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giovedì 20 dicembre 2018


NEL SENO DELLA CHIESA IL NOSTRO NULLA DIVIENE LA VERGINITA' DALLA QUALE DIRE IL NOSTRO AMEN ALLA INCARNAZIONE DI DIO CHE COMPIE IN NOI L'IMPOSSIBILE 


Nulla è impossibile a Dio, e nulla possiamo fare senza di Lui. O tutto o nulla, non vi sono alternative. Per questo tante volte sentiamo lacerarsi il cuore e la mente, vorremmo avere tutto e possediamo nulla. Il vuoto ci preme nel petto, la frustrazione sbiadisce le nostre ore, anche le gioie più limpide si portano dietro un retrogusto amaro d'insoddisfazione. I nostri giorni giungono alla sera come limoni spremuti, e non c'è più neanche una goccia da tirar fuori, come il grembo di una donna sterile, ghigno crudele della natura che sfregia il santuario stesso della vita. Il nostro nulla. Ne facciamo esperienza nelle amicizie, nei rapporti coniugali, nello studio e nel lavoro. Giacomo Leopardi, nella poesia "A se stesso", riassume con versi ineguagliabili ciò che Quelet aveva lapidariamente affermato: Tutto è vanità. "Or poserai per sempre, Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, Ch'eterno io mi credei. Perì… Assai Palpitasti. Non val cosa nessuna... I moti tuoi, né di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo T'acqueta ormai… E l'infinita vanità del tutto". Un frammento latino del I Secolo recita: «In nihil ab nihilo quam cito recidimus», "Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo" (Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. VI, n. 26003). Ma il nulla esiste perché esiste il tutto capace di colmarlo, una pienezza che può saziare, dare senso e donare felicità. Dal testo biblico della Creazione scopriamo, infatti, che il tutto è l'amore incontenibile di Dio che dal nulla ha creato l'universo e l'uomo. Ciascuno di noi è frutto dell'inarrestabile volontà d'amore di Dio. Dio creando ha separato la notte dal giorno, il mare dalla terra ferma, ha conferito un ordine al mondo: dove Dio è presente brilla la luce, fiorisce la vita, sono assenti le tenebre e la gelida solitudine del non amore. In ogni nostra cellula è inscritta la stessa inquietudine divina, come un fiume in piena che deve, necessariamente, irrompere e riversarsi in qualche spazio. Anche il seno di una donna, che ne orienta i pensieri e ne regola i tempi, è creato per dare la vita, nell'attesa di accoglierla per gestarla e consegnarla al mondo. E' una traccia, forse la più limpida, dell'ordine d'amore insito nella creazione. In essa non vi è veleno di morte perchè «Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono » (Sap 1, 13-14; 2, 23-24). Il peccato ha ferito la creazione, raggiungendo e deturpando il bello, il vero, il buono. Le malattie, i terremoti, le anomalie della natura ferita ne sono il tragico segno. Il peccato si è insinuato anche alla fonte della vita, nel seno di una donna. La sterilità era considerata in Israele una maledizione, il segno che Dio aveva abbandonato quella donna. Per questo Dio, nel suo infinito amore, ha scelto un seno sterile per cominciare e ricominciare la sua ostinata storia di salvezza, da Sara sino ad Elisabetta. L'amore del Creatore indomito dinanzi allo sfregio del peccato è sceso sempre al fondo dell'abisso del nulla, realizzando l'impossibile di trasformare quel nulla in un tutto fecondo di vita. Questo è il cuore dell'annuncio a Maria. In Lei, nel suo seno verginale, sarebbe apparsa la Vita che non muore; l'amore di Dio si sarebbe fatto carne per recare alla carne precipitata nel nulla la Grazia del perdono, del riscatto e del tutto capace di farla santa e ricolma di vita eterna. Elisabetta sua parente ne è il segno, a Dio nulla è impossibile. Lo stesso annuncio risuona oggi per noi. Non è impossibile a Dio scendere anche nel nostro nulla, nell'angoscia più cupa, nel dubbio che scuote lo spirito, nella sterilità di relazioni vane e ipocrite, incatenate ai compromessi. Non è impossibile a Dio trasformare il nostro nulla in una pienezza di amore e di gioia, schiudere il nostro seno sterile e farne un santuario di vita. Senza di Lui tutto è vano, con Lui tutto è possibile, soprattutto quanto oggi ci appare impossibile. Come non rallegrarci, come non desiderare il suo avvento nella nostra vita, come non cercarlo, invocarlo, supplicarlo?

mercoledì 19 dicembre 2018


SAN GIOVANNI DELLA CROCE, LA NOTTE OSCURA DELLA FEDE
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San Giovanni della Croce (1540-1591) fu, insieme a santa Teresa d’Avila, altra grande carmelitana spagnola, uno dei riformatori dell’ordine carmelitano. Per la profondità dei suoi scritti mistici e poetici verrà anche dichiarato Dottore della Chiesa.

Fra i santi ci sono molte differenze. Cioè, ci sono molti modi di essere santi anche se tutti sono accomunati dal desiderio bruciante di seguire Dio con tutte le loro forze. La santità è un fiume che ha tanti affluenti. Alcuni santi sono più popolari di altri per ragioni storiche o devozionali che possono anche sfuggire ad una comprensione immediata, pensiamo a sant’Antonio da Padova, san Pio da Pietrelcina, santa Rita da Cascia e via dicendo. Altri, malgrado la loro evidente grandezza, sono forse meno presenti nella devozione popolare, come quel carmelitano spagnolo che la Chiesa festeggia il 14 dicembre, San Giovanni della Croce (1540-1591). Fu insieme a santa Teresa d’Avila, altra grande carmelitana spagnola, uno dei riformatori dell’ordine carmelitano. Per la profondità dei suoi scritti mistici e poetici verrà anche dichiarato Dottore della Chiesa.

Il salesiano Mario Scudu dice di lui: «Nell’immaginario collettivo la grandezza di un uomo viene misurata e ammirata non solo per come ha saputo vivere la propria avventura umana, ma anche per il modo in cui ha affrontato le ore del supremo transito dagli affanni della vita mortale “all’altra riva” quella di Dio. Il momento della propria morte: quello delle scelte definitive, cioè della “crisi” finale, che fa paura a tutti. Giovanni della Croce sul letto di morte, ai suoi confratelli che gli leggevano le preghiere dei moribondi, chiese qualcosa di più “allegro”: domandò espressamente qualche versetto del Cantico dei Cantici, un bellissimo e travolgente poema d’amore dell’Antico Testamento (che lui ben conosceva). Non andava forse incontro all’Amore? Allora ci voleva qualcosa di più appropriato. Dopo la lettura Giovanni finì il cammino terreno pregando le parole “Nelle tue mani, Signore, affido, il mio spirito”. Cioè nelle mani di Dio Amore, per il quale era vissuto, aveva lavorato e sofferto, per quel Dio che lui aveva amato, predicato e cantato. Alcuni anni prima aveva scritto la poesia “Rompi la tela ormai al dolce incontro”. Ecco che cosa era la morte per lui: un “dolce incontro” con Dio Amore. Aveva 49 anni tutti spesi per Dio».

Ci sembra difficile comprendere come si possa trovare gioia nelle avversità della vita, avversità che Giovanni conobbe, compreso un imprigionamento durato molti mesi. Eppure bisogna comprendere che chi ascende alle vette della mistica come lui, come Teresa d’Avila e come un’altra grande carmelitana più vicina a noi, santa Teresa del Bambin Gesù e del Santo Volto, vive su un piano diverso rispetto al vivere comune, un piano in cui le prospettive sono diverse, a volte opposte, rispetto a quelle del mondo.

Nella sua “Salita al Monte Carmelo” Giovanni della Croce meditava: «L’anima cerchi sempre di inclinarsi: non al più facile, ma al più difficile;  non al più saporoso, ma al più insipido;  non a quello che piace di più, ma a quello che piace di meno;  non al riposo, ma alla fatica;  non al conforto, ma a quello che non è conforto;  non al piú, ma al meno;  non al piú alto e pregiato, ma al piú vile e disprezzato;  non alla ricerca di qualche cosa, ma a non desiderare niente;  non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v’è al mondo per amore di Gesú Cristo». Non sembra tutto opposto rispetto a quello che il mondo ci suggerisce? Eppure solo attraverso questo tipo di mortificazione, possiamo silenziare i sensi in modo che la voce di Dio possa essere udita cessato il frastuono delle nostre passioni. Altri suoi avvisi nella stessa opera, che certamente possono sorprenderci se visti con gli occhi del mondo: «Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.  Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente. Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.  Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente. Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai. Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei».  Certo, quali altezze vertiginose! Ecco un sano relativismo, quello che mette tra parentesi le cose umane, le cose a cui non possiamo fare a meno di provare attaccamento, la nostra vita, salute, i piaceri. Eppure questa sapienza è comune a tutte le saggezze, come quella cinese incarnata dal maestro Confucio: «Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine. Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale. Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori». La conversione del mondo a Dio comincia dal nostro cuore, non da grandi idee e piani decennali.

In una omelia per la celebrazione della parola tenuta il 4 novembre 1982 in Segovia, papa Giovanni Paolo II così parlava di san Giovanni della Croce: «Con questa insistenza sulla purezza della fede, Giovanni della Croce non vuol negare che la conoscenza di Dio si possa raggiungere gradualmente partendo dalle creature, come insegna il libro della Sapienza e ripete san Paolo nella Lettera ai Romani (cf. Rm 1, 18-21; cf. S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale, 4, 1). Il dottore mistico insegna che nella fede è anche necessario privarsi delle creature, sia di quelle che si percepiscono per mezzo dei sensi che di quelle che si raggiungono con l’intelletto, per unirsi in una maniera conoscitiva con lo stesso Dio. Questa via che conduce all’unione, passa attraverso la “notte oscura” della fede». La notte oscura, questo concetto che dopo Giovanni della Croce ha attraversato la vita di tanti altri cristiani. Dall’interpretazione di questa “notte oscura” dipendono i sentieri della nostra santità. Penso ad un bellissimo libro di madre Teresa di Calcutta, Come, be my light. Lo stesso Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Apostolica Maestro della fede (1990), così affermava: «Solo Gesù Cristo, Parola definitiva del Padre, può rivelare agli uomini il mistero del dolore e illuminare con i raggi della sua croce gloriosa le più tenebrose notti del cristiano. Giovanni della Croce, conseguente con le sue affermazioni intorno a Cristo, ci dice che Dio, dopo la rivelazione del suo Figlio, “è rimasto quasi come muto non avendo altro da dire”; il silenzio di Dio ha la sua più eloquente parola rivelatrice di amore nel Cristo crocifisso. Il Santo di Fontiveros ci invita a contemplare il mistero della Croce di Cristo, come lui lo faceva abitualmente, nella poesia de “El Pastorcico” o nel suo celebre disegno del Crocifisso, conosciuto come il Cristo di San Giovanni della Croce.

Sul mistero dell’abbandono di Cristo nella croce scrisse certamente una delle pagine più sublimi della letteratura cristiana. Cristo visse la sofferenza in tutto il suo rigore fino alla morte di croce. Su di lui si concentrarono negli ultimi momenti le forme più dure del dolore fisico, psicologico e spirituale: “Dio mio, Dio mio! perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Questa sofferenza atroce, causata dall’odio e dalla menzogna, ha un profondo valore redentore. Era ordinata a che “semplicemente pagasse il debito e unisse l’uomo a Dio”. Con la sua consegna amorosa al Padre, nel momento del più grande abbandono e dell’amore più grande, “compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere umano”. Il mistero della Croce di Cristo svela così la gravità del peccato e la immensità dell’amore del Redentore dell’uomo». Alla luce di queste parole e dell’insegnamento di san Giovanni della Croce si comprendono anche quelle – inaudite – di santa Teresa di Lisieux, che affermava di amare la sofferenza. No, umanamente non possiamo e non dobbiamo amare la sofferenza, questo è possibile solo quando illuminata da una luce più grande.

Nell’opera citata in precedenza, san Giovanni della Croce anche affermava: «Quando ti fermi su qualche cosa, tralasci di slanciarti verso il tutto. E quando tu giunga ad avere il tutto, devi possederlo senza voler niente, poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto, non hai il tuo solo tesoro in Dio».  Trascorrere più tempo meditando questi grandi santi, piuttosto che le beghe correnti, ci aiuterà nelle vie del bene e della santità.




La preghiera di Zaccaria ha ottenuto a questo corpo ormai vecchio 
di donare ancora la vita: la grazia e non la natura ha concepito Giovanni.

San Massimo di Torino



Il Natale è preparato da una voce che squarcia il silenzio dell'incredulità: "avrai gioia ed esultanza". Nonostante l'incredulità, è annunziata a Zaccaria una gioia straripante. Essa scaturirà proprio dal silenzio del dubbio. Dio vuole salvarci, ma conosce l'estrema fragilità che tutti ci accomuna. Il suo amore accoglie, e assorbe nella fedeltà, ogni debolezza, compresa quella dell'incredulità. Come quella di Zaccaria di fronte all'annuncio dell'angelo. E' un sacerdote, fondato sulla fede dei padri. Era già successo che Dio rendesse fertile un seno sterile, e Zaccaria lo sapeva. Ma, quando la storia della salvezza bussa alla sua porta, scopre che la sua fede non è così granitica come forse pensava. Finché i miracoli hanno riguardato gli altri, beh non era stato difficile credere. Credere nel senso di ritenere possibile che, in casi eccezionali con persone speciali, Dio possa fare cose straordinarie. Un pochino come quando si guarda un film, riuscito talmente bene da coinvolgerti e far sembrare realistiche anche scene che la ragione considerebbe inverosimili. Ecco, la fede di Zaccaria era così, sicura davanti allo schermo, friabile quando da questo la storia esce e si estende sino a diventare la sua. Immagina lo spavento, come se d'un tratto, mentre stai vedendo spiderman, questi si materializzasse a fianco a te e ti dicesse di cominciare a saltare su pareti e tetti con lui. E poi, superato lo shock, subito a guardarti la pancetta, e il ginocchio che cigola, e tutte le sigarette che fumi: per favore, non io, non è possibile... E' bello e vero quello che ci mostra un film fatto bene, la vita di un santo per esempio, ti sei emozionato molte volte e ti sei detto: accidenti è vero, come mai non ci avevo pensato prima... Ma quando, partita la prima pubblicità, ti giri e vedi tua moglie che scalda i motori e comincia a vomitarti rimproveri su tutte le vere e presunte omissioni di marito e padre - e non ne manca nessuna, neanche quelle che farai cinque minuti prima di morire - e per questo ti impone come un martello pneumatico di rimediare, e accompagnarla qui e là, stendere la biancheria, fare la spesa per almeno quattro mesi, darle carta bianca su vacanze, weekend e colore della nuova carta da parati, quando questo torrente in piena ti investe... Splendido, ma non per me, e ti giri dall'altra parte, infilandoti silenzioso dentro te stesso. Anche così si diventa muti, come Zaccaria. Impossibile amare, bello a dirsi ma impensabile a farsi; proprio come avere un figlio da una moglie sterile quando si è vecchi. 
Per questo, la domanda con cui Zaccaria risponde all'angelo è già un silenzio: "Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni". Si ferma a guardare se stesso e sua moglie, e così precipita nel vuoto della propria incapacità. Maria, dinanzi a un annuncio ancor più stupefacente, non affonda in se stessa, ma si prende tra le mani, lei e quel suo non conoscere uomo, e le apre per raccogliere la Grazia che saprà compiere l'impossibile. Zaccaria, invece, si chiude in se stesso, e per questo Dio gli chiude la bocca. Nessuna parola umana rivestita di orgoglio può spiegare i miracoli di Dio. Ma proprio spegnendogli la voce, Dio mostra il suo amore e la sua fedeltà. Non si ferma, non passa ad altri possibili destinatari. Prende Zaccaria e lo siede muto dinanzi alla sua incredulità, visitata e riscattata gratuitamente dalla misericordia. Muto come Giobbe, per contemplare l'opera di Dio, senza sporcarla con le parole della sua limitata ragione. Solo così le sue labbra potranno schiudersi nella fede autentica con parole di lode gioiosa. Quando presenterà al Tempio quel bambino dinanzi a Dio e al popolo, potrà professare la fede chiamandolo Giovanni, il nome nuovo che Dio aveva indicato. Zaccaria era così passato dall'incredulità alla fede attraverso un cammino nel silenzio. Per credere, infatti, occorre che le certezze e le ragioni umane facciano spazio alla novità di vita che Dio vuol donare. Allo stesso modo camminavano i pagani per giungere al battesimo, spogliati a poco a poco degli idoli, dei costumi mondani, accogliendo la fede predicata dalla Chiesa mentre si incarnava in una vita diversa da quella condotta prima. Così Dio sta facendo con noi. Quello che ci annuncia il Natale, infatti, al netto del sentimentalismo, è fuori della portata umana: Dio si fa carne nella tua carne. Ciò significa che viene a prendere la tua vita e la va a trasformare nella vita di Cristo, sino alla Croce, sino ad un amore che supera ogni limite, che si dona anche al nemico. Che non esige giustizia ma perdona, settanta volte sette. Rimani senza parole, vero? Tu, che hai quel rancore sordo per tuo genero, ti inginocchierai davanti a lui, che ha fatto soffrire tua figlia, che l'ha tradita, gli chiederai perdono e lo accoglierai a casa tua con un pranzo buonissimo. In te sarà vinta ogni sterilità, e darai alla luce Giovanni, una vita nuova e profetica, "colma di Spirito Santo fin dal seno di sua madre". Sarai inviato come lui a "ricondurre molti figli d’Israele al Signore loro Dio" e a "ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto". Dove? Nella tua famiglia, al lavoro, ovunque, perché "camminerai innanzi" a Dio sulle strade della tua vita, "con lo spirito e la forza di Elia", testimoniando la vanità degli idoli e la provvidenza del Padre. La tua sarà una vita donata senza riserve per ogni uomo. Impossibile, io non ne sarò mai capace, anche perché non ci credo che sia quella la verità. Allora resti muto accanto alla tua Elisabetta, alla storia nella quale Dio va a compiere quello che ti ha annunciato. Muto a sperimentare il perdono di Dio che feconda il tuo cuore indurito, e lo scioglie, giorno dopo giorno, come è accaduto al grembo di Elisabetta. La storia visitata da Cristo e il cuore unito al suo ti testimonieranno che l'amore di Dio è l'unica Verità. E finalmente crederai, ti appoggerai a Cristo per vivere amando. Perché non basta uno spettacolo televisivo che parla divinamente di Dio, non basta neanche la religione vissuta come Zaccaria, "svolgendo fedelmente le funzioni sacerdotali". Senza Cristo non si va da nessuna parte, perché chi non partecipa alla sua risurrezione resta morto nei peccati; la vita resta muta, senza parole che si facciano carne nell'amore come il Verbo incarnato. Senza un cammino di fede non può nascere in noi Cristo; Lui non è figlio dell'emozione, dello share e dei "mi piace", ma della conversione e della Grazia. Accettiamo allora di non avere parole, sediamoci solitari e silenziosi in attesa della misericordia di Dio. Passiamo questi giorni che ci separano dal Natale nell'attesa di poter accoglie Dio che si fa carne per risuscitare la carne. Che il nostro silenzio sia oggi la preghiera nuda e pura che sorge da un cuore contrito e umiliato, l'offerta della nostra esistenza al Dio della Vita che scioglie il cuore e le labbra nella benedizione, che è, come dicevano i rabbini, il luogo della presenza di Dio tra gli uomini.

martedì 18 dicembre 2018


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PER CHI DESIDERA LA VOLONTA' DI DIO I SOGNI SON DESIDERI CHE SI COMPIONO
Il timore di Giuseppe ci accompagna in questi ultimi passi verso il Natale. E' importante lasciarsi accogliere nella sua esperienza, spogliarci delle sicurezze che indossiamo nelle grandi o piccole occasioni. E lasciare che venga alla luce anche la nostra paura; anch'essa è parte del nostro grembo dove Dio vuol deporre suo Figlio. Non temiamo il timore, è la porta dalla quale il Signore vuole passare!
E' dentro ogni sogno infranto, che invia anche oggi un angelo per illuminarci. A un suo messaggero, - forse un prete, un amico, un catechista, o chi non sospetti - affida le parole con cui introdursi in ogni notte in cui hai disegnato fantasticando una storia diversa, persone diverse, tu stesso diverso. Specchiamoci nel timore di Giuseppe per essere stato coinvolto inaspettatamente in qualcosa fuori dalle regole e dai suoi calcoli.
La vita di Dio, infatti, appare dove e come nessuno può immaginare. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, e sembra infrangere addirittura la sua stessa Legge: Maria rimase incinta mentre ancora non era andata a vivere con Giuseppe. E questo, per lui, non poteva che significare il peccato della sua promessa sposa. Non gli sembrava possibile, conosceva quel fiore di paradiso che stava per entrare in casa sua. Eppure….
Non aveva strumenti per misurare l’infinito, gli restavano solo il dubbio e la paura, a macerarlo. E quel ronzio dentro, fuori, attorno, il sibilo del serpente che lo spingeva a dubitare di Dio, ancor prima che di Maria. No, quel Dio che serviva gliel’aveva fatta troppo grossa... Giuseppe era "giusto", un pio ebreo che desiderava compiere la volontà di Dio prima di tutto. E questa prevedeva, secondo la Legge, la lapidazione per Maria. Che angoscia, roba da annichilire il cuore.
Giuseppe amava Maria, le credeva, voleva crederle accidenti, ma temeva Dio, era Lui al primo posto; per questo aveva deciso di salvarle la vita rimandandola di nascosto, custodendo così la fedeltà alla giustizia della Legge. Si trovava su quel limite estremo tra la terra delle certezze, solida anche se aspra, e lo strapiombo dell'infinito amore di Dio. Da solo, in quell'abisso, non avrebbe potuto seguire Maria. Non sapeva cosa fosse, non l'aveva mai visto, superava ogni esperienza, anche quelle del suo Popolo, anche quelle ascoltate in Sinagoga, anche la preghiera e il compimento dei precetti.
Ma era giunto lì, a sentire le vertigini, perché aveva un cuore retto, forgiato nella fede dei Padri. E proprio su quell'estremo confine, in mezzo a quel turbinio di cuore e mente, più forte, un'altra voce bussava al suo cuore, sussurrando la verità dalle labbra di un angelo. Subito, quelle parole gli sono sembrate attirate dal suo cuore come da un magnete. Ma certo, erano quelle, proprio quelle le parole vere e giuste. Per esse gli batteva il cuore nel petto; le più folli, eppure, ora lo capiva, erano quelle che desiderava ardentemente sentire. Quelle che lo prendevano per mano per lanciarsi con Maria in quell'avventura straordinaria. In quelle parole c'era mischiata la stessa Grazia che aveva colmato Maria. E anche questo è un matrimonio...
Certo, gli annunciavano una cosa mai udita prima, ma che sospiro di sollievo: l'Autore della Legge aveva scritto per ogni sua parola la glossa della misericordia nel suo cuore, e che gioia, che libertà, che forza sentiva dentro! Le stesse glosse vuole incidere anche nei nostri cuori. Cominciamo allora: ami tua moglie, vero? Ami tuo marito, vero? E tuo figlio, e il fratello? Li ami, balbettando come Giuseppe, con un cuore più umano che divino, ma di certo almeno desideri amarli!
E allora rallegrati perché anche se sei adirato, se ti senti tradito, se pensi che ti abbiano nascosto qualcosa mentendoti, anche se non ti senti coinvolto, il tuo cuore desidera la comunione e non la divisione. Accetta che, anche se nel matrimonio, in famiglia, nella comunità cristiana ti senti come Giuseppe, le parole dell'angelo sono quelle che speri di ascoltare. Le parole che scagionino l'altro che ami, che illuminino il mistero che porta dentro, anche se avvolto da carne tutt'altro che pura e immacolata come quella di Maria.
L'amore che ancora arde in te come brace sotto la cenere, la scintilla pura dell'amore di Dio deposto quando ti ha creato e che ha acceso nel matrimonio, o quando hai concepito e accolto i tuoi figli, o nella comunità. Lo sai, anche se hai voluto dimenticarlo, che nell'altro che ami c'è lo stesso amore che Dio ha riversato in te. Accoglilo allora, coraggio, oggi, così com'è. Guarda che non è assurdo!
E' assurdo il contrario, il rancore, la gelosia, la divisione. Guarda che io, nel mio Figlio, ti ho amato così, scolpendoti a mia immagine. Per questo il cuore non desidera altro che di fare il suo mestiere, secondo quanto ha imparato dal suo Creatore. Non farlo soffrire di più, butta via le menzogne del demonio, rinnega la cultura che idolatra l'io per gettarlo nella solitudine dell'inferno. Lascia che in questa Novena la Chiesa ti ammaestri e ti faccia scoprire la più elementare delle verità: Dio ti ha creato nell'amore per amare, sempre, e gettarti con Lui nell'abisso della misericordia che abbraccia ogni uomo così com'è. Finché il tuo amore non avrà rivestito l'incorruttibilità dell'amore di Dio, finché Cristo non si sarà incarnato in te, non sarai felice.
Per questo abbiamo tutti bisogno di entrare nel sogno di Giuseppe, immagine del catecumeno della Chiesa primitiva, una preparazione seria all'incontro con Cristo, compimento di ogni annuncio: in quel buio Giuseppe ha camminato per passare dalla giustizia umana e religiosa alla fede, dalla regola alla libertà, dalla tristezza alla gioia dell'amore vero; per giungere su quel confine che separa dalle acque del battesimo dove rinascere uomini celesti, che vivono come Giuseppe, come Maria, come Gesù.
Sino a quando non avrai riabbracciato l'altro perdonandolo, la tua vita non sarà compiuta. La Grazia dello Spirito Santo ha il potere di farlo, di liberarti dal tuo orgoglio per accogliere, come Giuseppe, la storia d'amore nascosta nel mistero. "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Solo gli occhi di Dio vedono oltre l'angusto sguardo dell'uomo cristallizzato nello scandalo e nella paura.
Molti di noi invece, siamo accecati da un invisibile filtro opposto allo Spirito Santo. Ammettiamolo, dalle nostre parti, dentro la Chiesa, pochi comprendono la portata di Papa Francesco, questo suo continuo toccare le piaghe di Cristo nei peccatori. Alcuni lo scimmiottano goffamente, altri lo attaccano apertamente, altri si tengono in equilibrio. Ma in noi, anche in troppe parrocchie e comunità, c'è ancora uno scandalo profondo dell'amore di Dio, perché il mondo vi è entrato subdolamente e vi ha piantato i suoi "valori" camuffandoli ad arte.
Sui media, nelle piazze, sui social e nei bar, nelle nostre case, è come come se non ce la facessimo, come se si restasse, impauriti, sulla soglia dell'infinito amore di Dio. Anche quando ne siamo coinvolti e lo abbiamo sperimentato, è come se una patina mondan, cioè demoniaca, restasse incrostata. Le manifestazioni, le polemiche apologetiche, il cercare sempre e ovunque il male e i pericoli per denunciarlo e combatterlo, in fondo sono strumenti mondani ben camuffati perché al servizio di una causa "giusta"...
Per questo il Vangelo di oggi è una bomba al napalm su tutte le nostre sicurezze, giuste perché religiosamente alla ricerca della volontà di Dio, o giuste perché in cerca di giustizia terrena. Oggi può essere per noi come quella notte per Giuseppe. E' tempo di svegliarci dal sonno, perché la salvezza è vicina quanto mai! E non viene secondo i nostri schemi.
Capisci? Solo lo Spirito Santo ci può dare la certezza di fare la cosa giusta, di compiere la volontà di Dio. Perché è l'amore di Dio riversato nei nostri cuori, che ci fa rivolgere, come Dio, contro noi stessi (Benedetto XVI) pur di salvare a accogliere l'altro. Perché lo Spirito rovescia tutto, come Gesù, guarda caso, fece proprio nel tempio; sconvolge sopratutto gli schemi religiosi che abbiamo fatto nostri, e ci mettiamo in tasca, come una calcolatrice da tirare fuori quando necessario.
Ma sai cosa è successo all'alba della Salvezza? Sai come ha iniziato ad incarnarsi il Dio che celebreremo emozionati davanti a un presepe? Nascondendosi in quello che per il mondo e per i religiosi era un adulterio! Mentre il demonio piazzava l'artiglieria contro il cuore di Giuseppe. Come accade a noi, sempre! Lo sai che se Giuseppe avesse adempiuto la Legge avrebbe ucciso Maria e Gesù, e tu ed io oggi non ci saremmo? Sai che se l'avesse ripudiata avrebbe gettato nel buio la Salvezza?
E noi, proprio perché siamo religiosi, in virtù della giustizia, non facciamo ogni giorno fuori i fratelli e l'opera di Dio in loro. Certo che non sono immacolati come la Vergine Maria, ma in loro c'è lo stesso seme divino. Lo vuoi buttare? Vuoi uccidere la possibilità di salvezza per quella persona per la quale Cristo ha dato se stesso? O non lo sai che Lui, sulla Croce, ha redento l'umanità? E che ogni uomo ha diritto di sentirsi destare dentro, come il figlio prodigo, quel frammento d'amore nel quale è stato creato e per il quale è stato redento?
Ecco che cosa ci dice oggi l'angelo nel nostro sonno. Ecco come smonta i nostri sogni di giustizia per aprirci gli occhi sulla Giustizia vera, quella della Croce, nella quale siamo stati salvati e per annunciare la quale siamo nella Chiesa. Guarda i campi che biondeggiano per la mietitura, le persone e la storia già gravide di Grazia. Non c'è Legge che tenga, non politica, non religione, non cultura, conta solo l'amore che apre gli occhi sull'opera dello Spirito Santo che si cela nel grembo intimo di ogni uomo.
Allora, lasciati destare dall'annuncio dell'Angelo, dalla predicazione ella Chiesa, per risuscitare nel perdono, e obbedire, buttando via la calcolatrice spirituale con la quale non hai potuto calcolare un amore che sfugge a ogni calcolo. Entra nell'abisso dell'amore divino, e "prendi con te nella tua casa", deponi cioè nell'intimità del tuo cuore le persone e la storia che Dio ti sta donando. Sono il compimento della profezia di salvezza per l'umanità, sono Dio con noi, con te, con me, con ogni uomo.

lunedì 17 dicembre 2018

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UNA LUNGA STORIA D'AMORE DISTESA SUI RAMI DELLA CROCE
Una lunga storia d'amore è quella di Dio con il suo popolo e con l'umanità intera: una linea retta che ha trapassato debolezze e peccati, con pazienza e sempre rinnovata misericordia. La linea tinta con il sangue di Cristo, pensato sin da quando iniziava a scorrere il sangue in Adamo, e il mio, e il tuo. Il sangue divino che è giunto, nella pienezza dei tempi, a farsi una cosa sola con il sangue umanissimo dei suoi fratelli più piccoli, quello dei peccatori. Per questo la Novena di Natale inizia con un percorso a ritroso seguendo le gocce del sangue di Cristo, colate una dopo l'altra sul selciato della storia calcato da ogni uomo. "Egli - infatti - è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell'agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato. Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro" (Melitone di Sardi). Iniziamo dunque la Novena scorrendo la "genealogia di Gesù", per contemplare, nel cammino del suo seme umano, l'intensità e la profondità dell'amore di Dio che non ha mai lasciato l'uomo solo con la sua superbia. Il termine usato da Matteo per definire la genealogia - ghénesis - lo incontriamo, infatti, nella Lettera di Giacomo: "(Chi non mette in pratica la parola) somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto - alla lettera la forma del suo essere, in uno specchio -" (1 Gc. 1,23). La storia del Popolo è tutta in questa Parola: chiamato a guardare a Dio, ad abbandonarsi alla sua promessa colma d'amore fedele, ha costantemente disatteso l'ascolto e l'obbedienza e si è trovato a contemplare il proprio volto, la forma del suo essere corrotto, inconsistente, vuoto. Come ciascuno di noi: quante ore passate a contemplarci allo specchio, costretti a sbattere contro la nostra stoltezza, sperimentando quel senso d'inappagamento, di non risolto, di effimero che sbiadisce ogni istante, relazione e gesto. Ma è proprio qui che Dio ha deciso di piantare la sua tenda. In questa fila di nomi, i nostri, fin dentro le nostre storie perdute; ci è venuto a cercare nell'intreccio di caratteri difficili, peccati, complessi, disfatte e vane glorie. Per questo abbiamo bisogno, nella Novena che ci separa dal Natale, di vedere i passi che abbiamo posato nel fango accanto a quelli del Signore. E giungere così alla nostra realtà di questo tempo, e scoprire che proprio essa è la grotta di Betlemme, il destino al quale conducevano le orme del Signore. L'incarnazione di Dio significa, infatti, la pienezza dei tempi di ogni storia, il momento speciale nel quale ogni esistenza incontra la sua salvezza. E di colpo, quello che era solo abbondanza di peccati è trasformato in Grazia sovrabbondante. Cominciamo oggi il cammino che, come accadde ai pastori di Betlemme, ci condurrà alla Grotta che è il cuore della nostra vita, per contemplarvi l'amore che la riscatta: "Bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno avuto forse tanti antenati criminali, e così criminali. Particolarmente così carnalmente criminali. È in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, un arretramento spaventoso. Tutto il suo impeto, tutto il suo carico di umanità. Di carnale. Quantomeno per una parte, e per una gran parte" (C. Peguy).
C'è Abramo nella nostra storia, la promessa che ci ha dato vita; c'è Davide, l'elezione e il peccato della concupiscenza perdonato mille volte; c'è l'esilio, quello di ogni giorno vissuto lontano da Dio e scivolato senza amore. E ci sono quei volti che ci assomigliano rammentandoci la fedeltà di Dio: Isacco, l'impossibile che Dio ha tante volte realizzato nella nostra vita; Giacobbe, l'astuzia subdola per volgere tutto a nostro favore e piegata dalla Croce di ogni giorno; Rut, la straniera e pagana bagnata dalla Grazia come noi strappati al mondo perché accolti con misericordia nella Chiesa, dove abbiamo trovato l'unico Sposo che aveva diritto di sposarci; Salomone, scelto come noi per edificare un Tempio al Signore, che ha gettato alle ortiche primogenitura e sapienza sedotto e stritolato nei tentacoli della bellezza effimera, eppure amato da Dio con pazienza e fedeltà; e i mille altri volti, sino a Giuseppe, sino a Maria, la Chiesa nostra Madre che ci ha accolti nel suo grembo di misericordia, e ci sta gestando nella Verità e nella tenerezza sino a oggi. Attraverso di Lei siamo entrati a far parte di una famiglia santa, dove non siamo "più stranieri né ospiti, ma siamo diventati concittadini dei santi e familiari di Dio" (Ef. 2,18). Dio ha compiuto la sua promessa! Non importa se l'abbiamo dimenticata, e abbiamo vissuto da straccioni pur essendo Figli di Dio. Oggi, nell'amore fatto carne, brilla lo splendore della misericordia che riscatta e santifica la nostra carne. Oggi Gesù è di nuovo generato in noi dallo Spirito Santo, perché impariamo, da Abramo e Maria, l'inizio ed il compimento della nostra storia, ad ascoltare e a obbedire alla Buona Notizia. Viene di nuovo il Salvatore, alza lo sguardo nella liturgia, porgi l'orecchio alla Parola, intensifica la preghiera, accostati ai sacramenti, alla confessione, e lascia a Cristo i tuoi passi sozzi di peccato. E vai a cercare le persone che hai cacciato fuori dalla tua "genealogia": facevano parte di te, e un giudizio, un'invidia, un rancore li ha cancellati. Ma ora hai capito, ogni persona che la volontà di Dio ha unito alla tua storia, è un'orma insostituibile del cammino di Cristo verso di te. Anche loro sono parte della grotta dove Lui ha scelto, per amore, di nascere per far rinascere.
UN ALTRO COMMENTO
Una storia d'amore: Dio con il suo popolo, senza stancarsi, con rinnovata misericordia, con pazienza. In Cristo scorre questo sangue divino ed è una cosa sola con il sangue umanissimo dei suoi fratelli. Scorrere a ritroso il cammino del seme di Gesù è scoprire l'intensità e la profondità del suo amore. Da sempre con i suoi, di generazione in generazione, di momento in momento, sempre. Abramo, l'inizio incastonato in una promessa. Davide, la promessa che si svela come misericordia. L'esilio, la deportazione, la promessa che riverbera fedeltà sin dentro l'abisso del fallimento. E volti, persone, peccati, eroismi, la terra da cui è tratto il popolo, e lo Spirito Santo insufflato nei progenitori a condurre, misteriosamente, la storia.
Lo stesso termine usato da Matteo per definire la genealogia - ghénesis - lo incontriamo nel primo capitolo della Lettera di Giacomo: "(Chi non mette in pratica la parola) somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto, alla lettera la forma del suo essere, in uno specchio" (1 Gc. 1,23). Ecco, la storia del Popolo è tutta in questa Parola. Chiamato a guardare Dio, ad abbandonarsi alla sua promessa colma d'amore fedele, ha costantemente disatteso l'ascolto e l'obbedienza e si è trovato a contemplare il proprio volto, la forma del suo essere corrotto, inconsistente, vuoto. E' il fallimento d'ogni presunzione religiosa, l'elezione dimenticata nell'orgoglio.
E non è questa la nostra medesima situazione? Quante ore passate a contemplarci allo specchio, costretti a sbattere contro la nostra insipienza e stoltezza, e quel senso d'inappagamento, di non risolto, di effimero che sbiadisce ogni istante, ogni relazione, ogni gesto. E' il trionfo della carne assoggettata alla menzogna. Ma è proprio qui che Dio ha deciso di piantare la sua tenda. In questa carne votata alla morte, la nostra carne sorta da una promessa e condannata al nulla. Qui giunge l'amore appassionato di Dio, in questo prossimo Natale, in questo giorno che ci è consegnato. Qui dove siamo, come siamo.
Dio è buono, Dio è misericordioso, Dio è innamorato di ciascuno di noi. Scriveva il poeta francese Charles Péguy: «Bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno avuto forse tanti antenati criminali, e così criminali. Particolarmente così carnalmente criminali. È in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, un arretramento spaventoso. Tutto il suo impeto, tutto il suo carico di umanità. Di carnale. Quantomeno per una parte, e per una gran parte». C'è Abramo nella nostra storia, la promessa che ci ha dato vita; c'è Davide, l'elezione ed il peccato perdonato mille volte; c'è l'esilio, quello di ogni giorno scivolato senza amore. E ci sono quei volti che ci dicono la fedeltà di Dio: Isacco, l'impossibile che Dio ha tante volte realizzato nella nostra vita; Giacobbe, l'astuzia piegata dalla Croce di ogni giorno; Rut, la straniera e pagana bagnata dalla Grazia come i nostri pensieri e i criteri spesso mondani riacciuffati dalla misericordia infinita; Salomone, il trionfo della follia divina, le tante nostre opere morte, frutto di compromessi e peccati, rigenerate dal perdono che trasforma il male in bene; e i mille altri volti, sino a Giuseppe, sino a Maria, la Chiesa nostra Madre che ci ha adottati conoscendo il profondo del nostro cuore, e che ci ha allevato con tenerezza sino ad oggi.
Attraverso Maria, la Chiesa, entriamo a far parte di una famiglia santa, dove non siamo "più stranieri né ospiti, ma siamo diventati concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù" (Ef. 2,18-20). Siamo familiari dei santi, dei graziati. Familiari di Caino, redento nel compimento di una promessa che sconvolge ogni giustizia. Gli studi recenti infatti fanno risalire le origini familiari di Gesù sino a Caino, il primo assassino della storia, colui che darà carne al peccato dei suoi genitori. La superbia ereditata si traduce in gelosia e muove la mano all'omicidio. Eppure su questo peccato, il primo visibile ad occhio nudo, la materializzazione di quell'origine peccaminosa che ha sfregiato l'innocenza di Adamo ed Eva, sul cammino votato alla morte il Signore ha posto un segno, un Tau, immagine della Croce. Il "segno di Caino", l'amore di Dio infiltratosi sin dentro l'angoscia e la paura della morte, quella che aveva assediato e stroncato Caino. "Allora il Signore dopo il diluvio, da tutti i discendenti di Noè, operò con sapienza e con pazienza secondo le due irresistibili leggi della redenzione... Tra tutti i popoli della terra (Gen 10) scelse Sem e la sua posterità (Gen 10, 21-31). Dalla posterità di Sem scelse la famiglia di Tare, padre di Abramo (Gen 11, 27-32). Dai figli di Tare scelse Abramo (Gen 12, 1-3), e la sua discendenza, Isacco e Giacobbe. Dai dodici figli di Giacobbe scelse la tribù di Giuda (Gen 49, 8-12). Dalla tribù di Giuda scelse la semitribù dei Cainiti (o Qainiti, o Qeniti, o Qenizziti) con Kaleb, la cui terra sta nella ‘parte montagnosa’, con capitale Hebron e comprendeva la Betlemme di Kaleb (Gios 14, 6-15); Da questa semitribù (o dan) scelse la famiglia di Ishaj (lesse), e dagli otto figli di Ishaj scelse David (1Sam 16,1-12), sul quale pose il suo Spirito divino onnipotente e messianico (1 Sam 16, 13). Da David finalmente e irreversibilmente discese nella carne (Mt 1, 1; Rm 1, 3) attraverso la sola Maria Semprevergine, senza concorso di uomo (Mt 1, 16), il Figlio di Dio, Figlio di Abramo, Gesù Cristo, il Redentore" (Tommaso Federici, 24 giugno, 23 settembre, 25 dicembre: date storiche). Dio ha compiuto la sua promessa, il segno posto sulla fronte di Caino s'è fatto carne e carne crocifissa. A Betlemme, nel cuore della terra dei discendenti di Caino, nella mangiatoia di Betlemme appare l'amore capace di salvare ogni Caino della storia.
Sino ad oggi, il culmine di una generazione d'amore, proprio nella nostra terra, bagnata dal sangue dei nostri fratelli, tutti coloro dei quali non ci siamo presi cura e che, stretti nell'invidia, abbiamo assassinato nel nostro cuore. Oggi, nell'amore fatto carne brilla tutta la nostra storia, ogni angolo è purificato, ogni luogo, ogni istante, ogni volto riverbera di una luce mai vista, lo splendore della misericordia che riscatta e santifica la carne votata al peccato e alla morte.. Oggi, Gesù generato in noi dallo Spirito Santo, perchè impariamo, da Abramo e Maria, l'inizio ed il compimento della nostra storia, ad ascoltare la Parola, la Buona Notizia e ad obbedire per distogliere lo sguardo dalla nostra debolezza e fissarlo sul volto misericordioso di Colui che può darci vita, e vita eterna.

domenica 16 dicembre 2018

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Giovanni Battista, con San Paolo e il Profeta Sofonia, ci annuncia in questa III Domenica di Avvento dell'Anno C, che agli occhi di Dio, anche il più incallito peccatore rimane una perla preziosissima, perché nessuno è spacciato definitivamente. Come nulla è davvero perduto nelle nostre vite. Il prezzo pagato per il nostro riscatto è stato altissimo, infinito, fuori da ogni mercato, il valore della vita di Gesù, il Figlio di Dio. Tanto valiamo, tanto vale il peggiore e più indurito peccatore. Un pluriomicida, uno stupratore, un violentatore, un pedofilo, un truffatore, un terrorista, ognuno vale quanto la vita di Gesù. E' così che Dio ha guardato, e guarda, e guarderà ogni uomo, sino alla fine del mondo, sino all'ultimo sospiro d'ogni vita, gioendo infinitamente di e per ciascuno di noi. Per questo Giovanni Battista afferma che non è e non può essere lui il Messia che il popolo attendeva. Lui è un profeta che annuncia l’avvento di Qualcuno infinitamente più grande, l’unico Sposo che ha diritto di prendere in sposa l’umanità, l'unico Sposo capace di amare e rigenerare nell'amore una sposa adultera e offrire per lei la sua vita; Giovanni “non è degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali di Gesù”, secondo le antiche abitudini tribali del medio oriente i matrimoni avvenivano tra famiglie già imparentate e vi erano diritti di prelazione per le donne da prendere in moglie; era proibito sposare una donna se qualcun altro ne aveva più diritto. Se questi vi rinunciava doveva fare un segno pubblico che lo attestasse, normalmente sulla piazza o davanti alla porta della città: si doveva sfilare un sandalo e consegnarlo a colui al quale cedeva il diritto sulla donna, una testimonianza che valeva come un contratto; per questo, il gesto di sciogliere il legaccio dei sandali significava cedere il diritto che si aveva in precedenza. Giovanni Battista, mutuando l’immagine di questo gesto, afferma e profetizza l’avvento di “Colui che è più forte” di lui, tanto potente da scendere negli abissi della morte per distruggerla e riscattare e fare sua sposa per sempre nella fedeltà e nell’amore (cfr. Os 2) l’umanità adultera e peccatrice. Giovanni era venuto prima, sembrava avere il diritto di guidare il popolo, aveva mostrato in sé connotati simili al Messia, ma, pur essendo “il più grande tra i figli di donna”, non era nulla “dinanzi al più piccolo figlio del Regno di Dio”, perdonato e salvato da Cristo. Egli ha offerto la sua vita in sacrificio di soave odore, per scendere nelle voragini della terra e così aprire per ogni uomo un cammino di salvezza, una via di fuga verso la libertà. In questa domenica che trasuda gioia, lo Sposo ci incontra e ci abbraccia, ci stringe, ci carica sulle spalle e ci riporta in vita, strappandoci dall'assurdo, dalla solitudine dove abbiamo gettato fuori l'amore del Padre, dai rancori, dai giudizi, dalle mormorazioni, dai tradimenti. Laddove siamo oggi il Signore scende per “battezzarci in Spirito Santo e fuoco”, il soffio vivificante che ci rigenera nel suo amore ardente. Gesù ha il potere, oggi, di bruciare ogni radice velenosa con la sua Croce e farci risorgere con Lui quali figli nel Figlio. Tutto questo si compie oggi nella nostra vita: abbandoniamoci all'amore infinito di Dio che, in Cristo suo Figlio, ci riporta alla dignità di figli. Non importa se abbiamo vissuto da schiavi e figli del demonio obbedendo alle sue menzogne, perché Cristo è morto ed è risorto, perché nessuno di noi viva più per se stesso, ma perdendo e donando la vita per amore, come una sposa è sottomessa e obbedisce amorevolmente allo Sposo che ha consegnato se stesso per lei.