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mercoledì 18 luglio 2018


Guardate, frati, L’umiltà di Dio,
e aprite davanti a lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti.
Nulla, dunque, di voi, tenete per voi;
affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto

San Francesco

PICCOLI NEL PIU' PICCOLO PER GUSTARE LE COSE DEL CIELO E RIVELARLE A TUTTI SULLA TERRA


Siamo piccoli, nonostante ci atteggiamo a grandi. Non a caso, sono proprio i bambini che imitano i grandi. Così anche noi, adulti per l'anagrafe, ma con un inguaribile cuore di bambini, ci trucchiamo, mascheriamo, cercando di sollevarci una spanna sugli altri, per apparire maturi, saggi, affidabili. I migliori insomma. Quando i nostri figli cercano l'indipendenza, quando i pensieri ci vogliono spingere verso una stolta autonomia, non c'è nulla di strano e di cui stupirci. E' vero, siamo infantili, capricciosi come i bambini. Siamo "piccoli". Bene, quando gli eventi e le persone ce lo mostrano senza lasciarci scampo, è il momento propizio per accettare d'esserlo, senza giudicarci e disprezzarci. Occorre solo fermarsi e non ricominciare a scappare e a metterci baffi e barba finte o quintali di rossetto e fondotinta. Quando la storia ci smaschera è una "benedizione". Benedetti i giorni così come "piacciono" a Dio, perfetti per la nostra conversione alla santità. Benedetti coloro che non ci lasciano navigare tranquilli a cento metri d'altezza; benedetta nostra moglie quando ci dice la verità e ci scopre a cercare consolazioni effimere di carne malsana davanti al computer; benedetto nostro marito quando ci svela intrappolate nella vanità; benedetti i genitori che sanno rimproverare e richiamare alle responsabilità e all'obbedienza i propri figli; benedetti i mal di denti che ridimensionano i muscoli cesellati in palestra; benedetto il capoufficio che non ci fa sentire unici e indispensabili; benedetta la fidanzata che ci richiama al rispetto; benedetto chiunque incarna il vignaiolo che ci viene a potare perché, "rimpiccioliti", possiamo dare più frutto. Solo allora, spogliati della presunta grandezza, saremo capaci di prestare ascolto alle confidenze del Signore, le Parole con le quali ci rivela i misteri del Regno, ci fa conoscere suo Padre, ci mostra la porta stretta attraverso la quale si può entrare nella pace. Dove c'è già qualcosa di "grande", la "sapienza" e l'"intelligenza" della carne, non c'è spazio per la "grandezza" delle "cose" di Dio e di Gesù. La Trinità si ferma dinanzi alla superbia, si "nasconde", tace e occulta i suoi segreti. Solo chi è piccolo per adagiarsi sugli spazi angusti della Croce può intuire l'ampiezza infinita dell'amore celato in essa; è così che vanno le cose con Dio, solo alle frequenze bassissime, impercettibili Egli può comunicare se stesso; solo nella piccolezza alla quale Dio conduce gli apostoli si può ascoltare e accogliere la sua Parola ed essere rapiti nell'"esultanza benedicente" di Gesù che trasforma la vita in un rendimento di lode nella comunione intima della Trinità. Padre Figlio e Spirito Santo attendono solo di donarsi ai piccoli per colmarli dell'amore che li unisce. 



Finalmente piccoli, finalmente così come siamo, mettiamo, come Giobbe, la mano sulla bocca, e impariamo il silenzio stupito dell'infante. E' tutto troppo più grande di noi. Non sappiamo. Non conosciamo. Non capiamo. Accettiamolo. Conosciamo Dio per sentito dire, impariamo a conoscerlo attraverso gli occhi di un cuore puro, piccolo, infante. Tu ed io, oggi, siamo "quelli ai quali" il Padre "vuole rivelare suo Figlio". Scopriremo che, nella nostra vita, anche quando l'evidenza che ci sfiora la pelle e ci fa tremare il cuore ci dice il contrario, "tutto è stato dato a Gesù". Nulla di noi, neanche il momento più buio, è fuori del suo controllo amorevole: "tutto" è suo, nulla escluso. E in questa esperienza del suo potere infinito, della misericordia che "tutto" copre e "tutto" perdona, conosceremo il Figlio, una persona viva, un fratello che non ci giudica mai, un pastore che ci cerca senza stancarsi. Non è la carne, non è la volontà umana, non sono gli sforzi a farci "conoscere il Padre": "nessuno se non il Figlio" e ciascuno di noi ai quali, nella Chiesa e per pura Grazia, giorno per giorno, ci rivela la bellezza e la pienezza di una vita da figli liberi, perdonati, sanati, amati. Come aveva sperimentato Francesco, che si sentiva "il più piccolo e più vile tra i frati", e per questo ha conosciuto Cristo sino a diventargli conforme, crocifisso nel suo amore infinito.

martedì 17 luglio 2018

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Tutto sommato la vita di s. Alessio si può descrivere con poche frasi, ma sono le varie narrazioni del tempo antico, che ne arricchiscono lo svolgimento in buona parte leggendario.
Vi sono tre versioni della ‘Vita’: la leggenda siriaca, la leggenda greca, la leggenda latina, che hanno trasformato la semplice e umile vita di un uomo di Dio, mendicante e asceta del V secolo, in un fiorito racconto che è stato oggetto di opere teatrali e di poesia, sia in Oriente che in Occidente.
La leggenda siriaca, la prima composta fra il 450 e il 475, il cui manoscritto più antico risale alla fine del V secolo, narra di un giovane e ricco abitante della nuova Roma cioè Costantinopoli, il quale la sera delle nozze si era allontanato di nascosto imbarcandosi per l’Oriente.
Giunto ad Edessa, città dell’odierna Siria, che nel IV-V secolo era un centro di cultura cristiana (Scuola di Edessa), finché nel VII secolo passò ai musulmani, qui si mise a chiedere l’elemosina con altri mendicanti sull’uscio della chiesa.
Quello che raccoglieva di giorno, lo distribuiva di sera ai poveri della città, per il suo ascetismo venne chiamato Mar-Riscia (uomo di Dio); persone incaricate dal padre di ritrovarlo, giunti anche ad Edessa, non riuscirono ad identificarlo in quel mendicante lacero ed emaciato.
Dopo 17 anni, quando si sentì morire, il giovane mendicante rivelò al sacrestano della chiesa la sua vera identità ed origine, il quale una mattina lo trovò morto sul sagrato.
Il sacrestano si precipitò dal vescovo Rabula (412-435) e lo supplicò di non far confondere nella fossa comune, il corpo di quel santo uomo, il vescovo allora si recò al cimitero per esumarlo, ma trovò solo le misere vesti, il corpo era scomparso.
Nel secolo IX comparve documentata la leggenda greca o bizantina, la quale trasformava significativamente quella siriaca. Prima di tutto dava un nome al giovane chiamandolo Aléxios (Alessio) che significa “difensore” o “protettore”, situando la sua nascita a Roma e non più in Oriente e datando la sua morte al 17 luglio, al tempo degli imperatori fratelli Arcadio e Onorio (395-408).
La leggenda narra che un’icona della Vergine Maria nella chiesa di Edessa (oggi secondo la tradizione, venerata nella chiesa romana di Sant’Alessio sull’Aventino), ordinò al sacrestano di far entrare in chiesa quel mendicante da considerarsi un santo, la voce si diffuse rapidamente fra il popolo dei fedeli, che presero a venerarlo.
Alessio cui non piacevano gli onori, fuggì imbarcandosi per Tarso, ma i venti prodigiosamente lo fecero approdare sulle coste italiane ad Ostia; questo fatto fu preso da Alessio come un’indicazione divina, pertanto decise di farsi ospitare come uno straniero povero nella casa paterna a Roma.
Il padre memore del figlio lontano e in difficoltà, senza riconoscerlo lo accolse con benevolenza in casa, dove Alessio rimase per 17 anni, dormendo in un sottoscala fra le umiliazioni e gli scherni dei servi.
Quando Alessio sentì che la sua fine era vicina, decise di scrivere le avventure e le origini della sua vita su un rotolo, quando morì le campane di Roma si misero a suonare a festa e fu udita una voce divina che diceva: “Cercate l’uomo di Dio affinché egli preghi per Roma”, così fu scoperto il corpo del santo, ancora con il rotolo in mano, che solo gli imperatori Arcadio ed Onorio riuscirono a sfilarglielo e leggere.
Della leggenda latina non si hanno documentazioni prima del secolo X, comparve prima in Spagna e verso l’ultimo quarto del secolo a Roma.
Qui il culto fu diffuso dall’arcivescovo metropolita di Damasco Sergio, il quale costretto a fuggire a seguito dell’invasione dei Saraceni, si stabilì presso la chiesa di San Bonifacio sull’Aventino, qui fondò una comunità monastica mista, dove i greci osservavano la Regola di s. Basilio e i latini quella di s. Benedetto.
Questa comunità rivestì una grande importanza in quel tempo e fra l’altro rielaborò la leggenda greca di s. Alessio in una versione che diventò la tradizione dominante in Occidente, tale da essere inserita nella “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine.
Le diversità apportate nella leggenda latina sono: la chiesa dove Alessio si sarebbe dovuto sposare divenne la stessa basilica dove il santo sarebbe stato sepolto; la mancata sposa, che la sera precedente le nozze accettò di vivere in castità, si chiamò chi sa perché Adriatica; il rotolo con scritta la sua vita, fu tolto di mano non dagli imperatori, ma dal papa stesso, presenti gli straziati genitori Eufemiano e Aglae, che finalmente seppero che quel mendicante in abiti da pellegrino, vissuto nella loro casa, era l’amato figlio.
Questa nuova versione latina ispirò canti popolari e leggende che i contadini si tramandavano da padre in figlio.
Nel 1217 papa Onorio III dedicò la chiesa di S. Bonifacio anche al leggendario s. Alessio; dell’antica chiesa, dopo i vari rifacimenti non è rimasto quasi nulla, nell’attuale basilica barocca, c’è la Cappella di S. Alessio e in essa è contenuto un frammento lungo circa un metro della scala sotto la quale il santo dormiva, il frammento sovrasta la statua in marmo, raffigurante s. Alessio sul letto di morte, vestito da pellegrino di Santiago, opera dello scultore Antonio Bergondi, seguace del Bernini.
Testimonianza artistica sulla sua vita è il ciclo di affreschi di fine XI secolo, situato nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma; in questo ciclo compaiono già gli attributi che lo identificano, come la scala, il bastone da pellegrino, la lettera nella mano serrata dalla morte, che verranno poi ripresi dai tanti artisti che lo hanno raffigurato nei secoli successivi.
A conclusione è opportuno notare come il numero 17 compaia più volte nella vita di s. Alessio; 17 sono gli anni passati ad Edessa e 17 quelli trascorsi a Roma in casa de padre; il 17 luglio è la data ritenuta della sua morte, come pure egli viene celebrato in Oriente il 17 marzo e in Occidente il 17 luglio.
Ancora oggi nella Basilica di S. Alessio sull’Aventino, molte coppie di sposi vogliono qui celebrare il loro matrimonio.
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LE UMILIAZIONI SONO LA PORTA SULLA QUALE ACCOGLIERE IL VANGELO

Il peccato di Sodoma e Gomorra non è innanzitutto, come di solito si pensa, quello di una sessualità pervertita, la sodomia per intenderci. La tradizione giudaica insiste invece sull'unica regola di Sodoma: il rifiuto dell'ospitalità, che è sempre la madre di ogni disordine, anche di quello sessuale. La trasgressione di questa legge da parte di Lot fece scoprire i due angeli che furono a visitarlo (Gen. 19, 1-4). I nomi di Sodoma e Gomorra in ebraico sono rispettivamente "il campo" e "i covoni". Nomi legati alla fecondità, alla prosperità, che evocano semi e seminagione, immagine e profezia del Messia e dell'amore. Fecondo è solo chi accoglie l'amore, chi lascia che il seme penetri e dia inizio alla vita; chi si chiude in se stesso e nel proprio egoismo cercherà nell'altro soddisfazione e gratificazione, sempre infeconde, come accade nei rapporti contro natura. Nella Scrittura appaiono molti episodi e molte profezie al riguardo. Il Cantico dei Cantici descrive in modo sublime il Signore come uno Sposo che scende nel suo giardino alla ricerca della sua amata. La parabola del seminatore ne trasmette gli echi. Non a caso, proprio tra i campi e i covoni, prima Davide e i suoi prodi, e poi Cristo con i suoi discepoli, compiendo in modo autentico e impensabile la Legge, cercano il nutrimento riservato ai sacerdoti. Laddove è stato gettato il seme della Parola attraverso l'annuncio del Vangelo, il Signore, unico e vero mediatore e sacerdote tra l'uomo e il Padre, cerca il suo frutto. Quei campi e quei covoni sono opera sua, il frutto del suo mistero pasquale annunciato dalla Chiesa. Ciascun uomo sulla terra, covoni del grande campo di Dio, è sua proprietà. Non accogliere Cristo è non accogliere se stessi, rifiutando la propria identità e l'unico senso della propria vita. "Precipitare" è allora la naturale conseguenza di una scelta, non un castigo ingiusto di un Dio ingiusto: o apriamo la porta a Cristo per accoglierlo, o spalanchiamo le finestre per buttarci giù e suicidarci, non ci sono alternative. Sì, chi non accoglie Cristo si suicida in una eutanasia dell'anima che le sottrae l'unico alimento che la fa vivere ed essere feconda. "Sodoma" e "Gomorra" richiamano a una storia d'amore tradita per superbia e autosufficienza, gli stessi peccati delle altezzose "Cafarnao e Corazin", delle emancipate "Tiro e Sidone", della ricca "Betsaida". Non c'è posto per la Grazia in chi si presume giusto. Contro questo veleno che ci fa rifiutare Cristo, l'unico antidoto è la costante memoria del suo amore. Insegniamo ai nostri figli a fare memoria delle opere di Dio in mezzo alla confusione nella quale vivono? Gli sposi fanno ogni giorno memoria delle opere di Dio in loro, per resistere ai terremoti della vita matrimoniale? Un sacerdote sa guardare alla sua storia e farne un memoriale di misericordia e gratuità nella messa che celebra ogni giorno, per guidare il popolo a lui affidato a contemplare, anche nelle traversie della vita, la fedeltà buona e giusta di Dio? Quel lembo di Galilea è la geografia della storia di ciascun uomo: giunge lo Sposo, l'Atteso, il nuovo Mosè, il Messia. E' Lui il Pane disceso dal cielo, la sua carne e il suo sangue sono l'unica vita. Ma questo discorso "è duro", e molti, proprio lì, nella sinagoga di Cafarnao, anche tra i suoi amici e parenti, hanno cominciato ad abbandonarlo. Gesù non è una rosetta, magari la migliore, in mezzo ad altri filoni e ciriole. Gesù è un pane speciale, unico, al punto che senza di Lui non si può vivere, perché senza di Lui la vita è morte. Che pretesa! Cafarnao, Betsaida, Corazin, non lo hanno potuto accettare: troppo ricche, troppo radical e liberali, in quella Galilea al confine tra Israele e la terra pagana, così incline ad assorbirne le idolatrie e a diluirvi dentro la propria fede.
Cafarnao, Betsaida, Corazin, sono i nostri nomi, perché siamo superbi. La predicazione, i miracoli, quante volte ci hanno scaldato, emozionato, per poi essere dimenticati, strozzati dal nostro ego smisurato dato in sposo all'idolatria? E siamo "precipitati", proprio come si può constatare oggi nel sito di Cafarnao, di cui non resistono che poche vestigia archeologiche perché sprofondata nel Lago di Tiberiade. Sodoma e Gomorra non potevano accogliere lo straniero perché turbava i loro standard, che erano quelli del peccato. Forse non giungiamo a chissà quali nefandezze, ma il principio è lo stesso: difendiamo quello che desideriamo fare, inzuppandolo nella melassa della libertà. Magari le ferite sanguinassero davvero dilaniandoci dal dolore! Spalancheremmo le porte al medico capace di curarci. L'arroganza, l'assolutezza nei giudizi, l'incapacità di amare e accogliere il prossimo così com'è, sono figli perversi della chiusura alla Grazia, l'unica capace di cambiare radicalmente il nostro cuore. Sono frutto di un'affezione subdola al male che desideriamo compiere. Per questo banalizziamo gli aspetti importanti e decisivi, chiudendo cuore e mente al perdono: "Dell’immagine di Dio e di Gesù, alla fine, non ammettiamo forse soltanto l’aspetto dolce e amorevole, mentre abbiamo tranquillamente cancellato l’aspetto del giudizio? Come potrà Dio fare un dramma della nostra debolezza? – pensiamo. Siamo pur sempre solo degli uomini! Ma guardando alle sofferenze del Figlio vediamo tutta la serietà del peccato, vediamo come debba essere espiato fino alla fine per poter essere superato. Il male non può continuare a essere banalizzato di fronte all’immagine del Signore che soffre" (Card. J. Ratzinger). Che fare? "Pentirsi", "convertirsi". Accogliere, oggi, di nuovo, l'amore e il perdono, la misericordia infinita di chi vuole ridonarci la verginità perduta, del Signore che ancora una volta, oggi, vuol ricrearci per una nuova fecondità. "Tua sorella Sodoma e le città dipendenti torneranno al loro stato di prima" (Ez. 16, 55): il Capitolo 16 di Ezechiele descrive magistralmente la parabola di Israele, di Sodoma e delle sue sorelle, immagini della nostra vita. Amata e riscattata mille volte, e altrettante perduta in adulteri e idolatrie, figlie della superbia antica. Ma l'ultima parola è la misericordia, la vita nuova in Cristo: "Dopo le irrimediabili minacce, il Signore lascia risplendere l'amore. Bisogna ascoltare, ascoltare fino in fondo per arrivare all'ultima parola, il Nome del Signore! Egli è giustizia e tenerezza. Il suo essere sorprende ogni logica e ogni attesa. Come se l'attesa offerta al Santo, Benedetto Egli Sia, meritasse all'uomo il segreto del Signore, o come se il Signore desiderasse riservare a coloro che accettano di andare fino in fondo a se stessi il Suo nome di pazienza dove risplende il Perdono" (M. Vidal). "Ma il perdono è legato all'umiltà: "Anche io mi ricorderò dell'alleanza conclusa con te nella tua giovinezza e stabilirò con te un'alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne resterai confusa....tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto" (Ez. 16, 60.63). Come Giobbe, anche noi possiamo riconoscere la nostra stoltezza, e abbandonarci, umili e silenziosi, alla misericordia di Dio, ma "serve una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono" (Benedetto XVI). Serve quest'oggi che si apre dove sciogliere umilmente un cuore contrito e umiliato nelle viscere misericordiose di Gesù. Basta solo aprire una fessura, anche di qualche millimetro, che lasci filtrare un piccolissimo fascio di luce. Il bagliore della Pasqua ha il potere di sbriciolare l'orgoglio, proprio illuminando la stoltezza della presunzione. Stringiamoci allora all'alleanza nuova ed eterna che anche oggi, nel corpo e sangue del Signore, ci viene offerta gratuitamente. Tanti miracoli sono stati compiuti nella nostra vita, il primo è questo respiro che ci tiene in vita in questo istante. Chiediamo a Dio la Grazia di non abituarci mai al suo amore: che cosa abbiamo fatto per meritare tutto quello che abbiamo? Nulla, se non credere alla menzogna con la quale il demonio ha ridipinto e stravolto i segni dell'amore di Dio, inducendoci a pensare che fossero i graffi della sua ingiustizia. Imploriamo allora il dono dello stupore quotidiano di fronte alla visita beneficante del Signore, gratuita perché immeritata: "senza meraviglia l'uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un'esistenza veramente personale" (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 4





domenica 15 luglio 2018





RINATI IN CRISTO NUOVO ADAMO NEL SENO DELLA CHIESA NUOVA EVA, GLI APOSTOLI SONO INVIATI AD ESORCIZZARE E CURARE OGNI PERSONA CON IL POTERE DELLA PAROLA E LA TESTIMONIANZA DELL'AMORE 

Coraggio, oggi si torna a casa! Arrivano gli ambasciatori del Paradiso perduto, gli apostoli che Gesù invia per riscattarci dall’esilio. Sono gli angeli che aspettavamo da tanto, perché non la facciamo più in mezzo a questa situazione, siamo sfiniti e affamati di pace e felicità come il figlio prodigo. Stai dubitando dell’amore di Dio, vero?
Non hai argomenti da opporre all’evidenza del male. Questa ingiustizia non la puoi mandar giù e ti opponi ad essa con un altro male, come accade in questi giorni sotto gli occhi di tutti. Quel collega ti ha chiuso in una gabbia di calunnie bruciando la tua reputazione davanti a tutti? Eccoti pronto a uccidere la sua, senza pietà. Non c’è niente da fare, lontani dal Cielo e da Dio c’è solo il peccato, e tutto odora di morte.
Ma coraggio, gli apostoli ci portano oggi l’annuncio che spalanca la pietra del sepolcro dove è imprigionata la nostra vita: “Gesù non è qui, è risorto!”, e con Lui possiamo uscire anche noi dal peccato. Non aver paura, al di là della soglia c’è il Paradiso, la gioia e la pace di chi ama e perdona perché si sente a casa, e non ha più nulla da temere. Guarda bene gli apostoli, in loro che erano dei poveracci come te risplendono le primizie del Paradiso.
L’annuncio del Vangelo, infatti, plana sull’incontenibile nostalgia del Paradiso perduto perché giunge sempre dove il sudore della fronte e i dolori del parto si sono presi le nostre vite, e vi depone un seme di libertà. Per questo il Signore invia i Dodici ad annunciare la conversione, il ritorno alla Verità.
Li manda a due a due, uniti come Adamo ed Eva prima della disobbedienza che li ha messi l’uno contro l’altro, ad annunciare che Gesù ha vinto il peccato che separa il marito dalla moglie, i genitori dai figli, l’uomo dall’uomo; due apostoli diversi l’uno dall’altro, forse umanamente incompatibili e senza interessi comuni, ma che passo dopo passo imparano ad amarsi in Cristo, testimoniando che, nonostante le diversità, “non è bene che l’uomo sia solo”, e che in Cristo è di nuovo possibile amare e vedere compiuta la propria vita.
Li manda “senza nulla”, con una sola tunica, l’immagine e la somiglianza con il Creatore che li riveste, mai doppi e falsi, mai ipocriti, ma trasparenti e autentici, altro che vesti da cambiare a seconda dell’ambiente, senza malizia e intenzioni nascoste perché nudi e innocenti come Adamo ed Eva prima di tagliare con Dio.
Li manda liberi, senza “né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa”, come Adamo ed Eva prima di mangiare il frutto della disobbedienza, abbandonati all’amore del Padre che ogni giorno provvede ai suoi figli proprio attraverso il cibo della sua volontà.
Li manda “conferendo loro il potere sugli spiriti immondi”, come aveva fatto con Adamo ed Eva ai quali aveva dato il potere di “camminare anche sui serpenti”. Li manda come messaggeri del Paradiso, immagine e somiglianza di Colui che li invia, primizie che recano il profumo del nuovo Adamo, segni credibili della vita pensata da Dio per ogni uomo, l’intimità semplice e beata radicata nell’obbedienza dell’amore.
Accogliamo dunque la Chiesa che ci viene a “chiamare” con i suoi apostoli: possiamo specchiarci in loro, perché sono l’immagine del cittadino celeste che Dio vuol plasmare in ciascuno di noi. Giungono oggi i pastori e i catechisti, i genitori e i fratelli che, inermi dinanzi alla nostra libertà, bussano alle nostre vite per consegnarci le chiavi della casa da cui siamo stati cacciati, dalla quale siamo scappati.
Le loro parole, i loro segni, la loro stessa figura ci annunciano il destino per il quale siamo stati creati. Giungono come angeli, i cherubini che avevano chiuso e difeso le porte del Paradiso ci recano oggi l’annuncio che attendiamo da sempre: “Non è qui, è risorto!”. Sulla soglia della tomba gli angeli ci testimoniano il prodigio capace di cambiare la nostra vita: Cristo è risorto, la sua obbedienza ha distrutto il male ed il maligno, ispiratore dell’inganno che ci ha fatto perdere il Paradiso. E’ rovesciata la pietra che ci ha precluso il passo all’amore, al perdono, all’offerta della vita, all’obbedienza; la pietra del sepolcro non tornerà a rapirci la vita, per sempre.
Certo siamo liberi, e possiamo rifiutare l’annuncio, per rimanere polvere da scuotere da sotto i sandali, come facevano i giudei rientrando da un viaggio in territorio pagano, per significare di non avere niente a che fare con il mondo “impuro” dei gentili.
La conseguenza di chi si chiude all’annuncio del Vangelo, infatti, è proprio quella di restare fuori dal Paradiso, dal Regno di Dio che si è avvicinato attraverso gli apostoli, e continuare la misera vita offerta dal mondo schiavo della corruzione e della morte.
Ma no, ascolta la predicazione che “scaccia i demoni” dal cuore. Offri la tua schiavitù e i tuoi peccati al potere di Cristo che è affidato alla Chiesa; confessa al Signore il male che hai nel cuore, sarai sanato “dall’olio” del suo Spirito, soffio di Vita eterna che farà nascere in te un’attitudine nuova verso la storia e le persone, la stessa vita degli apostoli in te, inviato a tutti come ambasciatore del Paradiso ritrovato.
Cristo risorto, infatti, è il Nuovo Adamo che cerca proprio te, la sua Eva perduta, per abbracciarla e riaccompagnarla nell’intimità. E’ Lui che bussa, proprio ora. Corri, vai ad aprirgli, vedrai meraviglie insperate.

giovedì 5 luglio 2018

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NELLA CHIESA SIAMO RISUSCITATI DAL PENSIERO MALVAGIO PER CAMMINARE NELLA BENEDIZIONE
"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh questo è impensabile, non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui. Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi. No, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira. Vi è una sola paralisi: il peccato. Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l’indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l’omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell’illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene. Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un’occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva “Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum ?”, San Tommaso d’Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: “Si malum est, Deus est”, perché l’esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, 1. III, c.71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l’umiltà e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: “Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.

martedì 3 luglio 2018



I credenti, attesta sant’Agostino, “si fortificano credendo”...
Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; 
non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita 
se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, 
nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande 
perché ha la sua origine in Dio.

Benedetto XVI, Porta fidei
GEMELLI DI CRISTO COME TOMMASO TOCCHIAMO NELLA CHIESA LE SUE PIAGHE DOVE NASCE, CRESCE E SI FONDA LA FEDE

Di Gesù Tommaso aveva un'esperienza più viva e familiare delle altre, un ricordo più fresco, tanto intenso e struggente da fargli sanguinare il cuore dal dolore. Aveva l'esperienza delle sue ferite: lo aveva visto mentre lo inchiodavano alla croce; lo aveva contemplato, forse impaurito e da lontano, mentre pendeva agonizzante da quel legno. Probabilmente le aveva anche toccate, accarezzate, baciate; forse aveva intinto il lembo del suo mantello nel loro sangue. Insomma, per Tommaso Gesù era il suo Maestro crocifisso; per credere, per uscire dall'immaginazione, aveva bisogno di quel segno concreto, l'unico che poteva riconoscere. Di più: Tommaso era chiamato "Didimo", che significa "gemello". Dunque, Tommaso stava cercando, come tutti i gemelli quando si separano dal fratello, la parte di sé che gli era venuta meno! Cercava un segno nelle piaghe di Gesù, perché cercava un senso alle sue ferite, al dolore della sua vita. mosso dalla relazione nella carne con Gesù, il primo impulso, istintivo, era andato a cercare il suo gemello, l'unica parte di sé che poteva dare compimento e completezza alla sua vita; ma lo era andato a cercare lontano dalla verità, paradossalmente, proprio lontano dalla carne di Gesù, dal corpo di Cristo che è vivo nella comunione della Chiesa, la comunità dei suoi fratelli. Forse era andato a cercarlo alla tomba, come la Maddalena, laddove i suoi occhi lo avevano visto deporre; forse non si rassegnava a vedere la carne della propria carne scendere e marcire in un sepolcro; forse Tommaso, come noi, stava rovistando tra le speranze deluse, i progetti restati in sospeso, le zone oscure del passato dove si è sbagliato qualcosa; forse Tommaso cercava la pace tra i sensi di colpa mai sopiti, tra le angosce di quella relazione così importante ma scivolata via senza poterci fare nulla. O forse voleva un rapporto diverso ed esclusivo, forse desiderava seguire il suo istinto, gli schemi che seguono gli affetti carnali; forse voleva, semplicemente, restare solo a piangere il suo dolore. 

Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più; lo aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e questa memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo ha spinto a tornare nel luogo dove ancora non lo aveva cercato. Qualcosa lo aveva attirato nella stanza dove aveva ricevuto dalle sue mani il suo corpo e il suo sangue; in quell'intimità che solo si sperimenta nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo ha mai considerato perduto, lo viene a cercare; torna dopo un settimana, come torna in ogni giorno nel quale la Chiesa fa memoria della sua resurrezione. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che, sempre, muove gli uomini verso di Lui. Il vuoto di una vita fallimentare, un matrimonio che sta andando a rotoli, una malattia, l'incompiutezza della vita sono i pertugi che Dio scava nella roccia dura dell'orgoglio. Da essi parte il cammino di ritorno, la conversione. Anche noi, spesso, dimentichiamo che l'unico luogo dove ricevere la virtù soprannaturale della fede, dove toccare e vedere Cristo risorto, dove sperimentare il suo amore più forte della morte, è la Chiesa, la comunità. Gesù, infatti, non dice che la fede è un salto nel buio. Altrimenti, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, proprio il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. Il Signore, infatti, ama Tommaso, e ama noi. E ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati e abbiamo preferito la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi e preparano all'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche tuo figlio e il tuo amico, anche l'uomo più lontano sta cercando il Signore! E può tornare come Tommaso attirato dall'annuncio dei suoi fratelli. Egli, anche se balbettando e ponendo condizioni, ha prestato un po' di fede alle parole dei suoi fratelli, e ora è lì, nella sua comunità. E tanto basta, e questo è tutto. Perché Gesù torna sempre dai suoi, e cerca Tommaso, e accetta ogni sua condizione! Gesù accoglie anche le nostre, anche quelle di ogni uomo, dei più piccoli e deboli, dei più grandi peccatori, e si fa carne, storia, vita dentro le nostre ore, e schiude le sue ferite, la sua misericordia, perché tutti le possiamo toccare. Gesù ha pazienza e, come un fratello maggiore, ci prende per mano e, nella Chiesa Madre e Maestra, ci insegna a camminare con la Parola e i Sacramenti, per "diventare", passo dopo passo nel catecumenato di conversione, "un credente", uno che, in ogni circostanza, vive appoggiato al suo amore incorruttibile. Nella Chiesa, infatti, possiamo fare l'esperienza della misericordia, del perdono che nulla esige e sa ricreare un uomo nuovo nella carne debole e vacillante. E' necessaria la scintilla che solo l'amore di Dio rivelato in Cristo e sigillato dallo Spirito Santo - quello che mancava a Tommaso perché assente la sera di Pasqua - può far scoccare nell'anima: allora, come San Paolo, la "conoscenza" di Cristo non sarà più secondo la carne. per resistere al pericolo che anche la fede divenga uno struggente ricordo, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo, per restare ben piantati con Lui nella storia, e vivere, pur non "sentendo" nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, ci salva la comunità, il cenacolo dove toccare Cristo e imparare la fede. In essa possiamo allineare i memoriali su cui costruire, come sulla roccia, la nostra casa, capace di resistere alle tempeste e ai terremoti. Così potremo giungere alla fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E, come Lui, potremo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita dove non si "vede" altro che morte: per "credere" ogni giorno che nella Croce è nascosta la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.

lunedì 2 luglio 2018

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SEGUIRE GESU' NELLA LIBERTA' DELLA SUA PASQUA PER LIBERARE I MORTI DALLE TOMBE
Gesù ci "ordina" oggi perentoriamente di "passare all’altra riva", ci "spinge" cioè ad entrare con Lui nella Pasqua, attirati nel suo passaggio dalla schiavitù alla libertà. Ciò significa che il desiderio di felicità e di pace che abbiamo dentro, la speranza di non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce, è molto più di un desiderio e di una speranza: è un "ordine" del Signore, l'eco della "chiamata" che ci ha tratto all'esistenza, l'annuncio nel quale viviamo, esistiamo, siamo. Il "senso" profondo della nostra vita, ovvero la "direzione" che dà consistenza e pienezza a ogni istante, è quello che ci fa "passare all’altra riva", ogni giorno. Passare all’altra riva è l’unico modo di "seguire" il Signore.
Lui, infatti, non ci offre un cuscino borghese dove riposare, alienazioni come ce ne propone il mondo. Con Lui non si scappa dalla realtà per nascondersi nelle "tane" delle "volpi", supponendo stoltamente che la nostra astuzia ci possa preservare dal fallimento e dalle delusioni; si cammina nella storia, i piedi ben piantati in terra, non si vola come "gli uccelli" verso "nidi" di fantasie sognate nel mondo virtuale di internet, degli astrologi, dei talent scout, degli acquisti a rate e con carta di credito. Cristo ha pagato cash, per tutti: infatti, "non ha dove reclinare il capo", e lo farà solo sulla Croce, offrendo gratuitamente la propria vita. Su di essa ha disteso le braccia per accogliere e salvare ogni uomo, rivelandoci che, quando è crocifisso, ogni istante della vita è operoso e fecondo. Quando il Signore chiama è per condurci al vero riposo, quello del seme che, caduto in terra, muore per non restare solo e dare molto frutto. Il riposo che inizia qui sulla terra nell'amore che dimentica se stesso, prende la Croce d’ogni giorno e "segue" il Signore "ovunque", perché in ogni luogo e momento c'è qualcuno che aspetta la sua salvezza; il demonio, infatti, non va mai in vacanza, anche alle Maldive lavora come un matto... Quando Gesù passa e chiama è impossibile cercare di comprendere quello che accade se non ci lasciamo raggiungere e avvolgere dal suo amore; chi non ha l'esperienza del suo perdono, della Pasqua che fa risorgere dalla morte ogni relazione e situazione che sembrava spacciata, non potrà "seguire il Maestro ovunque vada"; non ha i parametri per ascoltare e obbedire, perché la carne ha altri criteri e cerca sempre e solo il proprio interesse e la propria soddisfazione; la carne ferita dal peccato non spera il Cielo.
Negli "ovunque" di Gesù, invece, che sono spazi e momenti di puro amore, vi saranno luoghi e persone che la carne rifiuterà, e le buone intenzioni di fedeltà e amore a Cristo si scioglieranno come neve al sole. Per questo, può "seguire ovunque" il Signore solo chi ha crocifisso la sua carne e i suoi desideri perché vive del suo amore e questo gli basta e lo sazia; solo chi in questo amore ama il prossimo come se stesso, che significa proprio "lasciare che i morti seppelliscano i propri morti". Ed è un modo per dire che chi "segue" il Signore si appoggia a Lui e gli consegna fiducioso tutte le situazioni irrisolte della propria storia. Spesso, infatti, neanche i rapporti chiamati ad essere i più santi, come quelli familiari o di una comunità religiosa, possono offrire un "luogo dove reclinare il capo". Anzi, vissuti nel limite angusto della carne, sono un ostacolo per l'obbedienza alla propria vocazione. E non c'è nulla da fare: più si tenta di "seppellire i morti", ovvero, più si cerca di riordinare e spazzare via i motivi delle contese, e più queste si moltiplicano. In questi casi, e sono la quasi totalità, c'è solo da convertirsi e rientrare in se stessi, ricordare di non essere migliori di nessuno, e accettare che la carne è ferita dal peccato ma è viva e vegeta, e, quando è schiava del volere del demonio, è più forte dei nostri buoni propositi. Quindi, ascoltare la chiamata di Gesù e "seguirlo", per "reclinare il capo", ovvero i pensieri e le angustie, gli tsunami della carne, i desideri e le speranze, sul legno della Croce. E restare crocifissi con Lui per amore dell'altro, sino a lasciargli intatta tutta la sua libertà. Amare, senza se e senza ma, perché solo nell'amore vi è il riposo, che abbraccia l'altro così com'è, senza esigenza, anche se non cambierà mai.
Solo in questo amore si può trovare pace, proprio lì, nella realtà, perché, passando con Cristo all'altra riva del Cielo, possiamo vederla trasfigurata e accoglierla docilmente. E non si tratta di superficialità, di rassegnazione e cinismo; è amore, amore purissimo che si dona senza riserve e senza sperare nulla per sé, anche se fosse umanamente legittimo; è amore che si offre in silenzio, muto come Gesù nella Passione, per non sporcare la purezza dell'amore di Dio, con il solo desiderio che l'altro possa percepirne, nella libertà di rifiutarlo, almeno un frammento. E' ovvio che Gesù non sta dicendo di non curare i propri cari e accompagnarli sino alla morte, anzi. Ma di amare ogni persona, anche le più care, di un amore celeste. E questo, a volte, ci conduce a superare le consuetudini umane e religiose. Quando, per amore a Cristo e al Vangelo - e quindi per amore vero e celeste all'altro, anche alla carne della propria carne - il coltello affonda la lama per circoncidere il cuore, è il momento dell'amore più puro, che si fa crocifiggere per non barattare la propria salvezza e quella dell'altro con un po' d'affetto e consolazioni umane, effimere come la rugiada del mattino. Seguire Gesù, infatti, è molto di più che seppellire i morti; anzi, è l'esatto contrario: è camminare nella morte per giungere alla vita e tirare fuori i morti dal sepolcro e accompagnagli in Cielo.
Seguendo Gesù siamo chiamati a spargere il suo profumo di vita e misericordia prendendo su di noi l'incomprensione, il rifiuto e i peccati degli altri, dando così compimento a ogni relazione; l'amore, infatti, non si limita alle pur dovute e desiderate attenzioni; esso va ben oltre il "minimo sindacale" del "religiosamente corretto". La vita cristiana è "seguire" l'Amato nelle ore infinite di "straordinario" spese per ascoltare e correggere un figlio, per accollarsi silenziosamente il lavoro che il collega non vuol fare, per amare la suocera o la nuora così come sono, per compiere cioè, per Grazia, il Discorso della Montagna; e, se Dio chiama a una missione particolare, per andare ad annunciare il Vangelo sino agli estremi confini della terra. Questi sono gli straordinari di un amore straordinario, che non ha altro stipendio in terra che la gioia del Cielo, che esplode quando un peccatore, il nostro fratello, si converte e crede all'amore di Dio. Per questo, come Giacobbe, siamo chiamati a "posare il capo" su di una pietra, nel "luogo" di Dio; perché - istante dopo istante - la famiglia, il lavoro, la scuola, tutti i "luoghi" che ci attendono "seguendo" il Signore, divengano le "porte del Cielo" che ha visto Giacobbe al risveglio dal sogno: “Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash.
Così per la nostra vita, nella quale freschezza e asprezza caratterizzano le pietre del carattere del coniuge, delle difficoltà con i figli e i genitori, dei sacrifici per non restare invischiati nell'egoismo e nell'orgoglio; ma, proprio per quello che sono, i volti e i luoghi che ci attendono, si "trasformano in un letto e un cuscino" dove riposare dalle sterili fatiche della carne. Pietre come la pietra del sepolcro del Signore, aspra nella morte, fresca nella risurrezione. Come non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, così non è possibile riposare nella morte, nei fallimenti, nei dolori. Non è quello il nostro luogo. E’ un momento, un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, non accompagna all'eutanasia e non abortisce persone, relazioni ed eventi; non è un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo "segue ovunque", perché, risvegliatosi con Lui dal sonno della morte, sa che ogni "luogo" è "la casa di Dio, una porta sul Cielo". Dio farà di lui e della sua storia una benedizione "per tutte le famiglie della terra", perché "sarà con lui e lo guarderà ovunque andrà e non lo abbandonerà prima di aver compiuto ogni sua promessa" (Cfr. Gen 28,10-19). E proprio questo era il desiderio dello scriba, così simile al nostro celato in tutto quello che pensiamo e facciamo: stare con Gesù per sempre. Ma esso è il frutto dell’esser "passati all’altra riva", sorge dall'esperienza della Pasqua, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, nella quale camminare sereni tra le precarietà, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo.