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domenica 26 novembre 2017


Il Re condannato per amore dei suoi sudditi

 Solennità di Cristo Re dell’Universo
Wikimedia Commons - Ujjwal Kumar, Public Domain
C’è un Regno nel quale il Re, per amore dei suoi sudditi, si fa condannare, ingiustamente, alla loro stessa pena. La salvezza e la felicità dei sudditi allora dipende da una sola cosa: accettare d’aver peccato e meritare la pena, e non sbraitare e inveire cercando una impossibile giustizia, quella tutta umana di vedere i chiodi della pena sfilati da mani e piedi grazie a un buon avvocato capace di nascondere le responsabilità. Impossibile e ingiusta giustizia, perché non centra il vero problema.
Che senso e che bene sarebbe vedere accordato un perdono peloso e buonista che liberi dalla pena e dalle conseguenze dei peccati senza cambiare davvero il cuore? Che giustizia è quella che chiude un occhio sulle responsabilità impedendo così l’accesso al Paradiso, alla libertà autentica e definitiva? Non si può essere giustificati se non si ha nulla da farsi perdonare! Può desiderare e assaporare e difendere la libertà solo chi riconosce d’essere stato schiavo! Il ladrone pentito lo aveva compreso bene, e tu? Desideri il Paradiso o un condono che, come una sbianchettata, ti tiri fuori di prigione per un paio d’ore, lasciando il cuore schiavo degli stessi peccati.
Il Regno assolutamente nuovo, il Paradiso che profuma di libertà, brilla tutto nel suo Re che, come i suoi sudditi, è in questo mondo ma non è di questo mondo. È il nostro Re, Colui che accetta di essere trapassato dalla stessa nostra pena. Il nostro Re prende e porta i nostri peccati, sino a fare della nostra pena la sua pena, della nostra croce la sua Croce, di sangue e di Gloria, di morte e di Vita. Lui, dirà San Paolo, si è fatto maledizione per noi perché noi potessimo divenire la sua Giustizia. Tutto è pronto, basta solo accettare di essere giustamente condannati alla stessa pena alla quale Lui è ingiustamente condannato.
Sulla Croce pendeva la scritta “Questi è il Re dei Giudei” a indicare il trono di misericordia del suo Regno, da cui è sgorgato il preziosissimo sangue che ha lavato ogni peccato. È il giudizio crocifisso che, proprio perché condanna il Signore alla “nostra stessa pena” è sempre un giudizio di perdono. Gesù è esattamente dove siamo noi, “oggi”. Ci attende nelle conseguenze dei nostri peccati. Ciò significa che anche la situazione più difficile, anche la morte che si schiude al di là del peccato, proprio perché raggiunta dalla presenza del Signore, può divenire il Paradiso!
Che cosa aspettava il ladrone dopo la morte? L’inferno, giusta conseguenza per i suoi peccati. E invece lo attende il Paradiso, perché vi entra “con Lui”. Da soli è impossibile, occorre poter alzare lo sguardo sul Re crocifisso che allarga i confini del suo Regno eterno sino al patibolo di ogni uomo. Così accadrà “oggi” per noi. Nei momenti più dolorosi alziamo lo sguardo e vedremo il Signore accanto a noi, per accompagnarci in Paradiso.
La sua Croce è la porta che ci fa entrare nella morte conseguente ad ogni peccato già da vittoriosi, da perdonati, come uomini nuovi. Il miracolo è restare con Cristo crocifissi alla storia, territorio infinito del suo Regno, senza scappare; i suoi chiodi, infatti, sono il sigillo che ci fa figli di Dio con Lui. Figli laddove tutto e tutti, sommi sacerdoti religiosi scandalizzati e soldati secolarizzati e sarcastici, hanno sempre da dubitare e da schernire. Figli nel Figlio dove il Figlio è Figlio. Crocifissi con Lui.
A noi compete solo il santo timore, un abbandono totale e fiducioso al suo cuore, che non delude, mai. Neanche nel momento peggiore. Neanche tra le grida assordanti d’un mondo che ci incita a scendere dalla Croce avvinti dal dubbio del “se davvero sei figlio….”: allora perché il tuo matrimonio si è incagliato in quella crisi e non se ne esce? Perché hai un carattere così difficile che ti umilia ovunque? Perché tua figlia si è intestardita ad uscire con quell’uomo sposato? Perché hai perso il lavoro? Perché questa malattia?
Ma proprio lì sulla Croce, come Isacco e Abramo sul Moria, siamo chiamati a consumare l’intimità celeste di chi, in completa fiducia, si guarda diritto e profondo negli occhi: “Oggi, ora sarai con me nel Paradiso, nel Regno eterno, nell’amore infinito”. Sulla Croce il nostro cuore è cambiato dalla sua misericordia. Un cuore di carne eppure celeste, crocifissi eppure risorti, morenti eppure vivi e regnanti con Cristo.
E così siamo tutti re nel Reinviati anche oggi nell’oggi di chi ci è accanto, perché divenga per tutti l’oggi del Paradiso. Accanto alla moglie e al marito in crisi, senza più desideri, apatici e depressi: crocifissi con il coniuge, scontando la stessa pena. E così con i figli, i colleghi, gli amici e i fidanzati, soprattutto con chi ci è ostile. Hanno diritto ad averci accanto a loro, perché solo in noi potranno incontrare lo sguardo misericordioso di Gesù che si fa di nuovo peccato per loro nella nostra vita.
Ecco la meravigliosa e fondamentale vocazione della Chiesa e di ciascuno dei suoi figli: essere re crocifissi in ogni spicchio di terra e frammento di storia, perché ovunque si estenda il Regno celeste e ogni uomo possa “entrare” con Cristo nel Paradiso preparato per lui.

venerdì 24 novembre 2017

Il tennis in chiesa. Dicono che è arte

  • 24-11-2017
Povero San Paolo caduto da cavallo. La botta sulla terra rossa di Damasco deve avergli fatto meno male di quella rimediata sul sintetico di Milano dove, al termine di un match senza storia ha dovuto soccombere sei zero sei zero. Arriverà un giorno un cui qualcuno dovrà incaricarsi di stilare un catalogo degli orrori per descrivere che cosa accadeva agli inizi del terzo millennio quando le chiese nell’Occidente senza ormai più memoria venivano destinate ai culti più bizzarri. Quel giorno si racconterà di chiese onuste di beltà e fede destinate a saloni di ricevimento per pranzi, comizi elettorali, mostre, concerti e altre attività terrene. Poteva mancare lo sport? No che non poteva.
A colmare la lacuna ci ha pensato il solito carneade dell'arte dal nome esotico che, evidentemente ossessionato dalla smania di stupire e ormai abbandonata ogni tipo di creatività che elevi lo spirito e lo occhio verso il bello, ha trasformato il sacro pavimento della chiesa di San Paolo converso a Milano in un campo da tennis. Nel tempio cinquecentesco di Piazza Sant’Eufemia c’è davvero tutto quel che serve per il match: la rete, le linee, i giocatori con le racchette e le palline e persino il tè al gelsomino.
Ovviamente di artistico non si sa bene che cosa ci si sia. Ma basta raccontarsela un po’ per far accorrere 300 persone in un batti baleno al suono del tam tam social. Surreale lo scopo: «L’obiettivo è quello di sovvertire le logiche della comunicazione tipiche del contesto religioso, sostituendo a un messaggio autoritario a senso unico, un’attività ricreativa e di scambio. Lo sport, nell’immaginario dell’artista, è metafora dell’importanza delle attività improduttive che si sottraggono alle logiche sociali incentrate sul lavoro».
Capito? ll tennis, con il suo ritmato pim pam pim pam come uno scambio da contrapporre al messaggio autoritario a senso unico della religione. Della serie: non bastava cacciare il Santissimo dalla casa nella quale ha dimorato per quasi 5 secoli. Bisognava anche esercitare lo sberleffo tipico dei barbari conquistatori: adesso ci siamo noi e ci facciamo quel che vogliamo. L’iniziativa sembra vantare anche i crismi della regolarità. La chiesa infatti viene definita sconsacrata. Ora, a parte la terminologia impropria, sarebbe interessante sapere quando l’ordinario del luogo ha firmato il decreto di perdita di benedizione del tempio, ma considerato che la chiesa venne smantellata da Napoleone e il culto soppresso ormai da quasi due secoli, qualche vescovo nel tempo ci avrà pensato. Che poi: in fondo si vede che l’antico altare è ancora perfettamente conservato. Chissà se è rimasta la pietra martyrum sulla quale sono state celebrate nei secoli migliaia di messe per la salvezza dell’umanità.
Ma non è soltanto questo il punto perché non è che se una chiesa perde la sua dedicazione, vi si possa fare tutto l’immaginabile. Sembra invece che ogni cosa sia ormai permessa. Infatti nel corso degli anni, prima di arrivare al match point, la chiesa è stata anche uno studio di registrazione e location di innumerevoli mostre fino a diventare la sede di uno studio di architetti i quali possono così mostrare quanto è cool il loro ufficio. Però quel che non torna è per quale motivo per lanciare un messaggio artistico-sociale condito di supercazzole futuriste, come la contrapposizione tra le attività improduttive e le logiche sociali (mai sentito parlare di trascendenza? di sacro?) si debba violentare la memoria di quello che è ancora un tempio di Dio.
Infatti viene chiamata ancora chiesa e non area polivalente destinata alla mollezza dei costumi. Perché? Forse perché troppo comodo visto il popò di bellezza che l’arte cristiana ha prodotto nei secoli e che questi artistisifaperdire non sono in grado di eguagliare per mancanza di ispirazione. Sfruttano la bellezza creata da altri aggiungendo da parte loro solo l’ideologia. Il messaggio esplicito che sta dietro questa pagliacciata spacciata per arte è all’insegna di un rinnovato retaggio anticristiano secondo il quale ormai la religione è soltanto un ferro vecchio del passato. Non serve citare Paolo VI agli artisti per constatare che se architetti e archistar si riducono a profanare la memoria più bella rimasta all’uomo di quando era collegato al suo creatore, vuol dire che c’è rimasto ben poco ormai da scandagliare e il business è tutto.
Perché, anche se non canonicamente, è chiaro che pure questo è un sacrilegio dato che una chiesa deve essere utilizzata per il culto: se la si sfrutta per altri scopi è evidente che la profanazione è già compiuta e a poco serve la scusa che il culto non si celebra da due secoli. Radical chic che non siete altro: andate a giocare a bocce al Partenone di Atene e vediamo se non vi prendono a racchettate. 



αποφθεγμα Apoftegma


Credo che la rievangelizzazione dell’Occidente, 
chiestaci con sacrosanta insistenza da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, 
non sia che questo: 
non, innanzitutto, complesse dottrine, bensì il ricominciare dal kérygma, 
dalla base su cui tutto si regge. 
Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: 
Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore.



Il Signore si accende di zelo in quel luogo particolare che erano i cortili del Tempio, riservati a coloro che non avevano accesso diretto al Santo, al luogo separato, dove offrire il sacrificio. Nel suo Vangelo, Marco si riferisce al solo Cortile dei gentili. Luca parla di cortili in generale, i luoghi per i piccoli, per gli ultimi, per quanti non potevano avere parte al culto. Si tratta quasi di un rovesciamento, ed è quello che percorre tutto il Vangelo: quei cortili costituiscono l'unica ragione d'essere del Tempio. Il Santo dei Santi esisteva per i pagani, per i peccatori! L'esatto contrario di quanto avevano finito per interpretare gli scribi: la purezza, la santità di Israele e del suo culto non erano autoreferenziali, un fondamento per escludere il resto delle Nazioni. La santità, la separazione, il non contaminarsi era proprio per aprirsi, per servire i popoli, per offrire la Verità senza compromessi. La purezza che Dio aveva insegnato a Israele era amore, non segregazione ed esclusione. E questo è un criterio importante per la Chiesa e per ciascuno di noi. Difendere la fede perché non si annacqui non significa erigere steccati, delimitare il confine per una pretesa, latente e inconfessabile superiorità. La fede è gemella della carità, sempre. L'apertura amorevole della santità è direttamente proporzionale alla sua integrità. Non vi è morale fine a stessa, ripiegata in un narcisismo sprezzante. La castità, la sincerità, la sobrietà, le virtù sono la realizzazione di un abbraccio d'amore verso ogni uomo. Un prete che viva la castità come uno sforzo e un impegno dovuto al suo ministero, senza ravvisarvi, e vivere, la fecondità del dono che essa suppone, il segno incontaminato di una vita oltre la morte, del potere di Gesù sulla concupiscenza, è un prete frustrato che difenderà posizioni, schemi e progetti. Così anche di un giovane che si sforza per essere casto, se non vive la lotta nell'orizzonte autentico dell'amore, cadrà rovinosamente adirandosi come un animale ferito. La Chiesa non insegna la castità come una legge pesante, ma come un servizio d'amore ad ogni uomo: un giovane casto impara ad amare, a rispettare e a far presente, nella propria esperienza, il Cielo. Per questo Gesù manda innanzi tutto i suoi discepoli alle pecore perdute della casa di Israele, per ricondurre ogni suo figlio alla sua identità, che è quella di segno di salvezza per le Nazioni. Così anche la Chiesa ha bisogno continuo di purificazione, di rinnovare la propria primogenitura. Così ciascuno di noi.

Scrive Benedetto XVI nel suo primo volume su Gesù di Nazaret: "che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio" (p. 73). Gesù ha abbattuto, nella sua carne crocifissa, "il muro di separazione che era frammezzo", l'inimicizia tra giudei e pagani. Lui ha dato compimento pieno alla volontà di Dio, che prevede la salvezza di ogni uomo. Il Tempio esisteva per mostrare che non c'è più giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, ma che tutti sono uno in Cristo Gesù. Non si tratta di comunismo di bassa lega. Niente ideologie. E' l'opera di Cristo, abbattere le barriere, il peccato che è innanzi tutto inimicizia con Dio, e poi divisione tra gli uomini. Per questo non vi saranno più due popoli, non vi saranno due ma uno solo, come, in Adamo ed Eva, Dio aveva mostrato l'immagine perfetta della sua volontà originaria e mai smentita. Anzi, dopo il peccato, durante tutta la storia della salvezza, Egli è andato compiendo la ricreazione di questa comunione, immagine della comunione che regna nella Trinità, nel cuore stesso di Dio. E' l'amore, sine glossa. L'amore che fonde ma non confonde, e fa dei due una carne sola: la cosa molto buona deturpata dal peccato, ha ritrovato la bellezza originaria in Cristo e la sua Chiesa. Le nozze messianiche con le quali si conclude la Rivelazione nel Libro dell'Apocalisse è la chiamata che Dio fa ad ogni uomo attraverso i suoi primogeniti, i figli della Chiesa. E' lo zelo incontenibile che scaturisce dall'amore geloso di Dio per ogni uomo. Per questo l'ira di Gesù si scatena sui venditori che avevano piantato i loro traffici nel luogo decisivo, sulla porta della fede, della salvezza e della vita.

E' l'ira santa che si avventa su ogni tentativo di fare della Chiesa un luogo di mercato, una spelonca di ladri. Di chi, come profetizzava Geremia, si fa forte dell'appartenenza al Popolo e di avere il Tempio, come un'assicurazione sulla vita, mentre essa scorreva tra idolatria e adulterio. Ma l'appartenenza significa primogenitura di una moltitudine di popoliIsraele esiste per i popoli, esattamente come la Chiesa e come la vita di ciascuno di noiAppartenere a Cristo significa appartenere ad ogni uomo, perchè "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito". Appartenere a Cristo e alla sua Chiesa significa essere tutto a tutti, come ha mostrato San Paolo, e poi San Francesco Saverio, e tutti gli apostoli che hanno sciolto la propria vita nell'annuncio del Vangelo, sino all'offerta del proprio sangue. La vita della Chiesa e di ogni discepolo di Cristo si identifica in questi cortili del Tempio, immagine e profezia della ferita del costato di Cristo, la porta del suo cuore dischiusa ad ogni uomo. Cortili dove gli uomini possano presentarsi a Dio nello stesso Spirito d'amore.

E' nel cortile dei gentili che si compie la nostra vita, come quella della Chiesa. Scambiare e commerciare ciò che è gratuito è profanare il Tempio, gli affetti, il lavoro, l'amicizia, il fidanzamento. Il matrimonio infatti è dato proprio come un cortile del Tempio, dove i piccoli, i pagani, immagini delle debolezze dell'altro, trovino il luogo dove incontrare la misericordia di Dio. Fare della debolezza dell'altro, dei suoi difetti e dei suoi peccati un luogo di mercato, una spelonca di ladri significa consegnare il Tempio alla distruzione, prendere in odio la primogenitura, e quindi la propria vita. Ricattare e prestare a usura affetto, stima, pazienza e addirittura il perdono, approfittando della fragilità dell'altro, è pervertire quanto Gesù ha amato e guardato con compassione e tenerezza. 

Abbiamo ridotto la Casa di Dio, la nostra vita, una spelonca di ladri; rubiamo le persone, le mettiamo sotto chiave perchè possano saziare il nostro cuore. Inganniamo, come ogni venditore di fumo. Anche quando urliamo ai quattro venti d'esser coerenti, di dire le cose in faccia, d'essere liberi, di fatto stiamo indossando l'ennesima maschera, quella del "puro", del "sincero sino alle estreme conseguenze". Maschera buona, di solito, quando le altre, quelle più luccicanti e ammalianti, non hanno funzionato a dovere. Anche quella di "chi non guarda in faccia a nessuno" è, spesso, una maschera che ci mettiamo, così, per identificarci e staccarci dalla massa informe dei proni ai piedi degli altri. Comunque maschere. Comunque carnevale. Comunque insegne luminose, cartelloni pubblicitari, spot ben lanciati nell'etere ad attirare l'attenzione su di noi. E far soldi, accumulare fascine d'affetto, di stima, "manager dei sentimenti" nella calca della "borsa dei sentimenti", sperando e travagliando perchè alla fine della giornata l'indice degli scambi mostri, finalmente, il segno "più". E soffriamo. Immensamente. Senza lo straccio di un solo bilancio in attivo. Sempre tutto in rosso. E sempre più soli. Già, la nostra solitudine di fronte all'invicibile gelosia di Dio, lo zelo del Figlio che irrompe nelle nostre esistenze e le stravolge, le purifica. Per questo in ogni giornata è nascosto l'imprevisto, un mal di testa, un tamponamento, un fallimento, un'incomprensione, qualcosa che, come un ago, fora il pallone gonfiato dai nostri sogni che è la nostra vita senza di Lui.

Ma noi siamo Suoi, Lui ha consegnato la Sua vita per questi "zombi" sperduti nel mondo che siamo, vomitati dall'infernale macchina del commercio di affetti e sentimenti. Siamo del Signore, nonostante tutto. Anzi proprio perchè soli, perduti, stanchi e feriti, siamo suoi, le sue braccia distese, ora per noi. La sua casa, la sua famiglia, il suo luogo, il suo riposo, la sua gioia, il suo tempio siamo noi. Lui ci ha raccolti forse addirittura lontani dal Tempio, neanche dentro il cortile dei gentili. I suoi occhi folli d'amore hanno intercettato, nel nostro dimenarci tra peccati e dolori, un cortile più grande, il cui perimetro abbraccia la nostra esistenza intera; il cortile dove il nostro cuore, errando, cercava il volto di Dio. Il suo amore ci ha aperto il passaggio al Santo dei Santi, al suo cuore, il luogo dove sperimentare che la vita non è un affannato e tragico commercio. La nostra vita è stare con Lui, in Lui amare, donare e non rubare e accaparrare, in Lui perderci per essere persi in ogni "altro" che si appresta alla porta della nostra casa, la sua casa.

Lo zelo del Signore per noi riassume il Suo amore per ciascun uomo. La nostra vita fa parte della vita più grande della Chiesa, la sua casadove ha fissato l'appuntamento di salvezza per tutti i popoli. Dentro ad ogni evento vi è dunque il disegno di salvezza di Dio. Purifica noi per salvare il mondo. Caccia dalle nostre vite la paccottiglia che impedisce la liturgia di lode pensata per le nostre vite. Scaccia i demoni, secondo il verbo originale del vangelo identico a quello "tecnico" utilizzato negli esorcismi. Il Signore scaccia dal nostro cuore il traffico malefico innescato dal demonio, che, in cambio di una felicità avvelenata, ci ha sempre richiesto l'anima. Il Signore ci fa santi, ci "esorcizza" e "purifica" proprio attraverso gli inconvenienti, i dolori, le sofferenze. La Croce ci fa veri, cioè suoi, per attirare e salvare tutti quelli che ancora non lo sono, o meglio, che ancora non sanno di esserlo. Amore infinito per noi, amore infinito per tutti

Così con la Chiesa. Le difficoltà, le persecuzioni, la Croce la rendono bella, scacciano i mercanti di anime dal Tempio e la rinnovano perchè sia un cortile dove accogliere ogni uomo. A questo proposito Benedetto XVI ha detto: "Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta la ricerca di Dio negli uomini; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli. Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentiliche sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto”. Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa" (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, Dicembre 2009). Gesù continuerà sempre a scacciare i demoni che tentano di annidarsi nella Chiesa per rendere impossibile l'aggancio. Chi non annuncia il Vangelo riduce la Chiesa ad una spelonca di ladri che rubano i tesori di Grazia, la Parola e l'amore di Dio offerti ad essa per agganciare gli uomini. Moralismi, potere, prestigio, denari, parole vane, slogan e progetti mondani sono i mattoni che riedificano il muro abbattuto dal Signore. Ma Lui tornerà ogni giorno a distruggerlo, per l'amore immenso che ha per ogni uomo. 

Gesù dopo la purificazione del Tempio vi insegna e il Popolo pende dalle sue labbra, avendo incontrato la Verità che il loro cuore cercava. Ma i notabili, i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire. Si avvicinava la purificazione definitiva. E così per la Chiesa, e ciascuno di noi: non ci si può sedere, mai; se così fosse, ci trasformeremmo di nuovo e in un baleno, in avidi mercanti. Per questo, come già accaduto ad Israele insediatosi nella Terra Promessa, vi sarà sempre qualcuno a minacciarci, a voler far perire Cristo e la sua Chiesa. Perchè la sua autenticità, come quella del Tempio, risiede nel divenire, giorno dopo giorno, un cortile dove gli uomini possano agganciarsi a Dio! Così la nostra vita è un "gancio" offerto ad ogni uomo, e tutto di noi è indispensabile perchè lo diventi davvero. Ed il gancio è stato e sarà sempre, sino alla consumazione dei secoli, l'annuncio che Gesù Cristo è il Signore, che ha vinto il peccato e la morte, salvezza gratuita offerta ad ogni uomo. 

Che il Signore ci conceda oggi e ogni giorno occhi di fede per vedere, in ogni evento della nostra vita l'incarnazione della sua mano distesa verso i poveri, i deboli, i peccatori. Ogni istante delle nostre esistenze è santo, parte della Storia di salvezza che cerca ogni uomo. Perchè Dio sia tutto in tutti.

giovedì 23 novembre 2017




αποφθεγμα Apoftegma

  
Io mi chiedo se questo pianto di Gesù 
non si riferisca alla nostra Gerusalemme. 
Noi infatti siamo la Gerusalemme sulla quale Gesù ha pianto. 
Se dopo aver conosciuto i misteri della Verità, 
dopo aver ricevuto la Parola del Vangelo 
e gli insegnamenti della Chiesa, 
uno di noi pecca, vi saranno pianto e lacrime su di lui. 
Non si piange su quelli che non sono credenti, 
ma su quello che dopo aver fatto parte di Gerusalemme, 
smette di appartenerle. 
Si piange su questa nostra Gerusalemme, 
perché, dopo che ha peccato, 
la assedieranno i nemici, cioè le potenze avverse, 
gli spiriti malvagi e scaveranno attorno ad essa una trincea, 
l'assedieranno e non lasceranno pietra su pietra.

Origene





C'è una via della pace. Un cammino. Quando ancora non era che un pugno di uomini folgorati dagli occhi di Gesù e dalla predicazione dei suoi apostoli, il cristianesimo era chiamato semplicemente "la via". La via della pace appunto. La via del Messia che aveva portato la pace, dono messianico per eccellenza. Gesù risorto apparendo ai discepoli tramortiti di paura e di stupore socchiude le labbra per annunciare, semplicemente, "Pace a voi". Un po' di pace cerca il nostro cuore, e la nostra povera esistenza. Non è così?

La pace è un cammino, una via che attraversa il mare che ci separa dalla libertà, l'ambiguo cumulo di acque che ogni giorno seppellisce i nostri propositi, le intenzioni, i desideri. La pace è un cammino che percorre le tracce del Signore fin dentro la morte, per uscirne vittoriosi. Lui e noi, ogni giorno. Anche oggi è il tempo, il kairos della sua visita. Anche oggi il Signore indossa le sembianze del marito, della moglie, dei figli, dei colleghi, e viene a visitarci. E sembra impossibile che la via della Pace passi proprio per questa umiliazione, per questo rifiuto, per questo fallimento. Eppure le lacrime segnano la visita del Signore.

Dobbiamo imparare a non disprezzarle le nostre lacrime; a leggerne il sale che portano dentro, la sofferenza che non si può mai minimizzare. E' il sale che dà "sapore" alle lacrime, al dolore che, come un fiume, portano alla luce. Le lacrime, qualunque guancia solchino, recano il sapore di Cristo, della sua sofferenza con la quale ha salvato il mondo. Lacrime profetiche e di compassione, sempre. "Piangete con quelli che piangono": così ha fatto Cristo, perché ogni lacrima è raccolta dalla sua mano, nessuna scenderà invano. 
Le lacrime dei figli, della moglie, dell'amico, sono sempre lacrime sante, immerse in quelle benedette del Signore. Il dolore per qualcosa che non si comprende, per una presa in giro, per un'offesa, per un tradimento, per la morte, qualunque lacrima, ha già solcato il volto del Signore quel giorno alla vista della tomba di Lazzaro, come quell'altro, alla vista di Gerusalemme. Le lacrime davanti a tutto quello che ancora non è stato visitato e salvato

E' Cristo che si fa presente nelle lacrime di chi ci è vicino, è Lui che piange in noi alla vista della sofferenza. E' Lui che anche oggi ci visita con amore immenso, con le lacrime di tenerezza e di misericordia. Anche oggi, in mille circostanze, Gesù scende alla nostra vita, lì dove siamo, quasi implorando d'essere accolto.

Geloso più di noi della nostra libertà, Gesù ha visto in quali pasticci abbiamo spinto le nostre vite. Freme di compassione fissando le rovine della nostra esistenza, i fumi delle distruzioni che ancora abbiamo negli occhi, le conseguenze funeste delle nostre decisioni lontane da Lui; i nemici, i peccati che hanno ferito i nostri sentimenti sino a paralizzarci. 

Eppure, anche i fallimenti, perfino i peccati sono dentro la profezia di Gesù. Non stupiamoci: è necessario che non resti "pietra su pietra" della Gerusalemme che ha rifiutato Gesù. Passa per la rovina dell'uomo vecchio il cammino della Pace, perché la risurrezione segue sempre il sepolcro. Se nella tua vita "i tuoi nemici ti hanno cinto di trincee, circondato e stretto da ogni parte" è perché non hai riconosciuto la "visita" di Gesù. Se il matrimonio ti sembra proprio una città sotto assedio, se con i tuoi figli non ti sembra di avere scampo sotto il fuoco delle incomprensioni reciproche, non ti meravigliare: nella storia ti cercava il Signore, ma lo hai rifiutato...

E hai sperimentato che "i nemici", i demoni che ci odiano, hanno "abbattuto te e i tuoi figli dentro di te". No, non è il carattere, non è la differenza di età; non è nemmeno la società. E' il demonio che prima ha abbattuto te, e poi i tuoi figli dentro di te, nel tuo cuore, perché è lì che si insinua e semina la morte. E' dentro di te che devi guardare, non in tuo figlio, tua moglie, o nel collega o negli eventi contrari. 

Guarda bene, e vedrai che nel fondo del tuo cuore sono già scese le lacrime di Gesù, come acque battesimali, piene di compassione. Lasciati visitare allora, permetti alla sua misericordia di avere ragione del tuo orgoglio. Lasciati ammaestrare dalla Chiesa, perché ogni sua Parola, ogni sacramento e liturgia è una lacrima d'amore di Cristo. 

I nostri dolori lo hanno commosso, straziato, ed ora eccolo qui, Lui il Re dei re, il Signore dei signori, che potrebbe essere adirato e potrebbe lasciar sfogo alla sua ira, e invece eccolo alla nostra porta, con le lacrime a segnargli il volto di un riga di dolcezza: "Ti amo, lo sai? Non ti rimprovero, sono qui per te. Pace a te, non aver paura". Spalanchiamo le porte a Cristo allora, anche oggi. Accogliamo il Principe della Pace, vittorioso sulla morte e il peccato, che viene a noi per condurci, amorevolmente, per il cammino della pace, l'iniziazione cristiana, come ogni percorso che ha donato alla sua Chiesa perché potessimo convertirci.

Entriamo nella nostra vita senza timore, percorrendo, con Lui, il cammino della conversione, seguendo le orme della pace che sgorga dal suo perdono, sino alle porte del Regno di pace, la Gerusalemme celeste sposa del Signore, senza macchia né ruga, il nostro destino preparato dall'amore del Padre.  

CON LE SUE LACRIME DI COMPASSIONE CRISTO RISORTO HA INAUGURATO PER NOI LA VIA DELLA PACE



Quando ancora non era che un pugno di uomini, il cristianesimo veniva chiamato semplicemente la “via". Tutto cominciava dalla "visita" degli apostoli itineranti nelle sinagoghe, nelle case e nelle piazze, dove annunciavano la Buona Notizia. Le loro parole erano l'eco di quelle del Maestro risorto: "Pace a voi!". Lo stesso saluto scambiato infinite volte, sulle labbra degli apostoli diveniva realtà sin dentro la vita, come era accaduto la sera di Pasqua. E tutto cambiava: l'esistenza era sradicata dalle vecchie abitudini e posta in cammino alla sequela del Signore sulla "via della pace". Ma accadeva anche che molti non “riconoscevano” nell’annuncio della Chiesa la “visita” del Signore, e il rifiuto diveniva spesso persecuzione. Come fu per “Gerusalemme” nei giorni del Messia, e poi molte volte nei secoli. E Gesù “piange” il rifiuto, “giorno” dopo “giorno”, insieme ai suoi apostoli, in ogni angolo della terra, mentre potrebbe lasciar sfogo alla sua ira. Le lacrime, infatti, segnano sempre l'annuncio del Vangelo. Esse recano il sapore di Cristo, della sofferenza con la quale ha redento il mondo. Lacrime di misericordia davanti a tutto quello che ancora non è stato “visitato” e “salvato”. In esse impariamo a guardare ai fratelli con pazienza e amore, per annunciare il Vangelo attraverso il dono silenzioso di noi stessi, quando la Parola non è accolta, come Gesù ha fatto nella città che lo rifiutava. Egli, infatti, di generazione in generazione, freme di compassione nel cuore della Chiesa, fissando profeticamente le rovine in cui si ridurrà la vita di chi non lo può "comprendere" perché ingannato dalla menzogna del demonio. Vede in anticipo i "giorni in cui i nemici” dell’anima che lo rifiuta, “cingeranno di trincee, circonderanno e stringeranno da ogni parte" pensieri e sentimenti per indurci a scappare nel peccato; Gesù sa che chi non lo accoglie rimane preda dell'orgoglio che "abbatte" genitori e figli, amici, parenti e colleghi, distruggendo ogni relazione senza "lasciare pietra su pietra". E’ quando la “via della pace” scompare dall’orizzonte e le guerre, le inimicizie, le gelosie, le invidie, i divorzi, i tribunali segnano il cammino doloroso dell’uomo. E Cristo con la sua Chiesa non può far altro che amare di nuovo “sino alla fine”, andando a prendere il peccato del mondo in ogni città che rifiuta il Vangelo e perseguita i suoi apostoli. Anche per noi "oggi" è il "kairos" della “visita” di Gesù, il momento favorevole nel quale, attraverso i fatti e le persone, Egli si fa presente per accoglierci nel suo movimento di pace e libertà. Ma spesso ci accade, come fu per Gerusalemme, di non saper "riconoscere" nella carne la "visita" del Signore; ci sembra impossibile che Egli possa indossare i panni della suocera o del capo ufficio, e rifiutiamo l’annuncio della Chiesa che illumina la storia con il Vangelo… La "via della pace" allora si "nasconde ai nostri occhi", che si spengono a poco a poco nei rancori e nei giudizi, suscitando l'incontenibile commozione di Gesù. Eccolo infatti, ancora una volta alla nostra porta come a quella di ogni uomo, a confondere le sue lacrime con le nostre, con il sale aspro del suo dolore ad accogliere il nostro, quasi implorando d'essere, finalmente, "riconosciuto" e accolto. Le sue lacrime solcano dolcemente le nostre ferite come un cammino di pace per schiuderle al suo perdono risanatore, e suscitare in noi, come accadde a Pietro, lacrime sante di pentimento. Lasciamolo entrare allora "in questo giorno" nella nostra Gerusalemme, perché torni ad essere la Città della Pace che Lui ha "scelto come sua dimora per sempre", un segno di speranza da annunciare ad ogni uomo intingendo nelle nostre lacrime la misericordia di Dio.

mercoledì 22 novembre 2017

Santa Cecilia, martire

Santa Cecilia, martire
Dalla storia di santa Cecilia, vergine di Roma che subì il martirio durante il pontificato di sant’Urbano I (222-230), emerge l’amore incondizionato per Dio, cui questa giovane si consacrò, dimostrando una fede così pura e salda da convertire al cristianesimo diverse anime. Il suo culto è antichissimo, così come l’omonimo titulus associato alla Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, anteriore all’editto del 313 e probabilmente già creato da Urbano I, che “seppellì il corpo di Cecilia tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa trasformandola in una chiesa, così come gli aveva chiesto”, come riferisce la Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine. Sul sito di quella chiesa sorse poi la basilica dove oggi sono custodite le reliquie di Cecilia, inizialmente poste dal pontefice nelle Catacombe di San Callisto.
Dalla Passio più antica che si è conservata, poi ripresa da Jacopo da Varagine, risulta che Cecilia era stata data in sposa al nobile Valeriano, che convertì nel giorno del matrimonio comunicandogli il suo voto di verginità: “Nessuna mano profana può toccarmi, perché un angelo mi protegge. Se tu mi rispetterai, Egli ti amerà, come ama me”. Valeriano andò a farsi battezzare da Urbano I e, dopo aver assistito a un prodigio dell’angelo (che fece apparire dal nulla due corone di rose e gigli, ponendole sul capo degli sposi), superò gli ultimi dubbi e assieme alla moglie convertì il fratello Tiburzio. I due fratelli furono poi condannati a morte per aver dato sepoltura a dei martiri cristiani, contravvenendo a un ordine del prefetto Almachio. Sulla via verso il patibolo Valeriano e Tiburzio riuscirono a convertire l’ufficiale Massimo, che finì a sua volta per essere martirizzato.
Il martirio di Cecilia, anche lei “colpevole” di pietà verso i martiri, seguì poco tempo dopo. Sopravvissuta a un primo tentativo di ucciderla, ne fu ordinata la decapitazione. I tre colpi di spada che il carnefice le inflisse non bastarono però a staccarle la testa e la santa agonizzò per tre giorni, durante i quali - assistita da Urbano I - continuò a professare la fede cristiana nel Dio Uno e Trino con le dita delle mani: quest’ultimo fatto è immortalato nella celebre statua di Stefano Maderno, che gli fu commissionata dopo l’apertura del sarcofago nel 1599, quando si trovò il corpo di Cecilia in ottimo stato di conservazione.
Santa Cecilia è patrona della musica e in suo onore sorse alla fine del XIX secolo il Movimento Ceciliano, che intendeva ridare spazio al canto gregoriano e alla polifonia classica nella liturgia e perciò diede impulso alla nascita di varie Scholae cantorum. Tra i suoi principali sostenitori ebbe san Pio X, il quale con il motu proprio Inter Sollicitudines sottolineò la necessità di correggere gli abusi nella musica liturgica e ricordò che “la musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli”.
Patrona di: musica, musicisti, cantanti
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TRAFFICANTI FOLLI PER FAR FRUTTIFICARE NEL MONDO IL FOLLE INVESTIMENTO DEL PADRE

Gesù era ormai giunto con i discepoli "vicino a Gerusalemme". Ma in loro emergeva una strana euforia: con tutti quei miracoli che avevano cambiato "all’istante" la vita di tante persone davanti agli occhi, si erano convinti che il Regno si sarebbe "manifestato" altrettanto "immediatamente". E proprio loro, i prescelti del Messia, si vedevano già ricoperti di cariche "alla sua destra e alla sua sinistra". Era pur vero che Gesù aveva ripetuto di "mettersi bene in testa" che stava andando a Gerusalemme per morire crocifisso e risorgere, ma "quel parlare restava oscuro", e l’avevano rimosso. Erano pronti a morire con Lui, ma per un regno di questo mondo. La parabola rimette la cose al loro posto. Gesù, "Uomo di nobile stirpe", morendo, risuscitando e ascendendo al Cielo, sarebbe "partito" verso il "lontano paese" del Padre "per ricevere un titolo regale e poi ritornare" alla fine dei tempi e nella vita di ciascuno, giorno per giorno e al giorno della morte; ai discepoli suoi "servi", avrebbe affidato la "mina" del Vangelo per "impiegarla" nel tempo inaugurato con la sua partenza, "amministrandone proficuamente il capitale", e "commerciandola" per ottenere un "guadagno" secondo la volontà del Signore. Gesù dunque non andava a Gerusalemme per ristabilire il Regno che tutti aspettavano. Egli vi saliva per aprire un varco attraverso la morte e inaugurare un tempo di salvezza per tutte le genti; apparendo risorto sul Monte di Galilea, il Signore avrebbe poi affidato il Vangelo ai suoi discepoli, inviandoli a "trafficarlo" come aveva fatto Lui, con la predicazione e il martirio, in tutte le città e villaggi, sino ai confini della terra. Anche noi oggi siamo "vicini" alla croce piantata nella nostra "Gerusalemme": la famiglia, il lavoro, la scuola, la malattia, l'angoscia. Forse siamo ancora acerbi, e pensiamo che il cristianesimo sia una religione come tutte le altre, dalla quale attingere "da un momento all’altro" quello di cui abbiamo bisogno. Il Signore, invece, ci ha scelti, chiamati, perdonati per affidarci la "mina" che definisce la nostra primogenitura. E, nella Chiesa, ci ha dato il luogo dove imparare a commerciare le mine: l'iniziazione cristiana, il cammino di conversione nel quale la Parola di Dio si fa strada nella vita di ogni giorno ricomponendo il dissidio tra fede e vita che ci ha fatto soffrire. Il Vangelo ha operato in noi molti segni, e oggi siamo inviati a tutti per "trafficarlo", annunciando e offrendo la salvezza in cambio dei peccati. La nostra storia è immersa in un tempo di Grazia, dove ogni evento è un’occasione irripetibile per "guadagnare" un’anima a Cristo. Per questo il demonio, il "nemico" che "non vuole che il Signore regni" sugli uomini, farà di tutto per distoglierci dalla nostra missione, per distoglierci dal cammino verso Gerusalemme dove dare la vita con Cristo; e così trasformarci in "servi malvagi". Userà la croce di ogni giorno - il tamponamento, la bolletta inaspettata, le analisi cliniche sballate, un insulto e un inganno, noi stessi e la nostra debolezza - per mostrarci il Signore come un "uomo severo" che "prende" l'amore che "non ha messo in deposito", e vuole "mietere" la vittoria "che non ha seminato". Ci tenterà con la "paura" della morte per spingerci a "nascondere nel fazzoletto" della superbia e dell'ipocrisia il Vangelo, perché non giunga a chi ci è accanto: per non inginocchiarci ai piedi del fratello e chiedergli perdono... Vorrà ingannarci con gli scandali, mentendo sulla Chiesa che ci ama come una madre, la "banca" cui ricorrere per difendere il "capitale" in tempi di crisi e di debolezza. Possiamo difenderci solo "giudicando" il demonio "dalle sue stesse parole", confrontandole una per una con quelle del Vangelo compiute nella nostra vita e in quella di tanti fratelli, nella certezza che il Signore ci difenderà e tornerà ad "uccidere davanti a lui il nemico". Ci attende una ricompensa eterna, la vita piena "data a chiunque ha" frutti da presentare: la moglie, il marito, i figli, i colleghi, i nemici accolti a amati; la gioia moltiplicata dalla Grazia che ci accompagna ogni giorno, da condividere nella "città celeste" con coloro a cui abbiamo annunciato il Vangelo donandoci senza riserve qui sulla terra.