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mercoledì 28 febbraio 2018




Ogni giorno, come una risacca, riemerge in noi il medesimo desiderio, la solita concupiscenza: "alla destra e alla sinistra" del potere, per dirigere la vita e sfuggire alla morte. Come Giacomo e Giovanni siamo figli della carne: nostra madre, come ogni madre, aspira ai primi posti, illudendosi di sfuggire così al dolore e al fallimento. Concepiti nel peccato "non sappiamo cosa chiedere" a Dio e alla vita, sempre in cerca di fatti ed emozioni nuove, di qualcosa che ci colmi che neanche conosciamo. Facciamo i capricci e basta, come i bambini. E, ciechi sulla nostra debolezza, ci "sdegniamo" delle pretese altrui. Ma la vita ogni giorno ci porta "a Gerusalemme", e la Quaresima ce lo ricorda. La storia ci presenta un "calice" attraverso le difficoltà, i problemi e i fallimenti. Per esempio, questo calice è tuo marito; forse non lo hai mai guardato così, o forse sì, ma non ne hai mai bevuto sino in fondo. Hai sorseggiato un pochino, e subito la sua violenza, la superficialità e l'indifferenza, la debolezza cronica che lo rende incapace di prendere decisioni, ti ha dato alla testa; e il demonio ha avuto buon gioco per dirti di non accostarti più a lui, che nel vino è mescolato il veleno, un'altro sorso e moriresti. Quanti giorni sono che non gli parli? Quante mormorazioni mentre gli stiri le camice? Per questo la Quaresima viene in tuo aiuto, così come a ciascuno di noi, tutti disposti superbamente a bere di qualunque calice, per poi sputarne immediatamente il vino appena sorseggiato. In questo tempo la Chiesa ci invita di nuovo a prendere il calice che Cristo ci porge. E' il suo, perché tuo marito, come tua moglie, tuo figlio e ogni altra persona, tutti sono stati riscattati e comprati al caro prezzo del sangue di Cristo. Non potremo sperimentare la Pasqua senza accostarci al calice del Signore, senza berne sino in fondo per gustare il suo amore. E' vero, c'è del veleno, il demonio non ha mentito; c'è il peccato, e la morte che ne consegue. Ma ha nascosto l'altra parte della realtà, la verità più importante. Proprio il vino che vi è dentro è il sangue di Cristo, spremuto e pigiato nel tino della sua Croce. E' più forte del peccato e della morte, ha assorbito e reso innocuo il veleno. Bere oggi al calice di Cristo significa, infatti, partecipare della Nuova Alleanza, attingere alla Coppa che chiude, come un sigillo, il Seder della notte di Pasqua, per uscire con Lui nella notte dove si è infilato Giuda per offrirsi proprio a lui. In quel giardino Gesù ci ha mostrato la libertà; nessuno più libero di Lui, libero di donarsi spontaneamente a chi lo tradiva perché certo dell'amore del Padre. Convertirci significa quindi bere al calice di Cristo per gustare, misteriosamente, proprio al culmine del dolore, la libertà che si fa pienezza e anticipo della terra promessa. Non temere allora per qualche brivido, per il dolore che ti ha procurato tuo marito. Esci con Cristo da te stessa e consegnati a Giuda, allo sposo che mentre ti baciava ti ha tradito. Proprio lì sperimenterai la Pasqua del tuo matrimonio, la resurrezione dell'amore autentico che si incarna nel "servizio" gratuito e disinteressato. E' di questo che ha bisogno ogni matrimonio, come ogni altra relazione, con i figli, con gli amici, con i nemici. Solo entrando nella storia concreta di ogni giorno si può sperimentare la libertà conquistata da Cristo quando ha superato la barriera della morte. E lì, all'ultimo posto, dietro a tutti - alla moglie, al marito, ai fratelli, al figlio, al collega - l'orizzonte si allarga e diveniamo "i primi", ovvero le "primizie" di coloro che hanno vinto la morte. L'ultimo posto, infatti, è l'unico che compie il naturale desiderio di essere i primi: primi come Gesù, il Primogenito, guardando tutto dal basso verso l'alto, capovolgendo criteri e gerarchie, nella follia di un conteggio che fa saltare la matematica dell'orgoglio. E' il paradosso divino al quale siamo chiamati: il Padre "celeste" guarda tutto dall'alto abbracciando il senso pieno di ogni esistenza, dal concepimento alla morte, dove ogni particolare è incastonato nel suo progetto totale, proprio perché, nel suo Figlio, ha deposto lo sguardo sull'ultimo posto della terra, il più distante dal Cielo. In esso, infatti, si comincia a contare dall'ultimo posto, quello del suo Re e Signore: così "tra di voi" nella Chiesa, nelle famiglie cristiane, ovunque vi sia un fratello del Primo tra i risorti dalla morte. Coraggio allora, il Signore "ci chiama a sé" e ci annuncia che "berremo al suo calice". Non importa se non sappiamo "il posto" che ci sarà assegnato nel Regno dei Cieli: lì la carne non saprà distinguere un posto da un altro, perché "Cristo sarà tutto in tutti". Sulla terra, l'ultimo posto che ha preso il Signore, ci ammaestra e prepara a quello che occuperemo in Cielo: dove siamo con Cristo è già il Paradiso; piccoli con il più piccolo per essere i più grandi con il più grande nell'amore



SOLO SE CONSEGNATA ALLO SPOSO LA VITA E' COMPIUTA IN OGNI DETTAGLIO





Nulla di noi è marginale. Tutto ci è donato per essere "compiuto", “riempito trabocchevolmente” secondo il greco originale. Ogni istante è come uno yod (iota in ebraico), la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, ma decisiva per definire il significato di molte parole simili, fondamentale per conferire il senso compiuto alle frasi, legando il passato al futuro. La nostra vita è una raccolta di yod disseminati sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio, una storia (il passato) che si fa presente come un grembo fecondo e gravido nell'attesa del compimento. Invece, per l'inganno dal demonio, gli yod ci appaiono come piccoli, fastidiosi e insignificanti ostacoli da evitare. E così, fiaccati dalla superbia con cui tralasciamo i particolari nei quali allenarci ad amare, nascosti nell'ipocrisia dei grandi ma effimeri slanci, ci spaventiamo e fuggiamo ogni volta che sbattiamo contro i muri issati da chi ci è accanto. Chi trascura il "precetto minimo" scivolando sulle innumerevoli occasioni di donarsi, si ritroverà con un "amore minimo", impreparato per fare fronte ai "grandi" bisogni del prossimo. Colui che, nella pretesa satanica di farsi dio e decidere cosa sia importante, "insegna agli altri" a essere sciatti e superficiali, sarà "considerato minimo nel Regno dei Cieli". In esso, infatti, è "grande" chi il mondo considera piccolo, ovvero il povero, il debole e il peccatore, il ladro e la prostituta. Questi, avendo conosciuto e accolto il "grande" amore che li ha perdonati, sono capaci di "insegnare agli altri" a non trascurare nessuna "minima" occasione per convertirsi. La superficialità si risolve sempre in un deterioramento della Verità, come quando un quadro è attaccato dal tempo: i colori si sbiadiscono, scompaiono le sfumature, anche i contrasti perdono vigore, e alla fine il dipinto è ormai diverso dall'originale. E tu, quale yod stai trascurando? Su quale dettaglio stai sorvolando? La vita è come un orologio, non puoi dimenticare di aver cura di ogni suo pezzo; basta che una minuscola coroncina si rompa, si usuri o si perda e l'orologio non funziona più. Hai per caso dimenticato di oliare qualche meccanismo e l'orologio sta dando i numeri, correndo il rischio di arrivare in ritardo all'appuntamento decisivo? Da quanto tempo non chiedi a tua figlia come va, se si sente emarginata per il suo corpo, se ha paura di mangiare? Stai tralasciando i particolari nel rapporto con la moglie senza accorgerti della complessità che questo suppone? Attento, ti stai preparando la crisi con le tue mani. Il demonio gioca sempre negli spazi stretti e apparentemente irrilevanti della quotidianità per farci perdere, giorno dopo giorno, il "grande" amore nel quale e per il quale siamo stati creati. 




Per questo abbiamo bisogno di un abile "restauratore", che riporti alla luce ogni particolare nascosto dall'incuria, così che il "quadro" della nostra vita torni allo splendore originale. Abbiamo bisogno di Gesù, che, "dando compimento" a tutti i precetti, "restauri" l'immagine originale dell'uomo creato da Dio. Innalzato sulla Croce ci attira tutti nel suo compiere lo Shemà, pienezza della Legge, "restaurando" così in noi la capacità di amare in ogni circostanza. Sulla Croce ha ricevuto l'aceto dei nostri peccati come l'ultimo yod necessario perché tutto sia compiuto; quindi ha reclinato il capo e, spirando, ci ha inondato del suo Spirito. Una volta liberati dai peccati ci ha riempiti trabocchevolmente della sua vita. Da quel momento, nella nostra storia non vi è più nulla da mettere tra parentesi, rifiutare e buttar via, perché in tutto, anche in una malattia incurabile, anche in un lavoro routinario, vibra l'amore "riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo". In questa Quaresima siamo chiamati a convertirci, a cambiare il modo di pensare e guardare la nostra vita, imparando a curare i dettagli riscattati dalla routine banale del peccato, senza smettere di fissarne l'insieme. Concretamente, ciò significa "compiere" la volontà di Dio che si rivela in ciascuno dei suoi "comandamenti". Questi, infatti, declinano il suo amore in ogni dettaglio dell'esistenza, abbracciando in uno sguardo di misericordia ogni millimetro della nostra vita, lavare i piatti e presiedere un consiglio di amministrazione non fa differenza, perché sia vissuta con serietà e responsabilità. Per questo, "finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto": alla fine del mondo, della vita di ogni uomo, non resterà neanche un frammento, neppure il più piccolo, senza che l'amore di Dio lo abbia raggiunto per salvarlo e dargli il compimento pensato dalla sua volontà.

martedì 27 febbraio 2018



Vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, 
di pace e anche di felicità
troverebbero se provassero a vivere in questa intimità con Dio.

Beata Elisabetta della Trinità


L'INTIMITA' CON CRISTO NELLA CHIESA E' IL GREMBO DELLA VITA OFFERTA A SERVIZIO DELLA SALVEZZA DI OGNI UOMO




Filatteri
Viviamo dissipati tra mille impegni pur di sfuggire dalla verità che si svela nell'intimità, con Cristo prima, e poi con marito e moglie, con i figli, con i fratelli: "Ogni uomo è "fugitivus cordis sui", si allontana dal suo proprio cuore" (S. Agostino). Siamo come Esaù, "uomo della campagna", che cacciava per suo padre ma viveva lontano da lui, sino a perdere la primogenitura. Giacobbe, invece, l' "uomo tranquillo e semplice, che viveva nelle tende", pur essendo un furbastro, è immagine del cristiano che la Quaresima ci chiama a diventare. Aveva capito l'importanza dell'intimità con il padre, e per questo ha avuto in eredità benedizione e primogenitura. Ohel, la tenda dove dimorava, è anche sinonimo di una Beth Midrash, la sala di studio della Torah. Non a caso in ebraico "filatterio" significa "luogo in cui si conserva"; erano, infatti, delle custodie cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena su cui erano scritti alcuni passi della Torah. Fissati con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte, costituivano una sorta di piccola Beth Midrash che accompagnava i rabbini durante le loro giornate. Erano il segno dello studio e dell'intimità con la Parola che avrebbe dovuto illuminare ogni loro passo. Una parte dei farisei e degli scribi, invece, ne avevano fatto il tabernacolo della loro ipocrisia: dal servizio alla Parola alla Parola assunta a proprio servizio. Li "allargavano" davanti alla gente per non dilatare il cuore nell'intimità con Dio; così "pulivano l'esterno" della coppa, lasciando imputridire l'"interno". Ogni pratica religiosa era ostentata "per essere ammirati dagli uomini", dai quali bramavano i saluti per sentirsi importanti. Avevano ridotto le cose sante a merce esposta nella vetrine monobrand del proprio ego, impegnati a scalare "i primi posti" nelle vendite, sino ad usurpare la "Cattedra di Mosè". Per fare presente Mosè e la sua autorità, nelle sinagoghe era lasciata una sedia vuota. L'avrebbe occupata il profeta annunziato da Mosè. Raggiunta questa, i farisei e gli scribi a cui si rivolgeva il Signore, avrebbero arpionato l'autorità suprema che legittimava ogni altra autorità sul Popolo. Esattamente come accade a noi, pronti ad azzannare ogni Grazia, a convertire tutto in legge, a usare tutto e tutti per soddisfare desideri, concupiscenze, bisogni ed esigenze. Quante preghiere ostentate, quanta affettata umiltà, disponibilità, mitezza per carpire benevolenza, stima, prestigio. "Seduti sulla cattedra di Mosè" pretendiamo di dare disposizioni a destra e a manca, da come si prepara un caffè a come gestire i conti dell'Italia. Non cerchi forse il tuo "posto d'onore", il primo ovviamente, nel cuore dei figli, dei genitori, della fidanzata? Anche le parvenze d'umiltà sono, spesso, simulacri dell'orgoglio che ci divora. 


Beth Midrash
Ma il Signore ci chiama oggi nella sua tenda, nella Beth Midrash della sua intimità. E lì, ad inginocchiarci ai piedi dell'unico Maestro, per ascoltare e imparare a vivere dell'unica cosa di cui abbiamo bisogno, la sua Parola di misericordia. Con la Quaresima la Chiesa ci invita per questo a digiunare dalla visibilità a tutti i costi, dal presenzialismo non-stop sui social networks; e a dare in elemosina quanto usiamo per apparire, alienarci e sfuggire l'amore autentico che ci inchioda alla Verità. Forse l'elemosina significa rinunciare a qualche impegno nel quale crediamo di essere imprescindibili, magari anche in parrocchia, per starcene accanto ai nostri figli e al nostro coniuge; a mettere tra parentesi le attività che tu hai scelto per essere protagonista, forse proprio quelle più pie e altruistiche, dove puoi essere "salutato" e riconosciuto da parroco e sacrestano. Non ti accorgi che stai "allungando i filatteri" per farti amare? No? credi di farlo con amore e dedizione? Allora rinunciaci, e riempi quel tempo con la preghiera davanti al Santissimo o con la Scrittura in mano, con il rosario o l'Ufficio Divino, e pensa che qualcun altro lo farà molto meglio di te.... Scendi dal palco, e chiuditi nella tenda, lì, ai piedi della Croce, l'autentica "cattedra di Mosè". La cattedra che noi usurpiamo, infatti, è riservata al Messia, al Profeta inviato da Dio per salvarci. Solo accogliendo Gesù che viene ogni giorno per condurci con l'autorità della Parola compiuta in Lui, potremo partecipare della sua stessa autorità. Il Signore infatti ci attira a sé dalla Croce, dove il Maestro si è fatto Servo. Ci precede ogni giorno per sederci con Lui alla destra del Padre, ma occorre passare dalla Croce. Solo nella verità della nostra debolezza, laddove scopriamo di non avere più filatteri da allungare perché il cuore è ferito dal peccato, potremo aprirci alla misericordia di Dio, e sperimentare che Lui basta a colmare ogni nostro desiderio. Nell'intimità con Cristo è gestata la pienezza della libertà, e dall'unione con Lui nasce la gioia di poter amare gratuitamente. E questo vale innanzitutto per preti e suore, i soggetti più a rischio di contrarre il virus dell'ipocrisia. Scopriremo allora il cuore della Quaresima che, anche quest'anno, ci vuol condurre alla conversione autentica e interiore, a "dire" di meno perché abbiamo sempre "detto e non fatto", "caricando" sulle spalle dei fratelli i pesi che non abbiamo neanche sfiorato. Padri e madri, preti e catechisti, abbiamo sulle spalle i lividi della Croce portata con Cristo? No? Allora ogni nostro "dire" è pura ipocrisia. Se hai schiantato la schiena di tuo figlio o di tua moglie con le tue leggi significa che non hai conosciuto Dio e il suo amore. Per questo la Quaresima ci invita a una rivoluzione autentica, altro che qualche cerotto spirituale! Convertirci significa "abbassarci" e scendere dalla cattedra dell'ipocrisia con cui offriamo ai figli e agli altri l'alibi per non ascoltarci; e camminare accanto a loro per divenire insieme discepoli dell'unico Maestro che dice e fa quello che dice: "figlio mio, sono una frana anche peggio di te, ma ho sperimentato che Dio è buono e fedele, e il poco di autentico che c'è in me è opera sua". Inoltre, la Quaresima ci chiama seriamente a pregare nel segreto e.... a donarci nell'intimità al nostro coniuge. Ma dai, non dovrebbe essere un tempo di mortificazione? Appunto, mortifica i tuoi appetiti travestiti di pietà e conversione, digiuna "abbassandoti"  davanti all'altro e "servendolo" in ciò di cui lui ha bisogno; questo significa anche unirsi a tua moglie o a tuo marito nei momenti che, invece, vorresti riservare per te. Sì, perché se l'intimità che credi di avere con Cristo non ti porta alla stessa intimità con chi ti stato donato da Lui, è falsa. Allora, smetti di guidare tu e lascia che il Signore ti conduca alla sua Beth Midrash, la sua intimità autentica nella quale trovare bella e santa ogni altra intimità. E in Lui abbandonarci ad Abbà, all'unico Papà che ci fa padri nel Padre, perché figli nel Figlio, maestri sulla sua cattedra della Croce. 


lunedì 26 febbraio 2018

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Meditazioni per il Tempo di Quaresima  Benedetto XVI

LA TRASFIGURAZIONE
Lc 9,28-36
Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!". Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
LA LUCE DELLA PREGHIERA
La liturgia ripropone questo celebre episodio proprio oggi, seconda domenica di Quaresima (cfr. Lc 9,28-36) Gesù voleva che i suoi discepoli, in particolare quelli che avrebbero avuto la responsabilità di guidare la Chiesa nascente, facessero un'esperienza diretta della gloria divina, per affrontare lo scandalo della croce. In effetti, quando verrà l'ora del tradimento e Gesù si ritirerà a pregare nel Getsemani, terrà vicini gli stessi Pietro, Giacomo e Giovanni, chiedendo loro di vegliare e pregare
con Lui (cfr. t 26,38).
Essi non ce la faranno ma la grazia di Cristo li sosterrà e li aiuterà a credere nella Risurrezione.
Mi preme sottolineare che la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un'esperienza di preghiera (cfr. Lc 9,28-29).
La preghiera, infatti, raggiunge il suo culmine, e perciò diventa fonte di luce interiore, quando lo spirito dell'uomo aderisce a quello di Dio e le loro volontà si fondono quasi a formare un tutt'uno. Quando Gesù salì sul monte, si immerse nella contemplazione del disegno d'amore del Padre, che l'aveva mandato nel mondo per salvare l'umanità. Accanto a Gesù apparvero Elia e Mosè, a significare che le Sacre Scritture erano concordi nell'annunciare il mistero della sua Pasqua, che cioè il Cristo doveva soffrire e morire per entrare nella sua gloria (cfr. Lc 24,26.46).
In quel momento Gesù vide profilarsi davanti a sé la Croce, l'estremo sacrificio necessario per liberare noi dal dominio del peccato e della morte. E nel suo cuore, ancora una volta, ripete il suo "Amen". Disse sì, eccomi, sia fatta, o Padre, la tua volontà d'amore.
E, come era accaduto dopo il Battesimo nel Giordano, vennero dal Cielo i segni del compiacimento di Dio Padre: la luce che trasfigurò il Cristo, e la voce che lo proclamò "il Figlio amato" (Mc 9,7).
Insieme con il digiuno e le opere della misericordia, la preghiera forma la struttura portante della nostra vita spirituale.





αποφθεγμα Apoftegma



Un Cristianesimo di carità senza verità 
può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, 
utili per la convivenza sociale, ma marginali. 
In questo modo non ci sarebbe più 
un vero e proprio posto per Dio nel mondo.  
La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, 
offrire del “mio” all'altro; 
la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. 

Benedetto XVI, Caritas in veritate




GIUDICATI CON LA MISURA DELLA MISERICORDIA PER RINASCERE NELLA LIBERTA' DEI FIGLI DI DIO


"Manikos eros" diceva Casabilas, amore folle quello di Dio. E lo stesso Elisabetta della Trinità, quando affermava di credere nel "troppo amore di Dio", per abbandonarsi e non vivere altro che di quella misericordia, la molecola fondamentale della stessa aria che respiriamo. "Mi prostro nella mia miseria e, riconoscendola apertamente, la espongo davanti alla misericordia del mio Maestro" (Elisabetta della Trinità). Prostrati dinanzi al seno materno di Dio. In attesa, come la donna fenicia, come Maria ai piedi di Gesù, come la Maddalena. Aspettando trepidanti la sua misericordia, che si schiuda il suo seno (misericordia traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l'ebraico rahamin, che indica il ventre, l'utero) e ne sgorghi quel liquido amiotico senza il quale non possiamo essere gestati alla vita celeste. La sua misericordia, l'acqua della vita. Non esiste unità di misura per l'amore di Dio. E noi, quante volte misuriamo il tempo speso per gli altri, il perdono offerto, la quantità di vita consegnata? Sì, perchè in fondo, quel che facciamo è prestare e mai donare. Per chi dona le misure non contano. Il dono non conosce calcoli. Quando nel cuore si comincia a tenere una segreta contabilità, una partita di dare e avere, è il segno che il Cielo è ormai chiuso, e la vita dei figli è divenuta vita di orfani. Come nella parabola del figliol prodigo, che esige dal padre di conteggiare la parte che gli spetta per spendersela in libertà e autonomia. E' proprio questo il primo passo verso la rovina: aver obbligato suo padre a misurare ciò che non ha misura; ed è esattamente quello che, malmostosamente, ha fatto anche il figlio maggiore, quando, preda della gelosia, si è messo a calcolare l'incalcolabile amore del padre. Entrambi non avevano compreso che il tranello antico, quello posto dal demonio ad Adamo ed Eva, era proprio quello di misurare l'eredità, che, da infinita, diviene così qualcosa di finito, esauribile, invidiabile, oggetto di gelosie, avarizia e concupiscenza, di difesa strenua a costo di uccidere l'altro con giudizi e condanne: misurare l'amore del Padre conduce sempre a rinchiuderlo nello spazio angusto della carne, dell'umano, farlo decadere dall'agape all'eros. E' questo, in definitiva, il frutto mortale del peccato, voler accaparrarsi della Grazia, del dono, e ritrovarsi così padroni del nulla, schiavi delle passioni, sempre a corto di pazienza e misericordia, privati di quell'eccedenza d'amore, di quell'amore smisurato che, solo, può compiere la vita. Senza l'agape, i matrimoni restano senza vino, e fanno acqua, incapaci di sopportare l'urto della carne. Senza l'eccedere della carità, le amicizie evaporano, i fidanzamenti si piegano ai compromessi, le relazioni tra genitori e figli divengono campi di battaglia. Di fronte alla folla affamata e stanca, il Signore mette alla prova il cuore dei discepoli, come oggi viene a visitare ciascuno di noi. Una folla sterminata, un momento difficile con la moglie, un figlio ribelle, una suocera indurita, un collega geloso, un fidanzato in crisi, di fronte a quello che ci presenta la storia ferita dal peccato, possiamo davvero misurare quello che abbiamo tra le mani? "Che cos'è questo nulla per sfamare tanta gente, per vivere in pienezza e secondo la volontà d'amore del Padre?". Misuriamo, come i discepoli, e ci ritroviamo con cinque pani e due pesci, nulla di fronte all'eccezionalità della necessità. Perchè ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore smisurato, che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, quello dell'ordinaria amministrazione dei compromessi ipocriti e impauriti, per fecondare e donare la vita. Il peccato ha ferito la storia, per viverla da figli di Dio è necessario un amore che abbia vinto il peccato. Occorre un amore senza misura per custodire la castità nel fidanzamento, che superi la passione e il sentimento, per rispettare e custodire l'altro nella purezza di un figlio di Dio, attendendo con pazienza di vedere confermata la volontà di Dio nel matrimonio; è necessario un amore che trascenda ogni calcolo per aprirsi alla vita e vivere la sessualità coniugale abbandonati alla volontà di Dio; un amore più forte della vanità femminile, delle angosce per la precarietà economica, un amore che abbracci la vita consegnandola al suo Autore, affidandola a Colui che la rende eterna, superando i confini della carne. 

Il Vangelo di oggi ci chiama ad abbandonare ogni tentazione di misurare l'amore di Dio, a convertirci, a tornare nella casa del Padre per vivere delle sue cose, il suo "tutto" che è anche il nostro, attingendo senza timore alla fonte inesauribile del suo amore. Il Signore ci chiama a stringerci a Lui, che non ha contato i nostri peccati, e che, senza misura, ci ha amato di un amore incorruttibile. Gesù ci guarda oggi e ci chiede il nulla che abbiamo per trasformarlo in un folle e smisurato amore, capace di eccedere e condurci in una vita nuova, quella dei figli, somiglianti al Padre, allevati nella sua misericordia per essere pura misericordia per ogni nostro prossimo. Chi vive nascosto nel seno del Padre, immerso nella sua misericordia, chi si nutre, istante dopo istante del suo perdono, chi sperimenta, quotidianamente, il suo amore incalcolabile, ha smarrito il giudizio, il suo cuore è ormai intento a succhiare il latte della misericordia e non può preoccuparsi di condannare e pensar male degli altri. I suoi occhi sono intrisi nello sguardo del Signore, non sanno guardare nessuno se non attraverso gli occhi di Dio. E non può amare che con il cuore di Dio, senza timore, perchè il proprio cuore è già nel Cielo e nessuno potrà mai trafugare ciò che non si si può misurare e non si esaurisce esaurisce. Un amore donato nella carne delle proprie ore, spese gratuitamente, senza difendere nulla, senza invidia e gelosia perchè Dio è lo stesso e ama tutti con lo stesso cuore. Israele conosceva l'attenzione al forestiero perchè ne aveva fatta l'amara esperienza in Egitto e aveva visto e assaporato la vittoria del braccio di Yahwè disteso a liberarlo. Così l'uomo creato per amare e perdonare, straniero in una terra d'odio e rancore, liberato gratuitamente dalla tirannide dell'oppressore, conoscerà per esperienza l'angustia di chi è ancora straniero in una terra non sua. Saprà perdonare chi non sa perdonare. Non si tratta di cercare e sforzarsi di non giudicare, di non condannare, di allargare la misura del proprio cuore. E' opera impossibile all'uomo. Si tratta di conoscersi, di avere chiaro l'abisso del proprio cuore, e in esso incontrare l'infinita misericordia del Padre. Chi vive ai piedi dell'amore è trasformato a poco a poco in amore misericordioso, capace di giustificare, senza misura. Dal suo grembo, dalle sue viscere, nascerà solo misericordia, in misura traboccante, incalcolabile, la stessa nella quale è rinato, gratuitamente.

domenica 25 febbraio 2018


Proprio nello spaventoso incontro con la gloria di Dio in Gesù
 i tre apostoli devono imparare 
ciò che Paolo dice ai discepoli di tutti i tempi 
nella Prima Lettera ai Corinzi: 
«Noi predichiamo Cristo crocifisso, 
scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 
ma per coloro che sono chiamati, 
sia Giudei che Greci, 
predichiamo Cri­sto potenza di Dio [dinamis] e sapienza di Dio». 
Questa «potenza» del regno futuro 
appare loro nel Gesù trasfigurato 
che parla con i testi­moni dell' Antica Alleanza 
della «necessità» della sua passione come via verso la gloria. 



Joseph Ratzinger - Benedetto XVI


Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.



Il commento

"Non sapeva quello che diceva": come i tre apostoli sul Monte Tabor all'entrare nella nube, anche noi restiamo sovente i
nfilzati a uno stupore pieno di paura; essa ci attanaglia di fronte all'abisso della nostra debolezza, dell'assoluta inadeguatezza, quando la verità ci si spalanca dinanzi e ci lascia di sasso. Quando appare nitida la sproporzione tra quello che dovremmo essere e quello che realmente siamo. Madri, padri, preti, assolutamente impreparati, infarciti di debolezze e peccati. Incoerenti e pieni di contraddizioni. La paura che ha intontito i tre discepoli alla vista del loro Maestro trasfigurato. Una luce improvvisa, mai vista, lo sfolgorare d'una vita inattesa, proprio lì, da dentro la carne del loro amico. Uno squilibrio, un miracolo, s'era dato di nuovo il prodigio di quel giorno quando, sul Sinai, il Santo consegnò la Torah a Mosè. Il cielo era sceso sulla terra, avevano visto Dio, ed erano rimasti vivi. E allora, spontaneo, sorge in Pietro il desiderio di issare subito tre tende, per coagulare quel momento prodigioso e così bello nella precarietà della vita; proprio come nella festa di Succot, quando si preparano le capanne, le tende come segno della permanenza del popolo nel deserto. Dalla stessa "nube" che aveva guidato gli israeliti durante i quarant'anni dell'Esodo, la voce del Padre ripete agli Apostoli quello che aveva annunciato nel deserto: "Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!". Tra una mormorazione e l'altra, tra le maglie di una debolezza infinita, ogni ebreo aveva fatto l'incomparabile esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio, capace di trasformare la roccia in acqua. E quel cibo ora risplendeva nella carne trasfigurata di Gesù. Pietro, attento ai segni come ogni buon ebreo, aveva saputo riconoscere in quell'evento il compimento dell'Esodo del suo Popolo; su quel Monte Dio aveva di nuovo parlato, ed era di una "bellezza" mai contemplata. Era "bello" quel momento, era "bello" starci dentro, era "bella" anche la precarietà, l'infinita distanza tra l'uomo e Dio, perché in Gesù essa era colmata, e benedetta: per questo Pietro non sapeva e non poteva dire altro che di fare tre tende per estendere a tutta l'esistenza la "bellezza" di quel momento; tre tende per entrare ogni giorno nella precarietà strappata al timore, nella debolezza circonfusa di luce, nella carne redenta dall'incoruttibilità. Sul Tabor era accaduto quello che appare nelle icone orientali, la cui luce si diffonde dal centro del dipinto, ti attira e ti mette immediatamente in comunione con il soggetto, facendoti suo interlocutore in virtù dello squarcio di luce che ti raggiunge. Non a caso il primo soggetto che devono dipingere gli iconografi è proprio la Trasfigurazione. "La contemplazione delle icone, e in genere dei capolavori dell'arte cristiana, c'introduce in un percorso interiore, che è la via del superamento, e in questa purificazione dello sguardo, che è purificazione del cuore, ci di svela la bellezza, o almeno qualche suo raggio. E la bellezza ci mette in relazione con la forza della verità" (Joseph Ratzinger, Ferito dal dardo della bellezza). Il percorso che siamo chiamati a compiere è dunque quello della contemplazione, che si dà nell'ascolto e nella visione, nell'esperienza. Sperimentare il perdono, la rconciliazione, la possibilità di ricominciare come una persona nuova, è questa la bellezza che rivela la forza della verità. la forza di Cristo, amore puro, amore infinito, amore bello.

Nell'episodio della Trasfigurazinone è svelato dunque, come una profezia, il miracolo più grande, immagine della vittoria sulla morte che di lì a poco Gesù avrebbe compiuto nell'esodo di cui discorreva con Mosè ed Elia. La Legge e i Profeti lo avevano annunziato in varie forme: la luce della Pasqua avrebbe brillato nelle tenebre del sepolcro. Lo splendore della vita immortale, la bellezza di Cristo crocifisso e risorto si svelava così, già sul monte Tabor, attraverso la Parola annucniata e ascoltata dai Tre protagonisti di quell'evento unico: Cristo trasfigurato appare sempre nella stoltezza dell'annuncio. Proprio i
l Vangelo, infatti, è la Trasfigurazione, la Buona notizia che ha messo in cammino Abramo verso una terra che non conosceva, qualcosa di assolutamente nuovo, un pezzo di paradiso, la terra promessa qui sulla terra delle lacrime. Il Vangelo è la luce purissima nella carne votata alla morte. Tutto di noi ci parla di fine, di ineluttabilità, di morte. Prima o poi scenderà la saracinesca sul lavoro, sulla famiglia, sulla nostra stessa vita. E' la realtà alla quale tentiamo di sfuggire e che si ripresenta ad ogni angolo della nostra esistenza. La vita di ogni uomo, infatti, è un andare a Gerusalemme. Le tende che Pietro, a nome di tutta la Chiesa, voleva costruire, erano la profezia della Croce che lo Spirito Santo gli aveva ispirato. Esse ricordano il cammino che la comunità dei redenti ha da percorrere: non è il Tabor la meta, ma Gerusalemme. Ma è proprio nel cammino che ci conduce alla Croce che l'annunzio del Vangelo apre il cielo della Verità: ogni giorno la "nube" della presenza - shekinà di Dio ci attira e ci "copre con la sua ombra", come si è adagiada sulla Vergine Maria generando in Lei il Figlio di Dio, Colui che avrebbe vinto la morte. Il Padre ci ha donato il seme della vita eterna, lo Spirito Santo effuso dal Signore risorto, la sua stessa vita che risplende nella Parola del Vangelo. Ogni giorno dalla nube che ci spaventa, il Padre ci indica "il suo Figlio eletto" e ci invita ad "ascoltarlo": "Shemà Israel, Ascolta Israele!". Ascoltare è amare l'unico Dio con tutta la mente, tutto il cuore e tutte le forze, l'unico cammino che conduce alla Vita eterna nella storia di ogni giorno, quando restiamo "soli con Gesù" come gli Apostoli al termine della Trasfigurazione. Ascoltare per vivere nell'amore che ci fa cittadini del Cielo mentre dimoriamo sulla terra. La nostra vita trasfigurata, infatti, è una vita evangelizzata, illuminata dalla Buona notizia. Il Vangelo annunciato nel paradosso delle nostre debolezze e inadeguatezze. Nel parallelo del Vangelo di Matteo, Gesù dice ai discepoli: "Alzatevi, non abbiate paura". Il suo amore brilla esattamente nella nostra più totale debolezza, la luce della vita immortale risplende in noi dalla ferita più infamante, il suo perdono dov'è abbondato il peccato. Alzatevi!, infatti, è lo stesso verbo usato a proposito della resurezione: ci si può rialzare solo se caduti, risuscitare solo se morti. La presenza di Gesù nella nostra vita, sottolinenado la nostra natura ferita e concupiscente, illuminando anche i peccati su cui vorremmo sorvolare, ci rivela che l'insoddisfazione, la paura e la frustrazione che sperimentiamo, sono accenni alla morte che incombe in noi come salario del peccato. Ma, proprio situandoci nella verità, simboleggiata nel "sonno" che "opprimeva" i tre apostoli, incapaci di sostenere nella carne l'infinito di Dio, Gesù ci tende la sua mano di misericordia per attirarci nella sua trasfigurazione. Non è fuggendo o sforzandoci per cambiare noi stessi e il mondo che gusteremo la felicità autentica; essa è, invece, un dono della Grazia di Dio. E' questa la notizia che aspetta ogni uomo, capace di trasfigurare in una luce di Pasqua anche l'esistenza più compromessa. La notizia che strappa dalla morte e trasfigura il volto e il cuore del peccatore più incallito. Oggi, e ogni giorno, il Vangelo è la salvezza, è la Vita, è la bellezza. "E' bello stare con il Signore", proprio come diceva Pietro, e noi, nell'esperienza della Pasqua, possiamo ripeterlo e annunciarlo, perchè stiamo imparando che la via alla Gloria deve passare per la Croce, dallo scorrere delle lacrime che purificano, perché di compunzione, di tenerezza e di stupore; le lacrime che sgorgano dalla "pietra" del cuore squarciata nell'incontro con un amore così grande, così bello, così infinito. Dice sant'Efrem: "Un volto lavato da tali lacrime è di una bellezza imperitura". E' bello davvero stare con Gesù, anche in questa tenda che è la nostra carne, con le sue debolezze, con le pesantezze di ogni giorno. E' bello stare con Lui, dimorare nel suo amore, pellegrini e stranieri su questa terra, cercando e desiderando la Patria celeste, il luogo che Lui ci ha preparato. Essa è la tenda eterna, non fatta da mano d'uomo, la vita che non muore, trasfigurata eternamente.  Comprendiamo così quale sia il cammino che ci indica la liturgia di questa domenica: quello di un pellegrino che compie l'esodo che lo conduce alla Terra promessa, la Vita eterna con Cristo. Un cammino impregnato di nostalgia, costellato di precarietà e debolezza, ma colmo di speranza, quella di coloro che hanno il cuore ferito dall'amato: "...esseri umani che nutrono in sé un desiderio tanto possente che supera la loro natura, che bramano più di quanto all'uomo sia lecito attendersi, costoro sono stati feriti dallo Sposo, che ha colpito i loro occhi con un raggio della sua bellezza. L'ampiezza della ferita rivela quale sia lo strale, l'intensità del desiderio lascia intuire chi abbia scoccato il dardo» (Cabasilas). Questa intuizione è l'esperienza della Trasfigurazione, quella che ci attende ogni giorno. E' vero che seguire il Signore è essere con Lui crocifissi. E' vero che ad ogni passo le stigmate del dolore ci trapassano il cuore. E' vero il male, è vero il peccato, è vera la morte. Ma è vera anche la Trasfigurazione di tutto, è vera la bellezza che supera e dà senso ad ogni cosa: "Nella passione di Cristo... l'esperienza del bello riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la "Bellezza in sé" si è lasciato percuotere sul volto, coprire di sputi, incoronare di spine: la sacra Sindone di Torino ci racconta tutto ciò in maniera toccante. Ma proprio in quel volto sfigurato appare l'autentica, estrema Bellezza dell' Amore che ama "sino alla fine", mostrandosi così più forte di ogni menzogna e violenza. Soltanto chi sa cogliere questa bellezza comprende che proprio la verità, e non la menzogna, è l'estrema "affermazione" del mondo... Ma ad una condizione: che assieme a Lui ci lasciamo ferire, fidandoci di quell' Amore che non esita a svestirsi della bellezza esteriore, per annunciare proprio in questo modo la Verità della Bellezza" (Joseph Ratzinger, Ferito dal dardo della bellezza). La bellezza crocifissa, la bellezza trasfigurata, la sua bellezza che è la nostra bellezza