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giovedì 22 marzo 2018



SUL GOLGOTA PER VEDERE IL GIORNO DI CRISTO RISORTO NELLA NOSTRA VITA







αποφθεγμα Apoftegma



L’espressione "vita eterna" non significa 
la vita che viene dopo la morte,
mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna.
"Vita eterna" significa la vita stessa, 
la vita vera,
che può essere vissuta anche nel tempo
e che poi non viene più contestata dalla morte fisica.
È ciò che interessa: 
abbracciare già fin d’ora la "vita"
la vita vera,
che non può più essere distrutta da niente e da nessuno.

J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, volume II

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Chi pretendi di essere?”: una domanda che affiora spesso sulle nostre labbra. La morte esiste. E Qualcuno, anche oggi, pretende di annunciare che una semplice Parola è capace di vincere la morte. Il padre stesso della fede è morto, accidenti, e ora basterebbe una Parola? Per di più quella di un povero Galileo che ha tutto dell’indemoniato? Gesù si rivolge "ai giudei che hanno creduto in Lui" nel contesto di quella che, nel giudaismo dopo l’esilio era chiamata semplicemente "Ha-Dhag" – La Festa, Sukkot, la Festa delle CapanneLa Mishnà afferma che "chi non ha assistito a questa festa ignora cosa sia una festa". Le cronache dell'epoca raccontano di grandi feste popolari svolte nei cortili del Tempio, che per una settimana si affollavano di pellegrini che agitavano il lulavOvunque a Gerusalemme si cantavano salmi e canti popolari. A Sukkot, la gioia era unita alla precarietà delle tende, che chiamava ciascuno ad andare all'essenziale, alla Torah - che proprio nel deserto venne donata per poter «scegliere la vita» (cfr Dt 30,1ss.). La gioia, inoltre, era legata alla luce e all'acqua, elementi fondamentali per la vita. La Torah, fonte della gioia per ogni ebreo, è spesso paragonata a questi due elementi. Nella festa di Sukkot essi si fondevano, e Gesù li ha raccolti mostrando di esserne il compimento. Al termine del primo giorno, "i Sacerdoti e i Leviti scendevano nell'atrio del Tempio riservato alle donne e vi facevano dei grandi preparativi... Le persone più religiose e più illustri danzavano davanti alla folla con in mano delle fiaccole ardenti e recitando Salmi e Inni» (Talmud Babilonese, Sukkah, 51b). Il Tempio era illuminato grandiosamente. Secondo la Mishnah, quattro candelabri giganteschi alti più di venti metri erano posti all'interno del cortile delle donne. Ciascun candelabro era rivestito in oro ed aveva quattro braccia. Sedici fiamme illuminavano Gerusalemme dalla collina più alta dove sorgeva il Tempio. I Leviti suonavano i loro strumenti innescando la gioia. La luce ricordava al Popolo la Gloria di Dio che aveva preso dimora del Tempio: Nel tempo in cui Salomone edificò il primo tempio, fu proprio a Sukkot che la gloria della Shekinah scese su di esso. Gesù, presente nel Tempio durante la Festa rivela che con Lui è giunta nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo. Camminare nella sua luce, seguirlo come discepoli, significherà non inciampare più nella morte, perché "lo splendore del Re ha vinto le tenebre" (Preconio Pasquale). Nella notte dell'umanità è brillata la Luce che non conosce tramonto, in Gesù le notti dell'Antico Testamento che profetizzavano la notte delle notti ha incontrato la Luce che dissipa ogni tenebra, la luce della Pasqua. Il settimo giorno della festa è noto come Hoshana RabbaSukkot era una festa che celebrava anche l’ultimo raccolto dell’anno ringraziando Dio e supplicandolo per la pioggia nell'anno a venire. L’acqua aveva un ruolo fondamentale: prima della festa i rabbini ammaestravano il Popolo sui passi della Scrittura riguardanti l'acqua. Uno di essi era letto anche dal Sommo Sacerdote: "In quel giorno dirai: Io ti lodo, Signore! Dopo esserti adirato con me, la tua ira si è calmata, e tu mi hai consolato. Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, e non avrò paura di nulla; poiché il Signore è la mia forza e il mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Voi attingerete con gioia l'acqua dalle fonti della salvezza. Abitante di Sion, grida, esulta, poiché il Santo d'Israele è grande in mezzo a te" (cfr. Is. 12, 1ss). L'originale tradotto con "salvezza" è "Yesuah"Gesù! Nell'ultimo giorno della Festa, quando l'acqua scorreva a fiumi e la gioia era giunta al suo apice, Gesù grida con tutta la forza che è proprio Lui quell'acqua viva a cui anela ogni uomo. Dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua capace di dissetare davvero, come una sorgente che zampilli sino alla vita eterna; Lui compie quanto promesso alla donna samaritana e ai figli di Abramo: ogni pensiero, ogni fatica, ogni dolore, troveranno in Lui senso e pienezza. Il raccolto della vita sarà abbondante, trabocchevole, perché mayim ḥayim - l'acqua viva, lo Spirito di Colui che ha vinto la morte - scenderà copioso ad irrigare la terra, immagine dell'esistenza di ciascun uomo. E' Lui la salvezza, Gesù, "Dio che salva" dalla morte e dona, senza limiti, il suo stesso alito di vita, la fonte dell'esultanza senza fine.



Al termine della Festa ci si congedava con le seguenti parole del Salmo 128: «Ti benedica JHWH da Sion e possa tu vedere la felicità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vitapossa tu vedere i figli dei tuoi figli, pace su Israele» (Sal 128,5-6). Questa benedizione è scesa su Abramo, che ha visto la felicità di Gerusalemme, il cuore della Terra a lui promessa, e ha visto i figli dei suoi figli, la posterità da lui generata, la discendenza sorta da Isacco, il figlio a lui promesso. immagine e profezia del Messia. Non una sola parola annunciata da Dio è andata dispersa: per questo, in Cristo, Abramo ha visto la Gerusalemme celeste ed eterna scendere e accogliere la Gerusalemme terrena; in Lui ha visto moltiplicarsi, per l'eternità, la discendenza scaturita dai suoi fianchi. Abramo ha visto la gioiaSecondo una tradizione rabbinica Abramo aveva conosciuto Dio a quarantotto anni. Per la simbolica biblica sette per sette è il compimento, quindi Abramo ha conosciuto Dio sulla soglia del compimento della sua vita. La Parola ascoltata lo ha introdotto nella pienezza. La vita di Abramo era in attesa di qualcosa, di qualcuno capace di strapparlo dalla morte incipiente, dal carico di fallimento che gravava sui suoi giorni. Non aveva un figlio a cui donare se stesso in eredità, non aveva una terra a cui consegnare il suo corpo per il riposo. Abramo era sulla soglia della morte; ma proprio qui la Parola di Dio ha trasformato quell'al di là di morte che lo attendeva in un futuro colmo di vita. Dio si era fatto presente sul confine drammatico che separa vita e morte. Qui Abramo ha cominciato a "vedere il giorno di Gesù", sperimentando tutto quello che la Festa delle Capanne significava: aveva visto la luce della vita brillare nella notte del fallimento; aveva danzato e gioito all'udire la Parola di speranza; aveva dimorato nella precarietà, in attesa della manna, camminando appoggiato alla sola Parola ricevuta; aveva accolto in sé la pioggia abbondante della fertilità, l'acqua di vita che aveva dischiuso il seno sterile di Sara. Finalmente, stringeva tra le braccia Isacco, la vita scaturita dalla sua carne morta. Ma, era questo il giorno di Gesù nel quale rallegrarsi? Abramo, come il Popolo, gustava la gioia, faceva festa, ma non era ancora quello il giorno del Messia, perché Egli avrebbe sconvolto ogni attesa, facendo di ogni esperienza una profezia di qualcosa immensamente più grande. A proposito di Abramo Kierkegaard scriveva: “Ciascuno diventa grande in rapporto alla sua attesa; uno diventa grande con l’attendere il possibile, un altro con l’attendere l’eterno, ma colui che attese l’impossibile, divenne più grande di tutti”. Ad Abramo mancava qualcosa, mancava l'impossibile che aveva intuito potersi compiere sin dal primo momento in cui aveva ascoltato la voce di Dio. Mancava la prova decisiva, l'amore pieno e incondizionato. Mancavano quell'angoscia, quel dolore, quell'assurdo che tutto strappa, che scuote ogni certezza; mancava la notte oscura della fede, la più dura, nella quale vedere la luce della Pasqua, il giorno eterno del Messia Gesù, la notte del Moria. Il nomade Abramo si trovava proprio come al culmine della Festa delle Capanne, quando l'acqua scorre a fiumi. Era infatti presso il pozzo di Bersabea, nel territorio dei Filistei; i suoi piedi calcavano la Terra che Dio gli aveva promesso, guardava Isacco e "invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità” (Gen 21,33), al colmo della gioia per le grazie che Dio gli aveva concesso. E in questo luogo di festa, "Dio mise alla prova Abramo e gli disse: 'Abramo!'. Rispose: 'Eccomi!'. Riprese: 'Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò'" (Gen 22, 1-2). Una lancia nel cuore, identica a quella che ha trafitto l'anima di Maria. Quella vita che Dio gli aveva donato, il suo tesoro più grande, ora se la voleva riprendere. Come se nel bel mezzo della festa di Sukkot fosse disceso Dio ordinando di ritornare in Egitto e perdere tutto quanto costituiva la ragione della gioia. La mishnah afferma: «Dieci prove ebbe a subire Abramo nostro padre e resistette a tutte, e ciò fa conoscere quanto fosse grande l’amore di Abramo nostro padre» (Avot 5:3). Il Talmud Babilonia, (Trattato Sanhedrin 89b), descrive così la decima tentazione di Abramo: Sulla strada [per il paese di Moriah] Satana venne a lui [da Abramo] e gli disse: “Se provassimo a dirti una parola ti darebbe fastidio?... Ecco tu ne hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai raffermato le ginocchia vacillanti; e ora che il male piomba su di te, tu ti lasci abbattere; ora che è giunto fino a te, sei tutto smarrito”. Egli rispose: “io cammino nella mia integrità». “Ma”, gli disse [Satana]: “la tua pietà non è forse la tua fiducia?”. “Ricordati”, egli continuò, “quale innocente perì mai?” . Vedendo che lui [Abramo] non lo ascoltava, gli disse: «Una parola mi è furtivamente giunta: ho ascoltato da dietro la Cortina [cioè, dai segreti più intimi di Dio], l’agnello per un olocausto, ma non Isacco per un olocausto”. Egli rispose: “è la punizione di un bugiardo quella che se anche dovesse dire la verità non sarà ascoltato”». Salendo il Monte Moria Abramo ha dovuto subire la tentazione più grande, quella di dubitare di Dio dinanzi all'assurdo che lo afferrava fin nelle viscere. In questo racconto emergono in filigrana le tentazioni di Gesù, ma anche le parole a Lui pronunciate qualche momento prima il dialogo del Vangelo di oggi, quelle riguardanti il demonio, vero padre dei giudei che avevano creduto in lui. Anch'essi dovevano passare dalla schiavitù alla libertà, dal segno alla verità; avevano creduto ma erano ancora preda della carne, attaccati a quanto avevano ricevuto da Dio come un dono, ma che avevano trasformato in un possesso orgoglioso, come fece satana loro padre. Dovevano ascoltare sino in fondo Gesù per conoscere la Verità, il Padre che ama davvero e libera dalla morte e dal peccato, e rinnegare il padre della menzogna che rende schiavi. Come Abramo, dovevano abbandonare la propria vita alla Parola fatta carne, a quell'uomo che credevano sapere da dove veniva e invece non conoscevano. Dovevano consegnare se stessi a quell'uomo che era Dio, e incamminarsi verso il nuovo Moria, il Golgota dove sperimentare la provvidenza di Dio in quell'Agnello che vi avrebbe offerto la vita. Dovevano abbandonare ogni giustizia umana, per accogliere la "pretesa" di Gesù, la giustizia celeste, l'amore fatto Parola eterna più forte del peccato e della morte. 



Come Abramo, per non assaporare la morte, dovevano imparare a custodire la parola, secondo il significato della parola osservare nell'originale greco. Custodisce chi ha qualcosa di prezioso: Abramo, per custodire davvero Isacco, doveva passare dalla promessa a Colui che aveva promesso, dalla creatura al Creatore. Per amare Isacco, doveva conoscere l'amore di Dio che glielo aveva donato, e consegnarsi ad esso senza riserve. Salendo il Moria, Abramo ha imparato a sorvegliare, proteggere, amare la Parola: "nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio"; come San Giuseppe che "è custode perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo!" (Papa Francesco, Omelia nella Messa per l’Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013). Come Abramo e come i giudei anche noi siamo chiamati, attraverso le vicende della nostra vita, quando tutto sembra perduto, ad imparare ad amare la Parola, Cristo, più d'ogni altra cosa: l'amore autentico è puro e disinteressato, sale con speranza il Moria, per sperimentare che esso è sempre frutto della provvidenza di Dio, del "giorno di Gesù", e sorge dalla vita oltre la morte. La Grazia di questo amore, il dono di questa consegna totale che spoglia per colmare, passa per il sacrificio di Isacco, per la prova più dura. Essa stessa è l'anticipo della Grazia più grande, la libertà totale e incondizionata che si fa obbedienza colma di amore, per giungere a vivere come Santa Teresa d'Avila: "Se ti amo, o mio Tesoro, non è per il Cielo che mi hai promesso. Se temo di offenderti, non è per l’inferno di cui sono minacciato. Quel che mi attira a te, sei tu, tu solo: è vederti inchiodato sulla croce, col corpo straziato, in agonia di morte. E il tuo amore si è talmente impadronito del mio cuore che anche se il Paradiso non esistesse, ti amerei lo stesso; se non esistesse l’inferno ti temerei ugualmente. Tu nulla hai da promettermi, nulla da darmi per provocare il mio amore: quand’anche non sperassi quel che spero, ti amerei come ti amo". Racconta un midrash che mentre Isacco si legò volontariamente all’altare del sacrificio e Abramo si accingeva a compiere il sacrificio, il Signore vide "come fosse uguale il cuore dei due: sgorgavano lacrime dagli occhi di Abramo e le lacrime cadevano su Isacco legato. Isacco piangeva e le sue lacrime cadevano sulla legna che era tutta bagnata. Tutta la creazione piangeva. Poi Abramo prese il coltello per immolare il figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò e disse: «Abramo, Abramo! ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico figlio!»". Sul Moria Abramo ha sperimentato questo amore, ha visto il giorno che non muore, il volto di Cristo impresso in quel figlio offerto e riscattato. Dopo l’intervento dell’angelo infatti Abramo, secondo il Targum, ha chiamato quel luogo: Qui il Signore fu vistoAl culmine dell'angoscia Abramo ha visto che "Dio è favorevole", ha visto il giorno di CristoQuel giorno è la gioia vera, quella che annunciava Sukkot, la gioia della Torah compiuta, della luce e dell'acqua della vita che non si esauriscono e illuminano e fecondano per l'eternità. Il giorno di Gesù è la gioia vera ed autentica che i discepoli hanno sperimentato la sera di Pasqua: "In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete... Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia... Ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia" (Gv. 16, 20.22). Come i discepoli, Abramo ha visto il giorno di Cristo perché, ritornando vittorioso dalla tomba, Lui lo aveva visto attraverso lo sguardo di Isacco salvato dalla morte, immagine profetica dell'Uomo delle beatitudiniIl giorno del rifiuto, della persecuzione, quando tutti gli uomini, mentendo, parleranno male dei discepoli del Signore è il giorno delle beatitudini: "Vi dico, in quel giorno rallegratevi". E' questa l'esperienza più profonda, quella che ci attende nella notte di Pasqua: guardare Cristo fisso negli occhi, come Abramo ha fissato suo figlio. Piangere con lui, delle lacrime del Getsemani. Tremare con Lui quando tutto, ma proprio tutto ci è tolto: "Fiat lux, fiat voluntas, un’eco lontana risponde alla prima, alla parola di creazione, un’eco fedele: un secondo inizio risponde al primo; una seconda creazione risponde alla prima" (Charles Péguy, Getsemani). La luce della Pasqua che brilla nell'obbedienza del Figlio, l'obbedienza di Abramo, di Isacco, di ciascuno di noi. Al culmine della notte brilla la luce, nel fondo dello sconforto e della paura, proprio allo spegnersi di ogni certezza, anche quella della preghiera e della stessa Parola di Dio, quando tutto tace e ci troviamo schiacciati dall'incomprensibile, appare il volto di Cristo che s'erge trionfante sulla morte. Non vi è altra gioia che ci interessa: "abbracciare già fin d’ora la "vita", la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno"(J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, volume II). Abbracciare Isacco ridonato, abbracciare Cristo, vita nostra.


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