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lunedì 1 novembre 2021

 

SANTI PERCHÈ AMATI, PERDONATI E LIBERATI COME UNA PRIMIZIA DEL CIELO OFFERTA AD OGNI UOMO
Una speranza invincibile e la forza infinita d'una chiamata: la santità è un'elezione, un esser messi a parte per qualcosa di speciale, per abitare la Terra. I santi sono gli eredi della Terra dove scorre latte e miele. Il Cielo. Tra le pieghe della festa di oggi, dietro la santità si scorge la storia di un Popolo. Ad ogni beatitudine si odono le eco dei passi degli umili, dei piccoli, di un resto. I riscattati che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello.
E' Lui che, vittorioso sul peccato e sulla morte, precede i suoi nella Galilea che è il mondo in attesa del Regno. E' Lui il Santo che ci fa santi. Oggi siamo tutti dinanzi alla Terra, come Giosuè. Le parole del Signore ci invitano a non aver paura, ad essere coraggiosi e forti, a non scoraggiarci dinanzi alle difficoltà, ai popoli che abitano la nostra eredità.
A non aver paura di noi stessi, dei nostri peccati, dei nostri limiti, delle nostre debolezze, dei nostri difetti. Sono tanti e numerosi come i Popoli che abitavano la Terra che si dischiudeva dinanzi agli occhi di Giosuè. "Forza e coraggio" gli ripeteva il Signore sull'erta di quel monte, "perché il Signore è con te ovunque tu vada". Forza e coraggio sono l'altra metà della povertà.
Come Giacobbe dinanzi al guado dello Jabbok, solo e in trappola, e quel fiume oscuro che lo aspettava, come un presagio di morte. Giacobbe era un peccatore, ha mormorato e giudicato, ha ingannato e rubato, ma portava sigillata nel fuoco la sua primogenitura; ha lottato con Dio, non ci stava a «perdere la vita». Poi un colpo secco all’anca e non era più quello di prima. Umiliandolo a zoppicare Dio ne aveva fatto un santo. Ora Giacobbe conosceva la propria debolezza benedetta con un nome nuovo, «Israele», che significa «Forte con Dio». Ecco dunque un santo, il più debole con il Più forte.
Tu ed io che trasciniamo i piedi, incapaci di tutto ma aggrappati alla sua misericordia. Lo abbiamo visto anche un istante fa, quando per nulla abbiamo sbranato il fratello, per poi chiedergli balbettanti perdono. Ma solo chi ha conosciuto davvero, come Giacobbe, la propria debolezza, può abbandonarsi con una sconfinata fiducia in Colui che lo chiama.
E' la fede che coniuga nei santi la forza e il coraggio. Essi vivono aggrappati a Colui che ha legato il demonio, ha sconfitto uno ad uno i Popoli che usurpavano l'eredità, e con Lui entrano a prenderne possesso. Un Popolo santo, separato, consacrato in Colui che lo ha amato di un amore unico, gratuito, infinito.
Il Signore ci annuncia oggi la beatitudine di chi abita, felice, nella sua Terra. Che ci è data, come primizia, nella Chiesa, il mistero d'amore e comunione che supera ogni nostro limite carnale. Anche oggi, come ad ogni mattino che si apre dinanzi a noi, ci troviamo sul monte con il Signore. E su quel monte ammantato dalla rugiada d'ogni alba della nostra vita, Lui ci chiama ad entrare nella Sua eredità. Ogni aurora che ci accoglie ci dona il Suo Spirito Santo che ci fa figli, coeredi di un Destino meraviglioso.
Lo Spirito di fortezza perché non cediamo al timore dinanzi alla Croce che ci attende. Ecco la nostra vita santa che ci fa santi. Ogni evento in cui ci imbattiamo, ogni persona che incontriamo è la Terra preparata per noi, la nostra eredità. Nostra moglie oggi, così come si sveglierà; nostro marito è la terra che ci farà sante quando tornerà nervoso e intrattabile dal lavoro; nostro figlio che si è appena messo un orecchino; nostra figlia che ha sbattuto la porta e se ne è andata in discoteca; nostra suocera che non ce ne fa passare una, con quel sorrisetto ironico che dice tutto; il collega che ci ha infilzato calunniandoci con il capo reparto. E il cancro che ci ha visitato, la cassa integrazione, lo sfratto.
Ogni fatto della nostra vita ci fa santi, perché in ciascuna ora che segna le nostre esistenze Lui ci precede, combatte per noi come già ha fatto innumerevoli volte nel passato; anche quando eravamo schiavi del peccato in Egitto dove ci ha salvati, redenti, amati d'un amore eterno. Lui ci precede nella camera operatoria e nel dialogo serrato con i figli; allora, perché temiamo di vivere e chiamare gli altri a vivere una vita santa, piena, compiuta nell’amore? Perché ci accontentiamo di galleggiare mentre possiamo essere santi?
La sola possibilità per essere felici, noi e la nostra famiglia, i fratelli, gli amici è lasciare che Dio ci faccia santi, conducendoci nella Terra dove consegnarci per amore, nel compimento della promessa che ci ha chiamati alla vita. Desideri la santità per tuo figlio? O piuttosto un lavoro, la salute e altre cosette così? Non desideri che conosca l’amore che lo perdona e lo trasforma in figlio di Dio, in un santo offerto al mondo?
Chi di noi, oggi, non sta vivendo almeno una delle situazioni descritte dalle “beatitudini”? Ma forse non pensiamo d’essere “beati”. Sfortunati, vittime di un’ingiustizia, ma “beati” perché “piangiamo, abbiamo fame, siamo perseguitati, ci insultano e calunniano”? Per favore, chi pensa che tutto questo sia la felicità è da rinchiudere in un manicomio criminale.
Ma Gesù ci annuncia proprio questo. Non solo, ma ci svela che siamo “noi” questi “beati”. Sei beato e non te ne stai rendendo conto. Guarda bene tuo marito, tua moglie; fissa tuo figlio. Guarda te stesso, ma guardati bene. E lascia che le parole di Gesù illuminino i volti, e raggiungano le storie di ciascuno, scovando anche nella tua i momenti in cui hai visto Lui operare in te. L’hai sperimentata la beatitudine, ma forse non ci hai fatto caso o il demonio te l’ha cancellata dalla memoria. La stai sperimentando, ma forse ti sembra la cosa più naturale del mondo.
Quando? Ora, che sei ancora sposato, ed è in virtù della sola Grazia di Dio che ha reso “vita” possibile, e anche felice, quello che il mondo, la carne e il demonio dicono essere un assurdo. Hai gustato la beatitudine quando hai perdonato chi ti aveva tolto l’onore. Di certo la tua beatitudine si specchia nel sorriso di tuo figlio, che è la vittoria di Cristo sui tuoi peccati, sull’egoismo, l’avarizia e la concupiscenza.
Ciò significa che la “beatitudine” per la quale siamo nati sgorga dalla gratitudine. Chi oggi non è grato a Dio, sta perdendo la propria felicità, quella che gli spetta. E’ frustrato, vive contro se stesso. Ma la gratitudine non si compra al mercato. E’ il frutto di un lungo cammino di “purificazione” dello sguardo “del cuore”; è la meta di un serio percorso di conversione alla verità per diventare “poveri in spirito”.
E’ il figlio di Dio gestato nel seno della Madre Chiesa, che, illuminato dalla Parola spalmata sui fatti della propria storia, ha sperimentato l’amore di Dio e per questo lo vede in tutto. E per tutto è grato, rende grazie, vive in pienezza l’eucarestia, che non a caso era l’ultimo evento vissuto da un catecumeno la notte di Pasqua, dopo aver ricevuto il battesimo e la cresima.
Era entrato nella terra della gratitudine, immagine del Paradiso. Gustava le delizie dello Shabbat, del riposo che è la contemplazione dell’opera di Dio nella propria vita. Poteva cantare e far festa, “rallegrarsi ed esultare” perché sapeva che proprio la persecuzione certificava la sua appartenenza a Cristo, che stava vivendo la sua morte e la sua resurrezione.
Come non essere grati, ed esplodere in una liturgia di ringraziamento per essere stati “separati” dal mondo per vivere la vita di Cristo! Come non essere felici per essere stati strappati dal peccato e dall’infelicità per gustare il perdono che ricrea! Come non desiderare questa “beatitudine” per chi ci è accanto, per il mondo intero? Come non perdere la vita per annunciarla sino agli estremi confini della terra perché nessun uomo ne resti escluso?
Il Signore ha pensato a te e a me, ai nostri figli per condurci per mano al possesso della nostra eredità, la sua stessa santità. Lui, il Santo, ci ha scelti. Lui nella Chiesa illumina gli occhi della nostra mente per comprendere a quale speranza siamo chiamati, "quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi" . La speranza di esserne partecipi purifica i nostri cuori e le nostre menti e ci fa ogni giorno santi come Lui: poveri con Lui, afflitti con Lui, miti con Lui, affamati e assetati con Lui, puri, operatori di pace, perseguitati con Lui. Piccoli, deboli, pieni di difetti e di contraddizioni. Eppure santi.
Sino al giorno in cui saremo “eletti” a far parte del “Paradiso”. Nel tempo e nello spazio, sulla terra, ci prepariamo a vedere trasformata la chiamata in elezione attraverso il cammino che ci offre la Chiesa. Perché è pur vero che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. La santità è una cosa seria, è soprattutto una missione per salvare i peccatori.

Per passare all’altra riva, alla “terra celeste”, abbiamo bisogno di fratelli maggiori che ci confortino, ci mostrino le tracce disseminate sulla strada della santità. Di testimoni della fedeltà di Dio, come lo fu Elisabetta per la Vergine Maria. Per questo celebriamo oggi la santità di tutti coloro che ci hanno preceduto in questo cammino, che hanno gustato le primizie della Terra promessa nelle pieghe dell'esistenza quotidiana. Celebriamo la comunione con i santi, nella quale possiamo, in un certo senso, “approfittare” della loro santità per imparare a viverla nella nostra storia.

 





Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? 
Per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, 
né possedere carismi eccezionali. 
E' necessario innanzitutto ascoltare Gesù 
e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà. 
"Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. 
Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26). 
Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, 
come il chicco di grano sepolto nella terra, 
accetta di morire a sé stesso. 
Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, 
e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita. 
L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, 
pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, 
la via della rinuncia a se stesso. 
L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento 
a seguire le stesse orme, 
a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, 
perché l'unica vera causa di tristezza 
e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.

Benedetto XVI, 1 Novembre 2006 

domenica 31 ottobre 2021

 


IL DISCERNIMENTO PER CAMMINARE VERSO IL CIELO E' POSSIBILE SOLO IN CRISTO ATTRAVERSO LA COMUNITA'
Nel Vangelo di questa Domenica appare di nuovo qualcuno che "si accosta a Gesù" per fargli una domanda. Ma stavolta sembra che ci sia qualcuno che cerchi davvero una risposta: "qual'è il primo di tutti i comandamenti?". In mezzo a tante domande trabocchetto finalmente ecco l'unica importante, alla cui risposta “nessuno oserà più interrogarlo”, neppure noi. Il termine "comandamento" ne traduce diversi ebraici che tra l’altro significano "una parola che affida un incarico". Secondo la tradizione di Israele, i comandamenti sono sempre "parole di vita, il cammino che conduce alla riuscita della vita attraverso il compimento della missione affidata. Lo vediamo anche in italiano: “co - mandare”, ovvero “mandare, inviare con” un incarico. La domanda dello “scriba” può significare: "Che cos'è decisivo e fondamentale nella vita? Quale è il cuore della missione che mi è affidata? Tra le tante che sento ogni giorno, qual'è la Parola che mi guida verso il Regno di Dio?". La nostra vita, infatti, è come una freccia scoccata dall'arco verso un obiettivo ben preciso. "Chet", uno dei termini ebraici che esprime il concetto di “peccato” significa "fallire il bersaglio"; in greco è tradotto con “hamartia”, che significa letteralmente “direzione sbagliata di vita”. Il peccato è dunque il fallimento dei propri obiettivi, un cammino contrario al compimento della propria vita. S. Agostino considera il peccato come un "bene che non ha raggiunto il suo fine". Secondo il Concilio Vaticano II è “una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza”. E’ quello che diciamo tante volte, magari senza accorgercene: “che peccato!”… Allora, chiedendo a Gesù quale sia il primo dei comandamenti, lo scriba è l’immagine di quella parte del nostro intimo che non è contaminata dalla menzogna. Anche oggi dovremo affrontare situazioni difficili e relazioni complicate, e potremmo reagire ribellandoci a Dio, oppure potremmo “ascoltare” questo Vangelo e convertirci, ovvero lasciare che “lo scriba saggio” che è in noi si “avvicini” a Gesù per chiedergli: “Signore, ti prego illuminami, che cosa c’è dietro a quello che mi accade? Qual’è il fondamento sul quale appoggiare i miei pensieri, le mie parole e i miei gesti per compiere la missione alla quale oggi mi chiami?”. Scopriremmo allora che questo giorno non è uno dei tanti usciti alla roulette della vita, ma è unico e irripetibile, e che ci è donato per fondare noi stessi sull’amore di Dio e così compiere l’incarico concreto che ci è affidato. Se sapremo porre umilmente a Gesù la domanda giusta e accogliere altrettanto umilmente la sua risposta, sapremo anche noi come lo scriba “rispondere saggiamente”, cioè amando, agli eventi e alle persone che oggi ci chiederanno risposte concrete in parole e gesti.
Gesù infatti ci risponderà che “il primo dei comandamenti” è un fatto, una verità che Dio stesso ha rivelato compiendola: Lui è l’unico Signore della nostra vita. Se questo fondamento scompare, l’amore verso di Lui e verso il prossimo che ne consegue diventa incomprensibile e quindi impossibile. Come si fa ad amare chi non si conosce? E tu lo conosci Dio? E’ facile rispondere: basta vedere se nella tua vita è “il primo” e “l’unico Signore”. No vero? Allora “ascolta!”: Dio ti ama così come sei! Ti ama oggi che ti sei svegliato schiavo di te stesso e della tua paura di morire. Ti ama infinitamente, come nessuno ti ha mai amato. Lo credi? Forse no, non sino in fondo almeno, perché non abbiamo ancora accettato di essere anche noi i peccatori che hanno crocifisso Cristo. Agiamo “per ignoranza” come quelli che scelsero Barabba, incapaci di comprendere che “il primo di tutti i comandamenti” si stava compiendo dinanzi a loro in quel Messia che si faceva Agnello. Ma non potevano comprenderlo senza riconoscere di essere peccatori, e che proprio per loro era necessario quell’Agnello, “l’unico” che potesse prendere su di sé i loro delitti e perdonarli. Perché l’amore a Dio e al prossimo è “il primo di tutti i comandamenti” solo per chi ha sperimentato di non poter amare a causa dei propri peccati e ha accettato di aver bisogno che Cristo lo perdoni e lo colmi del suo amore. Così è stato per lo scriba che ha compreso che l’amore “val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Egli certo ricordava il Salmo 40: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo, sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore”. Sapeva quindi di non poter fondare la propria vita sugli “olocausti”, e che i “sacrifici” offerti per il peccato non potevano di cambiare il suo cuore. Per questo Gesù dice allo scriba che ha “risposto con sapienza” e che “non è lontano dal Regno di Dio”. Non vi era ancora entrato, ma “aprendo gli orecchi” per “ascoltare” la Parola perché si incidesse nel suo cuore, era giunto alle sue porte. Voleva compiere la volontà di Dio e in questo “desiderio” incontra nel suo intimo Gesù che, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, aveva lo stesso “desiderio”. Proprio perché era “impossibile cancellare i peccati con i sacrifici… entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”. Con la sua saggia risposta lo scriba aveva deposto il suo desiderio nel desiderio di Gesù. Per entrare nel Regno non gli restava che accogliere lo Shemà compiuto per lui da Gesù, il “comandamento” che, nell’amore perfetto a Dio e al prossimo, “valeva più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Coraggio fratelli, oggi si schiude dinanzi a noi il Regno di Dio! Possiamo entrarvi attraverso la porta che è Cristo crocifisso, attraverso cioè gli eventi che ci crocifiggono perché solo in essi Egli potrà compiere in noi il “comandamento più grande”: amare Dio che “non vediamo”, quando sperimentiamo perfino l’abbandono del Padre, amando il prossimo che “vediamo”, debole e peccatore per dire con Cristo “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

giovedì 21 ottobre 2021

 

IL FUOCO DELLO ZELO PER LA SALVEZZA DI OGNI UOMO
Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» della visione del profeta Ezechiele, per annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso. Tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato. Se un padre, laddove appare - magari nascosta da sofismi sottili - una divisione con il figlio circa la volontà di Dio e l'adesione a Cristo, si lascia ingannare e inizia un dialogo teso a smussare e a frammentare la verità, avrà consegnato suo figlio al demonio. Se un parroco si illude che la divisione nella parrocchia sia causata da una mancanza di dialogo e di comprensione, e cercherà un compromesso non individuando i demoni che si nascondono in certe posizioni che vogliono limitare il soffio dello Spirito, spegnerà lo Spirito e lascerà che l'inganno si radichi.
Così in moltissimi altri casi, perché la divisione portata da Cristo ci spaventa, stentiamo a crederla possibile; l'immagine buonista e sentimentale secondo la quale il Signore debba ricucire sempre tutto e a qualunque prezzo, ci rende tiepidi e lascia campo aperto ad eresie striscianti, scismi incipienti, divisioni autentiche e laceranti: esse restano come germi infetti coperti da compromessi travestiti di pace e benessere. Ma è necessario che avvengano gli scandali, è necessario che appaiono, tristi e violente, le divisioni: chi ha detto che esse sono sempre un male e che debbano essere prontamente risanate? Ma è il Signore che provoca la divisione, come accade con le novità ispirate dallo Spirito Santo: i carismi, i movimenti, gli ordini religiosi, lo zelo rinnovato nelle parrocchie. E’, infatti, la novità di un amore assoluto e radicale, che reclama per sé tutto, perché tutto di sé ha donato; la novità che, abbiamo visto, raggiunge ogni ambito della vita: sessualità, lavoro, affetti, amicizie... Laddove si fa presente la divisione di fronte al Vangelo appare evidente dove sia la novità e chi la accoglie: "Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno! (Vangelo sec. Tommaso, in: Origene, In Jerem. lat., 1 [3], v. 104)
Il grigio non è colore cristiano... Per questo, spesso proprio la "divisione" svela il Regno di Dio, e smaschera la sua contraffazione. E' buona solo quella "portata" da Gesù con amore e misericordia; la stessa di un chirurgo che taglia per curare; non certo la divisione insinuata dal diavolo, il padre di ogni discomunione, frutto amaro della superbia e dell'orgoglio che si fanno invidia, come negli scismi e nei divorzi ad esempio: "un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità" (Papa Francesco). Il fuoco di Cristo, invece, divide per evitare di ricorrere alle toppe e annuncia il vino nuovo riversato in otri nuovi! Famiglie nuove, amicizie nuove, fidanzamenti nuovi. Tutto santo e libero perché tutto vissuto in Cristo, nella vera pace, la sua pace, che ci attende anche oggi, quella di un amore libero capace di donarsi gratuitamente.
L'amore al quale Dio ci torna a chiamare nel mezzo del nostro cuore ormai raffreddatosi, preoccupato più dell’apologia che dell’annuncio. Il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ; il "fuoco" che la Chiesa sempre riaccende sino agli estremi confini della terra, ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità. Occorre osare di fronte al capoufficio rischiando il posto di lavoro, pur di testimoniare la verità universale e ultima che abbiamo sperimentato. Osare la notte quando, unendosi al coniuge, siamo chiamati ad offrire i nostri corpi alla volontà di Dio, ad aprirci alla fecondità e alla vita, accogliendo il terzo, quinto o decimo figlio, per riaffermare il significato assoluto e universale che Dio ha nella nostra storia come in quella del mondo.
Occorre osare la castità ed il rispetto nel fidanzamento per annunciare la verità dell'amore crocifisso, l'unico autentico che, nel sacrificio, rivela il dono più grande, puro, disinteressato, quello di Cristo, gioia del loro cuore; osare nell'educazione, lottando con i compromessi affettivi, non temendo il rifiuto e la ribellione, perché i figli o gli studenti o i cristiani affidati siano ogni giorno più conformati e uniti a Cristo, pienezza delle loro aspirazioni.
Osare la stolta arrendevolezza della Croce, il non resistere al male che non è in contraddizione con l'affermazione senza smagliature della verità. Perché la Verità è sempre crocifissa, o non sarà Verità, anche se fosse la professione senza se e senza ma dei principi non negoziabili, anche se trovasse il rifiuto violento e la morte eroica. Resterebbe, appunto, una morte eroica, ma non un martirio; la testimonianza, infatti, è sempre l'offerta gratuita e gioiosa della propria vita per amore dell'altro divenuto nemico. Il dogma che abbraccia e infonde vita ad ogni altro dogma è la Croce, l'unico luogo che afferma, senza tema d'essere smentito, la gratuità e l'universalità dell'amore di Dio.
Solo Lui, e coloro che a Lui sono uniti, possono osare il dono totale di sé, senza sperare nulla se non la salvezza del mondo. Solo questo amore è credibile, nel senso che solo chi ama il nemico sino a dare la vita per lui conferisce anche al dogma, ai valori e ai principi morali irrinunciabili e non negoziabili, l'autorevolezza dell'autenticità. L'amore, infatti, li rivela "in presa diretta" mentre si realizzano nei cristiani, come connaturali all'uomo, come gli unici che si addicono alla persona, di qualunque razza e cultura. Solo l'amore riesce a far decodificare il grido nascosto nelle mille grida di dolore dell'umanità, riconoscendo in esso il bisogno di un'accoglienza e di un perdono che superi anche le regole della convivenza civile e finanche la legge naturale.
E' vero, essa è inscritta nel cuore di ogni uomo, non vi è condizionamento capace di cancellarla sino in fondo, ed è altrettanto vero che, usando della libertà, gli uomini l'abbiano infranta. Tu ed io, non meno di un pagano o di un politeista, di un ateo o di un agnostico. Sottolineare all'infinito questa realtà non serve a nulla, neanche battersi perché venga accettata. Essa sarà rivelata solo in carni e vite capaci di superare i limiti della natura e delle leggi che Dio stesso le ha imposto, andando a ripescare chi, liberamente e orgogliosamente, le ha infrante. La legge naturale risplenderà solo in coloro che compiranno leggi soprannaturali, quelle dell'amore che ha sconfitto la morte, il limite estremo e invalicabile della natura. I cristiani lo possono superare, entrano nel regno dei morti, si aggirano negli inferi e toccano, destano e si caricano dei relitti umani che vi si trovano.
Amano senza condizioni chi ha abortito, ucciso, rubato, adulterato; si consegnano ai pedofili, ai terroristi, ai torturatori, agli evasori fiscali, ai corrotti, alla loro moglie e ai loro mariti, gratuitamente, nello stesso modo i cui sono stati amati. In quegli inferi depongono un raggio di speranza, un lampo della luce di Pasqua, la testimonianza credibile della vittoria di Cristo sulla morte e del conseguente perdono di ogni peccato. Non solo, proprio nel buio disperato di chi si disprezza al punto di non saper più vivere secondo natura, la Chiesa osa offrire la possibilità di una vita nuova, la stessa vita di Cristo, quella che scorre nelle sue vene: la vita soprannaturale che include, compie e sublima la legge naturale; il rispetto gioioso di ogni principio non negoziabile, l'affermazione perentoria e incontestabile della vita incastonata nella vita di chi la sta perdendo per puro amore.
Quale migliore e più credibile e autentica affermazione "pro-life" che quella di chi, per difendere la vita che non muore nella carne destinata a morire, offre la propria di vita, nella certezza di conservarla per l'eternità grazie alla resurrezione di Cristo? Quale maggiore difesa della vita nascente nel seno di una madre che quella di chi accoglie nel suo seno di misericordia madre e figlio, educando e accompagnando con il latte della misericordia e il bastone della Croce? E così per la vita di un anziano, di un malato, per il matrimonio, per le persone gay e per l'educazione, per ogni ambito della vita, soprattutto quelli più insidiati.
Soprattutto per le donne, vergini, spose e madri, oggetto dell'attacco più proditorio del demonio: sono le donne a dover essere accolte oggi sotto il manto della misericordia, dove possano gridare, piangere, reclamare, per incontrare la gioia del loro compimento in quanto donne che il mondo le ha sottratto. A tutto questo è chiamata la Chiesa; a questo la chiama Papa Francesco, ad osare l'amore che esce verso le periferie dell'esistenza, quelle di chi è indifferente ma soffre indicibilmente, e ai quelli non si può restare indifferenti; a osare l'amore che non si difende, soprattutto quando è percepito, paradossalmente, come odio.
Occorre osare anche di vedersi rifiutati da chi ci ha dato la vita; come Edith Stein, che, pur soffrendo nella carne, non ha esitato ad abbandonare la propria religione e sua madre per seguire il Signore. E sarà proprio nella camera a gas del suo "doppio" martirio, come ebrea e come cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: nell'amore che la consumava attirava e salvava anche ciò che aveva dovuto abbandonare. La divisione che porta Cristo è il distacco dalla carne che prelude alla comunione eterna: "Cara madre superiora, mi permetta di offrirmi in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti". Chi vive in Cristo in Lui sarà perseguitato; dal suo uomo vecchio per cominciare e dal mondo perché un cristiano sarà sempre un segno di contraddizione. La sua vita sarà una profezia che, ovunque giungerà, provocherà la divisione. Gesù Cristo infatti non è un Segretario Onu, né tanto meno un gestore di fitness club o di uno di quei centri di pseudo-spiritualità dove ritrovare se stessi. Con Lui si è catapultati dritti dritti dentro le arene di ogni giorno, e leoni e tigri sono lì ad aspettarci.
Ma è proprio questa la vita più piena, buona e vera che fa scaturire il canto di ogni cristiano divorato dai suoi carnefici, il canto nuovo dei martiri di ogni parte del mondo. Il Signore ci chiama ad essere crocifissi con Lui perché il mondo riceva la vita; santi, separati, consacrati, cioè etimologicamente divisi, "pionieri del Cielo" - secondo un altro significato della parola che compare nel Vangelo odierno. Il Cielo offerto anche e proprio a coloro dai quali pareva ci fossimo separati, genitori, figli, sposi, amici, fidanzati. Essere discepolo di Cristo significa essere suo, non ci apparteniamo più. E' questo il senso più profondo delle parole dure e difficili del Vangelo di oggi. Siamo suoi per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.

lunedì 18 ottobre 2021

 




COME PECORE CHE SI OFFRONO PER SAZIARE CON L'AMORE DI CRISTO I LUPI CHE
CONOSCONO SOLO L'INGANNO DEL DEMONIO
Il mondo muore di fame. In «ogni città e luogo» tutti hanno un urgente bisogno dei discepoli del Signore, come i «lupi» che si aggirano famelici in cerca di cibo, hanno bisogno degli agnelli. Il mondo giace nelle tenebre del peccato, le persone che incontriamo ogni giorno sono lupi affamati, sui loro denti cola la concupiscenza; stanno divorando famiglia, figli, chiunque, anche la propria vita, pur di saziare il vuoto e la solitudine. Solo un «Agnello sgozzato» che si offre mite può saziarli, solo un amore come il suo che arriva «sino alla fine», lì dove si fanno insopportabili i crampi della fame. Ambasciatori «inviati avanti» all'Agnello, i discepoli non possono che essere agnelli, miti e indifesi come Lui, «senza borsa, né bisaccia e calzari». La Chiesa, erede dei «72» anziani collaboratori di Mosè, adempie alla sua missione nel «deserto» del mondo con la sola sapienza della Croce, proprio quella che nessun «piano pastorale», purtroppo, prevede. Ben fondati sulla Croce che ci ha salvati, siamo inviati anche noi ad offrirci «come agnelli in mezzo ai lupi». I fidanzati come agnelli alle proprie fidanzate, per spegnere nel dono, nel rispetto e nel sacrificio gli ardori della lussuria; i genitori come agnelli alle ribellioni e all’immaturità dei propri figli, per educarli trasmettendo loro la fede nella verità e nella misericordia. E così gli sposi l'uno all'altro, i professori agli studenti, i pastori al gregge. Siamo inviati a «curare» i colleghi, gli amici, i parenti «malati», spingendoci con amore sino alla soglia delle loro «case», a quei frammenti di vita dove la paura della morte li spinge a farsi lupi; sin dentro le loro «città», per «mangiare» e prendere su di noi il dolore «che ci è messo dinanzi», senza giudicare, perché «il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro» (San Pietro Crisologo). Come «paraninfi» siamo inviati a cercare i «figli della Pace» e condurli al Principe della Pace loro legittimo Sposo. Come a Gubbio quel giorno San Francesco si fece capire dal lupo con parole di misericordia che seppero ammansirlo, così con il nostro annuncio e nella nostra vita si fa «vicino» ad ogni uomo il «Regno di Dio», dove Cristo sazia del suo amore la fame di tutti.



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venerdì 15 ottobre 2021

 


15 OTTOBRE. SANTA TERESA D'AVILA
Breve profilo biografico di Santa Teresa di Gesù (d'Avila), Dottore della Chiesa, Madre Riformatrice dei Carmelitani Scalzi - Di P. Antonio Maria Sicari OCD:
Nascita
Teresa di Gesù (de Cepeda y Ahumada), nata in Avila (Spagna) nel 1515 e morta ad Alba de Tormes nel 1582, è universalmente riconosciuta come Maestra di dottrina e di esperienza spirituale, al punto che è stata la prima donna della storia alla quale è stato riconosciuto (da Paolo VI, nel 1970) il titolo di Dottore della Chiesa. Ella stessa ci ha lasciato il racconto della sua vita, ma l’ha narrata come storia di un “incontro d’amore” tra lei e Cristo. La sua infanzia fu segnata dal dono di una nativa familiarità col mondo di Dio, tanto che il pensiero del “paradiso” la faceva fremere di gioia. Celebre è rimasta la sua fuga da casa, in tenera età, intrapresa col desiderio di “voler vedere Dio”. Questo primo ardore si offuscò, tuttavia, al tempo dell’adolescenza, quando Teresa – affascinata dai doni di natura e di grazia che riconosceva in se stessa e dagli ingenui corteggiamenti che suscitava – si lasciò “distrarre” dalla sua innocente passione per Dio. Aveva, però, maturato il convincimento interiore che Dio meritava “tutto” e che solo il cielo contava davvero. Così, a vent’anni, pur sentendosi attratta dalla vita brillante che si svolgeva tra le mura di Avila (mura che la facevano rassomigliare a uno splendido castello), decise di consacrarsi a Dio, fuggendo impetuosamente a “nascondersi” nel monastero carmelitano della sua città.
Pensava d’aver così risolto il suo conflitto interiore, accettando di vivere quaggiù in un “purgatorio” (così giudicava allora il monastero) pur di poter poi meritare il cielo. Ne restò doppiamente sorpresa: il monastero non era così terribile come s’era immaginata, anzi vi sperimentava una grande pace, e la gioia non le mancò mai. Tuttavia il suo turbamento non cessava: quel monastero aveva un numero elevatissimo di monache (quasi cento ottanta) ed era una vera cittadella, molto frequentata da chi voleva intrattenere con le religiose rapporti di amicizia, non privi di qualche mondanità. Teresa, poi, era ricercatissima, a causa del suo fascino personale, accresciuto dal fatto che ella viveva una intensa vita interiore e molti desideravano la sua amicizia, per esserne spiritualmente aiutati e guidati. Così ella si trovò invischiata in uno strano conflitto: da un lato sentiva il bisogno insopprimibile di essere tutta e solo di Dio, dall’altra percepiva la bellezza dell’amicizia umana e dei suoi legami. Teresa sfuggiva con orrore da tutto ciò che avesse anche l’ombra di peccato, ma non si sentiva “intera”, non si sentiva completamente vera, anche se tutti erano pronti a giurare che quella monaca affascinante era proprio “una santa”. Ma lei era lacerata tra l’amicizia di Dio (che esperimentava dolcissima e appagante nella preghiera) e quella delle creature, alimentata in troppo frequenti, anche se buone, conversazioni.
La “conversione”
La “conversione definitiva” – così la definì Teresa stessa – avvenne nel 1554, quando ella stava per toccare i quarant’anni: Gesù le fece “esperimentare” con ogni evidenza (attraverso un’inondazione di grazie interiori, ma anche di visioni) che Egli era “veramente Dio” e “veramente uomo”: nella sua stessa persona c’erano la sintesi e la soluzione del conflitto che Teresa aveva fino ad allora vissuto. Affezionandosi e abbandonandosi a Gesù con tutto il cuore e imparando solo da Lui – come da un “Libro vivente”– era possibile amare Dio solo “con tutto il cuore, l’anima e le forze” e ricevere da Lui in dono tutto il resto, anche la bellezza del creato e il calore dell’amicizia umana. Questo continuo abbandono, poi, si chiamava «preghiera»: una preghiera fatta non solo di “atti” (anche se questi restano importantissimi), ma estesa a tutta la vita, in modo che respirare (ma anche agire, lavorare, pensare, desiderare, gioire, ecc.) e pregare fossero la stessa cosa.
La riformatrice
Nel 1562 Teresa accettò il pressante consiglio di alcune consorelle che le chiedevano di fondare un “piccolo conventino”, abitato da poche suore, tutte dedite a questa esperienza di preghiera totalizzante. Nacque così ad Avila il primo monastero di “carmelitane scalze” (cioè “riformate”, segnate da una vita più austera e ritirata) che, agli occhi di tutti, era un vero e proprio “angolino di cielo”. La fama di Teresa come “madre e maestra”, capace di far innamorare le anime di Dio, si diffuse rapidamente; le vocazioni cominciarono ad affluire numerose ed ella si trovò obbligata (anche per ordine dei suoi superiori) a diventare “fondatrice”. Tutta perduta in Dio e nella sua grazia, ma anche sempre vivace e abile nell’intraprendere progetti, nel tessere rapporti, nell’intrattenere profonde relazioni di amicizia, si trovò a percorrere l’intera Spagna e a disseminarvi diciassette piccoli monasteri, che subito diventarono centri di preghiera e di vita mistica. Teresa li immaginava come “piccoli cenacoli” dove le monache vivevano in compagnia di Cristo (e nutrite della sua Eucaristia); voleva che tutta la loro preghiera fosse finalizzata alle “necessità della Chiesa” allora particolarmente appesantita e lacerata da scismi e da guerre di religione, e dai gravi problemi posti dalla violenta conquista del Nuovo Mondo.
Nel corpo ecclesiale, essi dovevano assomigliare al cuore che non fa mai mancare il sangue necessario alla vita, cioè l’amore. A questo scopo Teresa esigeva non soltanto la serietà e l’austerità della vita, ma anche uno stile di vita capace di dolce cordialità nei rapporti tra le persone. Per dare un aiuto alle sue monache e per estendere la forza della loro preghiera contemplativa all’azione apostolica e missionaria, lavorò per “riformare” il ramo maschile dell’Ordine Carmelitano, riuscendo a coinvolgere nella sua impresa quel Giovanni della Croce, che sarebbe diventato Santo e Dottore della Chiesa.
La scrittrice
Per rispondere alle richieste delle sue monache e dei suoi confessori, dovette dedicarsi anche a una intensa attività magisteriale, affidata a Scritti, occasionali, ma di rara profondità, che oggi sono patrimonio dottrinale di tutta la Chiesa. Di particolare valore è l’Autobiografia - definita da lei Libro delle misericordie del Signore – nella quale Teresa mostra come l’esistenza di una persona (la sua, ma anche la nostra se la leggessimo in profondità) può essere raccontata come "storia di salvezza", come storia di un dialogo tra l’uomo e Dio, come “storia di preghiera”. Nel suo Cammino di Perfezione, invece, Teresa espose la maniera con cui si può educare un’intera comunità, facendola diventare “comunità orante”, comunità che realizza concretamente e quotidianamente tutte le domande del “Padre nostro”. Scrisse la sua opera più bella e decisiva nell’ultimo periodo della sua vita, quando – spinta sempre dall’obbedienza – compose di getto il Castello interiore, che ancor oggi è considerato uno dei vertici di ogni letteratura mistica. In esso l’uomo viene descritto come un Castello, al cui “profondo centro” abita Dio stesso: un castello che, a volte, sembra cadente e disabitato, perché l’uomo s’è ridotto a vivere al di fuori come un mendicante. Ma basta superare la soglia (e la “porta” è, per tutti, la preghiera) per ritrovare la possibilità di attraversare tutte le innumerevoli e meravigliose “dimore del Castello”, fino a raggiungere Dio stesso.
E quando l’anima entra nel più intenso rapporto d’amore con Dio, possibile su questa terra – Teresa lo chiama significativamente «matrimonio spirituale» – capisce che Dio non intende “vezzeggiare” nessuno, ma dona le persone a lui più care (come ha fatto con suo Figlio) al mondo, affinché il mondo possa essere salvato. Più narrativo, ma non meno utile, è il libro delle Fondazioni, in cui Teresa stessa ha voluto raccontare la storia dei monasteri da lei fondati, soffermandosi a lungo sulle vicende vocazionali delle persone – spesso molto giovani – che accorrevano per coinvolgersi nella sua santa avventura. Nel 1582, durante uno dei suoi viaggi, Teresa morì ad Alba de Tormes stremata dalle fatiche, esprimendo in un desiderio e un’unica preghiera i due vertici di maturazione ai quali tutto il suo itinerario mistico l’aveva condotta. Sul letto di morte la udirono mormorare umilmente: «Dopo tutto, Signore, Sono figlia della Chiesa!», e poi con santa impazienza: «Finalmente, o Sposo mio, è ora che ci abbracciamo!».
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mercoledì 13 ottobre 2021

 


13 Ottobre 1917 Fatima

Oggi giornata che c’invita a guardare a Fatima. Mi commuovo ogni volta quando rileggo le cronache di quel 13 ottobre 1917 quando 70.000 persone vennero da tutto il Portogallo per assistere al miracolo che la Madonna aveva promesso. Quel posto sconosciuto al resto del mondo diventò in quell’anno, grazie alla presenza di Maria, il cuore della cattolicità con tante conversioni. Lo spirito di Fatima prosegue e tocca anche a noi mantenerlo vivo. Certamente la pandemia del covid 19 ha scombussolato tutto e nulla è più come prima. Anche in questo possiamo e dobbiamo vedere un “segno” per il mondo e un invito a rivedere la nostra vita cristiana che quando è autentica e fedele al vangelo sempre è chiamata al “martirio” in tante forme e condizioni. Dovunque giunge Maria arriva la pace e la gioia di non sentirsi abbandonati in questa valle di lacrime.
Torno simbolicamente in pellegrinaggio insieme a voi, a quella giornata scura e piovosa di ottobre 1917 nel mezzo della prima guerra mondiale. La pioggia torrenziale non impedì alla gente di accorrere numerosa. Nemmeno il fango dei sentieri fermò i fedeli dall’inginocchiarsi in umile atteggiamento. “Arrivati a Cova da Iria, racconta Lucia, vicino all’elce, spinta da un movimento interiore, chiesi al popolo che chiudessero gli ombrelli per recitare il rosario. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce e subito dopo la Madonna sull’elce”.
La Signora apparve e si presentò come la Signora del Rosario. Ribadì il suo desiderio di avere una cappella eretta in suo nome e domandò che tutti recitassero il Rosario ogni giorno, per assicurare la fine del conflitto. Poi aprì le mani e un raggio di luce scaturì da esse illuminando il cielo. I tre bambini videro Maria Gesù Bambino e san Giuseppe, che sembravano benedire il mondo, la Madonna Addolorata e infine la Madonna del Carmelo con lo scapolare in mano. Poi avvenne il miracolo che tutti stavano aspettando: il sole apparve nel cielo, come un disco d’argento opaco, che non scaldava, non proiettava ombra, come quando c’è l’eclissi. Sembrava tremare, danzare nel cielo, diventare ora più grande, ora più piccolo, proiettando raggi multicolore, davanti agli sguardi sbalorditi di tutti i presenti. Tutti lo videro e gridarono al miracolo. Era il segno che la Vergine aveva dato.
Questa la cronaca del 13 ottobre 1917, con l’entusiasmo di una folla innumerevole. Tutti la conoscete ma è sempre bello ritornarci per gustare l’emozione di quei momenti. Abbiamo bisogno di conservarne la memoria perché come allora anche oggi si rinnovi l’entusiasmo popolare attorno a Maria, la Madre di Gesù e madre dell’umanità. Quanta gente cerca luce, chiede pace, ha sete di amore. A chi spaesato dalle circostanze pensa con paura al presente e al futuro, possiamo e dobbiamo indicare la Madonna di Fatima, come stella che guida il nostro cammino nella Chiesa e nella società. Ma dobbiamo farlo più che con le parole con la nostra vita, con il nostro esempio.
Che fare? Tornare a vivere il vangelo sul serio, restare umili, obbedienti fedeli nella Chiesa accanto al Papa e ai Vescovi in comunione con lui; non lasciarci distrarre da tanti richiami fuorvianti che circolano nella società occidentale stanca e scoraggiata, dove però si colgono anche non pochi segni di rinnovamento. La Madonna a Fatina ha indicato le armi per il combattimento della fede: “preghiera e penitenza”. In particolare ripropongo la recita del rosario quotidiana nelle famiglie. Facciamo diventare la preghiera del rosario, tanto raccomandata anche da tutti i pontefici, l’arma per battere il male e la potenza di satana e l’aiuto semplice ed efficace per trasformare il mondo. La Madonna l’ha promesso e io sono sicuro che la vittoria del suo cuore immacolato è ormai imminente. Buona giornata e insieme andiamo spiritualmente pellegrini presso la cappellina delle apparizioni a Fatima dove un mio amico ha portato questi fiori a nome mio e di tutti voi.