t , cercare l’istante, l’istante pieno, l’istante felice, l’istante che resta; o invece, con un realismo molto più saggio, l’aspettare l’istante successivo, il futuro, il tendere verso l’avvenire le proprie pretese e i propri sforzi. E la vita vale per le speranze che la sostengono, vale per gli scopi che si propone, vale per l’avvenire che si traccia davanti, per i programmi che mette davanti alla propria attività. Questa considerazione, specialmente la seconda, cioè del valore del tempo per ciò che nel futuro esso deve portare, è molto confacente alla vita cristiana, è tutta tesa verso un qualche cosa che deve venire, che noi aspettiamo, tanto che la vita presente non è che un’attesa di una vita futura. San Carlo fa una predica [l’8 luglio 1583], tra le sue più note, sull’ozio. Si vede che allora l’ozio era molto più diffuso, specialmente nelle classi ricche; il lavoro era considerato una cosa ignobile, quanto più si va indietro e tanto più questo nella storia è identificabile e perciò l’ozio sembrava essere la condizione migliore. San Carlo obbietta questa cosa. Non è cristiano; dobbiamo tutti lavorare e dice, sapientemente, che non vi è nulla più prezioso del tempo, ma del tempo usato, del tempo impiegato, del tempo attivo, del tempo, cioè, che esercita qualche operazione, che cerca di guadagnare un futuro, un qualche cosa di futuro. Questa considerazione la troveremo ripetuta, ripetutissima in tutta la Sacra Scrittura, specialmente nel Nuovo Testamento. San Paolo continuamente batterà sopra questa considerazione: tempus breve est , guardate che il tempo è breve [1 Corinzi , 7, 29], fate presto, fate bene, tempus acceptabile , questo è il tempo utile, il tempo propizio [2 Corinzi , 6, 2], bisogna guadagnare questo momento, questa fortuna, e così via. E a guardar bene, vediamo che questa stessa considerazione sopra questo aspetto di difficile definizione, ma di reale constatazione della nostra vita, del tempo, entra moltissimo anche nel Vangelo. Il Vangelo mi pare percorso da una tensione o rabbia. Specialmente nel vangelo di san Giovanni vedrete che Cristo ripeterà, mi pare tre volte, questo concetto: ambulate dum lucem habetis , camminate mentre è giorno, mentre avete la luce, quia venit nox in qua nemo potest operari , perchè incombe la notte in cui più nessuno potrà operare [ Giovanni , 12, 35 e 9, 4]; e dice cioè l’immagine della vita presente e l’immagine della morte in cui l’operazione, la successione non è più di quella stagione misteriosa e ulteriore della nostra vita. E dirà poi il Signore un altro concetto, anche questo ripetuto, sette, otto, dieci volte forse nel Vangelo, ma ora si direbbe che Cristo viva con l’orologio in mano, nondum venit hora mea , non è ancora venuta l’ora [ Giovanni , 2, 4]. E poi invece tante e tante volte dirà: venit h o ra , venit hora , venit hora , è venuta l’ora, è venuta l’ora, è scoccato il momento [per esempio, Giovanni , 12, 23 e 16, 25]. È qui il momento preciso in cui deve avvenire questo e quest’altro; si vede che ha la conoscenza di ciò che sta per avvenire, una conoscenza preternaturale, soprannaturale per cui conosce lo svolgimento imminente dei fatti e calcola specialmente questo succedersi delle Sue azioni in ordine alla grande ora della Sua passione, della Sua morte, che è l’ora critica di tutta la storia umana. Questo ci dice, ripeto, che la considerazione del tempo è una considerazione utile, una considerazione saggia, specialmente se noi la facciamo alla luce di questo piano divino che rischiara la nostra vita e ci fa vedere come la vita presente è donata a noi per svolgere un piano, per raggiungere una meta, cioè per compiere un dovere. E allora, alla considerazione sopra il valore del tempo, succede questo: la considerazione sopra il buon uso del tempo, come si impiega bene; e si impiega bene compiendo ciò che dobbiamo compiere, eseguendo il programma che è stabilito per la nostra vita, facendo, cioè, il nostro dovere. I nostri doveri sono quelli che riempiono bene il tempo. Ed è strano, come dicevamo, che l’uomo moderno è tanto avaro del suo tempo e lo calcola con tale precisione e tanta misura e con tanta fretta e ansia di impiegarlo bene, e poi lo dissipa. Quante ore perdute, quanti svaghi inutili, quanta conquista sì di tempo libero, impiegato poi per che cosa? Per perdere il tempo. Una grandissima parte delle nostre occupazioni sono perfettamente inutili, perchè non sono nel piano dei nostri doveri e ci fanno perdere quel tempo che abbiamo guadagnato, invece, sopra il compimento di doveri prescritti, di doveri morali e onesti. Dobbiamo, questo primo giorno dell’anno, dedicarlo a fare programmi; e anche quelli che stanno a fare il piano della loro vita, vedere almeno approssimativamente quello che devono fare; quelli che hanno la coscienza delle proprie obbligazioni e quindi stabiliscono bene come distribuire la loro storia non lasciandosi quasi sopraffare dal tumulto e dalla successione esteriore delle cose, ma che cercano di dominarle, di regolarle, in maniera di poterle accompagnare con un atto di volontà o di reazione o di acquiescenza, ma in maniera che percorrano il tempo e la successione delle cose da compiere con la coscienza, con la consapevolezza e con il dominio almeno relativo di queste azioni successive che formano il tessuto delle nostre giornate. È bene, dico, fare qualche piano; è bene oggi raccogliere la propria mente e fissare dei buoni propositi. Oggi sarebbe il giorno dei buoni propositi, il giorno dei preventivi, il giorno dei calcoli buoni e saggi e dire: quest’anno farò così, il tempo lo userò in quest’altra maniera, risparmierò questo tempo inutile, impiegherò meglio quest’altro, darò alla mia vita qualche po’ di ordine. Non sempre i doveri, specialmente quando sono i doveri di carità e i doveri dello stato, ci consentono di distribuire liberamente il disegno, il piano della nostra vita, ma qualche maniera è sempre consentita di compiere bene il proprio dovere. E specialmente poi quelli che si trovano alla vigilia della pianificazione della loro vita, cioè nel momento della vocazione, della scelta, il fare delle scelte buone e dare dei pensieri gravi e bene riflessi sopra le scelte che si devono fare del come impiegare la vita, è molto saggio e può essere veramente salutare. Un pensiero sul quale io invito un istante la vostra attenzione, ed è questo: mi piacerebbe che avessimo tutti la preoccupazione di santificare, di santificare il nostro tempo, la nostra vita, perchè la nostra vita è fatta per la conquista di Dio, per la conquista di questo bene infinito, e la santificazione è appunto creare un rapporto voluto fra la nostra vita, la nostra esperienza, le nostre giornate, le nostre occupazioni e il termine finale, superiore; tutto deve essere rivolto, cioè, a Dio. Dobbiamo essere bravi in questa santificazione, che può avere dei gradi più o meno intensi, dei gradi più o meno occupanti, ma che per tutti è necessaria. Noi dobbiamo santificare il tempo che passa; dobbiamo mettere in relazione la nostra vicenda che scorre fatalmente col ritmo astronomico, col ritmo naturale, poi col ritmo delle nostre occupazioni, e ci consuma la vita, mettere in comunicazione con ciò che resta, fare un rapporto tra la fugacità delle nostre cose terrene con la eternità di Dio che rimane sempre. È un pensiero questo anche naturale che ha tanto ispirato il nostro grande padre sant’A m b ro gio, che ci ha lasciato gli inni con cui la preghiera santifica le ore del giorno. Abbiamo sentito hora tertia , abbiamo cantato un momento fa: «Ecco che sorge l’ora terza e il momento in cui dobbiamo pregare il Signore». E poi dirà verso sera: «Tu che dai la luce al vespro» e così via. E l’abitudine cristiana ha appunto distribuito questi slanci dell’anima verso l’eternità ad ogni ora del giorno ed ha creato così una preghiera, che è la preghiera corale, che è la preghiera del breviario, dell’ufficio, che cerca di accompagnare tutte le ore del giorno con un colloquio con Dio. La notte c’è la preghiera notturna, al mattino la preghiera dell’aurora, le lodi cantano il sole che viene e poi l’ora di prima, di terza, di sesta, di nona e poi il vespro e poi finalmente Te lucis ante terminum / re r u m creator poscimus , prima che la luce finisca, Signore, ancora io parlo con te. Ecco che Dio riflette la preghiera, fa eco a questa vicenda, Dio riflette sopra di noi la sua luce proprio per invitarci a considerare il ritmo del tempo che passa e che ci dovrebbe condurre al fondo finale che è lui stesso, il Dio nostro. E questa relazione naturale, data dalla successione dei giorni e dalla successione astronomica a cui noi siamo soggetti, acquista maggiore intensità in una profondità misteriosa nell’ordine soprannaturale, e cioè, cioè su la presenza di Cristo nel tempo. Quando il Signore se ne andò e fu terminata la sua storia nel tempo, nel Vangelo l’ultima parola qual è? Come si chiude il vangelo di san Matteo, che è quello che ci porta proprio agli estremi momenti di Cristo nella presenza temporale su questa terra? Ego vobiscum ero usque ad consummationem saeculi , io resterò, io resterò con voi fino alla fine dei secoli [28, 20]. Ecco allora che c’è una presenza di questo capo dell’umanità che rimane mentre Lui è già fuori del tempo. Christus heri, hodie et in saecula , cantiamo al Signore: Cristo ieri, Cristo oggi, Cristo nei secoli [ Lettera agli Ebrei , 13, 8]. È possibile tracciare un rapporto tra il Cristo che è fuori del tempo e noi e renderlo presente in mezzo a noi. Questo grande sforzo di rendere presente Cristo in mezzo a noi è la preghiera sacramentale, è la liturgia. Quello che stiamo celebrando è una attualizzazione di Cristo in mezzo a noi, è il santificare il tempo. Ed ecco perchè quest’oggi vogliamo celebrare bene la messa che adesso è iniziata, proprio per dire al Signore: mane nobiscum, Domine , rimani con noi o Signore, perchè si fa sera. Come i pellegrini di Emmaus hanno detto a Cristo pellegrino misterioso, il Maestro stupendo ma nascosto, i pellegrini di Emmaus gli dicono: «Rimani con noi, o Signore, resta con noi» [ Luca , 24, 29]. E noi diciamo continuamente così al Signore: «Resta con noi, resta con noi». Che cosa dobbiamo fare in pratica? Oh, lo sapete bene, ma è venuto il momento di dirlo e di ricordarlo: cerchiamo che ogni nostro giorno abbia appunto il suo raccordo con Dio, voglio dire le sue preghiere. Le diciamo le preghiere della mattina e della sera? Santifichiamo questi giorni che passano o, si dice, non ho tempo? Ma come, non hai tempo che lo occupi tutto in cose che moriranno e che ti lasceranno più vuoto di prima? Metti un istante la tua vita in rapporto con Dio, agganciala a quello che non passa, santificala, fa’ che un’intenzione di eternità e una presenza e una protezione di Dio sia su i tuoi passi, guarda che la luce del Signore sia sul tuo sentiero, rettifica le tue intenzioni, rendi buona la tua esistenza con questo breve, brevissimo se vuoi, ma che dovrebbe essere immancabile, rapporto col Signore. Hai tempo di prendere il cibo materiale: perchè non devi avere il tempo di prendere il cibo spirituale e di dare alla tua giornata un tono, un valore, una santificazione proprio da questo istante con cui consegni a Dio le azioni che vengono la mattina e consegni al Signore le azioni passate alla tua sera e al commiato dalla tua luce per il riposo notturno? La giornata, ripeto, sia santificata da qualche preghiera. La preghiera feriale, che nel nostro popolo una volta era molto sentita, è assai decaduta, è assai decaduta; le messe dei giorni feriali sono deserte e non dovremmo neanche fare grave rimprovero se pensiamo che oggi tutti lavorano, che tutti hanno orari, che tutti hanno impegni. A me fa tanta impressione e direi quasi edificazione, alla mattina quando si esce presto, vedere tutto questo formicolìo di popolo che corre, che prende tram, che non ha più pace se non arriva in orario e così l’affanno dell’arrivare in tempo: Dio li benedica, perchè questi stanno compiendo un loro dovere. E se un pensiero sacro, un pensiero pio ha aperto questa ansia mattutina, certamente quella sarà una giornata meritoria e Dio benedirà quella fatica anche se non si svolge entro le mura del tempio. Ma viene la giornata di Dio, viene il giorno festivo. Non soltanto dobbiamo santificare ogni giornata, ma abbiamo il dovere di santificare quel ritmo particolare del tempo che è la settimana e che è congiunta col ritmo misterioso e cosmico con cui Dio ha creato il mondo. Ha voluto che il pensiero della settimana gravasse proprio su i nostri piccoli affari e le nostre piccole cose. Il giorno settimo riposerai e lo darai al Signore. Oh, quanto avremmo da dire sopra questo argomento! Voi sapete che abbiamo occupato proprio sul pensiero della santificazione della festa il Sinodo minore della nostra diocesi [del 22 settembre 1960] per esortare i sacerdoti ed esortare i buoni a riflettere sopra l’importanza e sopra il dovere della santificazione della festa. Dobbiamo dirlo con amarezza: anche noi cristiani abbiamo spesso laicizzato il giorno festivo. Quelli più osservanti e più fedeli si contentano di una messa ascoltata a qualche maniera e poi la giornata festiva è fatta chissà per che cosa. Non è più il giorno del Signore, non è più il giorno dell’anima, non è più il giorno della preghiera, non è più il giorno dello spirito. Lo so bene che il lavoro moderno che impegna non più le forze fisiche ma la monotonia di certi gesti e di certe occupazioni intellettuali è sfibrante; sfibra di più il lavoro nostro moderno vicino alle macchine, ai tavoli delle burocrazie, eccetera che non il lavoro pacifico dei campi di un tempo, e quindi l’uomo moderno ha bisogno di evasione, ha bisogno di distrazione; ha passato la settimana facendo lo stesso gesto, facendo la stessa cosa, sentendo gli stessi telefoni, sentendo le stesse cose; ha bisogno di un po’ di fantasia, ecco il cinematografo; ha bisogno di correre, ecco le passeggiate. E direi anche qui non c’è niente da dire: il Signore vi conceda uno svago lecito ed onesto per le vostre giornate festive. Ma che non siano profane, ma che non siano dimentiche di Dio, ma che non siano soffocatrici dei bisogni dello spirito. Avete passato tutta la giornata con la testa curva sopra la terra, ma levatela il giorno festivo e guardate il cielo e guardate il panorama della vita e pensate ai grandi problemi. E abbiate la forza di cavare dalle vostre anime e dalle vostre penose esperienze la preghiera, sia gemito, sia inno o che sia; ma innalzatela a Dio e pensate di santificare così il corso della vostra vita intessendo a sette a sette nei giorni della vostra vita i ritmi con cui la collegate con l’eternità. E vedrete allora che questo ritmo settenario, a settimana, vi distribuisce un altro ritmo anche questo meraviglioso e stupendo, conosciuto sì, ma mai abbastanza goduto, mai abbastanza meditato, che è quello della proiezione della vita temporale di Cristo su la nostra. La liturgia, cioè questa preghiera domenicale, ci collega con la vita temporale del Signore. Abbiamo appena celebrato il Natale, quest’oggi celebriamo la sua circoncisione, così fa ripercuotere nella nostra vita la sua vita, i suoi misteri diventano i nostri e Cristo rimane vivo in mezzo a noi e noi diventiamo così cristiani ricalcando sopra i suoi esempli, i suoi ricordi e questa sua misteriosa presenza la nostra umile e profana esistenza terrena. Diventiamo davvero cristiani e imbeviamo il tempo che passa di un valore eterno; ritroveremo tutto questo il giorno finale alla sera della nostra vita. Se abbiamo dimenticato questo, figlioli miei, abbiamo perduto il tempo, abbiamo perduto tutto, abbiamo finito di godere la vita e l’abbiamo sciupata. Per godere la vita, ripeto, bisogna condurla a valori eterni, che sono quelli morali, che sono quelli religiosi, che sono quelli della grazia soprannaturale che sono l’anticipo della sola condizione di vita in cui la successione non sarà più, ma l’istante sarà perenne. Oh, possa davvero il tempo che passa prepararci al giorno che non passerà mai! E usiamo bene del giorno che passa; giorni, settimane ed anni per congiungerci con Cristo eterno che ci aspetta alla fine di questo nostro pellegrinaggio terreno.

© Osservatore Romano - 2-3 gennaio 2017
IL TRAPIANTO DI CUORE CHE, DONANDOCI QUELLO DELL’AGNELLO DI DIO, TOGLIE IL PECCATO E CI TRASFORMA IN AGNELLINI CHE OFFRONO SE STESSI PER GLI ALTRI

Inizia un anno, ma, nonostante propositi e speranze, probabilmente ci ritroviamo come ci siamo lasciati la notte di San Silvestro. Qualche banchetto, le feste in famiglia, le liturgie, ma oggi, eccoci qua, gli stessi peccatori di sempre, forse con qualche chilo in più. E poi il lavoro o la scuola che incombono per riabbracciarci nella routine, mentre, sottile, s'insinua la malinconia, accidia, secondo la tradizione della Chiesa. Non erano il capodanno e una lista di buoni propositi che avrebbero cambiato la nostra vita. Ma non disperare! Guarda, è meglio che ti sia accorto rapidamente che la vita non cambia davvero perché abbiamo preso degli impegni e ci sforziamo di rispettarli. Non ti meravigliare se ti scopri così incoerente. Se sei così instabile, incapace di reggere all'urto della storia. Anche in un uomo con una volontà di ferro esiste il peccato che lo rende vulnerabile e incoerente. Perché la debolezza ha sempre la meglio sulla forza! E' un paradosso, ma è quello che sperimentiamo tutti, al punto che San Paolo rovescerà il criterio del mondo affermando che" quando sono debole allora sono forte". Ogni debolezza, infatti, tappezza di erba - che oggi c'è e domani è seccata - il pascolo preferito dell' "Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo". Avendo dimenticato Dio, il mondo ha smesso di credere al peccato, al suo... Ma visto che il male c'è, pensa senza esito a "come" estirparlo, ignorando o non accettando che "Qualcuno" lo ha già fatto. Quanti falsi profeti si sono proclamati salvatori del mondo: loro sì che avrebbero cancellato il male, magari togliendo dal seno di una madre il bimbo malato che vi è deposto, o togliendo il respiratore a una vita incapace di raggiungere i target qualitativi predefiniti. Il demonio riesce a confondere peccato e peccatore, e così il mondo che gli obbedisce fa fuori i peccatori lasciando indenne il male. Le rivoluzioni, le ideologie, il terrorismo, le religioni che obbediscono a un dio giustiziere, si sono macchiate dei più feroci genocidi di peccatori. Come anche noi, terminator di malvagi. Cominciamo e non finiamo più, perché in tutti vediamo peccati che non sopportiamo in noi. In casa, quando "togliamo" di mezzo marito o moglie, o quando "scartiamo" i figli, amputando in loro quella parte di cuore o cervello che identifichiamo con il male: difetti e pensieri che gettiamo via insieme ai loro possessori. E ci illudiamo di avere "tolto" il peccato che avvelena la famiglia, l'ufficio, il condominio, il mondo. Ma oggi la Chiesa, come in ogni eucarestia, ci mostra un frammento di pane, una cosa piccola, insapore, e con fede afferma e annuncia che è Dio fatto cibo, è il Figlio fatto "Agnello di Dio" per "togliere il peccato del mondo". "Ecco l'Agnello di Dio" che ha offerto se stesso senza riserve, senza esigere nulla, per estirpare dal nostro cuore il peccato. 

Quanti di noi preti lo ripetiamo senza crederlo... E ci mettiamo alla testa di rivendicazioni e manifestazioni per la giustizia sociale; e spingiamo subdolamente le mogli a lasciare i mariti violenti e assenti, i figli ad emanciparsi dai genitori. Chi annuncia in ogni circostanza che solo l'Agnello di Dio salva il mondo, la famiglia, i lavoratori, perché "toglie" dal cuore l'origine del male, della divisione, dei soprusi, delle ingiustizie e della violenza? Lo annunciano i pastori? I catechisti? I genitori? Che cosa diciamo al figlio vittima del bullismo, di un'ingiustizia da parte di un professore, di un'esclusione da parte dei compagni? Che c'è un Agnello che ha vinto per lui? Che Gesù Cristo può "togliere" ora il peccato non dal cuore di chi ti ha fatto del male ma dal tuo, pieno di rancore e giudizio? Perché "il Messia, Leone per vincere, si è fatto Agnello per soffrire" (Vittorino di Petovio) al posto tuo e donarti il suo Spirito Santo. Agnello che prende su di sé il peccato di tuo figlio e dei suoi compagni, come il tuo e quello di ogni uomo per inaugurare il perdono, la parola fine a ogni divisione. Ecco l'Agnello su cui si infrange lo tsunami del male, che purifica il nostro cuore entrandovi come cibo di misericordia. Coraggio, è pronto per noi un trapianto di cuore perché un Agnello ci dona il suo per prendersi il nostro, malato, sporco, avvelenato. La Parola di Dio e le liturgie di questo Tempo di Natale sono state l'acqua del battesimo di Giovanni: ci hanno condotto sulle rive del Giordano dove oggi la Chiesa ci mostra l'Agnello, Dio che s'è fatto carne perché lo Spirito Santo si abituasse a rimanere in essa (S. Ireneo). Dio, infatti, si è fatto Agnello perché lo Spirito Santo sa vivere solo nella mitezza e nell'umiltà. Ed ecco, nella Chiesa l'Agnello ci fa agnellini per accogliere il soffio di vita di Gesù. Un anno da agnellini allora, ecco quello che ci aspetta. Sicuramente rifiutati, non compresi, inermi di fronte a tanto male. Ma con Cristo, Agnello senza macchia, uniti cioè al suo Corpo che è la comunità cristiana, possiamo discendere in ogni macchia di morte, e vincere nella sua risurrezione; amare sempre, anche il nemico. Solo se perdonati nel sangue dell'Agnello, la nostra vita cambia davvero; purificati nel sangue dell'Agnello mai più nessun oggi sarà uguale ad alcun ieri. Purché ogni giorno ascoltiamo l'annuncio del Battista e ci incamminiamo dietro l'Agnello, per consegnargli la nostra vita.





lunedì 2 gennaio 2017



«Tu, chi sei?»: il nuovo anno inizia con questa domanda, e la felicità dipenderà dalla risposta che sapremo dare. In mille modi diversi ci "interrogheranno" per conoscere la nostra identità. Lo ha fatto Mosè al roveto ardente, lo facciamo anche noi, perché conoscere il nome di un altro significa acquistare un potere su di lui. Lo chiami per nome, e anche in mezzo a una grande folla lui si gira: hai avuto il potere di strapparlo a se stesso perché fissi l'attenzione su di te.

Vogliamo conoscere l'altro proprio per diventare importante per lui e ottenere il suo affetto, la stima, l'approvazione, sino ad appropriarci della sua persona, completamente, come una preda. Riuscire a insinuarci nella sua intimità ci dà sicurezza: è come entrare in una città con un buon navigatore in macchina, di quelli che ti indicano anche il traffico e le strade alternative, aggiornandoti sulle condizioni meteo e i lavori in corso. Anche se è una città grande e pericolosa, non hai problemi, puoi muoverti senza perdere tempo e al riparo da inconvenienti, perché con quell'aggeggio è come se te la mettessi in tasca.

Un marito, infatti, pagherebbe oro per avere un navigatore con cui orientarsi nei cambi di umore della moglie: impazzisce ogni giorno tra vicoli di parole e viali di fantasie; si stressa per cercare di capirci qualcosa tra sensi unici di richieste e desideri che cambiano senza preavviso; e mai che si trovi un posto per parcheggiare... Tutti occupati: pranzi, cene, spesa, lavoro, fitness club, bambini da accompagnare e riprendere, telefonata quotidiana con mamma-sorella-amica, e poi la doccia e il tempo per me stessa, e sono stanca da morire e un cerchio alla testa che guarda sono già crollata.

Ma anche lei senza tom-tom è perduta. Ogni volta che si illude di aver imparato a decodificare il grugnito del marito, è come se si ritrovasse dall'altra parte della città, imbottigliata nel traffico tra camion di indifferenza, autobus di impegni e scooter che le sfrecciano a fianco piantandole addosso sguardi assassini di ironia.

Insomma, siamo tutti condannati a passare sotto il torchio dell’interrogatorio degli altri. In chiunque ci imbattiamo, risuona indiscreta la stessa domanda: "Tu chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?": i sentimenti e le concupiscenze, infatti, ci "inviano" agli altri ed esigono risposte che sazino la carne.

Quanti fidanzati, (parola impegnativa lo so, ma altrimenti è impossibile definire quel groviglio di carne e passioni che legano due ragazzi), vivono oggi come in un interrogatorio continuo, senza accorgersene. Ammanettati l'uno all'altra nei propri smartphone, come in un grande fratello dove nulla deve restare segreto, si sottopongono mutuamente a indagini accuratissime: tra chat e selfie, post e tag, emoticon e commenti, devono sapere tutto, e guai se non sei immediatamente reperibile, se non sai dare la risposta che il partner si aspetta.

Guai se non ti metti a nudo sin dentro l'intimità dei ricordi, dei sogni, dei pensieri, dei peccati, da quando eri ospitato nel grembo materno sino a questo istante che ti sta rapendo nella morbosità. Se non sai dire "chi sei", aspettati dall'altro crolli verticali nell'orrido di drammatiche crisi esistenziali, terremoti emotivi che innescano tsunami violenti ed isterici sul mondo intero. 

Ciò accade perché nell'intimo siamo ingannati come i "farisei"; crediamo d'essere Dio, "separati" dalle debolezze degli altri, diversi e migliori. Per questo siamo così stanchi e frustrati, sempre impegnati a rispondere a tutti che siamo dio. Che stress, vero?, dentro quell'immagine ipocrita che ci cola addosso come rimmel aggredito dal sudore. Eh sì, sudiamo tutti, perché non siamo dio...

Ma proprio questa è la prima grande notizia dell'incarnazione: Dio si è fatto bambino perché per salvarci doveva dirci chi non siamo. Guardando Gesù nella mangiatoia capiremo che non siamo Dio perché scappiamo dall’ultimo posto, dal servizio disinteressato, da tutto ciò che ci fa piccoli…

Magari lo vedessimo e lo accettassimo! Significherebbe che saremmo pronti ad accogliere il perdono di Dio che strappa l’orgoglio dalle sue radici piantate in noi. Smettiamola di scappare allora, togliamoci maschere e costumi, lasciamoci amare e cominciamo ad essere quello che siamo!

E chi siamo? Giovanni Battista, perché, come lui, tutti siamo il frutto del miracolo che ha fatto sbocciare la vita dalla morte, la fecondità dalla sterilità. Siamo "voce che grida nel deserto": sterili, senz'acqua, peccatori, non siamo Dio, ma proprio per questo siamo la sua "voce" che grida vittoriosa nella morte e chiama a conversione. La nostra vita salvata è la "voce" che annuncia l'amore gratuito di Dio.

Siamo stati perdonati e graziati mille volte, e ogni evento nel quale ciò è avvenuto è "voce" che invita l'altro a "rendere diritta la via del Signore", a cercare direttamente Lui smettendo di confonderlo con le sue creature. A non fermarsi alla nostra povera carne, ma a contemplare in essa l'opera di Dio.

Anche quest'anno Egli ha pensato di "battezzare con acqua" questa generazione attraverso la nostra testimonianza. "Non sono il Messia" è l'unica e autentica risposta da dare a chi ci chiede "chi siamo". Altro che ti amo, è questa l'unica risposta capace di aprire un varco all'amore vero tra due sposi, tra due fidanzati, tra genitori e figli, tra amici; dire "ti amo" sarà sincero e avrà valore solo se immerso nell'umiltà di chi sa di non essere dio per sé e per l'altro.

Per questo chi ama in Cristo saprà dirgli: "non sono io" che potrò farti felice, non ti ingannare; "non sono io" che saprò rispondere ai tuoi dubbi, consolare le tue angosce, colmare le tue voragini affettive. "Non sono io il tuo Messia": io sono solo la sua "voce", perché in me parla il suo amore per te, umile al punto di mescolarsi ai miei peccati e alle mie debolezze, perché tu possa riconoscerlo e aprirti a Lui.

"Non sono degno di sciogliere il laccio del suo sandalo" perché non ho alcun diritto su di te: è Cristo il tuo Sposo, l'unico che ha dato se stesso per te. Io ti sono accanto per aprire la strada a Lui, e amarti significa condurti a battezzarti nell'acqua della sua misericordia che sta bagnando anche me

Un marito è inviato a sua moglie per destarla e prepararla all'arrivo del Signore. Il suo carattere, i suoi difetti e i suoi pregi, le debolezze e perfino i peccati sono i segni attraverso i quali il Messia, Gesù, si fa conoscere. Finché ci affideremo alla carne, cercando di appropriarci dell'altro per sentirci amati, falliremo, perché pur "essendo in mezzo a noi" il Signore, continueremo a "non conoscerlo", lasciandolo fuori e impedendogli di salvarci e farci felici.


Ma coraggio, perché Lui viene a farsi conoscere proprio nei nostri peccati: non tocca la nostra libertà e lascia che i fallimenti ci umilino perché possiamo rivolgerci a Lui e accoglierlo senza riserve. E' Lui il navigatore che, unendoci al suo Spirito, ci guida verso il fratello nel rispetto per la sua libertà, senza esigere nulla, per "battezzarlo" nella misericordia che prepara la salvezza del Messia.
Affidiamo commossi la nostra vita a Maria
    
   
di Piero Gheddo                                        01-01-2017
Maria Madre di Dio                           


1) L’anno nuovo 2017 ci dice che il tempo passa, la vita fugge, l’eternità si avvicina.  Anzitutto ringraziamo Dio del tempo che ci dà. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, fin che Dio vuole, anche ammalati o disabili: serviamo il Signore con la sofferenza, l’umiltà di accettare le malattie.
Padre G. B. Tragella è stato il mio educatore e modello della vita di un prete e missionario. Era un sant’uomo, mi insegnava a spendere bene tutto il mio tempo e mi ha educato al giornalismo impegnato per il Vangelo. E’ morto a Roma a 84 anni. Pochi giorni prima che morisse sono andato da Milano a Roma per un ultimo saluto e mi diceva che non capiva perché il buon Dio ci fa vivere così poco! Io ero sui trent’anni e non capivo. Adesso capisco bene!
2) Bellissimo e commovente il Vangelo di oggi: i pastori corrono a vedere Gesù! Anche la nostra vita ricomincia da capo alla grotta di Betlemme! Che bello incominciare l’anno nuovo con Maria, Madre di Dio e madre nostra! Anno nuovo, vita nuova, il nostro cammino ricomincia da zero.
Chiediamo la grazia di commuoverci, di stupirci di fronte ai fatti della vita. Guai a chi pensa di aver visto tutto, di sapere tutto: si chiude in se stesso e non avanza più in sapienza umana e cristiana. La grazia della commozione è indispensabile come l’immagine che deve accompagnarci in questi giorni.
Il 1° gennaio immagino che Maria sia qui accanto a me, all’inizio del nuovo anno 2017. Mi prende per mano e mi dice: “Pierino, vieni, ti accompagno io”. Grazie a Dio, io ho 87 anni, ma siamo rimasti tutti bambini. Dobbiamo affidarci alla Mamma del Cielo, se vogliamo fare un buon anno.
Il Vangelo di oggi ci dice che “Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole assieme”: la stessa frase che San Luca ripete dopo il Vangelo col racconto del ritrovamento di Gesù al tempio (Luca, 2, 52). Cioè Maria meditava i fatti della vita attraverso cui Dio si manifestava. Ma cosa aveva da meditare la mamma di Gesù? Era senza peccato, aveva dato alla luce il Salvatore e lo teneva fra sue braccia, era “benedetta fra tutte le donne” e “tutti i popoli la diranno beata”…. Eppure meditava: anche lei, era chiamata a “crescere in sapienza e grazia”, come il Vangelo dice di Gesù quando la famiglia ritorna a Nazareth, dopo che Giuseppe e Maria lo ritrovano fra i dottori nel tempio. Maria educava Gesù e Gesù educava lei!

Maria cresceva anche lei in età e grazia ed esperienze di vita che la avvicinano sempre più a Dio, Padre e Creatore. Anche noi dobbiamo crescere sempre nell’amore di Dio, chiedere a Dio il dono della santità. Perché la santità, cioè l’imitazione di Cristo, “è il desiderio della santità” scrive S. Agostino. E’ una sentenza profonda, meditiamola pregando.
Nella vita spirituale è sbagliato pensare che siamo in pensione, che abbiamo fatto tanto, adesso è il momento di riposarci. Spiritualmente siamo sempre in cammino, possiamo sempre crescere in santità e sapienza, come Maria.
Ringraziamo Dio per i doni che ci ha dato e ci dà e ci darà. Maria è umile, sa di essere una piccola e povera ragazzina e riconosce il grande dono di Dio che l’ha scelta per dare a Gesù un corpo simile al nostro: “Sono la serva del Signore, si compia in me la sua volontà…L’anima mia magnifica il Signore”.
3) Maria Regina della Pace. Il Messaggio di Papa Francesco per la Pace di quest’anno 2017 è intitolato: “La non violenza come stile di una politica per la pace”.
La pace non si costruisce solo con la diplomazia, i patti internazionali, l‘azione dell’ONU, ma riconoscendo la dignità di ogni creatura umana e convertendo il nostro cuore a sentimenti di pace. Maria Regina della pace perché ha dato alla luce Gesù, che porta la pace al mondo. Ogni bambino che nasce porta la pace nei cuori.
Nei giorni dopo il Natale 2006 sono in Libia, a Sebha, città a 900 km. a sud di Tripoli, nel deserto del Sahara. Il prete padovano Vanni (Giovanni) Bressan lavora da 16 anni come medico dell’ospedale governativo. E’ gradito a tutti e ha fondato la prima parrocchia del deserto libico. Mi dice: “Sono giunto qui nel 1991, c’erano solo due piccoli gruppi cattolici di indiani e sudanesi, ci incontravamo in case private. Da una decina d’anni sono arrivati tanti neri dai paesi a sud del deserto (Camerun, Nigeria, Ciad, Benin, Togo, Burkina Faso), con viaggi avventurosi. Oggi, nella regione di Sebha, su 200.000 libici, i neri sono circa 40.000, forse più della metà cristiani. C’è molto lavoro per i neri: in agricoltura (c’è acqua), come meccanici, falegnami, muratori, ecc. Si fermano qui due-tre anni, quando hanno 3-4mila dollari vanno sulla costa libica per venire in Italia, rischiando la vita”.
Bressan continua: “La parrocchia l’hanno fatta loro, organizzata loro. Io dò solo la copertura e l’assistenza spirituale, ma fanno tutto loro, si organizzano, inventano servizi ecclesiali e sociali. Io sono l’unico prete, ho 75 anni e faccio anche il medico. La parrocchia ha gruppi diversi: canti, catechismo, assistenza agli anziani, visite delle famiglie e degli ammalati, scuola e oratorio per i bambini, aiuto ai poveri, gruppo biblico, visita ai lontani per ricondurli alla Chiesa, ecc. Sono attivi perché entusiasti della fede. Appartengono alla Legione di Maria e ai carismatici cattolici. Diversi protestanti pentecostali entrano nella Chiesa. Sanno organizzarsi da soli senza prete. Sarebbero una risorsa per la Chiesa italiana. Anni fa sono stato a Londra, un pastore anglicano mi diceva: “Alcune nostre parrocchie si sono rinvigorite perché sono arrivati tanti africani giovani ed entusiasti della fede”.
Ho avuto la gioia di celebrare il battesimo di un bambino di nigeriani che venivano dal deserto. Mi sono commosso fino alle lacrime per la festa, le preghiere, i canti, le danze, la dolce atmosfera di famiglia che si era creata in quell’unica chiesa del deserto libico. La giovane donna era arrivata pochi mesi prima portando già in seno il bambino. Ha partorito in condizioni di estrema povertà, come la Madonna nel Natale di Gesù. E quel bambino africano mi sembrava proprio Gesù.
         “Pastori, chi avete visto?
          Chi è apparso sulla terra?
          Abbiamo visto  un bambino.
          E gli Angeli che lodavano il Signore”.