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mercoledì 10 ottobre 2018



Dio non permetta che, recitandola, 
trascuriamo di ricordare spesso bisogno di alzare la voce. 
Anzi, gli è molto vicino, e io vorrei che, 
per ben recitare il Pater noster, 
foste intimamente persuase di non dovervi mai allontanare 
da Chi ve l’ha insegnato.
Santa Teresa d'Avila
DA GESU' IMPARIAMO A PREGARE PER ENTRARE CON LUI NELL'OBBEDIENZA ALLA VOLONTA' DI DIO

Il Padre Nostro è la preghiera del "discepolo", di chi segue il Signore e sperimenta la necessità impellente di pregare, e sa di non saperlo fare. La prima petizione del Padre Nostro infatti è "Signore, insegnaci a pregare", perché noi la mettiamo immediatamente sul sentimentalismo, sugli umori e gli ormoni del momento, e ci fabbrichiamo preghiere che sono dei nevrotici soliloqui. Parole che vorrebbero dire il fondo di noi stessi e invece staccano solo brandelli di pelle morta, incapaci come siamo di lasciare la superficie delle cose, il sentire immediato che il demonio usa sempre per tenerci al guinzaglio assolutizzando e drammatizzando spicchi effimeri della nostra vita. Abbiamo bisogno di imparare a pregare, che significa imparare a vivere da figli di Dio entrando umilmente nella storia di tutti i giorni. Per questo, essendo la porta al sano realismo che segue le orme dell'incarnazione, la preghiera è quanto di più lontano vi sia dal sentimento e dall'emozione del momento. Essa, infatti, educa all'autentica sofferenza, come alla gioia vera. Non tutto quello che riteniamo sofferenza lo è, come non lo è tutto quello che ci illudiamo di vivere come gioia. Normalmente viviamo sentimenti periferici, momentanei, che il demonio prende a pretesto per deprimerci o esaltarci, comunque per sviarci dal cammino autentico del discepolo che segue il Signore nel compimento della volontà di Dio. E ciò accade perché non abbiamo ancora imparato a pregare, sfuggendo accuratamente la "fatica" quotidiana che essa suppone. La preghiera, infatti, è un "ufficio", un compito e una vocazione, come quella di uno sposo con sua moglie, o di un figlio verso suo padre. E sappiamo bene che ogni relazione è un cammino da percorrere, piuttosto che emozioni da sentire. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante, in un tessuto di gioie e dolori, bonacce e tempeste, comprensioni e incomprensioni. Comunque, una dura fatica, perché siamo sulla terra e non nel Paradiso, e c'è da confrontarsi con il peccato e le sue conseguenze, le ferite che ci indeboliscono e sporcano ogni rapporto. Anche quello con Dio, nostro Padre. Per questo, per insegnare ai suoi discepoli a pregare, Gesù insegna ad essere figlio: ammaestra offrendo se stesso come "materia" da studiare, Maestro e più che Rabbì, che ha lottato ogni istante per vivere da Figlio: "Yose ben Yo’ezer ha detto: Sia la tua casa un luogo di convegno per i dotti; impolverati della polvere dei loro piedi e sii sempre assetato delle loro parole" (Avot 1:4). Per imparare a pregare i discepoli di Gesù devono fare della propria casa, della propria vita, un "luogo" di convegno, e sedersi ai suoi piedi come fece Maria. Per imparare a pregare devono impolverarsi della polvere dei piedi di Gesù, condividere il suo cammino, la sua storia, sino alla Croce. Proprio le parole del Padre Nostro sono la polvere dei suoi piedi; le sue lacrime e le sue grida, le orme che lo hanno condotto al Getsemani e alla Croce, per entrare nella morte e risorgere vittorioso: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime … e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì" (Eb. 5, 7-8). Gesù si è messo alla scuola del Padre, come un discepolo, e ha imparato, nell'intimità dell'amore, che cosa sia davvero essere figlio. Per Lui, come per ciascuno di noi, era preparato un cammino: esso ha, per così dire, "un luogo" - quel "luogo" dove Gesù "si trovava a pregare" - ed è la prossimità, l'intimità, la frequentazione di padre e figlio. In questa relazione intima, la libertà trova il suo compimento nell'obbedienza, che è sempre la coniugazione dell'amore. Gesù offre la sua vita liberamente rispondendo così al comando del Padre; Egli riconosce nella volontà paterna un'opera così grande e urgente - quella per la quale è venuto al mondo - da assorbire in sé stessa la propria volontà, sino al punto di identificarla con quella di suo Padre. La libertà è stata come il veicolo attraverso il quale la volontà del Figlio si è disciolta in quella del Padre, rivelando così la somiglianza perfetta tra i due. La libertà legata profetizzata da Isacco nel celebre episodio della aqedà, il Targum del capitolo 22 del Libro della Genesi: 
"Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme con cuore integro. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». E rispose Abramo: davanti al Signore, Lui ha preparato per se l’agnello per l’olocausto e se non, tu sarai l’agnello che è per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme con cuore integro; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare Isacco suo figlio. Rispose Isacco e disse al Abramo suo padre: Padre mio, legami bene, affinché non ti colpisca con calci e la tua offerta non diventi inadatta da parte tua e poniamo fiducia nella fossa della distruzione che sta arrivando al mondo.. Gli occhi di Abramo erano sugli occhi di Isacco e gli occhi di Isacco si muovevano verso gli angeli dall’alto. E Abramo non li vide. In questo momento uscì la voce divina dai cieli e disse: Venite! Guardate due esseri unici che sono nel mio mondo. Uno sta per immolare e uno sta per essere immolato. Quello che sta per immolare non esita e quello che sta per essere immolato ha steso il suo collo" (Targum Neophiti).
La completa identità tra Abramo ed Isacco è profezia e immagine di quella rivelata da Gesù nel Getsemani: Tutti e due insieme con cuore integro, due esseri unici, l'uno legato all'altro in una medesima volontà. E' dunque la volontà il tratto somatico che rivela la somiglianza tra Padre e Figlio: "Siate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei Cieli". La perfetta libertà è rivelata nel legame indissolubile della perfetta obbedienza: Padre e Figlio sono entrambi legati nel medesimo volere, l'amore perfetto, sino alla fine. Tra gli ulivi del Getsemani, nella notte di forti grida e lacrime, Gesù ha cominciato ad essere crocifisso: la sua volontà era ormai consegnata a quella del Padre, trafitta dal male e trasformata in pura compassione. All'arrivo delle guardie tutto era già stato consumato, Gesù aveva imparato l'obbedienza nel patimento più grande, era libero, era perfetto come il Padre; lo stesso cuore, la stessa compassione, era Figlio: nato dal Padre Nostro pregato mille volte durante mille notti, nella solitudine che abbracciava ogni uomo della storia. La preghiera insegnata da Gesù, infatti, è una profezia della sua Passione: inizia con Abbà, Padre, ed è il Getsemani. Prosegue poi con le diverse petizioni, e sono lo svolgersi concreto della Passione: il Nome santificato dinanzi al Sommo Sacerdote, il Regno che giunge con la corona di spine, il pane della Croce, la protezione dal maligno nel suo estremo tentativo di far scendere Gesù dalla Croce, e il perdono dei peccati, le ultime sue parole prima di spirare. Per questo, quando un discepolo chiede a Gesù di insegnargli a pregare, in realtà chiede che gli insegni l'obbedienza, perché solo in essa si può vivere sino in fondo. Pregare, dunque, è l'atteggiamento più esistenziale che ci sia, altro che sentimentalismi: è la chiave con la quale entrare giorno dopo giorno nella storia di dolore e precarietà che ci attende. E lì dentro imparare l'Abbà con il quale Gesù si è consegnato al Padre e a ogni uomo. Per essere discepoli occorre essere figli, perché ogni vocazione nasce dal battesimo: prima si è cristiani e poi preti, suore o genitori. E per essere figli di Dio, ovvero cristiani, non possiamo restare un istante senza pregare. Ma abbiamo sperimentato nella nostra vita la paternità di Dio? Il suo Nome che ha fatto santo il nostro, la sua presenza che ha dato senso e dignità alla nostra vita? Il suo amore provvidente che ci ha sfamato ogni giorno con il Pane della Parola e dei sacramenti, insieme a quello che ha nutrito il nostro fisico? Il perdono dei peccati, il trionfo del suo Regno su quello del demonio che ci teneva schiavi, e la sua protezione potente dalle tentazioni? Se non c'è questa esperienza, il Padre Nostro resterà una pia preghiera che non avrà nulla a che fare con la nostra vita. In essa, invece, possiamo imparare a vivere "misticamente" ogni evento, con uno sguardo di fede e innamorato, capace di riconoscere in ogni "luogo" l'opera di Dio. Ed è proprio questa la missione alla quale siamo chiamati, aprire il Cielo a un mondo sul quale invece esso pesa come una lapide. Predicare il Vangelo al mondo è un frutto della preghiera, come qualunque altra attività: non una parola, non un gesto  che non sgorghi dalla profonda intimità con il Padre. Non si può essere pastori senza vivere nel respiro del Padre Nostro, come non si può compiere la missione di padri e madri, mariti e mogli, usciere e medico. Se non si ha lo Spirito di Gesù Cristo si cercherà di piegare la realtà ai propri criteri carnali e mondani, attraverso una preghiera con la quale chiedere a Dio appoggio e aiuto su quanto già deciso e intrapreso. Il Padre Nostro, invece, è la preghiera che, umilmente, prima di tutto, chiede a Dio "che cosa vuoi da me, che cosa mi dici di fare perché si compia ciò che è tuo"?

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