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martedì 9 ottobre 2018

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GESU' HA SCELTO TE, LA SUA PARTE MIGLIORE, PERCHE' TU SCELGA LUI, LA TUA PARTE MIGLIORE, L'UNICA BUONA

Maria, "disoccupata" e felice: agli occhi di Marta, spenti su «quelle di quaggiù», la "sorella" è immagine dello scandalo della Chiesa che cerca le «cose di lassù». Ascoltare invece di fare? È lo scandalo nostro, di ogni giorno. La sveglia al mattino ci trova già inquieti e pre-occupati: abbiamo dato il cuore alle «cose della terra» per "inciamparci" rovinosamente. Corriamo, riempiamo le agende di impegni, trasciniamo marito, moglie, figli e amici nella stessa girandola, per ritrovarci ogni giorno più esausti e infelici. Nulla si realizza perché nulla ci sazia. "Accogliamo" e "serviamo" Gesù, ma senza la gioia piena con la quale Zaccheo è sceso dall'albero per ospitare Gesù. Era un peccatore, non si aspettava l'auto-invito del Signore, le sue parole l'avevano spiazzato: "Oggi conviene che io entri a casa tua". Le abbiamo sentite queste parole, oppure siamo ancora convinti di avere invitato noi il Signore? Ci siamo sentiti amati, oggi per esempio, senza alcun merito, per pura Grazia? Gesù aveva "scelto" quella casa, come una primizia. Il verbo usato da Luca nei riguardi di Maria che si è "scelta" la parte migliore, in tutto il Nuovo Testamento ha Dio e Gesù come soggetto. Solo qui ha un soggetto umano. Una donna, l'unica, tra tutti quelli che erano a contatto con Gesù, che lo ha scelto come in una liturgia nuziale. Era arrivato il suo diletto, lo sposo per il quale era nata. Qualcosa in fondo al suo cuore le stava dicendo che era Lui, e nessun altro. Come accade a due fidanzati, nel momento in cui, al di là dei difetti, delle differenze, anche e soprattutto al di là della passione, sentono come un sigillo nel cuore, la certezza che sono stati "scelti e messi da parte" da Dio l'uno per l'altro: "Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga". Maria si era sentita amata così da Gesù: un amore che l'aveva scelta prima di essere formata nel seno materno, prima di ogni peccato, e che ha continuato a guardarla sempre così: "Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo". L'amore di Gesù desiderava lei, così come era. E quell'amore l'avrebbe riportata alla libertà e alla felicità per cui era venuta al mondo; entrando nella loro casa Gesù l'aveva trasformata nel Regno della Grazia: quella casa era divenuta come il Paradiso al quale anelava, dove non vi è nulla da preoccuparsi, perché Dio provvede a tutto per i suoi figli. La voce di Gesù aveva trasfigurato quelle stanze: "Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte". Maria lo sapeva, era lei l'amata che Gesù era venuto a cercare. Nulla della sua storia gli era estraneo; la sua casa, i suoi giorni, d'un tratto erano un'altra cosa. Lo sguardo di Gesù aveva attirato il suo cuore, e ora anche lei vedeva tutto avvolto in una luce che schiariva ogni cosa. Per questo era ai suoi piedi, per donargli se stessa. Perfino i peccati, le debolezze, gli errori, le nevrosi, attirati in quell'amore erano balsamo e mirra, miele, vino e latte da offrire a Cristo. Dove e in chi trovare un amore così? Solo ora quella casa era davvero la sua casa, perché Gesù l'aveva scelta a sua dimora, trasformandola in una primizia del Paradiso perduto; vi abitava in un modo nuovo, sconosciuto alla carne obbligata a faticare e sudare per un pezzo di pane: stava sperimentando la Grazia, poteva riposare ai piedi dell'Amato, non doveva più preoccuparsi di nulla, c'era Lui, e Lui era tutto: "Le grandi acque", infatti, "non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio". Maria non sapeva perché l'aveva "scelta" tra tante, in fondo non le importava neppure. Aveva trovato l'Amato: il suo compimento era Lui, la pienezza di ogni istante, la "bellezza" e la "bontà" fatta carne e parola per fare "bella" e "buona" la sua vita. Non si trattava di mettere in fila affetti e occupazioni, e stabilire una gerarchia. Si trattava di lasciarsi amare, perché la "scelta" innamorata di Gesù giungesse sino a lei; bastava abbandonarsi, come un bimbo in braccio a sua madre. E' l'unica cosa che ci chiede il Signore: sederci ai suoi piedi, come un discepolo, e ascoltarlo; lasciar fare a Lui, permettendogli di amarci come solo Lui sa. Chi lo incontra, infatti, come Maria non può più farne a meno, lo abbraccia e non lo lascia più. Ascoltato, non si smette più di stare seduti ai suoi piedi e porgere l'orecchio alle sue parole. Il suo amore è così grande, infinito, incomparabile, che si impone da sé, oltre ogni paragone. E' fuori gara, perché è l'unico che ha vinto la morte, così grande da abbracciare ogni peccato e consumarlo nella misericordia. Chi lo ha sperimentato, ha toccato il Cielo: lo ha visto, ne ha gustato le primizie. Tutto il resto non ha più potere di rapire e soggiogare la mente e il cuore. Maria ha trovato in Gesù la sua vocazione, la sua vita originale: era stata "scelta", anche se debole, povera, proprio perché era nulla agli occhi del mondo, ignobile e disprezzata. E da quel momento, ogni suo istante era perfetto: in ogni pensiero, parola e gesto, Gesù non desiderava altro che offrirle quello che Lui aveva già scelto. Perché per Gesù, la parte buona, la migliore, era proprio Maria, e nulla gliela avrebbe tolta: aveva dato la sua vita per lei.
Marta, invece, non aveva sperimentato ancora quell'amore. Era ancora sulla soglia, aspettava l'amato, ma non l'aveva riconosciuto. Era ancora convinta di averlo scelto lei. Come quando in un matrimonio si pensa di aver scelto l'altro perché innamorati di qualcosa, dello sguardo, degli occhi o del carattere. E così ci si infila nello stesso atteggiamento di Marta, finendo con il preoccuparsi di molte cose, per tralasciare l'unica necessaria. Se non è Cristo ad aver scelto per primo noi e il coniuge, noi e il fidanzato, noi e la comunità cristiana nella quale camminiamo nella fede, ci si spenderà nel tentativo di piacere all'altro per mantenere vivo il primo sentimento; uno sforzo impossibile, sfiancante, per apparire, per fare, per dare, per reggere l'urto con l'alterità che prima o poi appare. E allora sarà sempre giudizio ed esigenza, e un senso di ingiustizia che evapora ogni sentimento; non c'era amore, perché non ci si è sentiti amati e scelti gratuitamente. Era carne, erano "molti servizi" che "distoglievano" il cuore dall'essenziale, dalla verità e dall'autenticità. Erano pensieri e gesti destinati alla corruzione, relazioni che sono "tolte", irrimediabilmente; come accadde a Marta che viveva ancora sulla terra, prigioniera del mondo, dove non esiste gratuità, ma duro lavoro, sforzi, ed esigenti contabilità affettive. Per lei non era "necessario" che Gesù entrasse a casa sua. Lo amava certo, ma nella carne, e per questo non si era accorta che, quando c'è Gesù, si è sempre suoi ospiti, perché ogni casa è la sua, ogni vita è la sua, ogni istante è il suo... Spesso pensiamo anche noi allo stesso modo: Gesù non è "l'unico necessario", Lui è accanto alle nostre concupiscenze, e molto altro viene prima... Gli affetti ad esempio, le attenzioni e la stima. E, più di ogni altra, la giustizia nelle relazioni. Non a caso Marta e Maria sono "sorelle": ci parlano delle nostre famiglie, dei matrimoni, dei fidanzamenti, delle amicizie. Ci parlano della Chiesa, la "donna" che "accoglie Cristo nella sua casa" ogni istante. E, come in quella di Marta e Maria, quante rivendicazioni nelle nostre case... Quante Marta si aggirano per sale e sacrestie delle nostre parrocchie.. Quanta malizia si nasconde dietro ai nostri "molti servizi" di madri e di padri, di preti e suore, maestri e catechisti... E quanta ipocrisia... Sempre a chiedere giustizia, frustrati e delusi: "Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?". Lo crediamo insensibile alle nostre ragioni, indifferente alla nostra solitudine. Ma come, proprio la sorella, proprio la moglie, il marito, il parroco o il fratello, proprio chi dovrebbe essere al nostro fianco nel "servizio" ci lascia "soli"? E Gesù? Niente, non ci dà ragione, mai. Ma è proprio questo il suo amore immenso, con il quale purifica tutto quello che non è "necessario" per la salvezza, a noi e ai fratelli. Lo stesso con il quale ha amato Marta: non le ha reso la giustizia che cercava, neanche una parola di comprensione. Gesù, infatti, ama Marta e ciascuno di noi non come vorrebbe la nostra carne che esige la propria giustizia. Gesù ci ama mostrandoci Maria, nostra "sorella", proprio quella che disprezziamo e giudichiamo. Anche lei, come noi, è figlia della stesso padre e della stessa madre. Anche lei è stata creata da Dio e rigenerata nella Chiesa. E', infatti, l'immagine della parte di noi che abbiamo nascosto sotto i detriti dell'orgoglio. Maria ascolta perché è innamorata e disarmata. Nulla più la «preoccupa», le «cose della terra» trovano il suo cuore «occupato» dall’unico Ospite «buono e necessario» capace di saziare ogni desiderio. Era felice Maria, non aveva bisogno d'altro, aveva sperimentato che niente è "necessario": neanche l'affetto, la stima, la salute o il denaro. Non sono "necessari" neanche la famiglia, i figli, o il ministero, perché passa la scena di questo mondo, e possiamo perdere tutto in un istante. Un ictus e tac, un prete non può più predicare, e un padre non può lavorare e parlare con i suoi figli o unirsi a sua moglie... Maria lo aveva capito e per questo stava dove era Gesù, e lo guardava come quando un ragazzo fissa estasiato gli occhi della sua amata, e ascolterebbe le sue parole per mesi. Amiamo così Cristo? Abbiamo conosciuto davvero il suo amore? Forse ancora no, forse speriamo ancora dalla terra il Cielo che non può darci. Forse ci deve essere ancora "tolto" quello che occupa il nostro cuore. Solo allora potremo accogliere lo Sposo che viene a casa nostra, nella gratitudine e nella gioia. Ma coraggio, oggi Gesù viene a destare Maria in noi, per accendere l'amore nel nostro cuore, l'unico che genera il servizio autentico, il compimento della volontà di Dio. Sì, perché servire Gesù è, essenzialmente, stare "seduti ai suoi piedi, e ascoltare la sua parola". Questo è l'amore rivelato sul Sinai: se non si ascolta non si può obbedire, si è incapaci di compere la volontà del Padre, che è quella di donare noi stessi gratuitamente. Se non si ascolta si seguiranno solo i propri istinti. Per questo Gesù viene a casa nostra, nella Chiesa, la nostra comunità, e, illuminandoci con la sua Parola ci annuncia: "Marta, Marta - Paolo, Paolo, Lucia, Lucia - tu - sì proprio tu ed io -ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno". Guarda che ti sto "togliendo" con amore quello che ti sta facendo male, che ti "agita" e ti "affanna", impedendoti di amare. Chi non odia tutto ciò che usurpa il posto di Dio, infatti, non può essere mio discepolo, non può seguirmi per entrare con me al banchetto di nozze. Per questo non ti meravigliare se non riesci a parlare con tuo figlio, se tuo marito non riesce a capirti, se sul lavoro ti stanno umiliando, se non hai soldi, se sei malato, se hai lo sfratto. Hai messo il tuo cuore in tutti questi "servizi", che hanno "pre-occupato" il mio posto. E ora vengo a riprendermelo, perché ti amo. Anche oggi, come quel giorno nel Tempio, Gesù purificherà i nostri cuori con la Croce. Chiediamogli allora di non resistere alla sua opera, e di "sederci" e "ascoltare" la Parola capace di farci liberi e di vincere ogni resistenza, schiudendo il nostro cuore perché accolga il suo amore.

lunedì 8 ottobre 2018


Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso…


Se entro in una parrocchia, ho la strana sensazione di entrare in una tomba. In tante nostre parrocchie Dio non è mai resuscitato, ma è perennemente in un sepolcro. L’abbiamo rinchiuso in un sarcofago e ce ne siamo dimenticati.
Dio è morto, diceva Nietzsche, e sono i cristiani ad averlo ucciso. L’hanno ucciso con i programmi, le regole, le direttive, gli orari. Se entri in una Chiesa la prima cosa che leggi è il biglietto degli avvisi, tutto così ben fatto e corredato di orari, da far invidia alle aziende della Silicon Valley. Quanto tempo nel redarre programmi e orari, così scrupolosamente perfetti. Quanto tempo nell’ideare i più fantasiosi progetti pastorali. Ma Dio, Dio dov’è finito?
A.A.A. CERCASI DIO
Siamo sprofondati in un ingranaggio infernale. Nella ricerca della pastorale perfetta, ci siamo dimenticati che tutto quello che dovevamo fare era applicare le semplici parole del Vangelo.
Ci siamo così concentrati sull’attirare l’altro, scordandoci che l’altro è li fuori che ci aspetta. Abbiamo rinchiuso Dio nel sepolcro delle nostre Chiese e abbiamo negato agli altri di poterlo conoscere.
SPALANCATE LE PORTE DEI SEPOLCRI
C’è un solo modo per resuscitare Gesù, fate rotolare le pietre dei sepolcri, e citando Giovanni Paolo II “aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Bruciate i programmi pastorali, distruggete le catene che vi incatenano ai banchi delle parrocchie, fate rotolare le pietre dei vostri sepolcri, liberate lo Spirito Santo
Uscite dalle catacombe, annunciate Cristo alla gente, scendete nelle piazze, incontrate l’altro nelle periferie! Portate i feriti nelle Chiese, curateli con l’unguento dei sacramenti. Trasformiamo le parrocchie da aziende, dagli ingranaggi infernali, in ospedali da campo, sempre aperte e pronte ad accogliere il povero, la vedova, l’orfano, l’emarginato e tutti coloro che hanno perso ogni speranza e vivono nelle tenebre. Lì fuori c’è un mondo che aspetta Gesù, che aspetta Cristiani dal cuore aperto, pronti a perdonare, a non giudicare e farsi sinceramente prossimi a ogni Uomo e Donna, per restituire a tutti la dignità di figli di Dio.
Non perdiamo l’occasione di rinnovare la Chiesa, di restituirgli la freschezza dei primi anni, quando, ancora bambina, con la purezza e la sua semplicità, è riuscita a portare la Gioia di Cristo al mondo intero.
È in corso il sinodo dei giovani, si parlerà tanto di soluzioni, di idee… Ma forse la più grande delle idee è quella suggeriteci da Gesù: “Siate come bambini, perché di essi è il regno di Dio”
Come bambini, carichi di rinnovata speranza, andiamo per il mondo e annunciamo la Gioia di Cristo, annunciamo che dietro le nubi più nere c’è il sole della resurrezione. Abbiate coraggio fratelli, possiamo veramente cambiare le nostre comunità, se avremo il coraggio di recidere le catene che ci legano ai nostri preconcetti.
Che Dio ci benedica!


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GESU' SI E' FATTO ERETICO PER FARSI PROSSIMO DI OGNI ERETICO E OFFRIRGLI COSI' LA POSSIBILITA' DI ACCOGLIERE IL PERDONO
Nel Vangelo di oggi Gesù risponde, attraverso la parabola, alla domanda più importante: facendo cosa (secondo la traduzione letterale del testo che prevede un gerundio) erediterò la vita eterna? La forma verbale usata da Luca esprime l'attualità del fare, lo scorrere dell'operare nel tempo, orientando la domanda del Dottore della Legge sulla questione fondamentale: in quale attività sperimenterò una vita che non si esaurisce, in che modo usare del tempo perché esso non divori il mio fare? Che cos'è che mi consente l'accesso all'eredità della vita eterna? Ma l'eredità non è qualcosa da conquistare, è un diritto naturale, spetta al figlio come un dono dell'amore paterno. Per un dotto israelita doveva essere chiaro che l'eredità consisteva nella Terra, il compimento dell'Alleanza tra Dio e il suo Popolo. Lui l'ha inaugurata, Lui l'ha realizzata giorno dopo giorno, Lui l'ha rivelata; il Popolo l'ha accolta per poi però infrangerla ripetutamente. E Dio ha perdonato, una, mille volte. Per questo l'Alleanza è molto più di un contratto, è un legame sponsale, un divenire l'uno parte dell'altro: l'Alleanza è amore, al punto che per Israele lo stesso matrimonio è detto berit. Anche la traduzione che ne è derivata, testamento, rimanda all'idea di una eredità. Compresa nel contesto nuziale, essa acquista i connotati della dote, del dono che, in questo caso, lo sposo, fa alla sposa per le nozze. Esse si celebrarono sul Sinai dove la voce dell'Innamorato aveva rivelato il suo tesoro più prezioso, regalandolo alla sua amata: la Torah. Essa è la gioia e la vita, il cammino da intraprendere per essere proprietà dell'Amato, la Parola da fare e ascoltare per essere sua sposa. Fare e ascoltare, fare per avere l'eredità: il fare è amare, e amare è la condizione per ascoltare. Si comprende allora perché Gesù inviti il Dottore della Legge ad aprire la Torah e a cercarvi la risposta: il facendo cosa è tra quelle pagine. E, subito, di getto, il Dottore della Legge proclama un versetto tratto dallo Shemà unendolo a un altro del Levitico, dal cosiddetto codice di santità. Ha risposto bene, questo amore è la sintesi della Torah, il fare per ereditare, legato indissolubilmente all'ascoltare. Si ascolta quando si ama. E' stata questa l'esperienza di Israele, e per questo il Signore ripete al Dottore della Legge le stesse parole dello Shemà: "Fa questo e vivrai!". Ma proprio in questo si rivela l'inciampo dell'interlocutore di Gesù: egli "lo mette alla prova", non lo ama. Non comprende di essere dinanzi all'Amato, all'Autore dell'Alleanza, all'eredità fatta carne, alla stessa vita eterna che cercava di ottenere. Gli si offriva con amore e lui scappava, cercando di giustificare se stesso, di farsi giusto (giustificarsi, che non significa discolparsi) continuando a mettere alla prova il Signore con la domanda "e chi è il mio prossimo?". "I Farisei tendevano ad escludere i non farisei; gli esseni pretendevano che si odiassero tutti i "figli delle tenebre"; i rabbini dichiaravano che si dovevano "sotterrare" tutti gli eretici, i delatori e gli apostati e non estrarli da sotto terra, e un proverbio popolare molto conosciuto escludeva dal comandamento dell'amore il nemico personale" (J. Jeremias, Le parabole di Gesù). Il Dottore della Legge tende una trappola a Gesù per vedere chi egli consideri come prossimo: se segue la tradizione di Israele oppure trasgredisce e allarga i confini minando così l'unità e la specificità del Popolo: "ma tu Maestro? Chi è il prossimo per te? Quello che dice essere la Legge o anche qualcun altro?". Per farsi giusto cerca di rendere ingiusto Gesù, di farne un eretico. E Gesù si identifica proprio con il samaritano, con l'eretico, e rivela l'impensabile: Dio si è fatto eretico per amore! La domanda al termine del racconto è la chiave di tutto il brano: "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?"; costituisce la risposta alla domanda precedente su chi fosse il mio prossimo. Il prossimo è proprio il samaritano eretico, e non l'uomo incappato nei briganti!!! Un eretico, Gesù è il prossimo da amare come se stessi perché ci ha amati più di se stesso!
Lui si è fatto prossimo, cioè vicino a ciascuno di noi, incappati nei briganti e spogliati di tutto, lasciati mezzo morti sul ciglio della vita. Il sacerdote e il levita, guide del popolo, non hanno forza, né spirito per farsi prossimo al dolore dell'umanità, neanche dei propri fratelli. Il samaritano invece sì, conosce il dolore dal di dentro, sa che cosa significa essere rifiutato, percosso, gettato fuori mezzo morto. Ha conosciuto sino in fondo le conseguenze del male e può avere compassione e "gli si spezza il cuore"; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l'uomo in quelle condizioni lo prende «nelle viscere», nel profondo dell'anima. E' Lui che si china come il Buon Pastore, conosce la sua pecora e se la carica sulle sue spalle, e la riconduce all'ovile, la "locanda" della parabola; e "si prende cura di lui", attraverso le sue stesse ferite, le piaghe dalle quali siamo stati redenti: il vino, il sangue sgorgato dalle sue membra crocifisse, e l'olio, il suo Spirito vivificante effuso spirando sulla Croce. E' Lui che paga il prezzo del nostro riscatto con la sua stessa vita, i suoi averi, le sue grazie, le monete lasciate al locandiere. E' Lui che ci affida alle cure della Chiesa, la madre premurosa che ci accompagna nel cammino di conversione e risurrezione. E' solo Lui, l'unico Dio, in mezzo a tanti dei stranieri falsi e ingannatori, identificati, con la durezza della verità, nel sacerdote e nel levita: sono loro i veri eretici, le monete false che non salvano nessuno, i mercenari che le pecore del Signore non seguiranno, i falsi profeti che nessuno amerà. Gesù ha visto l'uomo, ogni uomo della storia, come Adamo gettato fuori dalla Vita, e lo ha amato. Ha amato te, tua moglie, tuo figlio, ieri quando ti tradivano, odiavano, disobbedivano, non ti prendevano in considerazione, non ti gratificavano con lodi e attenzioni. Gesù ti ha amato così come sei, e ha visto lo splendore in quel grumo di sangue gettato sul ciglio di una strada. Ha visto la vita nella morte che ci ha colto, l'unico che ha saputo vedere vita, vita bella e piena, amore e dono di sé in un povero disgraziato incapace di tutto, ferito e abbandonato. Così ci ha visto mentre peccavamo!!!! Per questo, l'amore che eredita la vita eterna è pura gratitudine che sgorga da un cuore amato senza condizioni e senza limiti; l'amore di un'amata che, stordita da tanto amore, apre il suo cuore e lo consegna all'amato innamorato. Gesù si è innamorato di quell'uomo sfinito e incapace di tutto: di tuo figlio caduto nella droga, che non va più in Chiesa, divorziato e adultero; di te e di me, pieni di pus e ferite. E, come il poveraccio della parabola, anche noi, proprio perché mezzo morti, possiamo "fare e ascoltare": grazie alla debolezza e non alle capacità, siamo, infatti, caricati sulle spalle di Gesù. Così, amando Cristo nostro prossimo nel suo stesso amore riversato in noi, diveniamo prossimi di tutti. Con Lui saremo eretici per i moralisti che schiacciano i piccoli sotto i cingoli dell'esigenza, e per il mondo libertino e relativista, feroce con chi sgarra e non obbedisce alle sue regole "tolleranti". Sì, occorre divenire eretici, caricarci dell'obbrobrio di Cristo e uscire dalla città, come Lui ha caricato noi. Nessuno è più di Colui che lo ha inviato: hanno chiamato Belzebù Lui, chiameranno così anche noi. Ma solo così potremo sfiorare con la misericordia il cuore di quanti, accanto a noi, stanno fuori dalle regole, forse bestemmiando il nome di Gesù con la propria vita. Amarli dove Cristo ci ha amato, nell'eresia, in quella parte che proprio non riusciamo a mandare giù, di noi stessi e dell'altro, perché contesta la nostra religione, quello cioè che abbiamo posto a fondamento della vita, della famiglia, della comunità cristiana. Solo dopo esserci innamorati del prossimo che si è fatto eretico per amare gli eretici, sporco e contaminato per avvicinarsi agli impuri, peccato per toccare e salvare i peccatori, potremo avventurarci nelle zone corrotte degli altri, per caricarceli sulle spalle e riportarli all'ovile dove affidarli alla madre. Siamo chiamati a non frustrare la follia dell'amore di Dio. Ad accogliere l'umile creatività dello Spirito Santo che ci fa liberi, sino al punto di diventare eretici come Gesù perché tutti si salvino. Un padre e una madre eretici per amore, preti eretici per zelo, ecco di che cosa hanno bisogno i peccatori! Cristiani che "puzzano" dell'odore delle pecore perdute al nostro fianco, per abbracciarle nel profumo di Cristo.

domenica 7 ottobre 2018

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DUE IN UN SOLA CARNE PERCHE' REDENTA DALLA CARNE GLORIOSA DI CRISTO

Vi sono domande che non cercano risposte, ma sembrano piuttosto delle pistole puntate. Come quelle poste a Gesù da alcuni farisei, “per metterlo alla prova” su un tema cruciale duemila anni fa come oggi.
I farisei conoscevano perfettamente la Torah e quello che stabiliva Mosè circa il ripudio. Interrogano Gesù per sapere come interpretava la Legge, cercando di smascherarlo come eretico. Ma Lui risponde, come molte altre volte, con un’altra domanda, diversa dalla loro, perché piena d’amore.
Avrebbe potuto stare lì a discutere, umiliare, deridere, vincere la sua battaglia ideologica, smascherare la perfidia e l’ipocrisia di quei farisei. Lo potrebbe fare mille volte con noi. Invece il suo amore incarnato nelle sue parole, come una lama a doppio taglio, penetrano sino alle giunture più recesse dello spirito rivelando il “cuore indurito” di ogni fariseo che è in noi.
“Sklerokardia” infatti è la malattia del nostro cuore. Si tratta di un termine rarissimo nel Nuovo Testamento, usato solo qui (e nel parallelo di Mt. 19,8) e nel finale di Marco, quando Gesù risorto, apparendo ai discepoli, li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore. Ciò che paralizza il cuore è dunque l’incredulità.
Le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio si comprendono meglio se poste nel contesto della fede. I farisei, come i discepoli che, in uno stolto paradosso, volevano impedire a Gesù di benedire i bambini ai quali poco prima Egli aveva paragonato proprio loro che lo seguivano, sono ciechi, non comprendono nulla di Gesù. Non hanno fede perché ancora impigliati nella menzogna del demonio.
Ma chiedendo ai farisei “quale ordine” avesse dato Mosè circa il ripudio, Gesù prepara la trappola con cui smascherare il cuore doppio di quei farisei. Mosè infatti non aveva dato alcun “ordine” riguardo al ripudio. In Dt. 24,1-4, l’unico passo della Torah che ne tratta, il divorzio è scontato, perché si riferisce al caso di un uomo che ha ripudiato la moglie e vuole sposarla di nuovo, dopo che ella è stata sposa di un altro uomo.
I farisei, che conoscono la Legge, rispondono che non v’è nessun “ordine” in materia, ma solo un “permesso”. Ora, si “permette” qualcosa non solo perché sia valida, ma, a volte, solo per riguardo alla “debolezza”, o per la “durezza del cuore.” Non si tratta quindi di liceità o non liceità.
Il matrimonio, infatti, è qualcosa di molto più grande, riguarda il “principio”, e quindi Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza come “maschio e femmina” perché l’amore nel quale l’ha plasmato potesse muoverlo verso la carne della sua carne.
Il peccato d’orgoglio di Adamo ed Eva ha rotto l’equilibrio d’amore pensato da Dio. La durezza del loro cuore provocata dall’incredulità nella quale sono caduti per aver dato ascolto al serpente, ha frustrato il progetto originario di Dio sulla sua creatura.
Ma le parole di Gesù svelano proprio il matrimonio come la Buona Notizia, la possibilità che Dio offre all’uomo di ritornare al “principio” della sua opera. Per parlare del rapporto tra Dio e l’uomo, la Scrittura usa infatti immagini nuziali di rara bellezza e di sconosciuta misericordia.
Dio ha sempre avuto misericordia del suo Popolo, anche quando ne è stato tradito più vergognosamente. E lo ha sempre amato e perdonato. Non vi era dunque solo un “principio” davanti agli occhi di quei farisei. Vi era anche una storia di secoli e misericordia dalla quale attingere per comprendere il mistero del matrimonio.
Ma la storia sino a quel giorno non era bastata, come non basta per noi. Era necessario qualcosa di più, l’amore sino alla fine di Cristo. La croce, il letto d’amore dove Dio, nel suo Figlio, ha sposato tutti noi; il legno dove ci ha fatti carne della sua carne e ossa delle sue ossa.
Sulla croce, infatti, Gesù ha compiuto quello che oggi ci annuncia. Il “principio” trova il compimento sul Legno dove Egli si è consegnato alla sua Sposa, e dove ci dà ogni giorno appuntamento per essere con Lui una sola carne. E, in lui, una sola carne marito e moglie, spesso “croci” gli uni per gli altri, e, quindi, nel Signore, più saldamente e indissolubilmente uniti.
Il verbo greco “synezeuxen” che indica “congiunto” infatti, è formato dalla preposizione – prefisso “syn” (con) e dalla radice “zeug”-, che descrive anche due animali uniti dal “giogo” (zeugos). Il “giogo” che unisce gli sposi è la Croce di Cristo, mite e umile di cuore. Esso è leggero e dolce perché è l’unico adeguato a ciascuno dei due, l’unico che li fa, giorno dopo giorno, una sola carne.
Non può esservi giogo diseguale, pena inciampare, cadere, rompere l’unità. Il giogo di Cristo come le sue braccia distese ad unire gli sposi, il suo amore infinito che ogni giorno perdona, e fa perdonare; ama e dona di amare.
Che Dio ci conceda che, “rientrando a casa”, cioè nella comunità cristiana, possiamo sperimentare il suo amore che ci riunisce a Lui nel sangue benedetto del suo Figlio. Vogliamo davvero comprendere l’indissolubilità del matrimonio? Occorre partire proprio dalla durezza del nostro cuore che ci ha resi adulteri.
Quante volte abbiamo “ripudiato” il nostro Creatore? E quante volte abbiamo “ripudiato” suo Figlio che veniva a salvarci? Moltissime, vero? E in quei momenti che cosa hai sperimentato? A parte l’ebbrezza effimera dell’autonomia drogata offertaci dal demonio, solo frustrazione e angoscia. Perché “ripudiare” Dio è “ripudiare” se stessi, come se ci si suicidasse. E’ innaturale, come lo è “ripudiare” colei o colui che è carne della tua carne e osso delle tue ossa. “Ripudia” il tuo coniuge chiudendoti invece di aprirti con lui alla vita; “ripudialo” umiliandolo nell’indifferenza del tuo egoismo. “Ripudialo” e ti scoprirai solo, senza più identità e senso nella vita. Si, farai molte cose, magari ti trovi pure un’amante più giovane, ma sarai un cadavere che galleggia sui giorni.
Perché “non è lecito” andare contro se stessi, e non perché lo dicono i preti, ma perché lo testimonia la tua esperienza di peccato. Proprio il nostro cuore “indurito” ci rivela l’indissolubilità del matrimonio che si fonda su un cuore docile e capace di donarsi. Soffriamo con la nostra durezza che ci pesa ancorandoci al grigiore di chi ha smesso di camminare verso una meta; e vorremmo pazienza, mitezza, misericordia, amore e gioia per guardare avanti e avvicinarci al compimento della vita.
Per questo Gesù vince la nostra stoltezza prendendo tra le braccia i bambini e imponendo le mani sopra di loro per benedirli; è un gesto profetico con il quale “si indigna” contro il nostro cuore indurito e chiuso alla misericordia. Quante volte lo abbiamo sgridato perché non benedisse la nostra piccolezza alla quale appartiene il regno dei Cieli.
Niente da fare, abbiamo preferito la scorciatoia del ripudio che non risolve nulla, al perdono dei peccati che ci fa rinascere come bambini dal cuore ancora tenero, pronto ad accogliere l’amore di Dio. Nell’Israele del primo secolo il bambino era un simbolo di mancanza di stato sociale e di diritti legali. Era una sorta di “non-persona”, completamente dipendente dagli altri per il sostentamento e la protezione.
Ma Dio ha scelto proprio “ciò che è debole nel mondo, per confondere la forza; quello che nel mondo è di ignobili natali (i figli di nessuno), e quello che viene disprezzato, quello che non è per annientare quello che è, affinché nessuna carne abbia a gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor. 1,26-29). Gesù è andato per orfanotrofi a cercarsi i discepoli, per ridare il “principio” a chi lo aveva perduto a causa del demonio.
Il suo amore, le sue mani benedicenti, le sue mani crocifisse ci vengono incontro in questa domenica per guarire il nostro cuore. “Lasciate che i bambini vengano a me” dice a tutti, perché Lui ci vuole con sé. La sua chiamata brucia ogni tentativo del demonio di impedire e proibire che la nostra debolezza sia oggetto delle sue benedizioni.
I nostri matrimoni saranno santi e compiuti solo se ogni giorno resteremo nella verità della nostra piccolezza; se cioè, nella Chiesa scenderemo i gradini dell’umiltà per scoprire di essere bambini, e accogliere il Regno di Dio che ci appartiene come riceve un regalo chi è consapevole di non aver fatto nulla per meritarlo. Con lo stupore, la gratitudine e la gioia di un bambino, identica a quella di un condannato a morte graziato pochi istanti prima dell’esecuzione. Chi vive così si stringerà ogni istante di più a Cristo, per fondare il matrimonio sull’indissolubilità e incorruttibilità del suo amore.

giovedì 4 ottobre 2018


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"transito di San Francesco".
Nella sera del 3 ottobre 1226: san Francesco va incontro a "sorella morte".
Ecco di seguito il racconto di un antico cronista di come avvenne.
Dal palazzo del Vescovo di Assisi, dove allora dimorava, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola; voleva rendere a Dio lo Spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo Spirito della grazia .A  metà strada, all’ospedale di San Salvatore, gecuziente com’era, si fede voltare sulla barella con la faccia verso Assisi e sollevandosi un poco, benedisse la sua città. Giunto alla Porziuncola si fece deporre sulla terra nuda, nascondendo con la mano sinistra la piaga sul costato e di lì spogliato dalle vesti di sacco, alzò come sempre il volto al cielo, tutto intento con lo Spirito a quella gloria, Disse ai fratelli :"io ho fatto il mio dovere, Cristo vi insegni a fare il vostro". Voleva essere conforme in tutto a Cristo Crocifisso che, povero e sofferente, era rimasto appeso nudo sulla croce. E verace imitatore di Cristo suo Dio in tutto, amò fino alla fine tutti i fratelli e figli, che aveva amato fin dal principio. Fece adunare tutti i fratelli presenti nel luogo e li esortò con affetto di padre all’amore di Dio. Parlò a lungo della pazienza, dell’osservanza di Madonna povertà, raccomandando più di altra regola il Santo Vangelo. Tutti i fratelli gli stavano intorno; egli stese sopra di loro le mani intrecciando le braccia a forma di croce, un gesto che egli tanto amava, e li benedisse presenti e futuri, nella potenza e nel nome del Crocifisso. Si fece poi portare del pane, lo benedisse, lo spezzò ed a ciascuno ne diede un pezzo da mangiare. Volle anche gli portassero il libro dei Vangeli e chiese gli leggessero quel brano di Giovanni che inizia: "Prima della festa di Pasqua". Lo fece in memoria di quell’ultima e santissima cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli e per dimostrare ai fratelli la sua tenerezza d’amore. Passò in inni di lode i giorni successivi, invitando i compagni prediletti a lodare con lui il Cristo. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio e con certi versi poetici, già altra volta composti, le esortava al Divino Amore. E perfino la morte, a tutti terribile ed odiosa esortava alla lode. Le correva dietro incontro, invitandola: "Ben venga mia sorella morte!" Diceva ai fratelli:" Quando mi vedrete sul punto di spirare, deponetemi sulla terra nuda come l’altro ieri e morto che sia, lasciatemi giacere così, per il tempo che ci vuole a percorrere comodamente un miglio di strada. E come gli fu possibile proruppe in quel salmo:" con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore" . Lo disse fino al versetto finale:" Strappa dal carcere la mia vita, perché io renda grazia al Tuo nome. I giusti mi fanno corona quando mi concederai la tua grazia". Giunse infine la sua ora ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio. Le allodole, che sono amiche della luce ed han paura del buio della sera, pure essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto del luogo e roteando a lungo con insolito giubilo, resero testimonianza alla gloria del Santo che tante volte le aveva invitate a lodare Dio. Era il 3 Ottobre 1226,di Sabato. A laude di Cristo. Amen



4 OTTOBRE SAN FRANCESCO D'ASSISI

Chi, prendendo oggi seriamente in mano la propria vita, proprio quella che abbiamo consegnato al Signore, obbedendo a una chiamata - al presbiterato, al matrimonio o alla vita religiosa, non importa - non si sente impaurito, oppresso e affaticato? Un “pitocco”, come dice la parola greca originale del Vangelo. Chi non si sente un nullatenente, precario, debole, umiliato? Ora che i sogni e le prospettive degli inizi sembrano sfuggite via; e i figli che crescono e le loro sofferenze come una spada trafiggono la tua anima di padre e di madre; e i dubbi, e il timore di averli ingannati trasmettendogli la fede così radicalmente da strappargli di dosso tutto il mondo in un sol colpo; e che forse si è sbagliato tutto, esagerando e puntando troppo in alto da precipitare giù, e le grazie sembrano non valere a compensare le terribili esigenze della sequela di Cristo sine glossa; li guardi i tuoi figli, li hai condotti a seguire le tue proprie orme nell'abbandono totale alla volontà di Dio, ed è deserto, e la gioia sfilata dal cuore da chissà chi; ora che ti guardi indietro e ti sembra di aver buttato gli anni migliori e le energie della giovinezza nell'annuncio di un Vangelo che non interessa nessuno; e il celibato e la sua solitudine, e non è solo il grido della carne e delle sue voglie, è qualcosa di più profondo, la solitudine del rifiuto, e spesso è doloroso quanto mai questo rifiuto, quello impresso nei volti dei fratelli, degli stessi pastori; e la melma degli affetti che cercano di abbrancarti e tirarti dentro come sabbie mobili, il deserto delle intuizioni incomprese e delle tante parole predicate e volate via come foglie secche cadute da un albero. E anni spesi e nessun raccolto, tanti abbozzi e nessuna costruzione, e ti volti e la tua vita e le fatiche della missione sembrano una di quelle case in costruzione che son giunte al tetto, e la bandiera sventola nel cielo, ma son rimaste un povero scheletro di cemento, niente porte e finestre, niente arredi e letti, e tavoli e sedie ad accogliere vita e futuro. La solitudine del fallimento, come una croce piantata fuori dalla città, lontano dalla vita che sembra muoversi e pulsare. Ora che nulla ti interessa più, che gli anni pesano come fardelli, ed ogni giorno a batterti sulla spalla come il ricordo lancinante di una speranza abortita; ora che trema tutto, che tutto è in pericolo, che tenti di gettare lo sguardo più in là e non riesci a vedere a più di pochi centimetri, e quel che vedi è solo nebbia fitta. Ora che tutto è peso, fatica e oppressione sul cuore, la mente, le braccia e le gambe. Ora che è tutto questo, e molto di più, ora sei piccolo, infinitamente piccolo.

E' la notte del Moria, dove riconsegnare a Dio Isacco, per riaverlo purificato da ogni idolatria, ed accoglierlo e custodirlo e amarlo come un dono affidato. E' la notte di Giacobbe al guado di Jabbok, dove ha sperimentato che l'unica forza è la debolezza appoggiata in Dio; è quella di Giobbe condotto per mano da Dio a riconoscere la propria piccolezza, dove tapparsi la bocca per riconoscere che "prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono"; è la notte di Pietro, irrorata dalle lacrime del tradimento, la più dura, dove conoscere, come il Popolo nel deserto, la propria totale incapacità, il mare che separa il dire dal fare. E' la notte dove sperimentare il suo amore, l'unico che non delude, non abbandona, non giudica. La notte che ci è data per imparare a non conoscere più nessuno secondo la carne, neanche Cristo, perchè è Lui che viene a conoscere noi, a unirci a Lui, a farci carne della sua carne, a farci suoi sino al fondo più buio della nostra anima; è Lui che imprime il suo giogo, la Croce della sua offerta incondizionata, per portarlo con noi, per noi, in noi. 

Non v'è altro riposo che la Terra promessa, la certezza del suo amore, che solo Lui basta davvero; la Terra che è immagine del Regno, le primizie del Cielo qui ed ora, per noi, per i nostri figli, per ogni uomo raggiunto dai nostri stessi passi. La Terra che è Cristo: "Gli ebrei pensano che la terra santa sia il suolo della Giudea, mentre è da intendersi come la carne del Signore, la quale, da ora in poi, è terra santa per coloro che si sono rivestiti di Cristo, veramente santa per l'inabitazione dello Spirito Santo". (Tertulliano, Trattato sulla risurrezione). In Lui la notte oscura è trasformata nella notte del Getsemani, dove, trascinati dalla sua obbedienza, consegnare la nostra vita: le sue stimmate in noi, il segno che ci fa suoi, attirati nella sua volontà che vince la nostra carne e la vincola in un aquedà d'amore. Le stimmate che ci inchiodano la carne, la spada che ci trafigge l'anima, sono puro amore riversato in noi: esse impregnano ogni fibra del nostro essere dell'unica certezza, e, dal ripiegamento affaticato e oppresso su noi stessi, ci spingono ad offrirci, a donarci senza riserve. Caritas Christi urget nos! L'amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, perchè nessuno viva più per se stesso. In questo amore tutto diviene leggero, sì leggero: "L'amore, in effetti, rende assolutamente facili e riduce quasi a nulla le cose più spaventose ed orrende. Quanto dunque la carità rende più sicuro e più facile il cammino verso l'acquisto della vera felicità, mentre la cupidigia, per quanto lo può, rende facile il cammino alla miseria! le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano" (S. Agostino, Discorso 70).  

Ecco il segreto della notte, delle stimmate, della nostra storia, il rovesciamento d'ogni criterio: in questa notte è il suo amore che ci spinge da dentro ad uscire, a consegnarci, a vivere questo istante così doloroso in un'offerta di soave odore. E' questa la missione, è questo il successo e la pienezza della vita, proprio quando e dove essa sembra perduta irrimediabilmente.


Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:

dove è odio, fa ch'io porti amore,
dove è offesa, ch'io porti il perdono,
dove è discordia, ch'io porti la fede,
dove è l'errore, ch'io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.

Dove è tristezza, ch'io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.

Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad essere compreso, quanto a comprendere.
Ad essere amato, quanto ad amare
Poichè: 

Sì è: Dando, che si riceve: 
Perdonando che si è perdonati;
Morendo che si risuscita a Vita Eterna.

Amen.




Pregando il beato Francesco sul fianco del monte della Verna, 
vide Cristo in aspetto di Serafino crocefisso;
 il quale gl'impresse nelle mani e nei piedi 
e anche nel fianco destro 
le stimmate della Croce dello stesso Signore Nostro Gesù Cristo. 

S. Bonaventura


ERITI DALL'AMORE PER CONTEMPLARE IN TUTTI E IN TUTTO L'ALTISSIMO E IL SUO AMORE

Il riposo appartiene ai piccoli. La Terra del compimento delle promesse, lo shabbat e la pienezza della vita sono di chi è stato privato di tutto: Beati i poveri perchè di essi è il Regno dei Cieli. Noi invece ci ritroviamo sempre stanchi sotto il «giogo» della carne, nervosi, insoddisfatti. Chi di noi oggi, dinanzi a se stesso, al passato, al presente, al futuro, non si sente un «pitocco», piccolo e nullatenente? Come San Francesco al tramonto della sua vita, la stessa «fatica» e «oppressione», l'angoscia nel timore di aver sbagliato tutto, di aver capito male... L'Ordine sembrava sbriciolarsi, e quella parola ascoltata un giorno era ormai una chimera. Solo, con quell'infinito dolore, mentre il fisico indebolito e stremato pareva rimproverarlo di averlo strapazzato per nulla. Aveva inseguito un sogno, e superava di gran lunga le proprie forze. Era la notte della fede, sperimentata dai santi, noti o sconosciuti, la notte delle stimmate.

Prima o poi essa ci avvolge tutti: «affaticati» come gli ebrei schiavi in Egitto, «oppressi» come «una bestia da soma». Eppure è la notte più santa, la Pasqua dove il Signore ci ha dato appuntamento, come a San Francesco su La Verna. La fatica e l'oppressione sono la sua voce che ci sussurra «venite a me»; raggiunge la nostra carne, debole ma preparata dalla storia ad accogliere le sue stimmate, le ferite capaci di trasformarla in sangue di vita da offrire. I «sapienti» e gli «intelligenti» non conoscono «queste cose», le piaghe del dolore sono scandalo e stoltezza da combattere e sfuggire. Ma il Signore ha «voluto rivelare» a San Francesco e a ciascuno di noi il mistero del suo amore celato nella Croce. Le umiliazioni sono l'anello che ci sposa con Cristo, i dardi che ci insegnano la sua «umiltà» e la sua «mitezza» imprimendole nel profondo della nostra anima. E' pura Grazia da accogliere ogni giorno prendendo su di noi il suo «giogo leggero»: le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano (S. Agostino).