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domenica 18 ottobre 2015

A Roma, evento trasversale per la famiglia e contro il gender

Manifestazione contro ideologia gender - AFP

sabato 17 ottobre 2015

Servire è rinnegare il proprio io

Takamatsu,                                       Don Antonello Iapicca

Con Gesù si sale a Gerusalemme. Anche questa Domenica… Dovremmo sapere dove stiamo andando, ma forse, come i discepoli, non lo abbiamo compreso sino in fondo. Essi seguivano Gesù, ma erano imbalsamati nella mummia del proprio Io.
Accade anche in noi come quando un computer affetto da virus non riesce a leggere un documento e i caratteri che appaiono sul monitor sono un collage di segni strani e senza logica. Anche le parole più chiare di Gesù subiscono uno stravolgimento ad opera del virus dell'orgoglio e delle superbia, segni dell'uomo vecchio. 
Che progetti abbiamo per questa settimana? In famiglia, a scuola, al lavoro, con amici e fidanzati, che cosa speriamo, che cosa desideriamo? E' importante chiedercelo perché, con tutta probabilità, scopriremo che la cesura netta che appare nel Vangelo tra l'annuncio della Passione e della Risurrezione di Gesù e le richieste dei due fratelli figli di Zebedeo, è la stessa che apre le nostre giornate.
Ogni mattina il Signore ci annuncia un giorno di combattimenti, un cammino che conduce a Gerusalemme, alla Croce, per passare alla Resurrezione. Gesù ci prende in disparte e ci annuncia quello che gli deve accadere in noi. Per questo San Paolo scriveva che in lui si completava quello che manca alla Passione di Gesù, quello che manca alla vista degli uomini di questa generazione perché si possano salvare. 
Ma a noi, confessiamolo, importa poco. Al risveglio siamo sintonizzati su ben altro canale. Le cose da fare, i soldi, gli amici, i figli, i genitori, gli affetti vari da curare, gli obbiettivi da raggiungere. Ma, quel che è peggio, tutto pensiamo di farlo con Gesù. Giacomo e Giovanni infatti non chiedono un potere empio, senza Dio. No, loro desiderano una cosa santa, regnare con Gesù. Essere alla sua destra e alla sua sinistra. Come noi, che, nelle vicende della vita, desideriamo stare con il Signore, per carità, ci affidiamo a Lui in tutto.
Ma la risposta di Gesù ci fa comprendere che “neanche sappiamo che cosa chiediamo e desideriamo”. La buccia sembra buona, ma è l'interno ad essere marcio. Chiediamo cose sante, ma lo spirito e i criteri sono mondani. Ci sfugge l'essenziale: il calice che Dio ha preparato per il Suo Figlio, e per ciascuno di noi. Infatti quando ci viene presentato, normalmente ce la diamo a gambe.
Ma proprio per questo, anche oggi il Vangelo è per noi una Buona Notizia. Da soli non possiamo nulla. Noi vogliamo che Gesù ci faccia quello che gli chiediamo. Siamo pronti a strumentalizzarlo, come sposi, madri, figli, presbiteri, non vi è differenza. E Gesù ci annuncia che sì, lo berremo il suo calice, che coincide con quello preparato per noi.
Non abbiamo nulla da temere, Lui lo già bevuto! Lui sa come si fa, come si sale sulla croce, come non si scappa, come si entra nella morte. Gesù è in noi davanti alla Croce: "Ora Colui che è il Verbo assume Egli stesso un corpo, viene da Dio come uomo e attira a sé l'intera esistenza umana, la porta dentro la parola di Dio, viene da Dio e fonda così il vero essere uomini. Non è una persona sola, bensì ci rende tutti «uno» in sé, ci trasforma in una nuova umanità... È questa la «sequela» cui Gesù ci chiama: lasciarsi attrarre dentro la sua nuova umanità e dunque nella comunione con Dio." (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, pag.382-383).
Abbandoniamoci a Lui allora, lasciamo che ad ogni risveglio ci annunci il nostro destino, ci attiri nella sua "nuova umanità", battezzandoci nel suo stesso battesimo. Ogni giorno che si schiude è come il fiume Giordano che attende il corpo benedetto del Signore vivo nella nostra carne. La moglie, il marito, i figli, i genitori, gli amici, il fidanzato, i colleghi, e poi la precarietà economica, il mobbing e le incomprensioni sul lavoro, le malattie sempre in agguato, il rifiuto e il disprezzo, il traffico e i contrattempi, sono come i flutti nei quali immergere la nostra vita perché sia distrutto l'uomo vecchio e possa apparire quello nuovo, creato a immagine di Cristo: donarsi a chi reclama la nostra attenzione, il nostro tempo, i nostri schemi, la nostra vita. Spesso violentemente, ingiustamente, senza apparente ragione.
Allora coraggio, nella Chiesa impariamo a scendere nelle acque del Giordano che lambiscono ogni giorno il frammento di terra e di storia che siamo chiamati a calpestare, per riemergervi pronti a ricevere lo Spirito Santo che fa della nostre giornate il compiacimento di Dio, che ci fa figli amatissimi che seminano ovunque lo stesso amore del quale sono ricolmi.
Dare la vita significa, infatti, innanzi tutto deporre nelle acque del battesimo quotidiano l'egoismo, la superbia di chi pretende di condurre e piegare la propria vita e la storia, che giudica Dio per come fa il Padre, il Figlio per il modo così singolare con il quale ci ama e che non ci piace quasi mai, e lo Spirito Santo per non spiegarci tutto e, come Aladino con la sua lampada, non soffiare secondo i nostri desideri.
Servire è rinnegare il proprio io e ogni opera della carne, lasciando che sia crocifisso con Cristo l'uomo vecchio che si corrompe, proprio attraverso le vicende e le persone che il Padre prepara per noi ogni giorno.
Conformati a Lui possiamo vivere un'altra vita nel capovolgimento dei criteri mondani: non possiamo aspettarci nulla dal potere di questo mondo; per quanta indignazione gettiamo nelle piazze, per quanto possiamo impegnarci per la realizzazione di una politica più onesta e giusta, per quanto ci sforziamo di costruire una cultura della legalità, "coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere". 
Il Signore conosce il veleno che divora il mondo che lo rifiuta, e con Lui anche i suoi discepoli "sanno" della corruzione che vi si nasconde. Non siamo chiamati alle rivoluzioni violente, nelle piazze come nei condomini, negli uffici o sui campi di calcio dove giocano i nostri figli, nelle scuole e nelle nostre case.
Siamo chiamati, nella Chiesa e con essa, a qualcosa di molto diverso: "tra di voi invece..."  dice il Signore, “chiamando a sé” i suoi discepoli. Tra i fratelli nati dallo stesso battesimo, che si accostano e bevono allo stesso calice, ogni relazione è celeste, e per questo capovolta rispetto alle relazioni mondane: tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli, ovunque Il primo è l'ultimo e l'ultimo è il primo, e sembra quasi una gara a perdere, perché, fra i cristiani, vi è la certezza della vittoria di Cristo sulla morte, il demonio e il peccato.
"Fra di voi" è diverso, perché voi siete stati perdonati, rigenerati, risuscitati con Cristo e già siete stati assisi con Lui alla destra del Padre. Non si tratta di un posto di prestigio, perché ciò che sarà nel Regno dei Cieli non è affare nostro.
Ma si tratta di avere lo stesso Spirito del Signore, di regnare già oggi con Lui nella storia perché, seppur non in pienezza, nel battesimo abbiamo già oltrepassato il guado della morte, siamo le primizie dei santi del Cielo, e per questo ci è dato il potere di sottomettere i demoni, la carne e il mondo che così diviene il potere di dare la propria vita. 
Si tratta di amare, di regnare come regna Lui, dal Legno della Croce, il battesimo che ci fa ultimi, servi di tutti. Certo si tratta di assumere un combattimento quotidiano contro la carne, il mondo e il demonio: nella Chiesa, le cariche significano la promozione “alla croce; questo è stato promosso all’umiliazione. Questa è la vera promozione. Quella che ci fa assomigliare meglio a Gesù. Sant’Ignazio, negli Esercizi spirituali, ci fa chiedere al Signore crocifisso la grazia delle umiliazioni: Signore voglio essere umiliato, per assomigliare meglio a te. Questo è l’amore, è il potere di servizio nella Chiesa” (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 21 maggio 2013). 
Siamo dunque chiamati alla libertà di chi, abbassato e umiliato nella storia di ogni giorno, dall'ultimo posto, serve e accompagna ogni uomo al Paradiso, all'incontro con Dio, a mostrare e a offrire al mondo la vita "fra di noi", figli nel Figlio.
Il "posto" non conta, il potere e il prestigio non conferiscono nulla e non aggiungono nessun valore, mentre il ruolo nella società ancor meno: servire e amare, donarsi senza riserve è il luogo dove essere autenticamente se stessi, felici, realizzati, colmi della stessa pienezza di Cristo. E' questa la grandezza della nostra vita, perderla per amore, per riscattare chi è perduto: "Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore" (Benedetto XVI, Omelia nella Messa di inizio Pontificato).

È possibile canonizzare un Papa e dopo un anno gettare al macero il magistero sull'Eucaristia suo e dei predecessori, padri della Chiesa inclusi?

dall'Encilica di san Giovanni Paolo II Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile, Giovedì Santo, dell'anno 2003, Anno del Rosario.
È possibile canonizzare un Papa e dopo un anno gettare al macero il magistero sull'Eucaristia suo e dei predecessori, padri della Chiesa inclusi?[...] 36. La comunione invisibile, pur essendo per sua natura sempre in crescita, suppone la vita di grazia, per mezzo della quale si è resi «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4), e la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità. Solo così infatti si ha vera comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Non basta la fede, ma occorre perseverare nella grazia santificante e nella carità, rimanendo in seno alla Chiesa col «corpo» e col «cuore»; 72 occorre cioè, per dirla con le parole di san Paolo, «la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6).

L'integrità dei vincoli invisibili è un preciso dovere morale del cristiano che vuole partecipare pienamente all'Eucaristia comunicando al corpo e al sangue di Cristo. A questo dovere lo richiama lo stesso Apostolo con l'ammonizione: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice» (1 Cor 11,28). San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: «Anch'io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi».

In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione». Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell'apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell'Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale».

37. L'Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati. Se l'Eucaristia rende presente il Sacrificio redentore della Croce perpetuandolo sacramentalmente, ciò significa che da essa deriva un'esigenza continua di conversione, di risposta personale all'esortazione che san Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l'itinerario di penitenza attraverso il sacramento della Riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al Sacrificio eucaristico.

Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all'interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza. Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto». [...]

venerdì 16 ottobre 2015

L'amore di Dio è il segreto svelato dalla nostra vita salvata dall'ipocrisia


Tra la "folla" anonima che "si accalca e calpesta a vicenda", i discepoli sono come il lievito nella massa: non si vede, ma esercita una forza capace di sprigionare vita e fermentare tutta la pasta. Proprio perché sciolto come sale e lievito può illuminare il mondo intero. E' il paradosso cristiano nel quale siamo stati coinvolti con la chiamata che ci ha raggiunti: come il nostro Signore ci aspetta un torchio dove essere spremuti sino all'ultima goccia, perché il sangue di Cristo giunga ad ogni uomo; la missione della Chiesa, infatti, è lasciarsi impastare nel mondo per presentare i pagani a Dio come un'oblazione pura. I martiri ci indicano il cammino, come quelli di Nagasaki, crocifissi mentre cantavano i salmi che facevano risuonare, proprio per i loro carnefici, le melodie che gli angeli cantano in Cielo per l'eternità. A questo canto tra le fiamme della fornace ardente delle tentazioni e delle persecuzioni siamo chiamati fratelli; per questo la Chiesa ci sta insegnando come innalzare nel mondo l'inno di lode per il Dio bestemmiato e dimenticato. Unico pericolo, l’"ipocrisia", peggiore de peccati stessi, perché rende vana la Croce di Cristo e frustra la missione della Chiesa; il "lievito" di una vita doppia che infetta tutta la pasta, perché "nasconde" l'idolatria come fece il Popolo di Israele sorprendentemente sconfitto in battaglia ad Ai: "Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito l’alleanza che avevo loro prescritto e hanno preso ciò che era votato allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato e messo nei loro sacchi! Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volteranno le spalle ai loro nemici, perché sono incorsi nello sterminio. Non sarò più con

P. Cantalamessa: diaconi siano volto della misericordia tra la gente



Padre Raniero Cantalamessa




Padre Raniero CantalamessaI diaconi una risorsa per la Chiesa di oggi nei diversi servizi offerti ai fedeli e che con le loro famiglie possono offrire una preziosa testimonianza. E’ quanto è stato sottolineato al XXV Convegno Nazionale dei diaconi in Italia sul tema “La famiglia del diacono scuola di umanità” in preparazione del prossimo Sinodo della Famiglia. Iniziato mercoledì a Campobasso, si è concluso questo sabato con una relazione di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontifica. Tiziana Campisi gli ha chiesto quali contenuti ha sviluppato nella sua relazione “Il diacono servitore di Cristo”:

R. – Ho insistito sul fatto che il diacono, prima di essere servo del parroco e degli uomini, è servo di Gesù Cristo ed è proprio servendo Cristo che serve i fratelli. E poi ho sviluppato alcuni aspetti particolari dell’attività dei diaconi permanenti, del loro ruolo caritativo, del prossimo Anno della Misericordia, del loro ruolo come tramite della misericordia, volto della misericordia della Chiesa presso la gente.
D. – Quella del diacono è una figura antichissima, ma poco nota. Oggi che cosa può offrire alla comunità?
R. – E’ un’istituzione che è stata assente dalla vita della Chiesa per tanti secoli e reintrodotta dal

mercoledì 14 ottobre 2015

Unioni civili. Gandolfini: pronti a scendere in piazza per la famiglia



Fotogramma della manifestazione "Difendiamo i nostri figli" - ANSA



Fotogramma della manifestazione "Difendiamo i nostri figli"  - ANSADifendere la famiglia, contrastare l’ideologia gender, informare. Sono le sfide lanciate dell’incontro che si terrà a Roma, sabato 17 ottobre, al Teatro Adriano organizzato da molteplici organizzazioni pro-family. Preoccupazione è stata espressa per il nuovo testo sulle unioni civili appoggiato dal premier Renzi e che oggi si è incardinato al Senato. Il documento che divide la politica mira ad introdurre un istituto simile al matrimonio e consentire le adozioni da parte di coppie omosessuali. Massimiliano Menichetti ha intervistato Massimo Gandolfini presidente del Comitato “Difendiamo i Nostri Figli” che ribadisce: “siamo pronti a tornare in piazza”:

R. – Il fine di questa iniziativa è quella di ribadire alcuni concetti e principi che sono fondamentali e che, in questo momento, vengono ampiamente messi in discussione - in maniera negativa - con tutto il dibattito che è in corso sul tema in modo particolare delle unioni civili, di fatto omologate alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, di cui parla l’Art. 29 della Costituzione, da una parte; dall’altra parte vogliamo assolutamente sottolineare e tenere molto vivo il tema di fermare

Caso Charamsa. Don Dariusz Oko: il vero problema è l'«omoeresia» diffusa nella Chiesa

di Roberto Marchesini (da La Nuova Bussola Quotidiana, 20-12-2012)
Caso Charamsa. Don Dariusz Oko: il vero problema è l'«omoeresia» diffusa nella ChiesaLa Chiesa è infiltrata pesantemente da una potente lobby gay, che decide nomine e promozioni attraverso un meccanismo di ricatti e omertà. È questa la tesi sostenuta da don Dariusz Oko in un articolo pubblicato originariamente sulla rivista polacca Fronda (n. 63, pp. 128-160) e successivamente sulla rivista teologica tedesca Theologisches, suscitando molto rumore in tutt'Europa. Roberto Marchesini ha intervistato don Oko in esclusiva per La Nuova Bussola Quotidiana.

Don Oko, quando e come, storicamente, si è affermata la lobby omosessualista all'interno della Chiesa?
Esistono diversi tipi di lobby, e da secoli esistono in tanti ambienti. Questo non è un aspetto specifico della Chiesa cattolica. Dopo il Concilio vaticano II, ai tempi della rivoluzione sessuale del 1968, la teologia cattolica morale ha cominciato ad accettare le idee che prima erano considerate estranee al Magistero della Chiesa e alla morale tradizionale. Uno degli esempi può essere l'insegnamento del