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lunedì 19 marzo 2018


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Il timore di Giuseppe dinanzi a un Figlio, è simile al nostro di fronte a noi stessi, figli nel Figlio. In Maria abbiamo ricevuto le sembianze del Figlio, la stessa natura di Dio. Ma nonostante ciò, abbiamo paura di noi stessi, di essere quello che siamo per non essere rifiutati. Per paura siamo schiavi, soggetti a un padrone che, mostrandoci debolezze e difetti, ci induce a pensare male di noi stessi e di Dio che ci ha fatto così deboli. E' la paura e lo scandalo di un'infinita distanza tra la sublimità della nostra vocazione e l'inadeguatezza di ciò che siamo. Lo scandalo e la paura di Giuseppe, giusto della rettitudine di voler "ag-giustarsi" in ogni circostanza alla volontà di Dio, e per questo preda del dubbio e dell'angoscia dinanzi a qualcosa di straordinario, al di fuori della stessa Legge cui ha votato la vita. Forse intuisce, ma l'eccezionalità e l'imprevedibilità sono come uno tsunami. Giuseppe ama Maria, ma la giustizia appresa dalla sapienza del suo popolo non ammette deroghe, neanche per quella deliziosa fanciulla che attendeva di sposare. Il fatto era lì, incontrovertibile. Maria era incinta e Giuseppe non c'entrava nulla. La ragione umana era senza spiegazioni se non quelle rese dall'evidenza. E questa spingeva inesorabilmente Giuseppe al rifiuto di quella ragazza, proprio in virtù della Legge alla quale aveva sempre adeguato la propria vita. Ma Dio appare dove nessuno se lo aspetta. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, al di là di ogni legge. Maria incinta fuori del matrimonio, promessa sposa, ma non ancora sposa. Per accogliere questa follia occorreva un cuore capace di dilatarsi e saltare fuori dallo stesso perimetro della Legge, e una giustizia che superasse quella dei farisei; un amore capace di trascendersi ben al di là della carne, il cui limite estremo era tutto nella struggente e triste decisione di Giuseppe, ripudiare in segreto Maria proteggendola così da un destino di morte, e caricarsi le conseguenze che avrebbero segnato anche la sua vita per sempre. L'amore aveva spinto Giuseppe sino a condividere la stessa sorte di Maria, ed era qualcosa di grande, il meglio che la carne avesse mai dato, ma in quell'istante in cui si giocavano le sorti dell'umanità Dio lo chiamava ad un salto più grande. E Giuseppe era lì, con quel dubbio a bucargli lo stomaco e a lacerargli il cuore, la vita intera precipitata in un "pensiero" come i tanti che sottraggono tempo e forze nell'inutile tentativo di individuare modi e parole per ovviare all'imponderabile. Come noi, oggi, dinanzi alla nostra storia, alle briciole di un'esistenza che vorrebbe avere capo e coda, e non ne trova in nessun percorso logico e umano. Anche oggi è un giorno decisivo per la sorte di nostra moglie, di nostro figlio, di quell'amico o di quel collega. Per salvare, Dio scende anche oggi a cercare chi è finito fuori legge, e ha scelto proprio noi per accogliere e custodire l'opera del suo amore. E ci ripete le parole che in Giuseppe hanno sciolto ogni dubbio: "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Tua sposa: la "promessa" sposa è "già" sposa agli occhi di Dio, ancor prima del suggello finale delle nozze, perché la Provvidenza di Dio aveva precorso il tempo, infranto le regole del mondo, la biologia del cosmo, disegnando, dall'eterno e per l'eterno, un cammino di salvezza tra le piaghe dell'umanità peccatrice, ed esso passa per Giuseppe e Maria. Essi sono le due braccia di Dio aperte ad accogliere ogni uomo in un abbraccio di misericordia. Tutto era già pronto dall'eternità: Maria, piena di Grazia, Immacolata Concezione per dare alla luce il Messia Immacolato; Giuseppe, figlio della Giustizia misericordiosa di Dio per accogliere e il "Giusto che si addosserà il peccato di molti". Le loro nozze, già compiute nella volontà di Dio, si celebrano ora nel tempo e nella carne, perché la volontà di salvezza giunga nel tempo e ad ogni carne. Nella pienezza dei tempi Dio ha aperto il Cielo e ha inviato l'officiante, Gabriele, l'angelo dell'annuncio. Le nozze di Giuseppe e Maria, infatti, sono l'annuncio della Buona Notizia e l'umanità è in attesa del loro "consenso": “Dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. (San Bernardo, Omelie sulla Madonna).
E Maria ha aperto con il suo eccomi, e Dio ha preso finalmente dimora nel suo seno, Il mistero di un Dio nascosto nella carne dell'uomo, sembra peccato invece è amore. Anche Lei, Immacolata Concezione, senza peccato s'è fatta peccato per partorire al mondo il Dio fatto peccato. Per salvare i peccatori, e farli figli di Dio, ha fatto peccato la Madre e il Figlio. Manca solo Giuseppe, anche lui di fronte all'irruzione dello Spirito Santo, l'amore infinito che Dio aveva deciso dovesse passare per la strettoia della sua angoscia. L'arduo cammino dell'amore, accogliere il mistero di un amore così lacero, incomprensibile, come Gesù al Giordano, nella fila dei peccatori, e Maria incinta fuori del matrimonio. Lo stesso amore fatto carne nel seno di Maria è deposto, inerme, sulla soglia della sua libertà; come per Maria, la sofferenza di ogni uomo bussa ora alla sua porta, la sua angoscia non è un affare privato, è la stessa angoscia dell'umanità che grida dentro di lui. Anche Giuseppe è agli occhi di Dio già sposato con Maria, e non può più rimandare l'ora del suo "consenso". Solo gli occhi di Dio vedono "oltre" l'angusto sguardo dell'uomo; solo gli occhi di Dio vedono la misericordia e il riscatto nel peccatore più turpe. Per questo la Grazia dona a Giuseppe gli occhi di Dio, e il suo sguardo su Maria si fa accoglienza di quanto lo Spirito Santo aveva operato nell'ombra del mistero. La parola dell'Angelo è rivolta oggi a ciascuno di noi, come un balsamo di pace e di speranza: "Non temere", non temiamo di prendere con noi Maria, la Figlia di Sion, immagine di un Popolo e della sua storia, della nostra storia. In Lei siamo generati, e quello che è generato in Lei è opera dello Spirito Santo. Siamo dunque opera del respiro di Dio, la vita divina è dentro la nostra vita. La carne la sorregge a malapena, la tenda d'argilla che sono le nostre membra peccatrici, quelle zolle di terra che ci scandalizzano, impauriscono e paralizzano, non sono che la povera stalla di Betlemme dove Dio ha voluto nascere e prendere dimora. Non temiamo le nostre debolezze, l'astruso passato, l'incerto futuro. Quel che è in noi, quello che ci genera oggi a questo giorno come ad ogni giorno è il dito di Dio; il soffio del Suo Spirito dà vita alla nostra morte e a quella a cui siamo inviati. In Dio siamo "già" sposati con il suo Figlio, siamo suoi da sempre, da prima della creazione del mondo. Noi siamo il suo destino e Lui è la nostra Patria. In ogni evento che ci impaurisce si nasconde l'annuncio di salvezza per noi e l'umanità intera. La storia ci è data perché vi si compiano le nozze che diano alla luce il Salvatore del mondo. Siamo preziosi ai suoi occhi, perché, in noi, Dio vede il riscatto di questa generazione. I nostri occhi guardano la nostra vita come riflessa in uno specchio scheggiato e ombrato, gli occhi di Dio guardano, e amano, il suo Figlio in noi e in ogni uomo. Come hanno guardato Maria, e come, per la Grazia, hanno imparato a guardarla gli occhi di Giuseppe. Lo sguardo di Dio che ha chiamato e fatto crescere la Santa Famiglia di Nazaret nella comunione al punto che l'amore si è fatto viscere di misericordia per l'umanità; in essa si rivela il valore immenso e la missione decisiva di ogni famiglia cristiana: offrire al mondo la misericordia fatta carne, Cristo Gesù; per compiere questa missione occorre solo che viva abbandonata alla volontà di Dio, vivendo ogni istante nella certezza che ciascuno è un passo prezioso e decisivo per la salvezza del mondo. Non temiamo allora di accogliere lo straordinario amore di Dio, di incamminarci con Lui alla ricerca della pecora perduta, di prendere con noi quanto Egli sta operando, misteriosamente e al di là di ogni ragionevole limite imposto dalla stessa Legge religiosa che vorremmo seguire: attraverso la vicenda di Giuseppe il Signore ci chiama ad "uscire da noi stessi, dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio", perché "le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo" (Card. J Bergoglio, Intervista a 30 Giorni, Novembre 2007). Non temiamo di amare oltre la giustizia umana, oltre l'amore contenuto nella nostra povera carne. Non temiamo di lasciarci colmare dallo stesso Spirito che ha fecondato Maria, che sta operando in chi ci è accanto, affidato alle nostre cure di marito e padre e fratello. Non temiamo di lasciarci aprire gli occhi della fede per discernere l'opera dell'infinito amore di Dio anche e soprattutto in quanto appare, alla giustizia della Legge, ingiusto e malvagio. Che il Signore ci doni gli occhi della fede della Chiesa inviata alla ricerca della pecora perduta, dei peccatori, dei falliti; gli occhi di Giuseppe attratti in un amore più grande, infinitamente più grande della carne, occhi celesti sulla terra. Gli occhi che sorgono da un cuore rinnovato e trasformato nell'amore di Dio: "L’uomo e la donna che vogliono vivere il loro battesimo devono andare verso le periferie, verso le periferie geografiche, le periferie culturali, le periferie esistenziali, devono andare con questa proposta evangelica... vivere in questa tensione, una tensione tra l'interiorità dell’incontro con Gesù che vi spinge verso fuori e pone tutto in questione, tra un andare e un tornare continuo" (Card. J Bergoglio).

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