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sabato 27 ottobre 2018


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LA CONVERSIONE E' IL CAMMINO DELLA VITA SUL QUALE DISCERNERE IN OGNI ISTANTE L'AVVENTO DELLO SPOSO

La sapienza consiste nel saper contare i propri giorni, ciascuno come un «kairos», un momento favorevole per «convertirsi». Come «questo preciso momento» in cui le notizie dal fronte della storia ci annunciano terremoti e crisi finanziarie nel mondo, gelosie, invidie e divisioni nei cuori. È vero, la «creazione geme e soffre» a causa del peccato, ma non è impazzita. La cronaca registra il dolore, ma è quello delle «doglie» che annunciano la vita per la quale Dio ha plasmato ogni cosa. Essa risplende come una primizia nei Figli di Dio «piantati» nella vigna del Signore. Nel seno della Chiesa, come pazienti «vignaioli», pastori e catechisti li hanno curati con «zappa» e «concime», la Parola che dissoda con la Verità, e i sacramenti che nutrono del Mistero Pasquale di Gesù. Una storia d’amore che ha accolto anche noi nel seno di una terra di misericordia e tenerezza, grazie e segni, correzioni e consolazioni. Il «terreno» fecondato dal seme benedetto del corpo del Signore, nel quale siamo stati chiamati a crescere e risuscitare con Lui, per presentare al mondo i «frutti» maturi della fede adulta, le opere che annunciano in noi la sua vittoria sulla morte. Il mondo ha bisogno dei nostri «frutti», é questione di vita o di morte.
Accanto a noi qualcuno sta per abortire, divorziare, gettare al vento la propria dignità. Forse si tratta della persona più vicina, e non ce ne stiamo accorgendo. Forse è tua moglie, che la tua indifferenza e il tuo egoismo sta uccidendo, come in una lenta eutanasia: goccia a goccia, il disinteresse, la noia, il calo del desiderio asfissiano la relazione. Ti unisci a lei solo quando la carne lo reclama - e chissà perché lo reclama sempre meno, forse la pornografia sta prosciugando la tua anima? o l'attaccamento al denaro ha rapito il tuo cuore? - come quando hai fame e ti mangi un pezzo di pizza; ma per il resto neanche uno sguardo, di quelli speciali, che giungono al cuore per deporvi tenerezza e misericordia... E capita che ormai sono anni che non fate più l'amore, e le parole scivolano sul cuore come gocce di pioggia su un tessuto idrorepellente, e le attenzioni sono riversate su figli, lavoro, cose e denaro; e le ore insieme diventano noiose, con un bisogno d'evasione incipiente che si trasforma in quell'insoddisfazione perenne che ti allontana da tutto e da tutti... Il matrimonio è ferito e non te ne rendi conto; per questo non ricorri alla sua fonte; hai dimenticato che è un sacramento e che non è opera tua; non ti viene in mente che c'è un modo per salvarlo, anzi di risuscitarlo, perché Cristo ha il potere su ogni morte, anche su quelle che porti dentro e non vuoi vedere! Non ti importa perché forse l'hai chiuso in una tomba sulla quale non versi più neanche una lacrima.
Ma le persone che ti stanno accanto, moglie e marito, figli e amici, parenti e fidanzati, «soffrono e gemono» a causa dei tuoi peccati, dei miei ... brancolano nel buio, ce ne siamo accorti? Come il mondo, che non capisce, non sa, la morte e il dolore spaventa e si finisce con il fuggirlo. Tuo figlio scappa, l'hai capito? Gli spinelli, i piercing, sono messaggi che ti lancia. Il primo denuncia i suoi peccati e il suo orgoglio. Ma il secondo denuncia te... Il demonio lo sta ingannando e lo tiene per il collo mostrandogli la tua incoerenza, il tuo attaccamento al denaro e alla carriera... Non si tratta di diventare perfetti, di essere impeccabili, no. Si tratta solo di riconoscere la propria debolezza, i propri peccati, e chiedere aiuto a Dio, implorare il suo perdono, e annunciare così a tutti, anche a tuo figlio, la stessa misericordia.
Per questo dovremmo chiederci se le persone che ci sono accanto troveranno oggi in noi il discernimento, la Parola di Verità, l’amore di cui hanno diritto? Forse no. Forse, come quei giudei, «abbiamo mangiato e ci siamo saziati» dei segni con i quali il Signore ha «moltiplicato» la nostra povera vita e abbiamo cominciato a «sfruttare» per noi stessi «il terreno» del Padrone. "Sono tre anni", è tanto che stiamo nella Chiesa, e forse ci stiamo approfittando del matrimonio, del ministero sacerdotale, della vita religiosa, dell’amicizia, di Dio stesso. La parabola descrive il tempo di catecumenato della Chiesa primitiva, che non durava però all'infinito. Non si può essere catecumeni a vita... Non si può essere sempre cristiani in prova: la Grazia non ci è data per essere dissipata. Per questo, nella Chiesa primitiva, il Vescovo si informava attraverso degli scrutini pre-battesimali per sapere come procedeva la preparazione del catecumeno. Purtroppo oggi questo non accade quasi mai, anzi, "informarsi, chiedere, correggere" sembrerebbe un giudizio verso i parrocchiani... Il "taglialo" poi, figuriamoci, in tempi di legge sull'omofobia sarebbe un attentato alla libertà di scelta.
Tutto questo accade perché abbiamo messo da parte l'amore e la gratuità di Dio; non li conosciamo più, e la confusione regna sovrana. La fede poi, normalmente, è data per scontata. E così i pastori, solo perché la gente ancora frequenta la Chiesa, passano all'incasso chiedendo, a volte esigendo, i "frutti": cercano i catechisti, i lettori, il coro, i volontari per la festa patronale, per l'animazione dell'oratorio, e si buttano i parrocchiani nella girandola del fare, senza pensare che prima viene un essere. Ed è raro chi si chiede se i parrocchiani siano stati formati o no: l'albero non cresce e non fruttifica senza terra, acqua, sole, concime. Per questo è necessaria una pedagogia permanente, una iniziazione cristiana seria, che non dia per scontata la fede, ma che ne accompagni e curi la maturazione. E' fondamentale privilegiare l'incontro personale con Cristo che viene, con amore e per amore, a chiedere i "frutti" dello Spirito Santo in ciascuno di noi. Per aiutarci a vedere con chiarezza in noi, affinché possiamo riconoscerci peccatori e accogliere la "conversione" come una buona notizia. Comunque, anche se non esiste quasi più il catecumenato e una seria iniziazione cristiana degli adulti, Dio continua ad aiutarci: con le liturgie e l'aiuto di pastori e catechisti; o attraverso gli eventi e le persone che, senza aspettarcelo, Dio invia alla nostra vita nei "kairos" favorevoli. E ci chiede conto, per amore, dei "tre anni", del nostro tempo vissuto nella Chiesa.
In tutti i modi la domanda è la stessa: che ne abbiamo fatto di tutto l'amore seminato nella nostra vita? Forse lo abbiamo pervertito, ed è divenuto questa poltiglia affettiva che abbiamo tra le mani: sempre impauriti, nevrotici, gelosi. Che nessuno ci porti via l'attenzione e la stima degli altri; che nessuno osi essere diverso da quello che abbiamo stabilito; che nessuno ci privi, oggi, della dose di affetto di cui abbiamo bisogno, sempre più massiccia, al limite dell'overdose. Che mio marito non creda di farla franca se non mi accompagna a comprare le scarpe; che la figlia non creda di passarla liscia con quell'atteggiamento supponente; che i miei figli non si illudano, non è possibile che sono già tre settimane che non mi vengono a trovare, che non si preoccupano della mia artrosi, dopo quello che ho fatto per loro. E' vero, stiamo per impazzire, imprigionati nell'impossibilità di ottenere l'affetto del quale ci sentiamo in diritto. Abbiamo tristemente scambiato i "frutti" che siamo chiamati a dare con quelli che esigiamo dagli altri.
Per questo il Signore dice perentoriamente:«Taglialo»... E’ una scure questa parola, ed è rivolta a noi. Come mai ancora non è giunta sulla nostra vita per portarsela via? Forse siamo migliori del collega morto all’improvviso o della ragazza rapita, violentata e uccisa? Forse siamo migliori del cugino che ha lasciato moglie e quattro figli e si è messo con una ventenne, sventagliando una raffica di mitra sul cuore dei suoi familiari? Forse sei meglio di quella mamma che ha accoltellato suo figlio di un anno? O forse Dio è un mostro e fa preferenze e vibra la scure scegliendo chi colpire come in una lotteria? «No, vi dico, ma se non vi convertite», la morte sarà per voi un’ingiustizia senza senso come lo è per il mondo. Ecco, il punto fondamentale è, oggi, come ogni giorno, la conversione. Che significa ascoltare la predicazione e la Parola di Dio, accoglierla e lasciare che polverizzi i criteri mondani con i quali guardiamo e interpretiamo i fatti, quelli di cronaca come quelli della nostra storia. Convertirsi significa, soprattutto, permettere a Dio di "tagliare" oggi la mano, il piede e l'occhio che ci scandalizzano, che ci fanno inciampare e ci impediscono la libertà per discernere la volontà di Dio negli eventi.
Anche oggi viene il Signore a "tagliare" la parte mondana e corrotta di noi. Gli apriamo? Ci mettiamo in ginocchio chiedendogli aiuto e pietà? O ci chiudiamo nell'orgoglio, difendendoci a spada tratta? Gesù non minaccia un castigo ma profetizza la triste conseguenza riservata a un cuore indurito. Si "perisce" tutti, ma il modo può essere diverso. Si può morire come chi non ha speranza ed è colto impreparato, o con il cuore di una sposa che attende il ritorno dello Sposo. Si può morire con e per amore, o chiusi nell'orgoglio e nell'egoismo che acceca e non ci fa capre nulla di quello che ci accade. Anche oggi può caderci addosso la torre di Siloe, basta una parola del marito... Ma non è detto che ci uccida come uccide chi non se l'aspetta: possiamo "convertirci", lasciare di guardare noi stessi e contemplare l'altro, nel quale è vivo Cristo; e accogliere la stessa parola cattiva con amore, morendoci dentro probabilmente, tanto è dura e ironica. Ma per amore, offrendosi all'altro come Cristo si è consegnato a noi, senza riserve. Allora la torre non ci schiaccerà nella disperazione, ma sarà un'occasione per donarsi e amare. Una bella differenza no? Non siamo migliori di nessuno, non abbiamo alcun diritto per morire santamente, nella storia di ogni giorno come quando esaleremo l'ultimo respiro: «No, vi dico, ma se non vi convertite», il mondo resterà senza speranza e ne chiederò conto a voi.
«Convertirci» allora è ricordare che c’è un «taglialo» definitivo che ci aspetta e meritiamo, per i peccati commessi. Dovremmo essere tagliati in questo stesso istante, solo per la mancanza di carità di questa settimana... Ma il "taglialo" è fermo a mezz’aria per la pazienza magnanime di Dio che desidera che tutti si salvino. Lui ci ama follemente, sa tutto di noi, del nostro matrimonio, della nostra incoerenza, della corruzione del nostro cuore ipocrita e ingannato. Sa e non ci giudica; sa e proprio per questo ci ama incondizionatamente. Per questo ci concede ancora quest’«anno» di misericordia, la vita che abbiamo davanti come un giubileo, un tempo favorevole nel quale convertirci: i fratelli che ci amano, i presbiteri che ci accompagnano, la Chiesa intercede per noi, come San Francesco che ottenne dal Papa il primo anno santo per offrire a tutti l'opportunità di salvarsi; o come Mosè che ha interceduto per il Popolo ottenendo pazienza e misericordia. Il "vignaiolo" è pronto ancora "un anno" a "zappare attorno" alla nostra vita e "metterci il concime" per "vedere se porteremo frutto per l'avvenire". C'è ancora una Parola annunciata che illumina gli eventi rivelandoceli come colpi santi di zappa che stravolge le situazioni malate; c'è una Chiesa che ci accoglie e "concima" ogni ambito della vita con la correzione. C'è ancora un "oggi" dove non indurire il cuore, lasciare l'orgoglio e il peccato suo figlio, e abbandonarci all’opera del «vignaiolo».
UN ALTRO COMMENTO
Possiamo fare un test velocissimo per vedere il tasso di moralismo che abbiamo nel cuore. E, di conseguenza, quanto di autentico sia il desiderio di convertirci. Se questo Vangelo ci intristisce, ci angoscia e, se pure molto in fondo, ci fa pensare a Dio con una punta di sconcerto di fronte a tanta crudezza, siamo dei veri moralisti con ben poco desiderio di convertirsi. Perchè in realtà questo Vangelo è una notizia bellissima. In questo preciso momento, in questo kairos, secondo l'originale greco tradotto con "in quello stesso tempo". Siamo in un tempo favorevole, quello nel quale Dio viene a giudicare. La natura è ferita e "la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom. 8,22); il peccato ha inferto una ferita ed il male esiste, e con esso la sofferenza: la malattia, la violenza, i disastri naturali, tutto ci annuncia la caducità e il cammino inesorabile verso la morte. Quando essa appare con tutto il suo carico di dolore sconcerta e scuote la vita. Ancora più la sofferenza e la morte degli innocenti. Non abbiamo risposte. La frustrazione e la consapevolezza di aver subito una grande ingiustizia ci lacerano e, spesso, segnano di morte la vita dei parenti, amici e conoscenti di chi è morto. Ad ogni funerale al quale partecipiamo, inconscia, si fa strada in noi l'angoscia di vederci, comunque si viva, dentro la bara della persona che piangiamo. Proviamo un istante a pensare alla nostra morte.....
Si può reagire come Steve Jobs: "Siate affamati, siate folli". Cercare un senso in quello che ci piace, affermarci e lottare per le nostre idee. E' un modo di riempire il vuoto che la morte annuncia. Ma non risolve la questione, la sposta più in là, nel momento in cui la morte giunga a visitarci. Ma vi è un altro modo: guardare in faccia la morte e ascoltare che cosa Dio vuole dirci. "Se non vi convertirete...." perirete tutti all'improvviso, anche se sarete vittime di un cancro con sofferenze ed agonie lunghissime. Perchè la morte, quell'attimo che raccoglie l'ultimo respiro, può essere un ladro che viene a rubare o un contadino che viene a raccogliere frutto. O la morte si viene a prendere le nostre cose o è l'appuntamento in cui, in pienezza, possiamo consegnare la nostra vita colma d'amore. Tutte le parabole sulla fine dei tempi e sul giudizio finale dicono la stessa cosa: si può vivere per se stessi, "siate folli, siate affamati", o per gli altri "siate giusti, siate cibo per sfamare". La conversione è passare dall'egoismo - il peccato - all'amore. Per chi ama, la morte è il kairos, il tempo favorevole, nel quale dar frutto, nel quale poter amare davvero, gratuitamente, senza nulla sperare in cambio. La morte è infatti la soglia sull'eternità, sul tempo redento; essa segna, paradossalmente, la sua stessa fine: Cristo l'ha vinta entrandoci dentro e ha consegnato al Padre se stesso, il frutto più bello e più buono. La morte indica allora la stagione più bella, quando finalmente si possono presentare i frutti; l'amata del Cantico dei Cantici attende con ansia l'arrivo del suo amato per offrirgli i frutti più belli del suo giardino. E come in un rapporto d'amore è coinvolto anche il corpo in un dono totale che abbraccia l'intera esistenza, così la morte è l'incontro sperato nel quale il corpo e l'intera storia della nostra vita si consegnano all'Amato come frutti squisiti. Per questo la Chiesa, con amore di madre, aspetta, ha pazienza, imitando la pazienza di Dio: attende che le morti di ogni giorno, la Croce dei rapporti familiari, del lavoro, della salute, ci preparino all'incontro decisivo. Un anno di misericordia, il giubileo dell'amore paziente di Dio nel quale Egli stesso prepara i frutti che verrà a cogliere nel Dies natalis che ci attende. L'anno in cui è predicato il Vangelo ai poveri, ai piccoli, a tutti noi. Perchè annunciare il Vangelo è preparare il mondo al'incontro con Cristo! Anche oggi sarà zappato il terreno della nostra storia, e il concime sarà sparso nelle ore delle nostre giornate. Anche oggi la sofferenza ci visiterà: ma sarà dolore che prelude al parto, la voce dell'Amato che bussa la nostro cuore, l'annuncio del banchetto dove Egli stesso ci servirà il suo frutto più buono, l'amore che ci colmerà eternamente. Quest'oggi ci è dato per donare a Cristo, vivo in chi ci è vicino, il frutto della nostra stessa vita. Perchè essa è il dono offertoci per essere consegnato nelle braccia dell'amato.

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