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venerdì 24 settembre 2021

 


Pietrelcina, Benevento, 25 maggio 1887 - San Giovanni Rotondo, Foggia, 23 settembre 1968
« ... Sul volto di Padre Pio risplendeva la luce della risurrezione. Il suo corpo, segnato dalle "stimmate", mostrava l'intima connessione tra morte e risurrezione, che caratterizza il mistero pasquale.
Per il Beato di Pietrelcina la condivisione della Passione ebbe toni di speciale intensità: i singolari doni che gli furono concessi e le sofferenze interiori e mistiche che li accompagnavano gli consentirono di vivere un'esperienza coinvolgente e costante dei patimenti del Signore, nella immutabile consapevolezza che "il Calvario è il monte dei Santi".
... Tanti, incontrandolo direttamente o indirettamente, hanno ritrovato la fede; alla sua scuola, si sono moltiplicati in ogni angolo del mondo i "gruppi di preghiera". A coloro che a lui accorrevano proponeva la santità, ripetendo loro: "Sembra che Gesù non abbia altra cura per le mani se non quella di santificare l'anima vostra" (Epist. II, p. 155).
Se la Provvidenza divina ha voluto che egli agisse senza mai spostarsi dal suo convento, quasi "piantato" ai piedi della Croce, ciò non è senza significato. Il divin Maestro ebbe un giorno a consolarlo, in un momento di particolari prove, dicendogli che "sotto la Croce s'impara ad amare" (Epist. I, p.339).
Sì, la Croce di Cristo è l'insigne scuola dell'amore; anzi la "sorgente" stessa dell'amore. Purificato dal dolore, l'amore di questo fedele discepolo attraeva i cuori a Cristo e al suo esigente Vangelo di salvezza. ... »
( Omelia di San Giovanni Paolo II - Beatificazione Padre Pio , 02/05/1999)
« ... "Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra perché... queste cose... le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11, 25).
Quanto appropriate appaiono queste parole di Gesù, quando le si pensa riferite a te, umile ed amato Padre Pio.
Insegna anche a noi, ti preghiamo, l'umiltà del cuore, per essere annoverati tra i piccoli del Vangelo, ai quali il Padre ha promesso di rivelare i misteri del suo Regno.
Aiutaci a pregare senza mai stancarci, certi che Iddio conosce ciò di cui abbiamo bisogno, prima ancora che lo domandiamo.
Ottienici uno sguardo di fede capace di riconoscere prontamente nei poveri e nei sofferenti il volto stesso di Gesù.
Sostienici nell'ora del combattimento e della prova e, se cadiamo, fa che sperimentiamo la gioia del sacramento del Perdono.
Trasmettici la tua tenera devozione verso Maria, Madre di Gesù e nostra.
Accompagnaci nel pellegrinaggio terreno verso la Patria beata, dove speriamo di giungere anche noi per contemplare in eterno la Gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! »
(Canonizzazione di padre Pio da Pietrelcina, Omelia di San Giovanni Paolo II, 16/06/2002)

 


LA FEDE DELLA COMUNITA' CRISTIANA NELLA QUALE DIO COMPIE LA VOCAZIONE DI CIASCUNO
Per parlarci delle cose serie e decisive per la nostra vita, il Signore ci conduce oggi ad aprire gli occhi sulla Chiesa, sulla comunità cristiana concreta nella quale siamo chiamati, il luogo solitario senza il quale non esiste relazione con Lui. Per ascoltare la sua voce e non indurire il cuore, abbiamo bisogno di un luogo separato dal mondo ateo e pagano (anche nel senso di una certa religiosità fai da te, orientaleggiante, gnostica e del tutto irrilevante per l’anima; come lo è quella dell’impegno sociale e civile, che, tra il plauso mondano, sposta di un millimetro le sorti dell’umanità ma incastra l’anima nel risentimento e nel giudizio). In esso, infatti, è l’uomo che fa domande a Dio, mentre nella Chiesa è Gesù che fa domande all’uomo. A cominciare dalla prima, fondamentale: “Dove sei?”, per passare a quella del brano di oggi: “voi, chi dite che io sia?”, sino all’ultima, decisiva: “mi ami tu più di costoro?”. La preghiera, che significa liturgia, ascolto e sacramenti uniti alla vita cristiana, celebra Dio, e non l’uomo. E’ Cristo al centro, non il nostro io. Per questo non si può avere una relazione con Dio e con il suo Figlio senza una comunità nella quale l’io è continuamente chiamato a decentrarsi, a lasciare la cattedra riservata a Dio per sedersi al suo posti, l’ultimo. Anche quando preghiamo nella nostra stanza, lo facciamo insieme alla comunità cristiana; le fughe intimistiche alienano e spingono verso l’eresia, che è l’assolutizzazione soggettiva di un aspetto della fede, quello più consono alla propria sensibilità e più legato alla propria storia, sempre a scapito dell’insieme e della comunione. E’ quando, illudendomi di indossare il vestito della fede, mi chiudo per chiedere a Dio di compiere la mia volontà, senza tenere conto della sua, che, proprio perché abbraccia tutti nella stessa salvezza, è l’unica buona anche per me. Per questo oggi il Signore, ci chiede: “Ma voi, chi dite che io sia?”, e quel “ma“ è una sforbiciata che taglia di netto ogni compromesso tra il pensiero mondano e quello di Dio. “Ma voi”, che ho convocato e chiamato per nome per ascoltare la mia Parola in un’assemblea dove vi ho unito a me; “ma voi” che nella comunità cristiana vi nutrite del compimento della mia Parola che sono i sacramenti; “ma voi” che siete una comunione di “tu” che si amano, si perdonano, portano i pesi e i peccati degli altri; “ma voi” che non pensate secondo il mondo, che cosa pensate e testimoniate di me? Attenzione fratelli, perché non ci sono risposte soggettive; esiste solo una risposta esatta, quella detta da Pietro a nome della comunità: “Tu sei il Cristo di Dio”. Tranquilli, non vi scandalizzate, non si tratta di omologazione; questa è tipica del mondo nel quale proprio la presunta autodeterminazione è la cifra tragica dell’omologazione: chi ha tagliato con Dio, infatti, può pensare, dire e fare solo una cosa, peccare, come tutti gli altri. Nella Chiesa, invece, i peccati che omologano i fratelli sono perdonati, e ciascuno è riconsegnato alla sua identità autentica e irriducibile, libero per amare; e quando si ama, nessuna parola e nessun gesto è uguale all’altro, perché l’amore è creativo per raggiungere e donarsi all’altro nella sua originalità, proprio come Cristo ha fatto con ciascuno di noi, amandoci così come siamo, peccatori e traditori.
Nella comunità cristiana infatti, come Adamo, possiamo scoprire “dove siamo” ogni giorno, in famiglia, al lavoro, con gli amici; forse lontani da Cristo perché lo abbiamo tradito nei fratelli. E contemporaneamente, sperimentare che Dio non ci ha condannato, ma ha inviato il suo Cristo (unto) per salvarci. Sperimentare cioè quello che per la sapienza del mondo è stolto e per quella religiosa è scandaloso: la necessità ineludibile della sofferenza, del rifiuto e della morte di Gesù. Per te e per me. Per noi, che, avendo rifiutato Dio, soffriamo immensamente nel rifiutarci l’un l’altro, morendo nei peccati. Dio doveva scendere nel nostro rifiuto, come profetizzato nella figura di Giuseppe, il figlio di Giacobbe. Leggete la sua storia (dal capitolo 37 al capitolo 48 della Genesi), vi aiuterà a comprendere il mistero di Gesù; soprattutto l’ultima parte (Gen 45,1-15), che possiamo leggere in filigrana nell’episodio del Vangelo di oggi : “Allora Giuseppe non poté più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: « Fate uscire tutti dalla mia presenza! ». Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: « Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre? ». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse a loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto”. I paralleli sono evidenti: la comunità dei fratelli di Giuseppe, come la comunità degli apostoli; entrambe hanno tradito, per cui la domanda di Gesù suona così: “ma voi”, che siete la comunità che mi ha tradito, che cosa dite di me? Pietro e la Chiesa non possono dire nulla di diverso da quello che avrebbero detto i fratelli di Giuseppe: “sei il Cristo” perché ti abbiamo visto nella cisterna e poi portato via verso l’Egitto, e ora ti vediamo governatore di tutto l’Egitto. Ti abbiamo visto soffrire a causa dei nostri rifiuti, quando abbiamo tradito moglie e marito, figli e amici crocifiggendoti in loro, e ora ti vediamo risorto e vivo accoglierci e perdonarci, senza altra condizione che quella di accogliere il tuo amore. Giuseppe scaccia tutti per restare solo con i fratelli, come Gesù con gli apostoli e le nostre comunità. Giuseppe grida, come anche Gesù secondo il testo originale. Ci sgrida intimandoci di non dire nulla su di Lui finché il suo Mistero Pasquale non si faccia carne in noi e nella nostra comunità non appaiano i segno della fede, l’amore e l’unità. Altrimenti l’annuncio del Vangelo sarebbe preda dello scandalo e dell’incredulità per causa nostra. Ed è proprio quello che accade nella Messa: ascoltiamo la Parola di Dio e la predicazione che suscita in noi la fede che professiamo recitando il Credo. Ma qui, è come se Gesù ci sgridasse per indirci ad accogliere il Mistero Pasquale che realizza la Parola ascoltata compiendosi sull’altare eucaristico. Così la fede, che è la conoscenza intima del Signore, si realizza nella liturgia della Chiesa, come profetizzato nell’incontro intimo tra Giuseppe e i suoi fratelli: è solo nel cuore della comunità cristiana, infatti, che possiamo sperimentare la necessità dell’amore di Dio che, nel sacrificio di Cristo, ci scagiona da ogni peccato. E’ folle, assurdo, impensabile; atterrisce, come accade ai fratelli di Giuseppe. Ma Gesù è questo amore fatto carne da mangiare, capace di saziare i suoi fratelli, e in loro, ogni uomo di ogni generazione. Gesù doveva soffrire molto, essere rifiutato e morire perché solo così avrebbe potuto strappare i suoi fratelli alla condanna che gravava sulla loro vita. Coraggio, avviciniamoci a Cristo allora, senza paura e senza crucci: “non siamo stati noi a consegnare Cristo alla morte”, ma è stata la volontà d’amore di Dio che ha portato Gesù nel sepolcro per essere costituito Signore sui peccati e sulla morte. Ciò non significa che tu ed io non abbiamo peccato, ma che l’amore di Dio ha trattato da peccato suo Figlio al posto nostro, per giustificarci e donarci una vita nuova. La comunità che lo sperimenta può professare e testimoniare, con Pietro, che Gesù è davvero il Cristo di Dio, l’inviato nella morte per strappare al peccato ogni figlio di Adamo.

giovedì 23 settembre 2021

 



ASCOLTARE UMILMENTE LA PAROLA DI DIO CHE CI SVELA IL COMPIMENTO DEL SUO AMORE NELLA NOSTRA VITA
Il destino dell'apostolo: perdere la vita affinché sorga, nel cuore di ogni uomo, la domanda decisiva. Giovanni doveva diminuire, scomparire per preparare la strada all'avvento del Signore. La missione di ogni apostolo è annunciare la Verità, non sostituirsi ad essa. Per questo il suo destino non può che essere lo spossessamento di se stesso perché in lui e attraverso di lui appaia Cristo. Non vi è profezia senza martirio. Diversamente gli occhi degli uomini, di per sé inclini a creare eroi e miti da idolatrare, si fermerebbero irrimediabilmente sull'annunciatore, perdendo di vista l'Annunciato. Ma la storia della Chiesa ci insegna che Erode ha sempre decapitato Giovanni. Il potere, la carne ed il mondo, tentando di far tacere la Verità profetica, non ha mai smesso di uccidere i cristiani. E la persecuzione ha sempre ridestato l'interrogativo capace di sconvolgere la vita ed aprire alla salvezza: "Chi è costui del quale sento dire queste cose?". Proprio quando i suoi discepoli sono perseguitati e martirizzati, la fama del Signore si fa più viva; nei momenti più difficili, quando i cristiani sembrano lasciare la scena di questo mondo, Egli continua ad operare, ed è qualcosa che inquieta il cuore di chi "non sa cosa pensare" di un avvenimento che supera logiche e ragioni solo umane. Nella morte appare la vita, il cuore del cristianesimo, il paradosso che schianta ogni certezza. La testa di Giovanni, morte certa, visibile, incontrovertibile, invece di decretare la fine segna l'inizio di qualcosa di nuovo e sorprendente. Come è stato al principio, quando la Croce, la pietra e le guardie non sono state capaci di dare vittoria alla morte, così il mistero di una vita e di una Grazia che opera prodigi al di là del martirio, rompe l'indifferenza, interpella, desta lo stupore. Come scriveva Don Primo Mazzolari, “la testa del Battista grida molto di più quando è sul vassoio che non quando era sul collo”. La morte di Giovanni ha puntato la luce su Gesù, la sua testa recisa ha indicato l'Agnello sgozzato che ha redento il mondo. Così accade a ciascuno di noi, chiamati a partecipare della missione profetica della Chiesa. Perché Erode si spinga a cercare di vedere Gesù è necessario che sia dissipata ogni incertezza. Non è Giovanni il Messia, come non lo siamo noi. Per "cercare di vedere Gesù" Erode aveva bisogno della testa di Giovanni. E così nostra moglie, i figli, gli amici, i colleghi, tutti hanno bisogno della nostra testa per cominciare a interrogarsi e a credere. C'è molta confusione intorno alla figura di Gesù, oggi come duemila anni fa. E, al massimo, oggi come allora, la sapienza carnale riesce solo a riconoscerlo come uno dei profeti; la stessa parola tagliente, lo stesso discernimento, un identico potere. Ma Dio no eh, Dio in una carne umana non è credibile. Chi di noi, infatti, si è svegliato oggi benedicendo Dio per la propria debolezza, per i difetti e le ferite? Nessuno. Eppure lasciarsi tagliare la testa significa proprio questo: lasciare che Erode, immagine del mondo e di quella sua parte che appare in chi ci è accanto, apra il sipario sulla nostra realtà. Perdere la testa per il Signore significa consegnare a Lui il comando, la visibilità, la gloria che gli spetta. Senza testa un corpo non può vivere, è evidente.
Ebbene, anche oggi siamo chiamati a lasciarci tagliare la testa, ovvero che gli altri contestino i nostri criteri, le idee, e i progetti; che la moglie smascheri i pensieri stolti che millantiamo come molto sapienti; che i figli svelino errati i nostri calcoli; che la storia demolisca la nostra presunta abilità. Che ci sia tagliata la testa con cui cerchiamo di governare la nostra vita. A lasciare la plancia a Gesù, perché chiunque ci è accanto, al vedere il nostro corpo - cioè le nostre parole, i nostri gesti e i nostri atteggiamenti - possano chiedersi "chi è costui" che prima non poteva perdonare e ora perdona, prima non sapeva essere casto e ora custodisce il suo corpo in santità, prima mentiva per difendersi e ora vive nella verità. E così, al vedere il nostro corpo vivere una vita nuova, possano cominciare a "cercare di vedere Gesù", perché è Impossibile che noi si possa vivere una vita celeste essendo solo povera e debole carne, come tutti. Non è possibile che, nonostante ci abbiano tagliato la testa, la nostra vita continui, e molto meglio di prima: libera, seria, umile e per questo piena di un amore e di una dedizione che non è di questo mondo. Solo la nostra testa tagliata rimanda alla testa di Cristo, alla sua sapienza, al suo sguardo di misericordia, alla sua vita più forte della morte e della debolezza. Per questo agli apostoli, a noi, è dato l'ultimo posto. Per questo le difficoltà, i fallimenti, le debolezze, la morte, l'insignificanza, l'insuccesso nel mondo; i nemici ci nascondono agli occhi del mondo perché questi siano puntati su Cristo, e sorga nel cuore la domanda decisiva che schiuda alla salvezza. La Croce alla quale la storia ci inchioda ogni giorno è il dardo d'amore con il quale Dio desidera scuotere il cuore distratto e perduto del mondo: secondo la tradizione ebraica infatti, "il martire è come il legno profumato del sandalo, profuma anche l'ascia che lo colpisce e lo taglia". E' l'onore più grande, il vanto di San Paolo: nelle nostre debolezze si manifesta la potenza di Dio. Nei peccati brilla la misericordia di Dio capace di creare una vita talmente nuova e senza limiti da poter essere offerta; la consegna di se stesso che si realizza in un uomo sino ad allora capace solo di difendersi e rubare la vita altrui: "Quando la luce... cresce in colui che viene illuminato, costui diminuisce in se stesso quando viene abolito in lui ciò che era senza Dio. Infatti l’uomo, senza Dio, non può nulla se non peccare, e la sua potenza umana diminuisce quando trionfa la grazia divina, distruttrice del peccato. La debolezza della creatura cede alla potenza del Creatore e la vanità delle nostre passioni egoiste crolla davanti all’amore, mentre Giovanni il Battista dal fondo della nostra miseria, ci grida la misericordia di Gesù Cristo: Egli deve crescere e io invece diminuire" (S. Agostino). Dalla rinascita nella misericordia scaturiscono la forza e la gioia del martirio, il dissolversi dell'uomo vecchio e l'apparire dell'uomo nuovo, la presenza viva del Signore: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è vivo in me Cristo" (Gal. 2,20). Nel nostro morire agli occhi del mondo brilla il volto di Cristo, il mistero deposto in vasi di creta su cui si infrangono le certezze della carne perché trovi posto la fede nell'unica certezza, l'amore infinito ed eterno di Dio, quello che ogni Erode cerca di vedere, anche quando si trova immerso nei propri peccati.

venerdì 20 agosto 2021

 


20 agosto SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE
« ... Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”.
Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore.
E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale.
Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).
Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.
Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta...” »
Benedetto XVI, Udienza generale, 21/10/2009

 




Omelia alla Santa Messa dei primi vespri nella Solennità di Sant’Agapito martire

Palestrina, Piazza Regina Margherita, Martedì 17 agosto 2021

Signor Sindaco, illustri autorità, cari sacerdoti, diaconi, consacrate, fratelli e sorelle nel Signore!

Celebriamo la Santa Messa rendendo grazie a Dio per aver dato alla nostra Chiesa un Santo Patrono del tenore di Agapito: giovane e martire!

Tanto spesso parliamo male dei giovani e invece Agapito ce li fa rivalutare, ce li deve far rivalutare!

Di nobile famiglia prenestina del III secolo dopo Cristo, fu inviato a Roma per studiare il diritto romano e lì aderì alle prime comunità cristiane dell’Urbe. Non dobbiamo certo pensare a una Chiesa di Roma come è la nostra – strutturata, istituzionalizzata … – ma aderì a quelle comunità di giudei attratti dal cristianesimo che anche grazie alla predicazione di Pietro iniziarono a leggere insieme la Parola di Dio, a celebrare insieme l’Eucaristia, a fare la carità tra i propri membri e ai poveri che incontravano e che per la loro fedeltà al Vangelo divenivano attraenti e capaci di aggregare anche i pagani.

Era una Chiesa costituita da piccole comunità – quella dei tempi di Agapito –, dove non esistevano certo le Parrocchie ma dove si seguiva l’insegnamento degli Apostoli, dove ci si riferiva a Gesù e si aderiva a Lui: morto e risorto per la salvezza di tutti coloro che lo accoglievano!

Una Chiesa piccola ma che dava fastidio perché metteva in crisi l’economia del Pantheon. Come in altre città ove sorgevano grandi templi a dèi pagani, intorno a tali templi l’Imperatore – in questo caso Aureliano – avevano fatto sorgere grandi commerci e vedevano la nuova religione cristiana come qualcosa di pericoloso, che avrebbe potuto nuocere all’economia cittadina.

Agapito fu così invitato a lasciare la sua religione come molti altri cristiani, soprattutto giovani, proprio per evitare che tale nuova religione proveniente dall’Oriente si potesse diffondere. Agapito si oppose e preferendo seguire il Signore, rinnegò se stesso, i suoi interessi personali. Sentiva che Gesù lo amava, aveva donato per lui la sua vita sulla croce e Agapito sentiva che non poteva non seguirlo, non ri-amarlo. Agapito era un giovane e come i giovani estremamente libero. Libero di rinunciare ad ogni altro amore pur di non distaccarsi dall’amore di Dio. Fu così perseguitato e più volte messo a morte ma sempre passò illeso davanti ad ogni tipo di persecuzione. Da Aureliano fu mandato nuovamente nell’antica nostra Preneste con la speranza che lo splendore del Tempio della dea Fortuna lo attraesse più di Cristo. Ma la sua fede fu forte. Come Cristo accettò la Croce, rinnegò tutto ciò che appare vita ma non lo è perché felicità fatua, di un momento. Scelse di perdersi per Cristo, di perdersi nel Suo amore infinito optando per l’Amore che non ha fine con la morte e, senza vergogna, fu fedele a Cristo fino a quando, poco fuori dalla nostra città, fu martirizzato a soli 15 anni!

Agapito divenne così per noi ed è per noi anche oggi prezioso riflesso di Cristo Giovane che risplende ma non per farci ripetere ogni anno sterili tradizioni ma per stimolarci e farci uscire dalla sonnolenza che anche noi cristiani del XXI secolo abbiamo. Nell’Esortazione Apostolica post sinodale Christus vivit scritta da Papa Francesco il 25 marzo 2019 dopo la celebrazione di un Sinodo dei Vescovi sui giovani, il Papa dice: “molti giovani santi hanno fatto risplendere i lineamenti dell’età giovanile in tutta la loro bellezza e sono stati nella loro epoca veri profeti di cambiamento; il loro esempio mostra di che cosa siano capaci i giovani quando si aprono all’incontro con Cristo” (CV, 49). E il Papa continua: “Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico. Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportarci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore (cfr Ap 2,4). Ci sono santi che non hanno conosciuto la vita adulta e ci hanno lasciato la testimonianza di un altro modo di vivere la giovinezza …”. Agapito è stato uno di questi ma tanti altri, forse meno conosciuti, nell’anonimato e pur con le loro fragilità vivono la santità.

Permettete di ricordare qui il nostro giovanissimo Willy Monteiro che lo scorso anno, il 6 settembre, per sedare una rissa, per difendere un suo amico non esitò a perdere la vita. Probabilmente anche Willy che non è mio compito beatificare non era perfetto, anche nel suo cuore, grano e zizzania crescevano insieme come nel cuore di tutti. Ma aveva conosciuto Cristo, era cresciuto nell’Azione Cattolica di Paliano, i genitori gli avevano trasmesso la fede. E così il buono che c’era in lui, nel momento della difficoltà di un amico, è emerso: ha amato!

Ma come lui sono convinto che tanti, tantissimi altri giovani sono capaci di bene, di bello, di giusto, di buono, di autentico … sono capaci di Dio e con Gesù sono capaci di perdere se stessi per dare la vita per gli altri.

La maggioranza di noi qui presenti, stasera, è di adulti.

Vorrei allora invitarvi a guardare i giovani con più misericordia, a dar loro maggiore fiducia, a coinvolgerli maggiormente nelle nostre comunità ecclesiali e civili. I giovani sono capaci di cose grandi e belle!

Non omologhiamoli in un “sono ormai irraggiungibili” … “non credono più …”, “sono perduti” … ma piuttosto domandiamoci: “come li ascoltiamo?”, “come ci rapportiamo con loro?” A volte ci lasciamo intimorire dalla loro fisicità, dai loro tatuaggi, dai loro modi strani di vestirsi, dai loro linguaggi, dagli errori che alcuni di loro fanno – anche grossi – e pensiamo che tutti siano solo violenza, telefonini, droga, alcool? Perché non proviamo a vincere la paura del contatto con loro? Perché non riapriamo tutti e a tutto campo un dialogo con loro fatto non tanto di lezioni ripetute, di richiesta che partecipino ai nostri gruppi parrocchiali che a volte sentono lontani dal loro vissuto reale, e non li ascoltiamo?

“Un giovane – sono sempre parole di Papa Francesco – non può essere scoraggiato, la sua caratteristica è sognare grandi cose, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore”.

Cari fratelli e sorelle, non rubiamo loro allora la speranza! Non impediamo loro di sperare un mondo migliore, più giusto, più fraterno, più autenticamente cristiano!

A voi adulti, sacerdoti, insegnanti, uomini e donne delle istituzioni chiedo di rispettare i giovani nella loro libertà e nello stesso tempo di accompagnarli. Tale richiesta la rivolgo ancor più forte alle famiglie ed auspico che pastorale giovanile e pastorale famigliare nella nostra diocesi camminino sempre più insieme fin dagli anni in cui i ragazzi si avvicinano alla comunità cristiana per ricevere i sacramenti.

Come chiedevano i giovani stessi durante il Sinodo dei Vescovi su di loro e con loro, auspico che tutti trovino accompagnatori che siano cristiani fedeli impegnati nella Chiesa e nel mondo, in continua ricerca della santità, che si facciano loro confidenti che non giudicano; che ascoltino i veri bisogni dei giovani e siano capaci di dar loro risposte adeguate per farli sentire amati e capaci quindi di prendere consapevolezza di sé. Per questo ogni educatore sia consapevole dei propri limiti e si presenti loro non come uno che sta su un piedistallo dal quale, se caso mai dovesse crollare, produrrà effetti devastanti sui giovani stessi, ma si presenti loro come un uomo che non vuole seguaci passivi ma si pone al loro fianco in un cammino teso ad educare tutti a far uscire allo scoperto il bene che ciascuno porta in sé, quel bene che Dio ha messo nel cuore di ciascuno e che si chiama Cristo Gesù! Che dobbiamo annunciare non tanto e non solo con le prediche ma soprattutto con la vita donata per Cristo e quindi anche per i fratelli.

E infine ai giovani, sia ai presenti che agli assenti, sia ai credenti che a quanti sono nel dubbio o nell’indifferenza vorrei dire stasera che la Chiesa vuole loro bene, che desideriamo il loro bene, la realizzazione dei loro sogni, di quella speranza che non devono farsi rubare dal mondo adulto!

Che questa festa di Sant’Agapito segni l’inizio di un rapporto nuovo tra giovani e adulti, giovani e istituzioni, giovani e Chiesa. Un rapporto fatto di ospitalità e di proposta di quella fede alla quale Agapito aderì probabilmente perché fuori da ogni schema religioso precostituito, da ogni schema che chiede ciò che non è essenziale: lasciarsi amare da un Dio che si perde nella morte per noi per risorgere affinché lasciandoci amare anche noi diveniamo capaci di amore, di donare la vita per amore Suo e dei fratelli e così costruire una nuova civiltà: la civiltà dell’amore! Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palest

martedì 17 agosto 2021

 



"Vuoi essere perfetto?" Una domanda che non si può eludere, altrimenti non si diventa "discepoli" di Cristo. Lui invita il giovane a convertirsi, ad andare per la strada opposta: mentre il mondo ti invita a comprare tutto, Gesù ci invita a vendere tutto! Ci apre il Cielo sulla terra, mentre il mondo ci spalanca l'inferno sulla stessa terra. Non si tratta di un "consiglio" evangelico per preti e suore. E' l'unica condizione per seguire Gesù. Perché Lui è Dio, e la perfezione è essere suo discepolo. Non c'è altra felicità che un rapporto intimo ed esistenziale con Lui. Non ci sono comandamenti da "fare" e "osservare"; c'è solo da accogliere Cristo nella propria vita, e mettersi a seguire le sue orme. Obbedire a Lui è l'unica via per la vita. Lo aveva compreso San Francesco, che ha colto il momento in cui il Signore gli offriva una vita davvero straordinaria, ha "venduto tutto e dato ai poveri", ed è rimasto nudo dinanzi al suo padre nella carne, perché aveva conosciuto il Padre celeste. Era libero, perché figlio di Dio, cioè cristiano. Aveva scoperto che la vita che voleva era quella di ogni giorno, con le sue difficoltà, le pene, le disillusioni, le purificazioni di sogni e desideri - e Dio sa quanto duro è stato per Francesco... anche con le regole da rispettare, che lui non avrebbe voluto... Ma proprio per questo era la vita unica e irripetibile, da gustare in ogni secondo, perché ogni "attimo" è dato da Dio per farne risuonare in cielo la fragranza dell'amore. Ogni attimo è un'occasione da non farsi sfuggire per amare, donarsi, senza riserve. Allora l'eco di quel momento si inerpica in Cielo, e vi si aggancia per l'eternità. Cioè quella parola, quel gesto, quella partita di calcio, quell'ora di studio, quel fare l'amore con la tua sposa, quel giorno in ufficio, quelle ore date a tuo figlio per ascoltarne le difficoltà, per litigarci chissà, tutto l'amore che colma gli attimi che si susseguono nella vita diventano immortali, scritti in oro nel Cielo. Saranno per sempre parte della vita eterna per la quale siamo nati. Per questo siamo chiamati a vendere tutto, a rimanere senza nulla a coprirti le spalle per "farti un tesoro nel Cielo"; senza questa esperienza, che cioè Cristo è risorto e ha vinto la morte, e per questo la vita eterna dipende da Lui e non dai beni è inutile, non si diventa cristiani, e si resterà con la tristezza del "se" senza risposta, nel dubbio che si vada a finire come "concime per i fiori". Senza Cielo, solo sogni da inseguire, e la realtà a spezzarli. Coraggio, Cristo è anche oggi di fronte a te e a me, è vivo e ci aspetta per sperimentare, nella totale debolezza, nella nuda realtà, la sua risurrezione. Non c'è nulla di incolore, di sciapo, di routinario, di noioso. Nulla, perché in tutto possiamo seminare l'amore, cioè noi stessi con Cristo. I sogni te li portano via, basta poco. La realtà, invece, non può portartela via che il demonio, inducendoti proprio ad evaderla con i sogni. Invece siamo chiamati ad essere totalmente attaccati alla realtà, a quella di questo momento, di questa persona, di questo fatto. E' qui, e aspetta solo d'essere accolto e amato; aspetta solo la nostra carne risorta con Cristo, che già non muore più nel fallimento, nella solitudine, nella frustrazione




 


CHIAMATI ALLA GERUSALEMME CELESTE
La "salvezza" è l' "impossibile all'uomo" che Dio rende "possibile". Con le parole di oggi, Gesù priva di forza qualsiasi moralismo e pelagianesimo (eresia di chi crede di salvarsi con le proprie forze e i propri meriti), rivelando al contempo la friabilità di ogni morale laica. L'orizzonte che attende ogni uomo è il Regno dei Cieli, non un regno che trasformi ideologicamente la terra in Cielo; la salvezza è entrarvi perché chiamati, e non può essere il frutto degli sforzi umani. Si tratta di pura gratuità; all'uomo carnale piegato orgogliosamente su se stesso, la Grazia purtroppo riesce terribilmente indigesta. Come al "giovane" che se ne va "triste" perché "aveva molti beni"; cioè voleva "fare" qualcosa di "buono" possedendo la sua vita, quella degli altri e il mondo intero. Povero illuso... Voleva "fare" un atto eroico con cui guadagnarsi una medaglia, e invece nel regno di Dio, nella Vita eterna, per primi entrano gli ultimi, e non i primi, cioè gli eroi secondo il mondo... Nel corteo trionfale che entrerà in Cielo dopo la battaglia combattuta sulla terra, i primi saranno i più deboli, i piccoli, feriti, quelli che nel mondo sono considerati gli "ultimi", stolti e insensati a perdere tutto per Cristo. Saranno "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani". E grideranno "a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello »". Eccoli quelli che entrano nella Vita! E che cosa hanno "fatto"? "sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta. perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi" (Cfr Ap 17). A un ricco non interessa lavare le proprie vesti; si illude di averne così tante da poterle cambiare ogni giorno, e magari buttare quelle sporche. Ha tutto, e crede di sfuggire così la "grande tribolazione". Per questo, "difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli". Pietro e gli apostoli restano "costernati": stanno con Gesù da tempo, hanno intuito che è Lui la "benedizione" promessa a chi è fedele all'Alleanza e obbediente alla Torah; ha moltiplicato il nulla, certo che è Lui la vera ricchezza, la fecondità, il raccolto, la gioia; è Lui la vita che non muore, sempre sovrabbondante. Ma sanno che proprio la ricchezza dell'uomo è segno della benevolenza di Dio... e sanno che la ricchezza potrebbe consistere anche in poche cose, difese con le unghie... Nella domanda di Pietro è riassunta quella di tutti quelli che, avvicinandosi a Cristo, restano sbalorditi dalle sue parole; in fondo è come se dicesse: ehi, qui non si salva nessuno... Ma Gesù, invece, sta annunciando la verità che può dischiudere all'umiltà e alla libertà di un mendicante, cioè un autentico catecumeno, uno che sta imparando a seguirlo per diventare suo discepolo. E dice a tutti che è inutile illudersi: anche oggi, per ciascuno di noi sarà "difficile", anzi "impossibile", "entrare nel regno dei cieli". Per questo occorre, infatti, "vendere" ciò che si "possiede", donare il ricavato ai poveri e "farsi" così un "tesoro nei cieli". Senza il certificato che garantisca di averlo, come un segno che la nostra Patria ormai è lì nel Cielo, ci sarà "impossibile" varcare la soglia del Regno dei Cieli. Resteremmo degli stranieri... Ma è proprio questo l'impossibile, vero? Chi, a parte Sant'Antonio del deserto, San Benedetto, San Francesco e altri santi, ha dato "tutti" i suoi beni ai poveri? Dai, che qui siamo tantissimi che stiamo seguendo Gesù senza averlo fatto... Infatti, molto sale ha perduto il sapore, molti cristiani divorziano, sono incapaci di perdonare, e vivono seguendo il mondo... Sì, sarebbe più facile l'inimmaginabile di un "cammello che passi per la cruna di un ago" che tu ed io diamo via tutti i beni e ci "salviamo" dalla corruzione. Gesù non sceglie a caso le parole: la porta attraverso cui si accede al Regno è "stretta" come la "cruna di un ago", angusta come la Croce. E' più facile che un cammello passi attraverso un foro così piccolo che per vederlo, a volte non bastano neanche gli occhiali, che tu ed io distendiamo oggi le nostre braccia sulla Croce. Troppo possediamo per poterci donare.