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lunedì 9 novembre 2020

 


LA FERMA CHE DEDICA A DIO
La Pasqua degli ′′ Ebrei ′′ si avvicina, e Gesù si dirige verso la sua Pasqua, il passaggio con il quale purificherà l'umanità. Prima tappa, il Tempio, come una ′′ overture ′′ profetica. Il Tempio di Gerusalemme è immagine di tutti noi: chiamati ad accogliere Cristo per vivere in El una liturgia di lode e d'amore, ci siamo trasformati in ′′ un luogo di mercato ", impuro e inadeguato al culto. ′′ Divorato ′′ dallo zelo, Gesù entra nel Tempio mollando una ′′ frusta di corde ", e inizia a buttare fuori i demoni usurpatori, come in un esorcismo,. Il ′′ flagellum ′′ romano, del greco ′′ phragellion ′′ del Vangelo traduce il termine ebraico ′′ hebel ", che significa allo stesso tempo ′′ corda e dolori ", in particolare i ′′ dolori del parto ". Il Messia è arrivato, e semina terrore, come annunciato dai Profeti e come anche La tradizione rabbinica ha immaginato l'arrivo. Ecco perché gli ebrei non si indignano per il gesto stesso, ma chiedono a Gesù un segno che legittimi il suo perché ′′ fa queste cose." Il punto su cui versa il Vangelo di oggi non è il Tempio, ma la figura di Gesù. E non è un caso che si proclamino questi versetti per celebrare la dedizione della Cattedrale di Roma, ′′ madre di tutte le chiese dell'urbe e della sfera." Non festeggiamo un tempio di mattoni, ma Cristo, il vero Tempio di Dio, la sua dimora tra gli uomini. In Lui e nel suo amore, in effetti, siamo chiamati a vivere in una liturgia di lode. Gesù è il ′′ segno ′′ rivelato nella sua Pasqua, quando il flagello che ha mollato ha ferito la sua carne, per diventare perdono per ogni uomo. Il flagello che noi, mercantili avidi e avari, non avremmo potuto schivare se il corpo senza peccato di Cristo non ci avesse protetti." Slegate ′′ (è il greco originale tradotto con distruggi) il ′′ Santo de los Santos ′′ e lo farò ′′ riemergere ′′ in ′′ tre giorni ": nel cuore del Tempio, il luogo della presenza di Dio dove era custodita l'Alleanza, poteva entrare una volta all'anno il sommo sacerdote, nella giornata solenne dello Yom Kippur, il giorno del perdono e l'espiazione, pronunciando il nome di Dio, in cui ogni peccato era perdonato. Espirando Gesù l'ultimo renspiro, il velo che divideva il Santo de los Santos del resto del Tempio è stato ′′ scatenato ′′ per sempre. Da allora è ′′ Gesù ′′ il nome che ci è stato dato affinché vengano ′′ scatenate ′′ le catene del peccato per il perdono che ci riammette alla santità perduta, nuovamente dedicati a Dio. Come nel rituale della dedizione di una chiesa, anche noi, uniti dallo Spirito in cui Gesù si è offerto al Padre, diventiamo Tempio consacrato a Dio per dedicare la nostra vita agli altari della nostra storia: il matrimonio, il corteggiamento , il lavoro, le amicizie, lo studio, tutto ci è stato dato per vivere come in un Eucarestia dove offrirci con Lui e prendere su di noi il peccato degli altri. La vita della Chiesa, la nostra vita, è rinchiusa nei ′′ tre giorni ′′ del mistero di Cristo, tra il flagello che tortura la carne, il dolore del parto e la nascita di una nuova vita. La Chiesa, in effetti, è il corpo benedetto di Cristo dedicato a Dio che si offre come barriera di fronte ai flagelli destinati ad ogni generazione. Nell'insulto che oggi ci farà uscire l'onore; nella calunnia che ci metterà nell'ultimo posto; nella ribellione del figlio; nell'incomprensione della coppia; nella tentazione della concupiscenza; nella malattia che ci indebolisce; nelle Fallimento della missione; in tutto, si nasconde il flagello geloso di Dio che, da un lato, ci purifica giorno dopo giorno, e dall'altro lacera il nostro corpo perché il mondo ha accesso al cielo.

 



IL "FLAGELLO" DI CRISTO CHE, PURIFICANDO CUORE, MENTE E CARNE, CI "DEDICA" A CRISTO E AI FRATELLI
Si avvicina la Pasqua dei Giudei, il compimento della missione, la testimonianza della Verità. E, profeticamente, il Vangelo di oggi rivela quello che Gesù farà nella sua Pasqua, quale martire della Verità. Il Tempio, il luogo della presenza di Dio, era divenuto un luogo di mercato: all'adorazione e all'amore era subentrato l'interesse. Il Tempio, centro e fondamento dell'universo, era profanato. Gesù, divorato dallo zelo divino, vi entra per riprenderne possesso, per tornare a dedicarlo a Dio. E, per questo, compie un gesto che è insieme segno dell'avvento del Messia e profezia dell'autentica dedicazione che realizzerà nella sua Pasqua. In ebraico, il termine hebel, tradotto con "sferza di cordicelle", il flagellum romano dal greco phragellion che compare nel vangelo, significa allo stesso tempo corda e dolori, in particolare quelli del parto. Gesù prende un flagello e comincia a seminare terrore, come annunciato dai Profeti e come anche la tradizione rabbinica immaginava l'avvento del Messia. Esso infatti sarebbe stato un vero e proprio flagello brandito dal Messia, e che avrebbe provocato dolori frutti della purificazione dei vizi e dei peccati. Per questo i Giudei non si indignano per il gesto in sé, ma chiedono a Gesù il segno che legittimi il suo "fare queste cose". Il punto su cui verte il Vangelo di oggi non è il Tempio ma la figura di Gesù. E non è un caso che, per celebrare la Dedicazione della Cattedrale di Roma, "madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe" si proclami questo brano. Non celebriamo un Tempio di mattoni, per quanto bello e importante. Celebriamo Cristo, l'autentico Tempio di Dio, la sua dimora tra gli uomini. In Lui e nel suo amore infatti, siamo chiamati proprio a dimorare, per vivere la vita come un'interrotta liturgia di lode.
E Gesù, nel rispondere all'obiezione dei Giudei, rivela se stesso profetizzando la sua Pasqua. Essa non sarà più quella dei Giudei, un rito ormai vuoto compiuto in un luogo di mercato. Sarà la Pasqua dell'Agnello senza macchia, puro, che libererà le pecore dalla mano del nemico. Sarà la Pasqua di Gesù che dedicherà il suo Tempio all'autentica lode nell'unico e valido sacrificio. Il flagello che ha brandito durante la loro Pasqua, lacererà le sue carni, e sarà perdono per ogni uomo. Il flagello che avrebbe dovuto percuotere noi, mercanti avidi e avari che hanno pervertito la santità del tempio facendone un luogo di traffici, compromessi e adulteri, ha raggiunto il corpo senza peccato del Signore. Il nostro corpo donatoci per amare, ridotto ad una sentina di vizi, di perversioni, dove commerciare affetto, prestigio, potere, non avrebbe potuto schivare il flagello dello zelo geloso di Dio se il corpo benedetto del Signore non ne avesse catalizzato i colpi. "Non fu per appagare la rabbia dei demoni, la ferocia dei giudei, la brutalità dei pagani che il corpo di Gesù fu scarnificato ed infranto, ma per servire da medicina alla nostra salute. Oh mistero, dunque! Quanto più orribile fu per parte degli uomini, altrettanto più tenero fu per parte di Dio, il quale — nell'eccesso della sua misericordia — dispose che tutto servisse per la salvezza del genere umano!" (Sant'Agostino, Sermone CXIV, De tempore).
Gesù usa termini inequivocabili: "sciogliete" il "Santo dei Santi" e lo farò "sorgere" in "tre giorni". In una frase rivela la sua missione e la sua identità. Egli è il cuore del Tempio, il Luogo della Presenza dove era custodita l'Alleanza. In esso aveva accesso una volta all'anno il solo Sommo Sacerdote, nel giorno solenne dello Yom Kippur, il giorno del perdono e dell'espiazione. Vi entrava pronunciando il Nome del Dio Altissimo, nel quale ogni peccato era perdonato. Il velo che divideva il Santo dei Santi dal resto del Tempio precludendone l'accesso sarà squarciato in due, sciolto, al momento della morte del Signore. "Cristo invece... non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna... Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso" (Eb. 9-10). Gesù è il Nome di Dio che ci è dato per essere perdonati, oggi, come sempre. Nella sua Pasqua ciascuno di noi è riconciliato con Dio, può accedere al Santo dei Santi, ed offrire la propria vita a Colui che l'ha riscattata. Per mezzo di Cristo siamo così nuovamente dedicati a Dio; come nel Rito della dedicazione di una Chiesa, anche noi, unti dello Spirito nel quale Gesù si è offerto al Padre, diveniamo altari consacrati per dedicare a Dio la nostra vita. Ogni giorno possiamo allora celebrare un'anticipo della liturgia celeste che canta la vittoria di Cristo sulla morte. Ogni evento, ogni persona, tutto ciò che costituisce la nostra storia è attratta in questa liturgia dove, in noi, il Signore offre il suo corpo ed il suo sangue per salvare questa generazione. Portiamo infatti nel nostro corpo lo stesso morire di Cristo che scioglie la carne perché si doni senza riserve. La carne trasfigurata e deposta nel Santo dei Santi, nell'intimità di Dio, nel cuore di Cristo, può donarsi, può essere Tempio dello Spirito Santo. Così possiamo vivere secondo l'esortazione di San Paolo ai fratelli della comunità di Roma: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm. 12, 1-2).
Siamo chiamati a vivere il matrimonio, il fidanzamento, il lavoro, le amicizie, lo studio come un culto spirituale, elevando al Cielo la lode e il rendimento di grazie: ogni relazione, ogni attività è come un'eucarestia che ci conduce a offrirci e prendere su di noi il peccato degli altri, e a portare tutti e tutto nel Santuario del Cielo. “Voi siete pietre del tempio del Padre, destinate alla costruzione di Dio Padre, portate in altro dall’argano di Gesù Cristo, che è la croce, usando per fune lo Spirito Santo... La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo". (S. Ignazio di Antiochia, Agli Efesini, 9,1). La Chiesa è il Corpo benedetto di Cristo dedicato a Dio che si offre come barriera a raccogliere i flagelli destinati ad ogni generazione. Nell'insulto che oggi ci toglierà l'onore; nella calunnia che ci metterà alla berlina; nella ribellione del figlio; nell'incomprensione del coniuge; nella tentazione della concupiscenza; nella malattia che ci indebolisce; nei fallimenti della missione; in tutto, si nasconde il flagello geloso di Dio che, da un lato ci purifica giorno dopo giorno, e dall'altro lacera il nostro corpo perché il mondo, il prossimo e anche il nemico, abbia accesso alla vita. La Chiesa completa nel suo corpo quello che manca alla Passione di Gesù, e proprio per questo è dedicata a Dio. L'autentica dedicazione infatti si realizza attraverso i colpi della flagellazione che rendono la Chiesa, paradossalmente, bella e senza macchia; ma è proprio attraverso le ferite profonde inferte dai flagelli che i flagellatori possono trovare un pertugio per il quale entrare nel Cielo. La vita della Chiesa, la nostra vita, è racchiusa nei tre giorni del mistero di Cristo, tra il flagello che strazia la carne, il dolore del parto, e la nascita di una vita nuova. Dedicati a Dio sin dal seno materno siamo chiamati a vivere in pienezza il mistero che dedica a Dio ogni uomo, anche il più lontano, perduto, dedicato al demonio e alle sue menzogne.

sabato 7 novembre 2020

 


LA SPOSA ATTENDE LO SPOSO CRESCENDO NELLA FEDE, APPROFITTANDO DI OGNI OCCASIONE PER AMARLO NEGLI EVENTI E NELLE PERSONE CHE NE ANTICIPANO L'AVVENTO
Il cristianesimo è una cosa seria, non è sentimentalismo e amore sdolcinato. E' una missione, e chi è chiamato ad essere cristiano, deve sapere che diventarlo significa essere trasformati in sale, luce e lievito del mondo, offrendo se stesso per salvezza di ogni uomo. Le "dieci vergini" erano delle damigelle di onore allo sposo che, secondo la tradizione ebraica, dovevano accompagnare alla casa della sposa e da qui alla sala del banchetto. Loro compito era tenere accese le lampade nel momento in cui lo Sposo tornava dalle spesso lunghe trattative pre-matrimoniali, e per questo avevano anche un "piccolo vaso" che conteneva l'olio di riserva.
Esse rappresentano i chiamati ad essere cristiani ai quali è stata donata la primogenitura: i cristiani sono chiamati a fare da corona allo Sposo quando tornerà, a sedere sui troni accanto a Lui e a giudicare le Nazioni. Essi sono promessi a un unico sposo, per essere presentati quali vergini caste a Cristo (cfr. 2 Cor. 11,2). E San Paolo sta parlando del battesimo. Durante la "Veglia" Pasquale, dopo essere scesi nel fonte battesimale e aver ricevuto l'unzione con l'olio crismale (la cresima), colmi dello Spirito Santo i neofiti attendevano lo Sposo per entrare con Lui al banchetto. Erano "vergini", cioè rinnovati e senza peccato originale, e "nei piccoli vasi" avevano l'olio dello Spirito Santo che aveva compiuto in loro segni e prodigi durante l'iniziazione cristiana conducendoli alla statura adulta della fede. Avevano "vigilato" e ora, con i loro piccoli vasi colmi del crisma, erano pronti ad accendere le "fiaccole" con la luce delle opere sante e soprannaturali che rivelavano in essi la nuova natura ricevuta.
E proprio nel cuore della notte di Pasqua, un grido li destava: "ecco lo sposo!", è risorto, "andategli incontro". Allora essi si alzavano dal sonno, andavano ad accogliere il Signore che li conduceva con Lui al banchetto dell'Eucarestia, culmine e fonte della liturgia. Anche per noi, la chiamata che abbiamo accolto nelle diverse circostanze, ha inaugurato un cammino attraverso la storia reale e concreta di ciascuno per giungere alla maturità della fede. Creati a sua immagine dobbiamo crescere in esso perché, al giungere dello Sposo, al termine del nostro catecumenato come poi alla fine del mondo, Egli possa "riconoscerci" quali suoi fratelli, chiamarci, destarci e farci nascere alla vita che non muore. Per questo, le nozze eterne si preparano durante tutta la vita. Un fidanzamento, un matrimonio, il ministero presbiterale, la consacrazione religiosa, la maternità e la paternità, anche un'amicizia, non sono cose di un momento, non sono avventure e passioni, roba da grandi quanto effimeri entusiasmi. Tutto si costruisce passo dopo passo, attraverso la fedeltà nelle piccole cose: "afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in modo straordinario" (Card. Van Thuan).
La saggezza è questa fedeltà paziente e semplice; la stoltezza è la superficialità che disprezza il sacrificio quotidiano aspettando il grande slancio, le emozioni forti. La "sapienza" è l'umiltà fondata nella verità. La "stoltezza" è la superbia radicata nella menzogna. La vita è molto seria, e quella eterna ce la giochiamo qui, come ogni uomo; per questo il cristianesimo è quanto di più serio vi sia. Solo percorrendo un serio cammino di conversione potremo ascoltare il grido che annuncerà l'arrivo dello Sposo e trovarci pronti per entrare con Lui nelle nozze. I "piccoli vasi" indicano le orme che precedono i nostri passi: essi sono immagine delle piccole occasioni che Dio ci offre nella nostra storia; è in esse che occorre essere fedeli, pronti, colmi di olio. Per questo la vera saggezza è procurarsi l'olio dello Spirito Santo, rinnovare ad ogni evento della vita l'Alleanza che ci fa primogeniti. Ci si può addormentare, siamo deboli, ma è proprio nella debolezza che si manifesta la potenza di Dio. Anche Adamo si è addormentato, e fu vita tratta dalla sua stessa carne. Anche Abramo fu preso da un torpore, e fu l'Alleanza incorruttibile. Anche i discepoli cedettero agli occhi appesantiti, e fu il compimento definitivo della Volontà di Dio. In comune tutti hanno la propria debolezza e il potere di Dio: è Lui che fa tutto, perché Dio dona il pane ai suoi amici nel sonno: mentre dormiamo pulsa la vita autentica, ed è il mistero a cui siamo chiamati, la vita nella morte. La primogenitura è, essenzialmente, vivere senza timore nel sonno della morte che ogni giorno prende le nostre vite, tenendo desto il cuore colmo di Spirito Santo.
E ciò accade se camminiamo nella Chiesa, se alimentiamo i piccoli vasi con l'ascolto della Parola di Dio, con i sacramenti, con la frequenza alle liturgie; nel seno della Chiesa, infatti, impariamo a nutrire l'uomo nuovo che vi è gestato: e ogni gravidanza inizia con un "ritardo"... Per questo il ritardo del Signore è fecondo, perché in esso si cela il suo mistero di Pasqua, di vita che distrugge la morte. Gli stessi verbi utilizzati da Matteo rimandano a questo significato: le vergini si "destano" come il Signore si "desta" dalla morte! Il ritardo è l'occasione per crescere nell'amore, per prepararsi all'incontro con lo Sposo, per assomigliare a Lui in tutto. Così ogni ritardo nella nostra vita, quello della moglie nello stirare la camicia e del marito nel comprendere le esigenze della sposa, quello dei figli nell'obbedire e dei genitori nell'ascoltare i figli, quello del corpo che non ce la fa a guarire, quello del datore di lavoro nel promuoverci o nel darci le ferie o lo stipendio; tutto ciò che ritarda il compimento dei nostri desideri e delle nostre speranze costituisce l'occasione per vivere come primogeniti che hanno i nomi iscritti nei cieli, pronti al sacrificio, a crocifiggere la propria carne con le sue passioni, e a vivere la vita nuova secondo lo Spirito. Essere "vigilanti" è, secondo il grande esegeta H. Schlier, essere sobrii, che "significa vedere e prendere le cose così come esse sono». Prenderle anche quando richiedono un sacrificio, che è l'unico polo capace di attrarre l'attesa e tenerla desta orientandola verso la bellezza.
San Paolo, dopo aver ricordato ai Galati che “il tempo è breve”, conclude dicendo: “Dunque, fino a quando abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede!”. Operare il bene che lo Spirito Santo ispira e compie attraverso di noi, nei fatti e con le persone di ogni giorno: il lavoro con le sue difficoltà, le occasioni per prendere su di sé le pratiche dei colleghi e, per amore, rinunciare al proprio prestigio; il fidanzamento ancorato alla speranza di veder compiuto il desiderio di amare, attraverso il combattimento per la castità, per il rispetto, per la libertà dell'altro, imparando nei piccoli frammenti di vita a rinunciare a se stessi; il matrimonio aperto alla vita, alla volontà di Dio, nelle occasioni di fedeltà che si presentano ogni giorno, nella pazienza e nel dono del proprio tempo, dei propri gusti, accompagnando il coniuge, in tutto, verso l'obbedienza a Cristo; i genitori a cui obbedire anche nelle cose più banali, come lavare i piatti, rifare il letto e lavarsi i denti; la scuola nella quale approfittare per imparare a fare anche ciò che non piace, rinunciando alle più allettanti e gratificanti per compiere la volontà di Dio; la vita religiosa nella quale cogliere l'occasione per obbedire ai superiori, che ci appaiono così spesso meno perspicaci e illuminati di noi, per imparare ad ancorare la vita in Cristo e non negli uomini attraverso i quali Egli ci parla. Tutto quello che ci è dato di vivere è un'occasione per crescere e prepararsi all'ultima opportunità, quella che ci attende sulla soglia del banchetto escatologico.
Solo gli stolti si lasciano scappare i kairos pieni di amore, i fatti e le persone che Dio ci invia ogni giorno perché siano vissuti cristianamente, intrisi cioè nell'unzione del Crisma profetico, sacerdotale e regale. In tutto come profeti del Cielo, re della carne e dei suoi desideri, sacerdoti che intercedono per ogni uomo. Le vergini stolte sono, infatti, immagine di chi non persevera nelle opere di Cristo, preferendo, per sciatteria e superficialità, le proprie. Dormono ma il loro cuore non veglia. Ogni relazione, ogni esperienza è per loro come quella di un corpo addormentato dopo un'ubriacatura, preda di sogni e passioni, ma incapace di cogliere la realtà nella sua essenza. Vivono tutto addormentate nel sonno drogato della carne, con il cuore assente e vuoto, come i loro piccoli vasi. Non possono colmare d'amore le occasioni che Dio dona loro. Fanno, disfano e non resta nulla: opere morte, opere addormentate. Così è di tanti matrimoni, di tanti fidanzamenti, di tante amicizie: "Invece che spalancare le braccia ad abbracciare il mondo, si vuole ridurre l'abbraccio all'oggetto che piace, che ci è davanti, e così uno lancia le braccia - secondo il paragone dell'Eneide - e stringe il nulla, abbraccia e stringe il niente" (Mons. Luigi Giussani). Sono stolte perché nemmeno si rendono conto di essere state chiamate ad accompagnare lo Sposo, ad esserne le damigelle d'onore; hanno dimenticato l'abito nuziale, l'olio per le lampade, la primogenitura: sono stolte perché senza memoria. Hanno, come tanti di noi, partecipato al memoriale della Pasqua del Signore, sorgente e compimento della vocazione, ma non hanno mai rinnovato nulla, non hanno mai accolto davvero la Grazia offerta dalla Chiesa: sacramenti, preghiere, riunioni, forse anche buone opere, ma tutto come vasi forati, incapaci di trattenere lo Spirito Santo.
Stolte come chi pensa di poterla comunque sfangare alla fine, anche se nella vita ha sempre schivato il sacrificio, le piccole occasioni, dissipando l'olio ricevuto senza provvederne dell'altro. La stoltezza è negare la Croce, ed è sempre opera dell'anticristo che nega l'incarnazione, le piccole occasioni dove incontrare il Signore. Ma, alla resa dei conti, la stoltezza si rivela per quello che è: zizzania cresciuta accanto al grano, buona solo per essere gettata fuori. Si muore come si è vissuti: benedicendo per chi ha benedetto; amando per chi ha amato. Per questo, come alla fine della vita, anche ogni giorno occorre pensare seriamente e saggiamente a se stessi. Vi sono cose che nessuno potrà mai fare per noi. Non è possibile distribuire l'olio destinato a ciascuno, perché non ne venga a mancare a tutti. Si può amare, pregare, offrire la propria vita, ma l'olio dello Spirito Santo capace di far compiere le opere per le quali siamo predestinati, quello è dono esclusivo di Dio. A Lui bisogna chiederlo al tempo opportuno. Non c'è sentimentalismo o pietismo che tenga: nulla possiamo anteporre a Cristo. Nulla all'obbedienza e all'intimità con Lui.
Vi è sempre un ordine fondamentale, perduto il quale si inciampa e ci si perde: una madre non può trascurare il proprio rapporto con il Signore per tentare di aiutare suo figlio. Sarebbe assorbita dalle stesse sabbie mobili. Così per ogni relazione: quanti ragazzi distruggono la propria vita per tentare di salvare l'amico o la fidanzata drogata, perdendo il proprio olio e non offrendo nulla se non la propria indifesa debolezza. E' Cristo e solo Lui che scende nella morte, che perdona e risuscita: noi possiamo e siamo chiamati ad annunciarLo, a condurre al suo trono di misericordia chi amiamo, non a sostituirci a Lui. Per questo l'amore autentico agli altri sorge da un'intimità profonda con il Signore: spesso è meglio parlare a Dio delle persone che alle persone di Dio. La libertà è la firma di Dio nella vita di ciascuno e spesso ci procura dolore; la stoltezza di un figlio, di un amico, di una persona cara ci spezza il cuore, ma non possiamo sostituirci a lui. L'unico che è morto al posto di ciascuno di noi è Cristo! Amare autenticamente, saggiamente, è dunque curare il nostro cuore, tenerlo desto, ricevere e custodire lo Spirito Santo perché in noi ogni stolto possa incontrare Lui, e, se ancora in tempo, accogliere il suo amore.

venerdì 6 novembre 2020

 


VIVERE SAPIENTEMENTE E' AMMINISTRARE OGNI GRAZIA RICEVUTA CONFIDANDO NELLA MISERICORDIA DI DIO CONSAPEVOLI DELLA PROPRIA DEBOLEZZA
Il cuore di Dio è un abisso di misericordia che sconvolge ogni schema. Il suo amore è infinito. Chi ha posto la propria tenda - la vita tutta intera - nel fondo di questo abisso, ascolta questo Vangelo ed esulta. Poveri amministratori disonesti, abbiamo una sola possibilità: approfittare audacemente dell'amore di Dio. Fare nostri i suoi tesori di misericordia e dispensarli. Appropriarci delle sue sostanze per riscattare i nostri peccati, le nostre infedeltà d'ogni giorno. E farci amici per il Regno dei Cieli: amare, perdonare, cancellare ogni debito. Come quotidianamente Dio fa con ciascuno di noi.
Chi conosce per esperienza il cuore di Dio, sa che può approfittare di lui, subentrare nel lavoro di suo Figlio, e ricevere, paradossalmente, quanto non ha seminato. Il Signore ha gettato la propria vita come un seme, senza riserve: ha offerto misericordia, il frutto della Croce, la linfa, la sostanza della sua esistenza; così possiamo accostarci con fiducia e raccoglierne a piene mani per esserne ricolmi al punto di beneficare chiunque si avvicini a noi. Sì, possiamo oggi distribuire le sostanze dell' "uomo ricco", il nostro Signore Gesù, che le fa nostre senza alcun nostro merito. E' la nostra unica possibilità. Possiamo oggi rendere conto delle nostre ingiustizie: ci siamo impossessati dei beni che ci sono stati dati, gratuitamente, in amministrazione; possiamo renderli addirittura moltiplicati, convertendoci, ripensando il nostro operare e riconducendo la vita alla Grazia, lasciandoci giustificare.
La disonestà infatti è dimenticare la Grazia, amministrare credendo d'essere i padroni e rubando i beni per noi stessi. Ecco la fonte dei giudizi, dei rancori, delle invidie, delle frodi. Ecco il mondo attaccato alla carne, incapace di vedere il Cielo. Ecco le voci della moglie, del marito, dei figli, dei compagni di lavoro, dei fratelli che, frodati dell'amore, della pazienza, del rispetto di cui avevano diritto, dicono al Signore della nostra ingiusta e cattiva amministrazione. Ma Egli giunge anche oggi alla nostra vita, con amore ci chiama, ci scruta, ci interroga. Scriveva sant'Agostino: "torna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione” (De vera religione, 39, 72).
«Che cos'è questo che sento dire di te?». Le voci dei fratelli ci «accusano» di aver «sperperato» e sottratto loro gli «averi» del Signore. Ad essi, infatti, spettava l’amore che Dio ci ha dato in «amministrazione». Invece di gestire con generosità i frutti del suo «giardino», abbiamo allungato la mano avidamente cercando di diventare ricchi come il padrone. Per questo «non possiamo più essere amministratori», «allontanati» da Lui e dai suoi averi: è il capolinea di una vita di menzogna, di compromessi e di frodi. E' la verità che ci scuote e ci apre gli occhi. Abbiamo amministrato male, ma abbiamo una speranza invincibile, che il mondo non conosce; in Dio non vi sono crisi finanziarie, crolli di borse, pericoli di default... Le sostanze del nostro Signore non sono come quelle dei ricchi di questo mondo: esse sono infinite, al punto di poter osare di tutto per salvarci, attingendo anche alla scaltrezza umana.
Imprevedibilmente, proprio quando dovremmo «rendere conto», si schiude per noi la porta della conversione. Quando il mondo condanna, Dio ci grazia. Ci tende la sua mano mentre ci accorgiamo che senza le «sostanze» di Dio da amministrare siamo nulla, «non abbiamo forze» per «zappare» un terreno che non darà mai il raccolto d’amore che solo Lui può concedere. Sì, è da questa verità che nasce la vita nuova, come dalla fine del catecumenato, nel quale i cristiani della Chiesa primitiva imparavano a conoscersi deboli per appoggiarsi in Dio.
Quando la storia spoglia della sua identità l'uomo vecchio che ha amministrato con l'orgoglio la natura divina, e ormai ci «vergogniamo di mendicare» nel mondo la dignità che solo Dio può donarci, allora si schiude per noi l'unica possibilità di salvezza, quella che non delude: ripartire da dove abbiamo fallito, dagli «averi» del Signore.
Essendone stati amministratori ne abbiamo intuito l’immensa entità; nessuno ci «accuserà» se stavolta sapremo sottrarne qualcosa con la «scaltrezza» del mondo. I «figli della luce» si illudono di poter amministrare con giustizia, ma non tengono conto delle insidie della carne che possono trasformarli in «amministratori di ingiustizia». Accanto alla «semplicità delle colombe» occorre «l’astuzia dei serpenti», la «scaltrezza» «lodata» sorprendentemente da Dio. Perché i denari non cadano nelle nostre avide tasche ma siano fecondi per tutti, essa ci insegna a fare come i «figli di questo mondo» usi ai favori illegali e interessati perché «i loro pari» contraccambino nel bisogno: ad essere generosi con i denari altrui, a disporre con magnanimità dei tesori di misericordia di Dio per riscattare noi stessi salvando anche gli altri.
Possiamo capovolgere la situazione che ci vede debitori e incapaci di fare alcunché per rifondere quanto rubato. Non abbiamo forze perché troppa terra dovremmo zappare per raccogliere e rendere i frutti di cui ci siamo appropriati: quanta fatica per ricomporre con le nostre forze i dissidi con il coniuge, con i figli o con chi sia... Ci vergogniamo di mendicare perché nessuno sarebbe disposto a donare a un ladro avido e avaro: come pensare di essere perdonati laddove abbiamo sparso rancore, giudizi, e abbiamo ritratto la mano mentre ci venivano chieste un po' di pazienza e misericordia...
Eppure possiamo ancora amministrare bene mettendo la scaltrezza mondana al servizio della Sapienza divina: è il paradosso del Vangelo di oggi. Le membra messe al servizio dell'ingiustizia, immerse nel battesimo di misericordia che Lui ci offre, possono essere messe a servizio della giustizia e della verità. Il comportamento che fa la cresta rubando per rifondere quanto rubato, nel mondo sarebbe disonesto, un espediente che assicuri la gratitudine dei beneficiari ormai legati all'amministratore con una truffa molto consistente (cento barili d’olio equivalgono a circa 3.500 litri, e cento misure di grano corrispondono a circa 600 quintali); nell'economia divina invece proprio questo atteggiamento diviene invece oggetto di lode.
E' la chance che il Signore ci offre: sei stato furbo nel rubare? usa la stessa furbizia per restituire; hai accumulato disonestamente? dona onestamente, perché prendere le sostanze del Signore per distribuirle ai poveri suoi debitori è l'onestà secondo il cuore di Dio. Ti sei fatto padrone essendo un semplice amministratore? Ebbene comportati davvero, e sino in fondo, come il tuo Padrone: ama gratuitamente. Lasciati amare e ama. Lui, essendo Dio, ha pagato al posto nostro, ha cancellato ogni debito segnato sulla ricevuta della nostra vita e di quella di ogni uomo. Ci ha chiamato, ci ha fatto sedere alla sua mensa, e si è accollato i debiti di tutti, nessuno escluso.
Dall'esperienza del suo perdono scaturisce la libertà di approfittarne senza paura, per osare di perdonare l'imperdonabile vergato sulle ricevute dei debitori. E' la nostra vita nella quale, misteriosamente, si fondano la stessa nostra elezione e missione; siamo amministratori disonesti graziati dal suo amore e, per questo, chiamati ad annunciare a tutti la stessa Grazia. Chi ci è intorno, in famiglia, al lavoro, ovunque, non è un nostro debitore: è debitore nei riguardi di Dio. In questa luce che scaturisce dalla profonda conoscenza di noi stessi, ogni relazione cambia radicalmente.
Siamo inviati ogni giorno a nostra moglie, al marito, ai figli, ai fedeli della parrocchia, ai colleghi di lavoro, ai fratelli della comunità, al fidanzato, alla fidanzata, agli amici, per invitarli a sedere alla mensa della misericordia: in Cristo, ogni nostra parola, ogni sguardo, ogni atto diviene un cancellare la cifra del debito che il prossimo ha con Dio. E' la libertà che non abbiamo mai sperimentato, schiavi come siamo della menzogna secondo la quale ci sentiamo sempre in credito con gli altri. La consapevolezza del nostro debito e della nostra cattiva amministrazione ci fanno scendere sino alla realtà di chi ci è vicino, ci fa sperimentare di essere debitori come loro dell'unico Signore, per accompagnare tutti all'incontro con la sua misericordia. Scompaiono allora i giudizi, si schiude il cuore alla compassione e così poter perdonare del perdono di Dio, per essere accolti nelle case dei fratelli.
Il Paradiso infatti, di cui possiamo gustare le primizie su questa terra, è comunione, accoglierci gli uni gli altri nella propria intimità dove abita Cristo: le case dei debitori sono infatti il posto che Gesù ci è andato a preparare attraverso il suo mistero pasquale: Lui ha pagato il nostro debito e ci ha fatti suoi amici, per accoglierci proprio quando, per i peccati e l'infedeltà, siamo allontanati dall'amministrazione. E' questo l'incomprensibile attuare di Dio: proprio quando meritiamo di essere "licenziati" per frode, quando sperimentiamo l'allontanamento dalla familiarità con il Signore e dall'amministrazione dei suoi beni, Lui ha pronto per noi un posto, la sua stessa casa.
Non solo il fondo oscuro della lontananza da Dio diviene il luogo dove sperimentare il perdono; è molto di più: Egli stesso ha sperimentato sulla Croce l'abbandono e nel sepolcro l'estrema lontananza dal Padre; ma proprio lì ha sperimentato anche la sua intimità più prossima che lo ha risuscitato e introdotto alla sua destra per l'eternità: "Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa" (Sal. 16). Così anche noi, nell'allontanamento possiamo sperimentare la follia dell'amore di Dio che, in cambio dei peccati, ci dona molto più di un reintegro nell'amministrazione: ci accoglie addirittura nella sua casa, divenuta nostra per il sacrificio di Cristo. Ci scopriamo amministratori disonesti e ci troviamo, per pura Grazia, figli nel Figlio, coeredi con Lui delle sostanze del Padre. Per questo ogni atto d'amore gratuito che si compie in noi, ogni perdono offerto, è un atto escatologico: annuncia, compie e anticipa il Cielo.
Se qui nel nostro pellegrinaggio restiamo intimamente uniti a Lui, le sue sostanze divengono le nostre, per essere donate. La sua vita è la nostra vita, per essere consegnata a chiunque, a sua volta, è suo debitore. Solo donando riconsegniamo a Dio, fruttificato, quanto ci ha dato in amministrazione. La vita ci è donata per essere donata. Ovunque, e a chiunque. Perdere la vita è averla per l'eternità. La sapienza carnale issata sulla Croce diviene la Sapienza celeste di chi ha conosciuto la propria debolezza e il proprio egoismo e sa che il tempo di vita che gli è donato costituisce il kairos offerto per amare senza misura.
Non ne abbiamo molto, solo i giorni che ci saranno concessi. La nostra missione coincide con la nostra conversione: confidare nella «ricchezza» del Signore e con le parole e i gesti aprire audacemente i suoi forzieri perché giunga ad ogni uomo il condono del proprio debito. Vivere nel miracolo della misericordia, possibile solo perché il Figlio ha coperto ogni ammanco: ci ha fatti suoi «amici» «chiamandoci a sedere» alla mensa del suo corpo e del suo sangue con i quali ha cancellato il nostro debito; risorgendo, ha preparato per noi una «casa» dove accoglierci tutti per l’eternità.
E' l'esperienza che possiamo contemplare nella vita di San Francesco: ha scoperto un solo Padre che lo ha amato e perdonato; in Lui la sua vita è divenuta un'offerta d'amore e di pace per chiunque: povero tra i poveri, debitore tra i debitori è divenuto immagine fedele di Colui che "da ricco che era si è fatto povero per farci ricchi della sua povertà". Così anche noi in Cristo, possiamo essere trasformati in autentici amministratori che hanno a cuore le sostanze del Signore divenuto Padre, per distribuirle ai suoi figli dispersi; signori nel Signore, ricchi della sua ricchezza, la povertà di Colui che ha donato tutto perché il suo tutto non si esaurisce mai: e così raggiungere ogni debitore, sino ai confini della terra, per offrire gratuitamente il ritorno alla casa di Colui che lo ha reso suo amico per sempre, libero da ogni fardello: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1 Tim. 1, 15-16).

giovedì 5 novembre 2020



 La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immaginedel mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi. Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore.

Benedetto XVI, Omelia per l'Inizio del Pontificato
L'invidia corrode nella «mormorazione» i cuori superbi. Come i «farisei e gli scribi» mastichiamo amaro nel vedere qualcuno che riteniamo peggiore di noi gustare gioioso l’amore di Dio, che si «protende ad accogliere» «tutti» i peccatori gratuitamente. Con noi, invece, i conti si fanno diversamente; anche il perdono ha un prezzo, almeno la promessa di cambiare, per contraccambiare. Il «pareggio di bilancio» noi l’abbiamo approvato senza che ce lo imponesse l’Unione Europea... Ma Dio no, Lui ha sempre i conti in rosso. «Lascia» i guadagni sicuri di «novantanove pecore» e si lancia alla ricerca di una, una sola pecora che s'è smarrita. Probabilmente la peggiore, la più egoista, una di quelle che è meglio perderle che trovarle. E gioisce per lei, più che per le altre. È il folle cuore di Dio che non può rallegrarsi sino a che l’ultimo dei peccatori non sia stato «ritrovato» e «accolto». Nessuno di noi farebbe lo stesso. A scuola, nei posti di lavoro, tra gli amici, accade l’esatto contrario. Le teste calde sono espulse ancor prima di perdersi. Quando emerge quel difetto di tuo padre, o quel peccato di tua moglie, o quell'atteggiamento di tuo figlio, niente, è più forte di te, l'altro non lo possiamo "ricevere", ci è impossibile "mangiare con lui". Li disprezziamo, non abbiamo pazienza, figurati se riusciamo ad infilarci nella melma di letame nella quale il prossimo è caduto per prenderlo sulle nostre spalle. Non possiamo perché dimentichiamo che proprio i nostri peccati e le loro conseguenze ci hanno resi «unici» agli occhi di Dio... Il demonio riesce a rubarci la memoria dell'amore di Dio per noi, strappandoci la gratitudine per la sua misericordia. Ma senza misericordia, senza cioè l'esperienza di essere stati cercati dal Signore e presi sulle sue spalle perché incapaci di tutto, e accolti nelle viscere rigeneratrici della Chiesa, saremo esigenti e moralisti; disprezzeremo gli altri perché schiavi del disprezzo di noi stessi. Senza "gioia" perché obbligati a lavorare con sudore senza conoscere il riposo della misericordia. Ma coraggio, ancora una volta proprio le ferite che ci ha inferto il demonio agli occhi di Dio sono il segno che ci assomiglia a suo Figlio! Credilo, anche se è assurdo per un cuore abituato all'esigenza. Credilo che Gesù si è lasciato ferire e sfigurare, sino a diventare un rifiuto degli uomini, per assomigliare a te. Noi non avremmo potuto far nulla per tornare ad essere immagine e somiglianza di Dio. Per questo, Dio si è infilato nella sporcizia che ci ha sfigurato per prenderci e tirarci fuori, lavarci nel suo sangue e farci assomigliare a Lui. Credilo, Lui è l'unico Pastore che ama tanto una pecora perduta come te e me da diventare come lei per farla diventare come Lui! Nella pecora smarrita della parabola, infatti, è adombrato Lui, l’Agnello di Dio, l’unico «perduto» nella morte per riscattare le altre novantanove che si credevano «giuste», mentre invece vagavano «sperdute» nel «deserto». Nel sepolcro il Padre ha «ritrovato» suo Figlio, lo ha risuscitato «prendendolo sulle sue spalle» e lo ha riportato «a casa»; qui, nella gioia straripante e coinvolgente della Pasqua, è apparso agli «amici» che lo avevano tradito con il perdono di ogni peccato nella carne, e li ha inviati ad annunciare ai «vicini» lo stesso perdono e la «conversione», la gioia di lasciarsi amare. Così la Chiesa è chiamata ogni giorno a «cercare» la «dramma perduta», il fratello più debole e difficile, che la carne vorrebbe dimenticare. Con la «lucerna» della fede accesa nelle tenebre della menzogna, possiamo «cercarlo con cura» e pazienza, senza temere di scendere dove lui è caduto, e sporcarci della stessa terra impura, per «spazzare» via la polvere e l’immondizia che il tempo perduto nei peccati ha lasciato in lui, perché Cristo possa far risplendere il suo volto

mercoledì 4 novembre 2020



 ODIO LA BUGIA DEL DEMONIO È LA PORTA VERSO IL VERO AMORE

Avranno «calcolato» ponderatamente i rischi prima di bussare alla porta della Chiesa i pagani che abitavano l’Impero Romano. Convertirsi significava infatti andare incontro ad una morte probabile. Eppure continuavano a ripetere ai cristiani che desideravano vivere come loro. Accadde anche a quel samurai che, vedendo San Francesco Saverio rispondere con pazienza e amore a dei bambini che lo insultavano e deridevano, ne rimase così affascinato da chiedergli di diventare cristiano come lui; quello straniero, infatti, doveva avere un tesoro molto più grande dell’onore che sino ad allora era stato la ragione della sua vita. «Quello che il cristianesimo offriva ultimamente ai convertiti non era nulla di meno della loro umanità» (G. Bardy), che Dio rivelava autentica e compiuta in Cristo. Incontrandola nei cristiani diveniva naturale «odiare» tutto quello che, nella loro vita, li stava ghermendo nella menzogna. Anche a noi è giunto lo stesso annuncio. Abbiamo visto e sperimentato il suo amore che ha salvato e rinnovato la nostra vita. Ma oggi, «andando a Gesù», che cosa speriamo? Siamo come la «molta gente» che lo seguiva o desideriamo davvero essere suoi «discepoli»? Seguire il Signore significa «costruire» con Lui una «torre» come quelle che si ergevano nei campi per raccogliere e difendere il raccolto. Occorre «calcolare la spesa», che comprende ogni istante della nostra vita, e discernere i «mezzi» con cui «portare la missione a compimento», ovvero «la propria croce». Significa «portare» con Lui ciò che ci umilia e che il mondo non può accettare, per annunciare a tutti che c’é una «torre» dove Cristo ci accoglie e ci difende; essa è proprio la croce di ciascuno, dove si può vivere sereni anche nella sofferenza, perché Lui ha seminato la vita nella morte. Scendere dalla Croce è consegnare se stessi e Cristo alla «derisione» del mondo, nello scandalo che impedisce a chi ci è accanto la salvezza. Seguendo il Signore siamo chiamati anche ad «affrontare» con Lui la «guerra» per strappare al «re» nemico i prigionieri della sua menzogna. Ma, è ovvio, non possiamo combattere senza «odiarlo». Non lottiamo però con le creature, ma contro il demonio e i suoi lacci: gli affetti per «padre, madre, fratelli e sorelle» vissuti nella carne e schiacciati nei compromessi, l’idolatria del denaro, feticcio che rappresenta potere e successo. Soprattutto la nostra «propria vita», con i suoi criteri, le ragioni, i progetti. «Chi non odia» tutto questo ogni giorno, finirà con l’odiare Dio per «accordarsi» con il nemico, anche se «lontano»; le sue tentazioni, infatti, sono subdole e difficili da smascherare... Il Signore ci ha «amati sino alla fine», «odiando» perfino il suo essere Dio pur di raggiungerci laddove giacevamo lontani dal Padre. Per questo «non può essere discepolo» di Gesù chi «non rinuncia a tutti i suoi averi» per far posto al suo amore incorruttibile, libero e autentico, che attira ogni uomo nel desiderio di esserne colmato.

martedì 3 novembre 2020



 PRIMOGENITURA E BUGIA

Attraverso il battesimo la Chiesa ci ha consegnato l'′′ invito ′′ del Signore alla ′′ grande cena ′′ preparata da sempre per noi. In chiesa ha rinnovato la ′′ chiamata ′′ a seguirlo svelandoci le ricchezze di quei ′′ menù ′′ nutrendoci al tavolo della Parola e dei sacramenti. Ma, allontanandoci nezialmente dal ′′ negozio ′′ della comunità come ha fatto Esaù, a caccia di affetti e denaro, abbiamo dimenticato i molti segnali dell'amore di Dio diffusi nella nostra vita, perdendola il senso: ′′ Ecco, sto morendo: a cosa serve allora la primogenitura?"( Gen 25,32 ). ′′ esausti ′′ e in possesso della fame, ci siamo buttati avidamente sulle ′′ lenticchie ′′ del momento, rifiutando la ′′ grande cena". Giorno dopo giorno, sguardo dopo un altro sguardo, parola dopo parola, senza rendercene conto, la concupiscenza, il ′′ movimento dell'appetito sensibile che si oppone ai pareri della ragione umana e genera disordine nelle facoltà morali dell'uomo ′′ (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2515), ci ha tolto la gioia della primogenitura. Già schiavi della carne, dettaamo irrazionalmente i tempi della conversione, e organizziamo l'agenda delle priorità stabilendo disordinatamente cosa sia ′′ bene ′′ e ′′ male ′′ per noi, scambiando ma l'unica cosa buona e necessaria per un impedimento alla felicità. Viviamo afanosi per ′′ comprare ", ci consoliamo nel ′′ vedere ′′ e ′′ provare ′′ ciò che crediamo di possedere, mentre diventiamo schiavi, perché ′′ la lenticchia è il cibo degli egiziani ", (S. Augustin). Ma arriva ′′ ora di cena ′′ e poi si rivelano i segreti del nostro cuore. Quando la moglie o il marito si avvicinano ′′ invitandoci ′′ ad amarli, ci ′′ scusiamo ′′ opponendo le ragioni della concupiscenza che, paradossalmente, proprio per ′′ essere sposati ", ci impediscono di ′′ piacere ′′ alla Grazia del matrimonio, come di chiunque altro un'altra relazione. Siamo ancora ′′ vecchi ′′ corrotti nella ricerca del piacere. Per questo, non riconoscendo nel ′′ servo ′′ il volto di Cristo, ′′ non possiamo ′′ intuire la ′′ detta ′′ promessa nella ′′ chiamata ′′ a consegnarci, preavviso e profezia del banchetto celeste di cui ′′ nessun ′′ schiavo ′′ piacerà ′′ le delizie . Mi sento come se stessi Ma, nonostante tutto, nella casa di Dio ci sono ancora posti, e nella sua infinita misericordia, ci ′′ forza ad entrare." La versione greca della Bibbia traduce con questo verbo ′′ anank le tribolazioni e le sofferenze dovute alle persecuzioni , fallimenti e malattie. Con loro, quindi, Dio ci addestra cercandoci ′′ per le piazze e per le strade della città ", piantando la Croce ′′ lungo le siepi ′′ che ci imprigionano. Con lei distrugge orgoglio e stupidità, per farci scoprire di essere ′′ poveri, storpi, ciechi e zoppi ", pagani nel cuore nonostante il battesimo. Come loro possiamo desiderare allora la ′′ grande cena ′′ più delle lenticchie che non ci hanno saziato. Solo chi non ha più nulla, chi ′′ non vede ′′ il senso della propria vita, chi vive ′′ gafo ′′ nella solitudine, chi ′′ zoppica ′′ incapace di tutto, si lascia ′′ spingere ′′ ad entrare nel banchetto della misericordia. Quell'uomo è ′′ beato ", come Jacob immagine dei pagani, un grumo di debolezza che ascolta e accoglie umilmente in ogni evento la ′′ chiamata ′′ gratuita di a ′′ prendere cibo nel Regno di Dio "