Ai vescovi asiatici riuniti nel Santuario di Haemi, Papa Francesco rivolge l'invito a "riappropriarci della nostra identità di cristiani". E mette in guardia da relativismo, cultura dell'effimero e arroccamento
Citta' del Vaticano, Federico Cenci |
Un luogo piccolo ma dal grande significato. È quello in cui oggi, nel suo quarto giorno di visita in Corea, si è riunito papa Francesco con 68 vescovi provenienti da 35 Paesi dell’Asia. Si tratta del Santuario di Haemi, immerso nel verde e in una silenziosa pace, ma che ha conosciuto, nel 1868, il martirio di 132 cattolici, molti sepolti vivi e la maggior parte dei quali rimasti senza nome.“La loro testimonianza di carità - ha esordito nel suo discorso ai vescovi papa Francesco - ha portato grazie e benedizioni alla Chiesa di Corea ed anche al di là dei suoi confini: le loro preghiere ci aiutino ad essere pastori fedeli delle anime affidate alla nostra cura”. E fuori dai confini della Corea c’è un Continente sterminato, “nel quale - ha ricordato il Papa - abita una grande varietà di culture”. In un simile contesto, “la Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti”.
Apertura che deve coinvolgere “la mente e il cuore” per instaurare una “sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo”, ma che non può prescindere dal mantenere salda la propria identità come Chiesa. “Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo - il monito del Papa -, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi”.
È tuttavia un esercizio impervio, quello di “appropriarci della nostra identità e di esprimerla”. Il Vescovo di Roma segnala tre tentazioni dello “spirito del mondo” che ostacolano i nostri tentativi. Anzitutto, richiamandosi a un tema chiaro al suo predecessore Benedetto XVI, fa riferimento al relativismo, “abbaglio ingannevole”, che “oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione”.
Il Papa si sofferma su questa tentazione che “nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che ‘al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli’ (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8)”. Un relativismo inteso non solo come “sistema di pensiero”, ma anche come realtà quotidiana che, “in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità”.
Strettamente legata al relativismo è la superficialità. Che il Papa indica in quella “tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le