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martedì 11 maggio 2021

 


LO SPIRITO SANTO EFFUSO IN NOI NELLA CHIESA CI CONVINCE DELLA VERITA', ILLUMINANDO IL PECCATO, LA GIUSTIZIA E IL GIUDIZIO
Con il Signore si può essere opportunisti; è Lui stesso che ci invita a guardare alla sua morte come al nostro bene. Senza di essa, senza il passaggio di Gesù attraverso l'angusto pertugio della Croce, la nostra vita come quella del mondo, resterebbe avvolta nel buio più fitto, e non saremmo "convinti" della verità. E chi vive senza certezze è come un cadavere che si lascia trascinare dalla corrente. Il mondo, anche se vive è morto, afferrato dalla violenza della menzogna che sradica le radici acerbe di fragili certezze. E' la nostra esperienza quotidiana, quando ci ritroviamo senza forze di fronte a eventi che ci sorprendono e impauriscono. E' come se ogni volta che ci visitano il dolore, la precarietà, le contrarietà, vedessimo il Signore "andare via", e con Lui sparire la speranza dall'orizzonte, mentre proprio la sua morte è l'unica nostra possibilità, per non restare intrappolati nella menzogna che corrompe ogni pensiero e ogni gesto. La morte di Cristo per ciascuno di noi è proprio la porta dischiusa allo spirare dello Spirito Santo, il Paraclito che ci guida alla Verità tutta intera, l'unica che può salvarci liberandoci dalla prigione della menzogna; la Croce, infatti, quella che non a caso i missionari ricevono e alla quale si appoggiano e che mostrano annunciando il Vangelo, non significa altro che una cosa: siamo peccatori, ma Gesù ha vinto il peccato e la morte. La porta che Egli ha attraversato per inoltrarsi nella morte di ciascun uomo e che, tornando vittorioso, ha oltrepassato anche se ormai chiusa sulla speranza, lascia oggi brillare su ciascuno di noi la luce incorruttibile sprigionata dallo spirare inesausto dello Spirito Santo. La morte esiste perché esiste il peccato. Accettare e abbracciare oggi la croce che ci accoglie in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque, è aprire la porta del nostro cuore alla Verità e alla salvezza, al soffio vivificante dello Spirito Santo, alla caparra della vita più forte di morte e peccato. In quella di Gesù, ogni morte diviene fonte di vita; nel mistero pasquale del Signore, ogni sofferenza, ogni "andare via" dalla effimera tranquillità che brama la carne, è il "bene" per ogni uomo, per te e per me. Sì, il cammino che conduce i figli, il coniuge, le persone care ad uscire da se stessi, ad "andare via" dall'egoismo attraverso le umiliazioni, i fallimenti e, a volte, gli stessi peccati, è il "bene" per ciascuno di loro. Cos', spesso, "è bene" per un figlio che il padre "vada via", non cerchi di risolvere nella carne, con le astuzie mondane, le pedagogie d'accatto, o i fremiti dell'orgoglio e dell'ira; "è meglio andar via", non insistere con la moglie, il marito, le persone che ci sono accanto, per spiegare e convincere, quando hanno l'orecchio chiuso non c'è nulla di umano da fare... "E' meglio" non insistere, non intestardirsi, non sperare dalla carne ciò che essa non può dare: usciamo di scena, andiamo al Cielo con Cristo, e preghiamo con Lui, in ginocchio, nella stanza o davanti al Santissimo, che il Padre faccia scendere lo Spirito Santo, l'unico capace di raggiungere il cuore di tutti, laddove nessun uomo può arrivare. Ma crediamo che questo è il cammino? Ne siamo "convinti"? Forse no, forse ci difendiamo dalla morte, e cerchiamo di proteggere dalla Croce coloro che portiamo nel cuore, illudendoci di salvarli, mentre li lasciamo prede della menzogna e del maligno: "è bene" anche lo scandalo a volte, perché lì dentro le persone possano incontrare l'amore di Cristo al di là del sentimentalismo e delle nevrosi, il perdono e il balsamo soave dello Spirito Santo che attesta al cuore la Verità.: Cristo è risorto davvero, è vivo oggi, e bussa ancora una volta al nostro cuore per riversarvi il Paraclito, l'avvocato che ci "convince" del "peccato", l'asebeia di cui parla San Paolo, l’empietà che rifiuta di “glorificare” e “ringraziare” Dio e ci condanna a una vita meschina, incapace di gioia e pace, ripiegata su noi stessi e sulle alchimie che cerchiamo per sfuggire alla morte perché "non crediamo" al suo amore. Il Paraclito che oggi il Signore vuol donarci per "convincerci" riguardo alla "giustizia" della Croce, attraverso la quale Egli è andato al Padre a presentare le sue piaghe gloriose in nostro favore, perché, anche oggi, possiamo essere certi del "giudizio" di misericordia che getta fuori dalla nostra vita il principe della menzogna per farci vivere da figli liberi del Padre celeste, ancorati alla certezza del suo amore incorruttibile, segno autentico della sua misericordia per questa generazione. Il Paraclito che ci "convince" su peccato, giustizia e giudizio - la strada, la roccia e i rovi - per fare di noi la "terra buona" dove Gesù possa crescere e divenire Parola di speranza e salvezza per ogni uomo.

lunedì 10 maggio 2021

 


LO SPIRITO DI VERITA' CI TESTIMONIA L'AMORE DI CRISTO PER NOI RENDENDOCENE TESTIMONI
Vi è una religiosità che non può accettare l'annuncio del Vangelo. Una forma di intendere e vivere la religione che non ha mai conosciuto Dio e il suo Figlio Gesù Cristo. E uccide il Signore, e crede così di rendere culto a Dio. E' fin troppo facile pensare all'Islam e all'Induismo nelle loro versioni più violente. Ma Gesù non parla di questi. Gesù parla di sinagoghe, e quindi di rabbini, e quindi dei suoi fratelli. Non era prevista, in quel momento, alcuna fondazione di una nuova religione. Si tratta di qualcosa di molto serio, angosciante, scandalizzante.
San Paolo scrive nel capitolo 8 della Lettera ai Romani che "chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene". Esiste dunque un solo Spirito, ed è quello del Padre e del Figlio, e solo colui che lo ha ricevuto appartiene a Cristo, ed in Lui, al Padre. Non conta essere circonciso ed appartenere al Popolo eletto. Lo ha ripetuto anche Gesù, e lo avevano annunciato molte volte i profeti. Non basta essere battezzato. Appartenere a qualcuno implica la sua conoscenza, che, secondo la Scrittura, significa una rapporto esistenziale profondo; il “conoscere” nella Bibbia è il verbo che descrive l’amore sponsale: una conoscenza che coinvolge l'intero essere. Lo Spirito Santo Consolatore inviato da Cristo dischiude la soglia di questa conoscenza e rivela così la Verità: uno Spirito, una Verità. Conoscere la Verità è essere ricolmi dello Spirito Santo Consolatore, permanere nell'intimità divina. E' questa la Verità fondamentale, un'esperienza esistenziale, una conoscenza da cui sgorgano, naturalmente, una visione delle cose, un discernimento e un agire conseguenti.
Chi non ha lo Spirito di Cristo non lo conosce e quindi non conosce neanche il Padre. Anche se profondamente religioso, anche se teologo o impegnato come nessun altro nel sociale. Anche se anima le messe parrocchiali e fa catechismo ai bambini. Anche se scrive cose ragionevoli sui giornali, le più ragionevoli. Anche se è onesto, e paga le tasse, e rispetta il codice della strada. Anche se è fedele a sua moglie e dialoga con i suoi figli. Conoscere il Padre ed il Figlio implica qualcosa di diverso e di più: aver ricevuto dall'alto lo Spirito Consolatore e vivere nella Verità, la più assurda, quella sulla quale tutti inciampano e si scandalizzano. La Croce Gloriosa del Signore. La sua cruda realtà. La Verità è l'amore rivelato in Cristo crocifisso. Chi dimora in Lui, chi lo conosce, chi ha il suo Spirito, vive crocifisso, sempre.
Solo chi è stato con Cristo sin dal principio, solo chi lo ha conosciuto nel suo intimo - il principio che fonda la sua natura - può riconoscere la Verità della Croce; solo chi è stato ferito dalla spada dello Spirito, dalla Parola di Dio penetrata in lui sino "al punto di divisione dell'anima e dello spirito, nelle giunture e nelle midolla", solo chi ha accolto, per pura Grazia, l'annuncio del Vangelo e da esso si è lasciato giudicare e amare, solo chi ha sigillata la Verità nel proprio spirito può vivere crocifisso. Si tratta infatti di una sapienza che il mondo non può conoscere, è scandalo per i religiosi e stoltezza per gli atei e pagani. La sapienza della Croce è il dono dello Spirito Consolatore che testimonia allo spirito di chi appartiene a Cristo, la sua adozione a figlio, l'amore di Dio che si rivela sulla Croce, come un diamante incastonato nella roccia.
La croce è l'amore al nemico, la Parola che Gesù ha annunciato nel Discorso della montagna: essa invita a non resistere al male, a lasciarsi defraudare sul lavoro, a non opporsi all'ingiustizia, a non difendere il proprio onore, a non rifiutare il disprezzo, ad occupare l'ultimo posto. La Croce è la vita di Cristo, e chi gli appartiene vive con Lui crocifisso, come un morto in questo mondo, e la sua vita è nascosta con il Signore in Dio. Chi è di Cristo conosce intimamente la Verità della Croce, il segreto di un'intimità che ogni istante vince la morte, che fa vivere ogni situazione, anche le più terribili, dolorose e fallimentari, come un passo al Cielo. Chi appartiene a Cristo ripete nel suo intimo l'Abbà, Papà pieno di confidenza sgorgato all'apice dell'angoscia del Getsemani.
Ciascuno di noi è stato scelto per appartenere a Cristo e vivere la sua vita, che non è più quella della carne: "Lo Spirito Santo, che è Dio insieme col Padre e col Figlio, ci libera dal peccato e dalla morte, e da terreni che siamo, cioè fatti di polvere e terra, ci rende spirituali, ci permette di partecipare alla gloria, divina, di essere figli ed eredi di Dio Padre, di renderci conformi all'immagine del Figlio suo, suoi fratelli e coeredi. Invece della terra ci dà generosamente il cielo e il paradiso" (Didimo di Alessandria,Trattato «Sulla Trinità»). Lo Spirito Santo, che ha spinto Gesù nel deserto, è Colui che ha condotto la sua natura umana a compiere la volontà del Padre, custodendo in essa l'intimità con Lui; è in questa volontà paterna che risiede la Verità, ed essa prevedeva la Croce. Si tratta dunque di una conoscenza reale, esistenziale che si realizza sull'aspro terreno del Giardino degli Ulivi, il crinale decisivo, la soglia fondamentale che Gesù ha attraversato con la sua carne, introducendola nell'obbedienza alla volontà di Dio, diversa e in antitesi a quella umana, pienezza dell'intimità di amore con suo Padre. Conoscere il Padre e conoscere Cristo è dunque ricevere e accogliere lo stesso Spirito che ha guidato Gesù nel Getsemani, l'abbandono totale alla volontà di Dio in ogni circostanza, per salire e non scendere dalla Croce che essa ha preparato per noi.
"“Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. Che cos'è questa mia volontà, che cos'è questa tuavolontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l'abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l'abisso del male... E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi;trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L'uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell'umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell'amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l'autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c'è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l'amore" (Benedetto XVI, Catechesi di mercoledì 20 aprile 2011).

giovedì 6 maggio 2021

 



LA GIOIA DI GESU' RENDE PIENA LA NOSTRA VITA
Non è vero che non potremo mai essere felici. Siamo nati per una gioia piena, da pregustare qui ed ora, che sarà poi colmata in Cielo. Ce lo dice oggi Gesù: non ti abbattere, ho compiuto tutto perché "la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Lo sappiamo, qualcosa in noi protesta dinanzi a questa affermazione: il dolore, soprattutto quello degli innocenti, le angosce, le pene, le malattie, l'orrore per la violenza, le cronache che ci mostrano un mondo sporcato sin dentro al divertimento e allo sport. Per questo la "gioia" che Gesù ci promette finisce con il sembrarci un'utopia. Fateci caso, in questa società non c'è spazio per la gioia; tutti adirati, indignati, impegnati solo per ottenere giustizia e per fuggire ogni sofferenza. Il piacere a tutti i costi è l'unica forma di felicità consentita... Ma Gesù oggi ci parla di un'altra gioia, ben diversa da quella effimera del mondo: la "sua gioia", sorella della "sua pace". Una gioia che non si è assopita neanche sul Calvario, la gioia crocifissa, l'unica piena e incorruttibile, perché non dipende dalle circostanze, dal piacere, dal realizzare progetti e ideali, dalle buone relazioni con gli altri, dalla propria soddisfazione. Una gioia che non ci appartiene, e che ci deve essere donata. Essa, infatti, coincide con la volontà di amore e salvezza che Dio ha per ogni uomo. E' dunque la gioia di chi si sente amato da Gesù nello stesso amore con il quale il Padre ama il Figlio. E come lo ama? Donandogli tutto, senza riserve. Ogni cosa del Padre è del Figlio, e tra queste il suo potere sulla morte. Ascolta: Gesù ci ama di questo identico amore, facendoci partecipi di tutti i suoi beni: "Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro. Tutto é vostro, e voi siete in Cristo e Cristo è di Dio" (1Cor 3,22). Siamo coeredi di Cristo, figli nel Figlio, nulla ci può più fare paura, anzi; proprio se partecipiamo delle sue sofferenze gusteremo già oggi la "sua gioia". Lo stesso potere sulla morte ricevuto da Gesù, infatti, è consegnato e affidato ai suoi discepoli: anche in noi vi è una sorgente inesauribile di vita che ci fa camminare sulle acque della morte. Come una luce per il mondo, possiamo avere relazioni stabili e autentiche perché l'amore riversato in noi è così sovrabbondante da renderci immuni a qualunque tradimento, rancore, gelosia. Ne soffriamo certo, non siamo mica angeli, gli schiaffi ci feriscono, ma non perdiamo la pace e la gioia.
Non è stupendo? Tutto possiamo in Colui che ci dà forza. Lui è vivo in noi, e proprio nella nostra totale debolezza compie prodigi. Allora anche oggi in ufficio, in famiglia, ovunque siamo chiamati a "custodire i suoi comandamenti" come l'opera reale e concreta del suo amore. E' un segreto essenziale per vivere nella Pace: proprio "custodendo" la gioia del suo amore possiamo sbarrare la strada ai tanti pensieri malvagi e tristi che tentano di corrompere la nostra anima; la "tristezza secondo il mondo", infatti, che crediamo derivare dal non essere amati, compresi, rispettati e considerati, è sempre frutto del peccato generato dall'incredulità. Per questo, la "prima e massima preoccupazione" di San Francesco d'Assisi, "è stata il possedere e conservare sempre all’interno e all’esterno la gioia spirituale. Egli affermava che se il servo di Dio si sforza di possedere e di conservare la gioia spirituale interiore e esteriore che procede dalla purezza del cuore, non potranno fargli alcun male i demoni, costretti a riconoscere che “Poiché quel servo di Dio conserva la sua pace nella tribolazione quanto nella prosperità, non possiamo trovare nessun accesso per nuocere alla sua anima”. Così, nella storia di ogni giorno, in mezzo a quello che vivrai oggi, la gioia si fa "piena", perché in essa si compie la pienezza dell'amore di Gesù. E' tutto pronto, ma è anche vero che possiamo rifiutarlo, chiudendoci in un orgoglio stolto e insipiente. Per questo, "osservare i comandamenti" è già una Grazia! E' la vita nuova che si manifesta in chi ha ricevuto un cuore e uno Spirito nuovi: "Devi divenire amore, guardando l’amore di Dio, che ti ha così tanto amata, non per qualche obbligo che avesse con te, ma per puro dono, spinto soltanto dal suo ineffabile amore. Non avrai altro desiderio che quello di seguire Gesù! Come inebriata dall’Amore, non farai più caso se ti troverai sola o in compagnia: non preoccuparti di tante cose, ma solo di trovare Gesù e andargli dietro!" (Santa Caterina). La "gioia di Gesù" è un dono, non implica alcuno sforzo, ma solo la stanchezza e la debolezza con cui distendiamo la mano per accoglierla. Per questo possiamo gioire d'una gioia indicibile, anche se siamo provati in ogni modo, anche se non sentiamo l'amore di Dio. Esso, infatti, è molto più di un sentimento, è carne nella carne, realtà nella realtà. Quando camminiamo crocifissi con Cristo "rimaniamo nel suo amore" perché è su quel Legno che esso si è rivelato e consegnato ai peccatori. Sotto le onde, anche le più tempestose, nel fondo del mare vi è sempre una pace infinita, immagine della "gioia piena" del suo amore riversato copiosamente in noi. Quante onde stanno sconvolgendo oggi la tua vita? Non aver paura, ma immergiti nel mare, nella storia, sino in fondo dove ti aspetta Cristo che vi si è gettato per mettere pace proprio alla radice di ogni nostro turbamento. Vedrai che, a poco a poco, tornerà la luce nel tuo sguardo, come un segno di speranza per chi ti è accanto: “Perché manifestare così la tristezza e il dolore che provi a causa dei tuoi peccati? Questo tocca Dio e te. Pregalo di renderti, per la sua bontà, la gioia di essere salvato. Davanti a me e davanti agli altri, sforzati di mostrarti sempre lieto, perché non conviene che un servo di Dio si faccia vedere con il viso triste e accigliato”. Il mondo, infatti, aspetta di vedere nei figli di Dio la gioia che non ha mai conosciuto! Tuo figlio che la cerca allo stadio, in discoteca, al pub con amici, cannabis e alcool; il tuo collega a cui è morta la moglie giovanissima e conosce solo lacrime disperate e bestemmie contro Dio; tuo marito che l'ha dimenticata stressato da mille impegni; tutti cercano in te la "gioia" che offra una ragione per vivere. Coraggio, perché la puoi sperimentare nella comunità dei discepoli, dove Cristo risorto appare accogliendoti nelle sue piaghe, nella Parola e nei sacramenti che sigillano il perdono e nutrono con la sua stessa vita. Accoglila, ed essa si riverbererà in te raggiungendo e lenendo il dolore di chi ti è accanto.

mercoledì 5 maggio 2021

 


POTATI DALL'AMORE PER DARE IL FRUTTO DELL'AMORE
"Senza" Gesù siamo uno zero assoluto. Ma con Lui la nostra vita, semplice o complicata, afflitta da malattie, da paure, ferita dalle debolezze, questa vita è stupenda, un'avventura irripetibile donataci per disseminare di "frutti" squisiti i nostri giorni, capaci di mostrare Dio e il Cielo a ogni uomo. Basta "rimanere in Lui", dimorare in Cristo, ecco tutto. Lasciarci amare, alzare bandiera bianca, gettare via da noi il pensiero "aiutati che Dio t'aiuta" che troppo spesso ci accompagna, aggrappati a Lui, alle sue braccia distese per amore, come la vite al tralcio. "Rimanere in Lui" non significa inventarsi chissà che cosa, è, semplicemente, essere crocifissi con Lui. E' rimanere lì dove Lui ci conduce, nella storia concreta dell'unico oggi che ci appartiene, quello reale che siamo chiamati a vivere. Il Signore non dice che, sforzandoci, impegnandoci, anche senza di Lui potremmo cominciare a metterci del nostro, qualcosa, che so? buone intenzioni o progetti o altro, qualcosa a cui Lui, poi, darebbe compimento. No, il Signore ci dice che senza di Lui nulla possiamo. Detto in altro modo: senza di Lui anche quello che facciamo è nulla, fumo che il vento porta via, perché senza la linfa del suo Spirito non vi è fecondità. Fratelli, proprio dal non accettarlo provengono tante sofferenze: dal tentare e ritentare di farcela da soli, liberi dal giogo della Croce, staccati dalla vite che sola può trasmetterci la vita e dare pienezza a ogni cosa. E così vediamo "seccarsi" i rapporti, e dobbiamo "gettare" nel "fuoco che brucia" quelli che sembravano eterni. Pensiamo al nostro matrimonio, al fidanzamento, allo studio, al lavoro, all'amicizia. Pensiamo a una passeggiata tra i boschi, a una visita al museo, alla spesa del sabato, a una cena in pizzeria con la fidanzata, come a una dolorosa degenza in ospedale, una notte di studio alla vigilia di un esame, una discussione con la figlia che non si riesce proprio a capire, pensiamo a qualunque momento della nostra vita, pensiamolo vissuto in Cristo, alla sua presenza, illuminato dalla sua Parola, sostenuto dalla sua forza; e pensiamolo chiuso in noi stessi, schiacciato sulle nostre forze, preda dei nostri impulsi e delle nostre ispirazioni. In Cristo tutto ha un sapore, una forza, un'autenticità impensabili. In Lui anche una semplice passeggiata è tutta un'altra cosa. Anche un viaggio, anche una partita allo stadio. In Cristo ogni parola, ogni pensiero, ogni gesto "porta un frutto che rimane", bello, buono, consistente. Per questo se stai sperimentando difficoltà e fallimenti, non mormorare. E' il Vignaiolo che sta "potando" i rami seccati dall'orgoglio, perché abbandoniamo finalmente l'inganno di ritenerci importanti e indispensabili.
Coraggio allora, lasciamoci "potare" anche attraverso le cure della Chiesa, perché la nostra vita, libera e adulta nella fede, renda Gloria a Dio. Essa, infatti, brilla nel "frutto" squisito di un fidanzamento nel quale, "uniti a Lui come i tralci alla vite", due ragazzi possono lottare per custodire la castità: un fidanzamento "potato", tagliato nei rami secchi della concupiscenza e dell'egoismo impaziente, che cresce rispettoso, prudente, avvolto di santo timore, protetto dal pudore. Nel "frutto" di un matrimonio santo, aperto alla vita e nel dono libero e totale di sé, "potato" nei rami secchi dell'infedeltà quotidiana all'unica sposa e all'unico sposo che difende i propri criteri. Il "frutto" di un lavoro "potato" attraverso le difficoltà e le ingiustizie e, per questo, che diviene un'occupazione nella quale offrirsi per i colleghi, per i superiori e gli inferiori, rintracciando in ogni mansione il momento favorevole per aprirsi agli altri e far gustare il proprio sapore unico e inconfondibile dell'amore di Cristo. Il "frutto" dello studio "potato" della pigrizia e dell'idolatria di voti e risultati che lo fa offrire a se stessi, nel quale apprendere a non fare la propria volontà, a soffrire per compiere quella di Dio, la libertà di chi non è più schiavo del dover fare sempre e solo quello che piace, consola e costruisce se stessi; lo studio che prepara a un futuro di amore autentico, al lavoro e alla famiglia. Che in ogni aspetto della nostra vita Dio ci doni di "diventare discepoli" che seguono il Signore, ascoltando e "osservando" umilmente le "sue parole" che ci "purificano" dall'idolatria per "rimanere" nel torchio della storia: stretti alla Croce di ogni giorno, pigiati completamente dalle difficoltà, dalle sofferenze e dagli imprevisti che, proprio perché ci spremono, costituiscono l'occasione perché il succo di vita che Cristo depone in noi possa scaturire come da una sorgente alla quale chi ci è accanto possa dissetarsi. Per questo, "tutto ciò che chiederemo", ovvero la salvezza di tuo figlio e di tua zia, l'incontro con Cristo per ogni uomo, "ci sarà donato", perché la volontà di Dio fluisce come linfa da Cristo a noi e al mondo attraverso il legno della Croce.

domenica 2 maggio 2021

 


SENZA CRISTO NULLA, CON CRISTO TUTTO
“Senza” Gesù siamo uno zero assoluto. Ma “in” Lui, la nostra vita, quella che abbiamo oggi tra le mani, semplice o complicata, afflitta da malattie, da paure, ferita dalle tante debolezze che ci accompagnano, questa vita è stupenda, un’avventura irripetibile donataci per disseminare di frutti squisiti i nostri giorni, capaci di mostrare Dio e il Cielo a ogni uomo.
Ma spesso, di fronte agli eventi e alle relazioni, scoprendoci incapaci di comprendere la realtà e di affrontarla, entriamo in crisi cercandone il senso, mentre è tutto così semplice: “rimanere in Lui”, dimorare in Cristo, ecco tutto. Lasciarci amare, alzare bandiera bianca, gettare via da noi il pensiero “aiutati che Dio t’aiuta” che troppo spesso ci accompagna, aggrappati a Lui, alle sue braccia distese per amore, “come la vite al tralcio”.
“Rimanere in Lui” non significa inventarsi chissà che cosa, è, semplicemente, essere crocifissi con Lui. E’ “rimanere” lì dove Lui ci conduce, nella storia concreta dell’unico oggi che ci appartiene, quello reale che siamo chiamati a vivere. “Senza di Lui non possiamo fare nulla”: dovremmo scrivere questa frase e appenderla dove più spesso la possiamo leggere. Nulla.
Il Signore non dice che, sforzandoci, impegnandoci, anche senza di Lui potremmo cominciare a metterci del nostro, qualcosa, che so? buone intenzioni o progetti o altro, qualcosa a cui Lui, poi, darebbe compimento. No, il Signore ci dice che senza di Lui nulla possiamo.
San Paolo lo ha sperimentato. Che cosa ha fatto per diventare l’apostolo delle genti? Nulla. Correva fremendo di zelo contro i cristiani, sino a che non è inciampato sull’amore di Dio. E solo lì, a terra, senza forze, avvolto dalla luce della Pasqua, ha potuto ascoltare la voce che gli rivelava la Verità: tutto quello zelo non era altro che un “recalcitrare contro il pungolo”, uno sforzo inutile e dannoso.
In quella caduta Paolo ha cominciato ad imparare che solo restando unito a Cristo avrebbe potuto essere quello per cui era venuto al mondo e per cui era stato eletto. Non a caso, infatti, accanto alla missione, Gesù gli aveva profetizzato le sofferenze che avrebbe patito per il suo Nome. Perché sono le sofferenze che mettono in luce la qualità dell’opera di ciascuno. E Paolo, sin dal principio della sua vita nuova in Cristo, ha dovuto sopportarne molte, dalla paura e dalla diffidenza nei suoi confronti della prima comunità cristiana, all’odio dei suoi fratelli che, ascoltandolo “parlare apertamente nel nome di Gesù” e “discutere” con loro, “volevano ucciderlo”.
Non si scappa, senza essere uniti a Cristo anche quello che facciamo è nulla, fumo che il vento porta via. Le opere, i pensieri, le parole, tutto quello che non ha in Lui origine e compimento è destinato a sfarinarsi nell’inconsistenza. Senza di Lui non possiamo dare il frutto dell’amore che scaturisce dal Vangelo, perché senza la linfa del suo Spirito non vi è fecondità e libertà.
Come quella sperimentata da San Paolo che, unito a Cristo nella comunione con “i discepoli” “stava con loro, e andava e veniva” ed era da loro difeso e protetto. Senza di Lui ogni sforzo è inutile, e la vita non è che vanità di vanità, “amore a parole e di lingua”, ben lontano dai “fatti” e dalla “verità”.
Pensiamo al nostro matrimonio, al fidanzamento, allo studio, al lavoro, all’amicizia. Pensiamo a una passeggiata tra i boschi, a una visita al museo, alla spesa del sabato, a una cena in pizzeria con la fidanzata, o a una dolorosa degenza in ospedale, una notte di studio alla vigilia di un esame, una discussione con la figlia che non riusciamo proprio a capire, pensiamo a qualunque momento della nostra vita, pensiamolo vissuto in Cristo, alla sua presenza, illuminato dalla sua Parola, sostenuto dalla sua forza; e pensiamolo chiuso in noi stessi, schiacciato sulle nostre forze, preda dei nostri impulsi e delle nostre ispirazioni.
Scopriremo la stessa differenza che vi è tra il giorno e la notte, tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte. In Cristo tutto ha un sapore, una forza, un’autenticità impensabili. In Lui anche una semplice passeggiata è tutta un’altra cosa. Anche un viaggio, anche una partita allo stadio. Proprio dal non accettare la verità che “senza il Signore non possiamo fare nulla”, provengono tante sofferenze.
Il tentare e ritentare di farcela da soli, liberi dal giogo della Croce, staccati dalla vite che sola può trasmetterci la vita e dare pienezza a ogni cosa. E vediamo “seccarsi” i rapporti, e dobbiamo “gettare” nel “fuoco che brucia” gli “amori” che sembravano eterni, le amicizie che ritenevamo inossidabili. Spesso scopriamo come rami secchi i nostri stessi pensieri, sterili e angoscianti, i nostri progetti irrealizzati, i nostri sogni infranti.
Ma questa Domenica il Signore viene a cercarci per prenderci con Lui, per attirarci a sé, per “potare” i rami secchi che già abbiamo staccato dal tronco della Croce, perché abbandoniamo finalmente l’inganno di ritenerci importanti, indispensabili, imprescindibili.
Il Padre, infatti, ci “pota” come “un vignaiolo” pieno di amore e pazienza, perché possiamo offrire al mondo i “frutti” di ogni istante della nostra vita, della gioventù, dell’età matura, della vecchiaia, della salute e della malattia, del successo e del fallimento. Apri gli occhi allora, e vedrai che tutta la tua storia è stata una “potatura” piena di misericordia.
Eccolo dunque il Signore che viene a unirci di nuovo a sé, con questo Vangelo, con i sacramenti e la comunione della Chiesa. Abbandoniamoci dunque al suo amore, oggi, nell’eucarestia, nella preghiera, nella vita. Consegniamogli tutto noi stessi e chiediamogli l’unico necessario: il suo Spirito che, come linfa vitale, ci leghi a Lui eternamente per operare in noi le sue opere, che parli in noi le “sue parole”, che faccia scaturire il “frutto” per il quale siamo nati.
Fratelli, “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”. Dio sa che siamo deboli, ma che nel fondo del nostro cuore c’è il desiderio di amarlo e di amare i fratelli. Per questo ci ha donato suo Figlio, nel quale ogni nostra parola, pensiero e gesto “porta un frutto che rimane”. Se “crediamo nel Nome del Signore Gesù Cristo”, se cioè ci appoggiamo a Lui, sarà Gesù stesso a compiere in noi l’amore tra i fratelli, “secondo il precetto che ci ha dato”.
L’amore che risplende nella comunità cristiana, infatti, è il “frutto bello, buono”, consistente, “glorioso” – ovvero “di peso” – offerto da Dio ad ogni uomo. Tutto, infatti, è per la maggior “Gloria” di Dio, la sua presenza più vera e credibile in questa terra, perché la sua “gloria” è l’uomo che vive davvero, in pienezza, libero e adulto nella fede, l’uomo che si dona per amore, gratuitamente.
Se in noi si dà l’amore possiamo “rassicurare il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri”. Coscienti dei nostri limiti e difetti ci appoggeremo con “fiducia” a Cristo uniti al quale “faremo quello che è gradito a Dio”; nulla più sarà impossibile, perché “ogni cosa che chiederemo” avrà il gusto del bene da offrire al fratello e non l’effimera gioia di un istante, e per questo la “riceveremo da Dio”.
Fantastico no? La salvezza di ogni uomo, di tuo figlio e di tua zia, l’incontro con Cristo per ogni uomo – “ci sarà donato”: basta restare uniti a Lui e lasciare che “le sue parole rimangano” e si compiano in noi. Perché la volontà di Dio fluisce come linfa da Cristo a noi e al mondo attraverso il legno della Croce.
Coraggio allora, perché lo Spirito Santo ci fa “dimorare in Dio” concretamente, ovvero amando che è la sintesi di ogni “comandamento”. E chi ama “osserva i comandamenti”, cammina cioè come un “discepolo” sulle orme luminose della volontà di Dio per “portare il molto frutto” c
he “glorifica il Padre” nella storia.
La Gloria di Dio, infatti, brilla nel mondo attraverso il “frutto” squisito di un fidanzamento nel quale, “uniti a Lui come i tralci alla vite”, due fidanzati possono lottare per custodire la castità e vedere la propria relazione risplendere ogni giorno di una luce serena che li accompagna al matrimonio illuminando la volontà di Dio: un fidanzamento “potato”, tagliato nei rami secchi della concupiscenza e dell’egoismo impaziente, un fidanzamento che cresce rispettoso, prudente, avvolto di santo timore, protetto dal pudore.
Il “frutto” di un matrimonio santo, aperto alla vita, nel dono libero e totale di sé, “potato” nei rami secchi dell’infedeltà quotidiana all’unica sposa e all’unico sposo, quella che difende il proprio tempo e afferma violentemente i propri criteri.
Il “frutto” di un lavoro “potato” attraverso le difficoltà e le ingiustizie e, per questo, che diviene un’occupazione nella quale offrirsi per i colleghi, per i superiori e gli inferiori, rintracciando in ogni mansione il momento favorevole per aprirsi agli altri e far gustare il proprio sapore unico e inconfondibile dell’amore di Cristo.
Il “frutto” dello studio “potato” della pigrizia e dell’idolatria di voti e risultati che lo fa offrire a se stessi, nel quale apprendere a non fare la propria volontà, a soffrire per compiere quella di Dio, la libertà di chi non è più schiavo del dover fare sempre e solo quello che piace, consola e costruisce se stessi; lo studio che prepara a un futuro di amore autentico, al lavoro e alla famiglia.
Che Dio ci doni di “diventare suoi discepoli”, che lo seguono ascoltando umilmente le “sue parole” che ci “purificano” dall’idolatria, “osservandole”, cioè custodendole e curandole perché diano frutto. E ciò avviene solo attraverso un serio cammino di iniziazione cristiana nella Chiesa, nel quale crescere sino alla statura adulta della fede per imparare a “rimanere” nel torchio della storia: stretti alla Croce di ogni giorno, pigiati completamente dalle difficoltà, dalle sofferenze e dagli imprevisti che, proprio perché ci spremono, costituiscono l’occasione grazie alla quale il succo di vita che Cristo depone in noi possa dissetare il mondo.

 


LA GIOIA PIENA E' VEDERE IL PADRE NELLE OPERE CHE IL FIGLIO COMPIE NEI FIGLI DI DIO
"Mostraci il Padre e ci basta": l'affermazione di Filippo esprime il desiderio piu' profondo di ogni uomo; poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio, nostro Padre, questo ci basterebbe per vivere in pienezza. Sapere con certezza che niente e nessuno potra' mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abba', Papa'", vivere stretti a Lui, questo e' tutto. Non si tratta di uccidere il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, ma piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. E un padre, sia quello terreno, sia quello celeste, si conosce a partire da quanto si riesce a scoprire di lui in se stessi. E' questa la pedagogia rivelata nel brano del Vangelo di oggi. E' come un dialogo incessante che parte dalla realta'. dalla carne visibile, toccabile, di cui si fa esperienza ogni giorno, e con cui misurarsi; Dio si e' fatto realta' che si impone e obbliga al giudizio, ad esercitare la liberta'. Dio si e' fatto Legge impregnata di Spirito, il corpo morto e risorto del suo Figlio, l'opera maestra del Padre, deposta ogni giorno sull'uscio della nostra vita: "Dio nessuno lo ha mai visto. Il Figlio, che e' rivolto verso il seno del Padre, Lui lo ha rivelato". "Possiamo credere in Dio, perché Dio ci tocca, perché egli e' in noi e perche' egli anche dall’esterno si avvicina a noi. Possiamo credere in lui, perche' esiste colui che egli ha mandato: “Egli ha visto il Padre”, dice il Catechismo; egli “e' il solo a conoscerlo e a poterlo rivelare”. Potremmo dire che la fede e' partecipazione allo sguardo di Gesu'. Nella fede Egli ci permette di vedere insieme con lui, cio' che egli ha visto. A motivo del fatto che egli e' il Figlio, egli vede continuamente il Padre. A motivo del fatto che egli e' uomo, noi possiamo guardare insieme con lui" (Card. Joseph Ratzinger). Il Padre si e' fatto carne per farsi conoscere e amare dai figli che lo avevano dimenticato, cancellato, rifiutato. Il Padre si e' fatto debolezza nel Figlio, per deporre in ogni debolezza la sua potenza; il Padre, nel Figlio, si e' fatto addirittura peccato, perche' ogni peccatore potesse accogliere il suo perdono. Cosi' il Padre si e' rivelato, dipingendo sulla carne del Figlio le sue fattezze di tenerezza, misericordia, pazienza e amore: il Padre si specchia istante dopo istante nel Figlio che vive eternamente nella sua intimita'. In un certo senso il Padre si e' fatto memoria e desiderio di infinito e pienezza, conficcandosi nel cuore e nella mente dell'uomo, cosi' che, anche al termine della parabola esistenziale piu' fallimentare, come quella del figliol prodigo, potesse riaccendere in ogni uomo la scintilla della conversione e muovere i suoi passi sul cammino del ritorno a casa. Per questo il Padre ha inviato suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui. E' Cristo che dobbiamo cercare, implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare. Lui, Gesu', unica nostra felicita'. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, per riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignita' e luce. Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita e' assente dal cuore di Cristo. Di piu', ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del suo amore. La nostra vita e' opera sua: ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto e' modellato perche' Lui risplenda in noi. Ciascuno di noi e' opera sua, opera del Padre nel Figlio. E' alla nostra vita che dobbiamo guardare per contemplare il Padre riflesso nel volto di Cristo impresso in ogni istante e ogni centimetro della nostra esistenza e della nostra persona. Ai momenti nei quali ci e' sembrato di crollare e Qualcuno ci ha sostenuto; ai peccati che avrebbero meritato esiti ben diversi della misericordia che ci ha accolti e rigenerati; al matrimonio, ai figli, alle ore di solitudine colmate dal suo amore, ai fallimenti trasformati in fonte di letizia, alle mille volte che l'impossibile si e' fatto possibile; al perdono, gratuito, immeritato, che ci testimonia di essere figli amatissimi di un Padre sempre pronto ad accoglierci cosi' come siamo. Le "Parole" del Signore che ci annuncia la Chiesa sono credibili perche' certificate dalle opere che Egli compie ogni giorno in noi dal Cielo, dove non esiste piu' la morte e la carne non vincola piu' l'amore alla passione e alla gratificazione. Vedere la propria storia con gli occhi e la mente illuminati dalla fede, significa credere che Gesu' e' davvero risorto, che ha vinto morte e peccato ed e' salito al Padre, e con Lui conduce con la sapienza della Croce la nostra storia, accompagnandoci sul cammino della vita. Credere che Gesu' e' vivo in noi ci libera dal nostro io schiavo del narcisismo tipico degli orfani che hanno smarrito la propria origine e cercano se stessi in tutto quello che fanno: "Le patologie psichiatriche sono in forte crescita. Da una parte negli ultimi trent’anni sono enormemente aumentati i giovani chiusi in se stessi, soli anche se in compagnia e incapaci di costruirsi una vita basata su relazioni stabili. Dall’altra parte l’assenza del padre genera un narcisismo patologico in cui la persona ha bisogno di continue conferme di se', prigioniera di una fragilita' destabilizzante che la fa essere in balia di tutto. Incapace di fidarsi (innanzitutto di se') per via del padre che ha abdicato, non sa confrontarsi ne' accogliere l’altro, di cui dubita sempre. Questa situazione e' sfruttata economicamente attraverso comunicazioni e consumi indotti e dipinta come positiva dal circo massmediatico. Cosi' la persona sofferente, lasciata nella sua sostanziale solitudine anziche' aiutata a uscirne, rimane insicura e dipendente e sviluppa angoscia" (C. Rise',intervista a Tempi, 2 aprile 2013). Credere e' vedere il Padre all'opera in ogni frammento della vita, e cosi' gustare il riposo da se stessi, sciolti dallo sfinimento di chi deve sempre produrre qualcosa, ottenere risultati, siglare i giorni con la firma delle proprie opere, liberati dall'angoscia di chi e' in balia di tutto, saziati dell'amore che non ti fa sentire solo, mai. Le opere per compiere le quali siamo nati, invece, quelle per le quali oggi ci siamo svegliati, sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare: amare, perdonare, giustificare, offrire gratuitamente se stessi a chi, forse, non ha la capacita' di dirci grazie. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Studiare, lavorare, fare tutto per amore. Queste sono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di suo Figlio e nostro fratello Gesù. "Qualunque" situazione, anche la piu' diffcile, anche quella impossibile da risolvere, ha gia', nel Padre, la risposta d'amore preparata per noi; basta chiedere esibendo il "buono omaggio" che ci ha donato Gesu', quello che reca impresse le ferite gloriose del suo Mistero di Pasqua. Ci verra' donato "qualunque cosa" sia necessaria per amare e compiere la missione alla quale siamo chiamati: anche il denaro, anche il lavoro, esattamente come la precarieta'. la debolezza, la malattia, se tutto cio' e' pensato dal padre come strumento per annunciare e testimoniare suo Figlio. Siamo chiamati a Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto ci parla di Dio, ogni persona ci e' donata per amarla nell'amore con cui siamo amati, compiendo cosi' la sua volontà dove, solo, vi è la nostra pace.

giovedì 29 aprile 2021

 

SANTA CATERINA DA SIENA, VERGINE, DOTTORE DELLA CHIESA, PATRONA D’EUROPA E D’ITALIAA

anta Caterina da Siena, vergine, dottore della Chiesa, Patrona d’Europa e d’Italiaanta Caterina da Siena, vergine, dottore della Chiesa, Patrona d’Europa e d’Italia  (© MET)

“Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete ciò che dovete essere metterete fuoco in tutta Italia!”. Con queste parole, nel consueto stile fermo e intransigente, ma sempre materno, Caterina Benincasa invitava alla radicalità della fede uno dei suoi interlocutori epistolari. È un’esortazione che rivela l’ardente desiderio della santa di irradiare il Vangelo nel mondo attraverso la testimonianza convinta e credibile di uomini e donne convertiti dall’annuncio del Risorto: “Munita di fede invitta, potrai affrontare vittoriosamente i tuoi avversari”, le dirà Cristo in una visione nell’ultimo giorno di carnevale del 1367, in un episodio che i biografi ricordano come lo sposalizio mistico di Caterina.

Determinata fin da bambina a sposare Cristo

Era nata vent’anni prima, il 25 marzo, nel rione Fontebranda, ventiquattresima figlia dei venticinque messi al mondo dal tintore Jacopo Benincasa e da Lapa di Puccio de’ Piacenti in un’epoca caratterizzata da forti tensioni nel tessuto sociale; a soli sei anni, in un momento in cui il papato aveva sede ad Avignone e movimenti ereticali insidiavano la vita della Chiesa, la bambina ebbe l’apparizione di Gesù vestito da Pontefice. L’anno successivo fece voto di verginità, maturando poi il fermo proposito di perseguire la perfezione cristiana presso l’ordine domenicano. Di fronte all’opposizione dei genitori che la volevano sposa, Caterina reagì fermamente: a 12 anni si tagliò i capelli e si velò, chiudendosi in casa; la famiglia allora acconsentì nel 1363 al suo ingresso tra le Mantellate o terziarie domenicane.

Mamma e maestra, punto di riferimento spirituale per molti

La santa imparò a leggere e scrivere, si diede ad un’intensa attività caritatevole verso gli ultimi e - in un’Europa dilaniata da pestilenze, guerre, carestie e sofferenze - divenne un punto di riferimento per uomini di cultura e religiosi che, assidui frequentatori della sua cella, saranno ricordati come caterinati. I più intimi fra loro la chiamavano “mamma e maestra” e si fecero trascrittori dei suoi tanti appelli ad autorità civili e religiose: esortazioni ad assunzioni di responsabilità, talvolta rimproveri o inviti all’azione, sempre espressi con amorevolezza e carità. Tra i temi affrontati nelle missive: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, la riforma della Chiesa e il ritorno del papato a Roma per il quale la santa fu determinante recandosi nel 1376 in Provenza da Papa Gregorio XI.

Il Papa, “dolce Cristo in terra” e il suo ritorno a Roma

Caterina non ebbe mai paura di richiamare il Successore di Pietro, da lei definito “dolce Cristo in terra”, alle sue responsabilità: ne riconobbe le manchevolezze umane, ma ebbe sempre grande riverenza del vicario di Gesù in terra, così come di tutti i sacerdoti. Dopo la ribellione di una parte di cardinali che diede inizio allo scisma di occidente, Urbano VI la chiamò a Roma. Qui la santa si ammalò e morì il 29 aprile 1380, come Gesù, a soli 33 anni. Le parole dell’apostolo Paolo “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, si incarnano nella vita di Caterina che nel 1375 ricevette le stimmate incruente rivivendo, raccontano testimoni, la Passione ogni settimana.

Proclamata Dottore della Chiesa da Paolo VI

L’appartenenza al Figlio di Dio, il coraggio e la sapienza infusa sono tratti distintivi di una donna unica nella storia della Chiesa, autrice di testi come Il Dialogo della Divina Provvidenza, l’Epistolario e la raccolta di Preghiere. In ragione dell’alta statura spirituale e dottrinaria Paolo VI nel 1970 l’ha proclamata Dottore della Chiesa. Innamorata di Gesù Cristo, Caterina scriveva: “Niente attrae il cuore di un uomo quanto l’amore! Per amore Dio lo ha creato, per amore suo padre e sua madre gli hanno dato la propria sostanza, egli stesso è fatto per amare”.