Pagine

venerdì 15 giugno 2018


Il mio cuore ripete senza fine che voglio Te, Te solo! 
Tutti i desideri che ogni giorno e notte 
mi distraggono sono falsi e vani, 
fin nel profondo dell'anima. 
Come la notte cela nelle tenebre la brama che ha della luce, 
così nel profondo dell'essere mio, un grido risuona:  
Te, Te solo!   



R. Tagor

PURIFICARE LO SGUARDO SPORCATO DALLA MENZOGNA NEGLI OCCHI DI FEDE DELLA CHIESA  

Lo sguardo sorge dal cuore, perché l''uomo non è una zuppa nella quale gli ingredienti sono gettati alla rinfusa, ma è stato creato nell'armonia: "il corpo non sta accanto allo spirito come qualcosa di esteriore, ma è l'autoespressione dello spirito, la sua «immagine». Ciò che costituisce la vita biologica, nell'uomo è costitutivo anche della persona. La persona si realizza nel corpo, e pertanto il corpo ne è l’espressione; in esso si può vedere la realtà invisibile dello spirito. Dal momento che il corpo è l'aspetto visibile della persona, e la persona è immagine di Dio, il corpo è al tempo stesso, in tutto il suo contesto relazionale, lo spazio nel quale il divino si raffigura, diventa esprimibile e visibile" (J. Ratzinger). Così è l'uomo "al principio", nella volontà creatrice di Dio. Ma sappiamo come satana si sia ribellato ad essa, inducendo nello stessa superbia Adamo ed Eva. Sulla soglia del peccato originale troviamo proprio la "concupiscenza", che nel vangelo leggiamo tradotta semplicemente con "desiderio". Il termine deriva dal greco "epithymia", che letteralmente significa "desiderio, brama, bramosia", e contiene, nell'etimologia, anche una connotazione di violenza, ira, scoppio della passione: "La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo san Paolo la identifica con l'opposizione della «carne» allo «spirito». È conseguenza della disobbedienza del primo peccato. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l'uomo a commettere il peccato" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2515). Lucifero ne è l'araldo malvagio, l'ambasciatore nefasto; nell'episodio narrato da Isaia (14,13-14) leggiamo di lui: "Tu dicevi in cuor tuo: io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio". Il pensiero e il dialogo con se stesso, la solitudine del cuore, lo hanno condotto ad auto-convincersi di essere come e meglio di Dio, al punto di poter usurparne il trono. Tutti noi facciamo esperienza della stessa concupiscenza. Come diceva Papa Francesco, "non c’è bisogno di andare dallo psicologo per sapere che quando uno sminuisce l’altro è perché non può crescere, ha bisogno che l’altro vada più in basso per sentirsi qualcuno". E chi, pieno di superbia, ha sminuito l'altro, lo guarderà immancabilmente con concupiscenzaLa superbia, infatti, è un cancro che aggredisce le cellule buone e sane del cuore, lo svuota e ci lascia affamati. Come Lucifero, chi sperimenta nel suo cuore l'inganno suadente che insuperbisce, si ritroverà precipitato a terra, con i rantoli della fame per saziare la quale, con ira, bramosia e passione, vorrà appropriarsi dell'altro, sino a desiderare di possederlo sessualmente. La lussuria, infatti, è sempre il segno visibile della superbia nascosta. Quando Gesù dice "chi guarda una donna con concupiscenza (per desiderarla) ha già commesso adulterio nel suo cuore", sta togliendo il velo d'ipocrisia che ci riveste tutti. L'adulterio è "già" consumato in un cuore malato, che, prima di ogni donna o uomo, ha "guardato" Dio con "bramosia", invidia e gelosia, desiderandone il posto e il prestigio. Gesù non sta parlando di ormoni, ma del cuore ferito dal peccato, dove ormai alberga la superbia nei confronti di Dio. Il demonio ha ingannato Eva inducendola a credere che il comando di Dio fosse una limitazione della sua libertà, una frustrazione della sua personalità, un impedimento alla sua realizzazione. E se Dio comanda cose cattive e ingiuste significa che Lui stesso non è buono come si dice... Dal momento che si accetta questa menzogna cambia lo sguardo su Dio e, di conseguenza, gli occhi cominciano a "guardare" le persone e le cose in modo diverso, con il cuore avvelenato; così Eva vede che “il frutto è bello, è buono da mangiare, è desiderabile”, che è proprio il modo di "guardare con desiderio" una donna di cui parla Gesù: "E’ cambiato il cuore e quindi cambiano anche gli occhi. Nel momento in cui io dico che Dio è cattivo e mi chiede cose che non sono per il mio bene, allora le cose proibite diventano belle e desiderabili, io non le so più riconoscere per quello che davvero sono. Io non so più capire che quello mi fa male... "E perché mai non dovrei farlo? Che male c’è?" (B. Costacurta). Nei primi due capitoli la Genesi "rivela il senso profondo dell'uomo che è questo incredibile e difficilissimo mistero, molto difficile da vivere: tenere insieme due realtà che sono invece contraddittorie. Il compito dell'uomo è vivere questo mistero senza mai illudersi di essere uguale a Dio, ma chiamato ad esserne immagine; senza mai ingannarsi di essere come gli animali e solo terra, ma sapendo invece di avere un destino eterno che è quello di vedere Dio e diventare come Lui." (B. Costacurta). Infatti, "nell'uomo, essendo un essere compostospirito e corpo, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo « spirito » e la « carne ». Ma essa di fatto appartiene all'eredità del peccato, ne è una conseguenza e, al tempo stesso, una conferma. Fa parte dell'esperienza quotidiana del combattimento spirituale... " (Catechismo della Chiesa Cattolica, n 2516). 





Per questo, nel Discorso della montagna che annuncia la comunità dei risorti con Cristo e "fotografa" il Regno dei figli nel Figlio, non vi è spazio per il sentimentalismo e il buonismo d'accatto. Nella Chiesa, i fratelli di Gesù, rinati nelle acque del battesimo, vivono ogni giorno un combattimento spirituale contro le insidie della superbia e del demonio che vorrebbe chiudere gli occhi sulla Verità e su Dio per dischiuderli sulla menzogna. Per questo, quando c'è da tagliare si "taglia", per amore. Quando in uno Stato o un'impresa o una famiglia si spende senza discernimento, occorre intervenire drasticamente, per non morire di fame e non frustrare lo sviluppo. Ebbene, lo sguardo posato dal desiderio concupiscente su una donna è una spesa irragionevole che procura inevitabilmente un debito inestinguibile. La concupiscenza, infatti, è come una carta di credito senza garanzie di copertura, una pura menzogna. Muove gli ormoni, arriccia la pelle, getta lo scompiglio nella carne sino ad annebbiare testa e cuore. Ma, anche se sembra coinvolgere completamente l'uomo quasi innalzandolo oltre il grigio che scolora le giornate, in effetti è solo vanità, come tutti i suoi effetti, effervescenti quanto si vuole, elevati a diritto da questa stolta società, ma non per questo meno evanescenti del fumo di cui sono costituiti. La concupiscenza è la corruzione che si appropria dei territori incorrotti dell'uomo, fiaccandoli e polverizzandoli poco a poco: "Si può portare il fuoco sul petto senza bruciarsi le vesti, o camminare sulla brace senza scottarsi i piedi? (Pr. 6,27-28). Quanti sguardi macchiati, sbirciate di peccato dai finestrini dell’auto, dalla scrivania dell’ufficio, gli occhi calamitati dalla carne svenduta dai monitor del PC... E, con il cuore ormai ubriaco, inciampiamo sugli imprevisti, ira e nervosismo esplodono dinanzi alle contrarietà. Uno sguardo impuro, lussurioso su una donna, o pieno di giudizio su un figlio, o di rancore su un collega, macchia una giornata. Tutto diviene pesante, cerchiamo la pazienza e non la troviamo. E ne fanno le spese mogli, mariti, figli, colleghi, amici. E poi ripudi, adulteri consumati o solo pensati, ovvero infedeltà all’amore, che è ripudio della croce. Piccoli atti di ripudio di chi ci è accanto, del suo carattere, del suo pensare, del suo agire. E' necessaria allora la purificazione dello sguardo che si compie nel cammino di conversione che schiude a poco a poco gli occhi sulla verità e la bellezza, messo in rilievo dall'utilizzo che, nei racconti della risurrezione, l'evangelista Giovanni fa del verbo vedere: "prima il verbo greco "bleso", che vuol dire scorgerenotare qualcosa. Poi "theorein" che troviamo per la Maddalena e vuol dire guardare attentamente, osservare. Poi il verbo "horan", al perfetto greco che esprime la forma perfetta del verbo vedere e che io tradurrei qui «ora vedo perfettamente, contemplo il senso profondo di ciò che vedo». Dunque dall'accorgersi di qualcosa alla contemplazione del Mistero di Dio nella realtà visibile, questa è la dinamica della prima fede cristiana, secondo i Vangeli" (Ignace de La Potterie). Così è di tutti noi quando "guardiamo" la persona che ci è di fronte: in essa vi è Cristo, ma dobbiamo riconoscerlo per contemplarlo profondamente e accoglierlo nell'amore e nella fede. Se ci fermiamo ad un primo sguardo con cui "guardiamo" per scorgere qualcosa, la passione ha buon gioco e si impossessa degli occhi, della mente e della carne, facendo dell'altro l'oggetto del nostro desiderio. Invece siamo chiamati a convertire il nostro sguardo in contemplazione, perché cristo ci guarda sempre così: nei suoi occhi possiamo anche noi "guardare" ogni persona, immagine della bellezza che ci è data per contemplare e conoscere Cristo attraverso di essa, come il Paradiso dove vivere la comunione con il Padre. Chi la guarda con concupiscenza "ha già commesso adulterio nel suo cuore", cioè tradendo la sua dignità e l'amore per donarle il quale essa ci è di fronte. Non si può desiderare con concupiscenza e nello stesso tempo offrirsi con amore nella gratuità, pena la schizofrenia. L'adulterio, infatti, è il peccato che nasce dalla schizofrenia spirituale, che scioglie dall'unità "occhi e mani" facendone strumenti irresponsabili e schiavi della passione, a servizio dell'iniquità. Per questo occorre purificare potando, tagliando i rami secchi e "gettandoli via da noi", come ogni idolo e persona incontrata dagli Israeliti nelle Città che dovevano conquistare. Non si possono fare compromessi, ci attende la Terra Promessa, il ritorno al Paradiso, e siamo chiamati a mostrarne il cammino a questa generazione. L'unica medicina sono allora i chiodi inzuppati d’amore del Signore crocifisso, le sue piaghe gloriose: abbiamo bisogno che ogni giorno ci venga a prendere Cristo, nuovo Adamo, negli inferi della nostra concupiscenza, per liberarci e donarci la sua natura, per vivere, nelle tentazioni, con il suo potere sulla menzogna. Camminiamo allora nella Chiesa, dove purificare il nostro sguardo per imparare a guardare con lo gli occhi puri della Vergine Maria dinanzi all'Angelo che le annunziava la grande Notizia. Imparare cioè lo sguardo immacolato della fede che solo nella comunità cristiana ci viene donato. In essa infatti la Parola e i sacramenti operano "taglio", la circoncisione del cuore e della mente, dello sguardo e della carne che si opera nell'iniziazione cristiana, la formazione permanente alla fede che ci prepara a vivere da cristiani adulti, che sanno "guardare" alla propria croce, quella di oggi, come al "taglio" che dà vita.  

martedì 5 giugno 2018



IL GREMBO STERILE DELLA CHIESA.


Riflessioni circa l’assenza di vocazioni nel mondo secolarizzato di oggi.

“Perciò il sacerdozio esterno e visibile di Gesù Cristo si trasmette nella Chiesa non in modo universale, generico e indeterminato, ma è conferito a individui eletti, con la generazione spirituale dell’Ordine, uno dei sette Sacramenti, il quale non solo conferisce una grazia particolare, propria di questo stato e di questo ufficio, ma anche un carattere indelebile, che configura i sacri ministri a Gesù Cristo sacerdote, dimostrandoli adatti a compiere quei legittimi atti di religione con i quali gli uomini sono santificati e Dio è glorificato, secondo le esigenze dell’economia soprannaturale.
Difatti, come il lavacro del Battesimo distingue i cristiani e li separa dagli altri che non sono stati lavati nell’onda purificatrice e non sono membra di Cristo, così il Sacramento dell’Ordine distingue i sacerdoti da tutti gli altri cristiani non consacrati, perché essi soltanto, per vocazione soprannaturale, sono stati introdotti all’augusto ministero che li destina ai sacri altari e li costituisce divini strumenti per mezzo dei quali si partecipa alla vita soprannaturale col Mistico Corpo di Gesù Cristo. Inoltre, come abbiamo già detto, essi soltanto sono segnati col carattere indelebile che li configura al sacerdozio di Cristo, e le loro mani soltanto sono consacrate «perché sia benedetto tutto ciò che benedicono, e tutto ciò che consacrano sia consacrato e santificato in nome del Signor Nostro Gesù Cristo»” Pio XII, Lettera Enciclica Mediator Dei.
Da più parti si sente parlare di crisi vocazionale, seminari diocesani che chiudono per l’assenza di giovani da accompagnare al sacerdozio e nelle diocesi si ricorre al piano “B” per poter mantenere in piedi ed aperte le parrocchie. Si creano unità pastorali ove un sacerdote cerca di celebrare Messa e amministrare i sacramenti gestendo due o più chiese parrocchiali. Ma nonostante tutte queste misure “salva chiesa” le vocazioni diminuiscono inesorabilmente!
Mentre il numero dei giovani che manifesta la vocazione scende sempre più non solo in Italia, ma anche nel resto dell’Europa, si registra un aumento di vocazioni presso gli Ordini e gli Istituti che hanno abbracciato una spiritualità legata a quanto la Chiesa ha vissuto e insegnato fino al 1965. Gli Istituti che hanno abbracciato il Messale di San Pio V e la spiritualità che da esso ne consegue sono ancora fiorenti di vocazioni, così come in Europa sono numerose e affollate le Messe secondo il rito Tridentino. Ma in Italia una buona parte di Episcopato, lungimirante, è sordo e cieco davanti a questi scenari e muove guerra alle persone e sacerdoti (alle volte messi sotto scacco da minacce più o meno velate) che vogliono abbracciare questa Messa e la sua spiritualità.
Forse dovremmo chiederci come mai il grembo della Sposa di Cristo, la Chiesa, sia divenuto sterile, quando nella Sacra Pagina la sterilità è spesso associata alla presenza del peccato che rende non graditi a Dio o è segno che Dio sta per compiere qualcosa di grande dando un segno della sua presenza (vedasi Elisabetta, madre del Battista). In ogni caso, proprio sterile il grembo della Chiesa non si può dire, infatti, se nelle Diocesi italiane e del resto del mondo decrescono le vocazioni, come dicevamo, crescono negli Istituti legati al Summorum Pontificum. Sarà un segno che Dio chiama a volgere lo sguardo altrove? Sarà segno che con l’attuale modello ecclesiale mentre abbiamo guadagnato cose positive, ne abbiamo perso di essenziali? Abbiamo perso lo sguardo e il cuore rivolti al Signore per presentare solamente il nostro omaggio all’uomo?
Forse, leggendo il passo della Mediator Dei di Pio XII, ultima enciclica in campo liturgico che intendeva porre un argine alla scuola Caseliana e alle novazioni che avrebbero portato alla riforma della Messa (proprio quella che celebriamo oggi), alla distruzione che avrebbe portato lo stravolgere senza nessun senso la Tradizione dottrinale e liturgica della Chiesa nel nostro oggi, comprendiamo che dovremmo iniziare a porci delle domande serie sul sacerdozio, vocazioni, spiritualità sacerdotale e sul senso di essere Chiesa Sposa di Cristo.
Tornare a domandarci qual è la spiritualità del sacerdote e come la sua vita possa essere improntata sulla preghiera e sulla salvezza delle anime: abbiamo visto fallire tanti piani pastorali diocesani, segno che queste novazioni servono a ben poco, sono solamente la costruzione di una sovrastruttura a quella che è la vera missione della Chiesa, cioè la SALVEZZA DELLE ANIME mediante i sacramenti e la vita di fede.
Se oggi desideriamo che il grembo della Chiesa torni ad essere fertile dovremmo realmente invertire la marcia e pensare che per far nascere vocazioni è necessaria non solo la vita santa all’interno del sacerdozio, ma avere anche ben chiara quella che è la spiritualità del sacerdote legata alla celebrazione della Messa, alla preghiera e alla predicazione della Parola di Dio. Abbiamo urgenza di tornare ad un culto che parli di Dio all’uomo, dando a questi la capacità di sapersi elevare spiritualmente verso l’alto. Abbiamo necessità di comprendere l’importanza del sacerdozio stesso come scritto nella Mediator Dei e di come attraverso il sacerdote e il carattere che questo sacramento imprime nel cuore del sacerdote, che Dio ancora agisce nel mondo per mezzo di uomini fragili ma allo stesso tempo elevati ad una grazia che nessun laico si può conferire: abbiamo bisogno di preti santi!
L’immagine che ben può racchiudere in modo allegorico quanto sta accadendo nei nostri tempi è proprio quella che, tristemente, ci consegnò la tragedia del terremoto del 2016 in Umbria ove, a Norcia, a crollare maggiormente furono le chiese. Chi non ricorda Norcia con il crollo della basilica di San Benedetto e, forse pochi lo ricordano anche della Cattedrale nursina S. Maria Argentea. Orbene, nella Basilica di San Benedetto i monaci che vi abitavano e servivano liturgicamente la chiesa erano proprio i benedettini legati alla forma antica del rito Romano, la loro vita era imperniata sulla spiritualità e la preghiera di sempre della Chiesa. Osteggiati in modo velato dal Vescovo Boccardo (allievo di S.E.R. P. Marini e di Mons. A. Bugnini) per la loro scomoda presenza liturgica, i monaci hanno visto  della basilica mantenere la facciata nonostante i terremoti, mentre sorte ben diversa l’ha ottenuta la Cattedrale che ha perso la metà della sua facciata nei crolli.
Oggi siamo come queste due chiese: di una si mantiene ancora la facciata (S. Benedetto) mediante il ricorso alla spiritualità antica e teocentrica che ci ha consegnato la Madre Chiesa nei millenni; dell’altra (la Concattedrale), nel tempo e con il voler risultare più gradita al mondo, si è persa persino la facciata: snaturata dal correre dietro a protestanti e alle mode mondane, si è persa l’identità di cristiani e di Chiesa. Ecco perchè la Chiesa non attrae più giovani alla vocazione sacerdotale. Si potrà affermare che il retro facciata è sempre distrutto, bene, ma la ricostruzione spetta a ciascun membro della Chiesa. Ognuno di noi è chiamato a ricostruire proprio partendo dall’identità cristiana che ha configurato la Chiesa e i Discepoli del Cristo nei tempi storici che si sono susseguiti, a diventare i costruttori della propria santità di vita.
Nel 2018 dovremmo trovare il coraggio di guardarci indietro, guardare alla storia plurimillenaria della Chiesa e farci la domanda intorno a chi siamo e che sacerdozio vogliamo. Solo se avremo chiari questi punti potremo ricostruire ciò che i nostri padri, presi dai moti sessantottini e dalla voglia matta di cercare di dialogare con tutti, hanno smarrito nel tempo svendendo al miglior offerente l’identità della Chiesa e del suo Culto presumendo di guadagnare un “amico” quando poi questi non ha voluto rinunciare a nulla del suo e tornare in seno alla vera ed unica Chiesa di Cristo. Ciò che attrae è perchè rimanda a Dio, perchè è bello, vero e buono e non è svenduto per due soldi al miglior offerente che, ottenuto quello che desidera, non guarda più nemmeno l’oggetto che ha preso alla svendita.
Torniamo alla bellezza della nostra identità Cristiana, Apostolica Romana, Sacerdotale, e troviamo il coraggio di osare nel guardare alla nostra storia che non nasce nel 1965 ma nasce con Cristo e gli Apostoli!


Siamo tutti in pericolo di vivere 
come se Dio non esistesse,
ma Dio ha mille modi, 
per ognuno ha il suo di farsi presente nella nostra anima,
di mostrare che ci conosce e ci ama
e vuol farci attenti a quei segni coi quali Dio ci tocca.
Benedetto XVI


IL SANGUE DI CRISTO PURIFICA IN NOI L'IMMAGINE DEL PADRE PERCHE' RISPLENDA NELL'AMORE
Ahi le tasse... Chi di noi non si scontra con il problema delle tasse? Certo, molte di esse sono davvero ingiuste, ne parla con chiarezza la Dottrina sociale della Chiesa. Ma nella domanda che sorge dalla bocca di alcuni "farisei ed erodiani" si sente il sapore rancido dell'ipocrisia, mentre la trappola posta a Gesù è la stessa che il mondo e il demonio ci mette sempre davanti... Le tasse, infatti, sono un'infallibile liquido di contrasto iniettato nel nostro intimo. Non c'entra nulla l'onestà. C'entra la reazione che abbiamo di fronte all'obbligo di pagare una qualsiasi tassa, una multa o la quota condominiale. In fondo le sentiamo tutte come un'ingiustizia, e sale l'ira e la mormorazione, e perdiamo la pace. E sapete perché? Perché il mondo pone "ipocritamente" l'economia al centro dello sviluppo di una società, di una nazione e dell'individuo, facendo del sistema di tassazione la madre di tutte le felicità o infelicità, e nella questione del loro pagamento l'indice con cui giudicare moralmente le persone. Attenzione fratelli, perché nella valanga di notizie economiche che aprono i telegiornali e nell'indignazione feroce verso gli evasori fiscali, si nasconde la stessa "ipocrisia" che c'è in noi. Ehi, ehi, che dici? Ti metti a far politica? Vuoi dire che non pagare le tasse non è un peccato grave? No, sto solo dicendo che quando si parla e discute di "tasse", nove volte su dieci c'è "l'ipocrisia" che denuncia Gesù. "Ipocrita", infatti, è colui che vive una doppiezza di fondo, e fa di tutto per apparire per quello che non è. La domanda di quei "farisei" ed "erodiani" è "ipocrita" perché falsifica la realtà del loro cuore. Innanzitutto perché è posta "per coglierlo in fallo nel discorso". E poi perché, parafrasando la risposta di Gesù, scopriamo che essi "avevano dato a Cesare quello che è di Dio e a Dio quello che è di Cesare". E' questo quello che scopre e rivela Gesù. Proprio usando come trappola la questione delle tasse che bruciava sul vivo ogni ebreo che si sentiva vessato ingiustamente dai romani, rivelano che il loro cuore era avvelenato. Esattamente come accade a noi quando, sollecitati dalle notizie economiche, o quando discutiamo delle spese in famiglia e alla riunione condominiale, ci sentiamo oltremodo coinvolti. Mettila come vuoi, ma il denaro è al centro di tutto anche in noi. Il rapporto che abbiamo con esso, infatti, è l'immagine più fedele di quello che abbiamo con Dio nostro Padre. Se il primo è malato, cioè idolatrico, è perché ne abbiamo uno pessimo con Lui. Il denaro ci rappresenta il potere, la solidità, la forza, il prestigio, l'autorità. Esso significa autonomia, certezze, libertà, affetto e, spesso, amore. Non illudiamoci, il denaro è ben ancorato nei nostri cuori, e "l'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali". Per questo esso rivela la nostra ipocrisia: ci professiamo cristiani e figli di Dio, mentre parliamo e ci comportiamo da orfani, trasmettendo ai nostri figli e ai lontani dalla Chiesa una fede avariata che si è inchinata a mammona, tipica di chi adora il vitello d'oro. Portiamo in noi inscritta l'immagine celeste del Padre e viviamo come se Egli non esistesse e non provvedesse alla nostra vita. Questa è la grande "ipocrisia" madre di tutte le altre più o meno meschine con cui cerchiamo di tappezzare la nostra esistenza. Madre soprattutto di quella con cui ci avviciniamo a Cristo per "tentarlo", fingendo cioè di pregare perché ci spieghi cosa fare di fronte alle ingiustizie, mentre, nel cuore attaccato al denaro, abbiamo già deciso cosa sia "lecito" fare.



Ma anche oggi Gesù ci annuncia una buona notizia. Proprio perché è "veritiero, non si cura di nessuno" e "non guarda in faccia" alla nostra ipocrisia, ci "insegna la via di Dio secondo verità". E la prima verità è che il “tentatore”, il demonio ha usurpato il posto di nostro Padre. Per questo Gesù, “conoscendo la nostra ipocrisia”, ci chiede oggi di "mostrargli" la "moneta" che prendiamo a pretesto per "tentarlo" e "coglierlo in fallo"; ci dice cioè di "fargli vedere" la nostra vita di oggi e ci chiede: "di chi è l'immagine che vi è impressa, e l'iscrizione?", che è come dire: "a chi appartieni, a chi obbedisci, quali criteri stai servendo?". Fratelli, accettiamolo, seguiamo Cesare perché ci siamo "consegnati" al mondo, alla carne e al demonio. Esattamente come è avvenuto durante il processo a Gesù, quando è stato "consegnato" a Pilato che, nel nome di Cesare, ha approvato la condanna a morte decisa dal Sinedrio. Pensate a che contraddizione e schizofrenia ci ha spinto il demonio: ci siamo alleati con il mondo e il suo Cesare che ci tengono schiavi pur di condannare il "Giusto" che ci annunciava l'unica e autentica libertà; abbiamo scelto che ci fosse graziato il Barabba giustiziere e assassino che è in noi per giustiziare in Gesù l'unica forma "lecita" di usare del denaro, per rifiutare cioè la sola via per realizzare nella verità dell'amore la nostra vita. E Gesù, la moneta autentica che recava l'immagine perfetta del Padre, ha lasciato che l'infamia delle nostre accuse false contro Dio lo “consegnasse” a Cesare e alla Croce; ha lasciato cioè che, nel suo corpo, l'immagine di Dio scritta in ogni uomo perdesse ogni sembianza d'uomo e figlio di Dio, sino a diventare come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Ma proprio lì, nel momento in cui sperimentava l'abbandono del Padre, la cui immagine era completamente scomparsa, il suo sangue stava lavando definitivamente l'immagine falsa del mondo e di satana che in ciascuno di noi si era sovrapposta a quella originaria. Il suo sangue ha lavato il fango e il peccato e ha ridato lucentezza a quello che in noi sembrava perduto, ricreandoci come figli somiglianti all'immagine del Padre. Coraggio fratelli, lasciamo che anche oggi il sangue di Cristo giunga a noi attraverso la Chiesa e lavi l’ipocrisia e ci faccia vivere come figli di Dio.  Perdonati e risuscitati con Lui possiamo oggi dare a Dio quello che gli appartiene, ovvero tutta la nostra vita. Ogni istante, ogni pensiero, parola, gesto. I beni che ci affida per amare, i doni e i carismi con cui compiere la missione unica alla quale il Padre ci chiama. Anche le sofferenze, i fallimenti, le umiliazioni, le ingiustizie, le malattie, tutto quello che abbiamo ritenuto "illecito" e preso a pretesto per ribellarci contro Dio. Tutto purificato perché ogni istante della nostra esistenza divenga, nell'amore, un segno della bellezza nella quale ogni uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, "la bellezza che salverà il mondo". Altro che denaro, tasse, altro che chiacchiere e talk-shows inconcludenti, la vera e unica notizia è che non siamo più orfani ma figli di un Dio che ci dà la vita in abbondanza nella quale possiamo donarci a Lui e ai fratelli.

lunedì 4 giugno 2018


Dio, nell’incarnazione del Verbo, 
nell’incarnazione del suo Figlio, 
ha sperimentato il tempo dell’uomo, 
della sua crescita, del suo farsi nella storia. 
Quel Bambino è il segno della pazienza di Dio, 
che per primo è paziente, costante, 
fedele al suo amore verso di noi; 
Lui è il vero “agricoltore” della storia, che sa attendere. 

Benedetto XVI

COME UNA VIGNA PIANTATA, DIFESA, CURATA DA DIO E RINNOVATA IN CRISTO, LA VITA CI E' DATA IN EREDITA' PER ESSERE DONATA




Un altro lunedì apre una nuova settimana importantissima. Certo è dura, come ogni lunedì, e vorremmo che la domenica si estendesse ad ogni giorno della settimana, perché forse c'è, in fondo al cuore, il desiderio di essere già nel Cielo assaggiato nel riposo. Ma questo è il tempo di vivere sino in fondo, sulla terra, la missione che ci è affidata. Il demonio, infatti, non riposa, e continua a sedurre gli uomini come forse mai nella storia. Come Chesterton aveva visto profeticamente, i pagani sono tornati, "mettendo a posto ogni cosa con parole morte, mentre "l’Uomo è trasformato in uno sciocco che non sa chi è il suo signore". Si riconoscono "dalla rovina e dal buio che portano; da masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone, da un cieco e remissivo mondo idiota; dalla vittoria dell’ignavia e della superstizione, dalla presenza di peccatori che negano l’esistenza del peccato; da questa rovina silenziosa, dalla vita considerata una pozza di fango, dall’onta scesa su Dio e sull’uomo, dalla morte e dalla vita rese un nulla". Fratelli, "gli antichi barbari sono tornati" e hanno bisogno dei cristiani nei quali "la pietra" continui ad "essere scartata" perché "divenga testata d'angolo" della loro vita che sta crollando miseramente. Questa settimana le persone che sono accanto a noi, i "barbari" che si stanno prendendo le scuole dei nostri figli, i giornali, la televisione, il cinema, lo sport e, soprattutto, le menti e i cuori dei giovani, avranno bisogno di vedere quello che "ha fatto e sta facendo il Signore" nella nostra vita perché sia "mirabile" anche "ai loro occhi". Non siamo diversi da loro, anzi. Ed è proprio questa la buona notizia che il mondo sta spettando, l’unica credibile che, accolta, può salvare i barbari. Vanno bene le manifestazioni pubbliche e tutte le iniziative con cui tentiamo di arginare lo tsunami ideologico che si sta avventando. Ma sappiamo bene che “i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce”, e per salvare questa generazione non vi è altro modo che offrirgli la “luce” della testimonianza, come accadde al tempo dei primi “barbari”. Scriveva San Paolo: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meritevoli d'ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Ef 2). In queste parole è sintetizzata l'esperienza bimillenaria della Chiesa, e anche oggi è fondamentale che in essa sia offerta a tutti una seria iniziazione cristiana che li accompagni a scoprire e fondare la propria vita sulla "pietra angolare", della quale se ne può rintracciare la fisionomia anche nella parabola del Vangelo. Come Israele, un popolo diverso da ogni altro, scelto per "consegnare i frutti" di un amore che lo ha scelto, salvato, condotto e custodito, nonostante le innumerevoli infedeltà, anche noi siamo stati scelti e "piantati nella vigna", immagine della Chiesa. E anche noi, duri a convertirci come Israele, davanti all’albero che ci chiamava all’obbedienza, abbiamo creduto di poterci appropriare dell’eredità che invece Dio aveva preparato per noi come un dono. Siamo stati nella Chiesa come Israele nella vigna: il demonio ci ha ingannati presentandoci la falsa immagine di un Dio geloso e siamo così diventati ospiti, stranieri, e nemici in casa nostra. Abbiamo creduto che la famiglia nella quale siamo nati, e poi la scuola, il quartiere, e i fatti che abbiamo vissuto avessero dentro il veleno di un Dio ingiusto che non ci amava; e allora, per prenderci l’affetto e la giustizia che ritenevamo ci spettassero, ci siamo appropriati dei doni che Dio ci aveva fatto perché, accolti, potessero divenire il frutto colmo d'amore da consegnargli "a suo tempo". Così si spiega il parossismo della violenza che appare nel Vangelo, lo stesso che affligge tante relazioni, in famiglia, tra gli amici, in ogni ambito della società. Violenza che cresce sino ad uccidere Cristo, l'erede che viene a consegnare i frutti di una vita riscattata, riconciliata e per questo santa. 


Prima di entrare in questa settimana, possiamo chiederci senza ipocrisia che cosa abbiamo fatto dei tanti profeti, delle tante parole, dei segni inviati alla nostra vita, e scopriremo che, proprio come accade oggi nel mondo, li abbiamo “afferrati, bastonati, coperti di insulti e mandati a mani vuote”, e spesso li “abbiamo uccisi” nei nostri cuori per non sentire la verità che ci chiamava a conversione. E, come Israele, tante volte non abbiamo compreso e riconosciuto l'estremo atto d'amore del Padre; non abbiamo accolto il Figlio offertoci come ultima chance, purissima misericordia di un Padre che non si rassegna nel vedere i suoi figli dilapidare la primogenitura. E' vero, siamo stati infedeli, abbiamo ucciso il Figlio che Dio ha mandato a noi “afferrandolo e gettandolo morto fuori della vigna”, ovvero dalla nostra vita, perché chiusi ostinatamente nei nostri giudizi, nel rancore, nell’orgogliosa difesa della nostra giustizia. Lo abbiamo ucciso rifiutando il perdono, ma se siamo qui oggi ad ascoltare questa parola significa che abbiamo sperimentato la ricchezza della misericordia di Dio, più ostinato nell’amore della nostra ostinazione nella superbia! Lo abbiamo “visto come una meraviglia ai nostri occhi”: Dio ha risuscitato suo Figlio in noi e con noi! Per questo, “ora, in Cristo Gesù, non siamo più stranieri né ospiti” nella Chiesa, “ma siamo concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come “pietra angolare” lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2). Sì fratelli, nella Chiesa stiamo sperimentando ogni giorno che Dio sta “sterminando quei vignaioli” che sono immagine del nostro uomo vecchio e sta "consegnando" le grazie della “vigna” all’uomo nuovo che sta creando in noi a poco a poco in Cristo. Noi, che “eravamo pagani per nascita, senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo”, noi “che un tempo eravamo i lontani siamo diventati i vicini grazie al sangue di Cristo”. Lo annuncia la nostra vita salvata dall’idolatria, la nostra famiglia e i nostri figli nati in obbedienza alla volontà del Dio della vita. Lo dicono soprattutto le nostre cadute tra le braccia di Cristo, i nostri peccati affogati nelle acque della misericordia della Chiesa. Lo dice la nostra gioia piena che scaturisce dal sentirci amati così come siamo, perché Cristo risorto è “con noi ogni giorno” e stiamo sperimentando il suo “potere” su ogni demonio che attenta alla nostra vita, che ci perdona e ci rialza sempre. Coraggio allora, fratelli, entriamo in questa settimana per “ammaestrare” con l’annuncio e la testimonianza, “tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, immergendo cioè ogni “nuovo barbaro” che incontreremo, nell’amore che ha salvato noi. Solo così potremo “insegnare loro ad osservare” tutte le parole di vita che Gesù ci ha annunciato e sta compiendo in noi. 

domenica 3 giugno 2018




PER UNIRCI A CRISTO NEL SUO CORPO E NEL SUO SANGUE VI SONO UN LUOGO - LA CHIESA - UN CAMMINO PER GIUNGERVI - LA CONVERSIONE E IL BATTESIMO - E UN UOMO DA SEGUIRE - PASTORI; CATECHISTI E TESTIMONI
Ecco la domanda che tutti, di fronte alla nostra vita, abbiamo nel cuore. Forse i più neanche lo sanno, seppellita com’è da altre ben più superficiali domande. Magari anche noi, ascoltando mille volte questo Vangelo e i suoi paralleli, l’abbiamo sfiorata sbadatamente. Ma quella che in questa Domenica del Corpus Domini la Chiesa pone a Gesù per bocca dei “suoi discepoli” è di una profondità impressionante: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché “tu” possa mangiare la Pasqua?”.
La Chiesa dunque cerca sempre il luogo dove preparare la Pasqua “di” Gesù, perché senza di essa non può vivere, come affermavano i martiri di Bitinia. Nel 304 l’imperatore Diocleziano decretò che i cristiani non potevano tenere con sé la Bibbia, non potevano riunirsi la domenica per celebrare l’Eucaristia e nemmeno costruire dei luoghi per riunirsi. Ma la comunità di Abitene nell’attuale Tunisia, disobbedì e i suoi 49 fratelli furono scoperti in casa di Ottavio Felice mentre, di domenica, celebravano l’Eucaristia. Dopo essere stai arrestati comparirono davanti al Proconsole Anulino a Cartagine, e uno di loro di nome Emerito spiegò al Proconsole che non avevano obbedito all’Imperatore perché “Sine dominico non possumus”, ovvero che senza riunirsi la domenica in comunità per celebrare l’Eucarestia non potevano vivere da figli di Dio nelle prove che erano chiamati ad affrontare durante la settimana. Ebbene questi fratelli così realisti e umili furono martirizzati dopo aver subito torture atroci.
Comprendiamo allora la profondità della domanda dei discepoli: senza un “luogo” dove celebrare il sacrificio redentore di Cristo e passare con Lui dalla morte alla vita, senza un luogo dove sperimentare il suo perdono e ricevere gratuitamente la sua vita, la Chiesa non può compiere la sua missione. Per questo è disposta a versare il sangue pur di custodire il luogo dove rinascere e crescere nella speranza, nella fede e nella carità, nello zelo e nel coraggio per annunciare il Vangelo.
C’è dunque “una grande sala con i tappeti, già pronta” dove “preparare la Pasqua per noi”, dove Gesù come nuovo Mosè ha “eretto un altare ai piedi del monte con dodici stele per le dodici tribù di Israele”. Ecco perché non possiamo restarne senza! C’è la Croce, il suo altare, il letto d’amore dove ci unisce a Lui, ed è “già pronto” per noi.
C’è il “Didascalo”, il Maestro, che ci annuncia le parole dell’Alleanza con cui Dio si è legato a noi, e ce le insegna mostrandoci come siano immerse non più “nel sangue di capri e vitelli”, ma nel suo “sangue, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio” per “purificare la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente”. Quella “sala” è dunque il luogo del perdono che cancella la malizia dal profondo del nostro cuore, perché ricolmo della vita di Cristo possiamo “servire” la volontà di Dio!
Per questo in quel luogo, “aspersi dal sangue” della “nuova ed eterna Alleanza” versato da “Gesù” suo “Mediatore”, noi che “siamo stati chiamati” nella sua Chiesa, possiamo “ricevere l’eredità eterna che ci è stata promessa”, la vita più forte della morte e del peccato.
Come non chiedere a Gesù “dov’è il luogo” dove Lui ci dona, compiuti nella sua Pasqua, “tutti i comandi” che Dio ha scritto nella sua Legge perché anche “noi possiamo eseguirli” nell’amore? Come non ascoltare oggi le sue parole per “entrare” anche noi “nel santuario” dove sperimentare le primizie della vita celeste, “attraverso la tenda più grande e perfetta non costruita da mano d’uomo”, attraverso cioè la sua carne?
Ascoltiamolo allora indicarci il cammino per giungere al luogo della sua Pasqua. Gesù non ci risponde dandoci un indirizzo, ma annuncia un fatto e invia due discepoli a viverlo: “andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: il Maestro dice; Dov’è la mia stanza perché vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Per conoscere il luogo la Chiesa e ciascuno di noi deve innanzi tutto obbedire a Gesù che invia “due discepoli”.
“Due”, come Adamo ed Eva, e per questo segno dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, “maschio e femmina”, e che nella diversità e nella complementarietà sono chiamati a diventare una cosa sola aperta alla fecondità; ma anche segno della frattura apertasi tra di loro in conseguenza del peccato con cui hanno disobbedito a Dio; “due discepoli”, come ogni matrimonio chiamato all’amore e così spesso ferito dalla concupiscenza e dall’egoismo; “due”, come gli apostoli inviati in missione a far presente sulla terra il potere del Vangelo che risana ogni divisione; “due”, come Pietro e Giovanni che corrono verso la tomba per vedere, credere e testimoniare la resurrezione di Gesù. “Due”, per significare che l’obbedienza alle parole di Gesù passa sempre per un “io” chiamato a trascendersi in un “tu”. “Due”, come Cristo e la sua Sposa, come ciascuno di noi e il nostro Sposo.
“Due”, per dire ciascuno di noi che siamo stati creati come persone aperte e destinate alla comunione, e non come dei lupi solitari gettati nel mondo; “due” per dire che per compiere la nostra vita nell’amore dobbiamo obbedire alla parola di Gesù che ci invia nella “città”, cioè nelle vie che definiscono le circostanze della nostra storia concreta dove “ci verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua”.
Ecco il segno! L’acqua della vita, il battesimo, e un uomo che ne attinge per noi, immagine dei pastori e dei catechisti che, nella Chiesa primitiva, guidavano i catecumeni nel cammino verso il sacramento della rigenerazione.
Fratelli, non c’è Pasqua senza la fede! Perché non si scherza, “chi mangia dubitando si condanna”… Non si può celebrare la Pasqua di Cristo senza aver scoperto il luogo dove immergere il nostro uomo vecchio. E non lo si può scoprire senza un serio cammino di fede, una iniziazione cristiana che ci accompagni, anche se già battezzati, a riscoprire il potere di Cristo risorto nelle acque che ci fanno rinascere a vita nuova.
Non potremo celebrare in pienezza la Solennità del Corpus Domini senza aver obbedito al Signore e “seguito” quell’ “uomo che ci viene incontro”, i missionari che cercano ciascuno di noi per accompagnarci al “luogo” dove Gesù realizza il “culmine e la fonte” di ogni liturgia e della vita cristiana.
Coraggio allora, “andiamo” ed “entriamo in Città” per “trovare” la comunità. Ecco dunque il “luogo”, la nostra comunità cristiana! In essa potremo ascoltare la Parola e ricevere il “corpo” e il “sangue” di Cristo perché si dia in noi lo stesso Mistero: divenire cioè il suo “corpo” e il suo “sangue” offerto per tutti nei luoghi che la storia ci preparerà.
Amiamo la nostra comunità e cresciamo in essa nella fede e nell’amore, nella certezza che Gesù in essa che è la primizia del Regno di Dio, verrà sempre a “bere il nuovo frutto della vite” con noi, la vita eterna che inizia già qui e si compirà in Cielo.