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giovedì 2 aprile 2015

La cena del Signore

13924744395 db0287263b hE' molto tragica la sera dell'ultima cena. Si consumano due tradimenti uno dopo l'altro, in una ingratitudine lancinante, in una umanità sprezzante e sempre misteriosa nel suo cedere al male.
Gesù è giunto alla sua offerta definitiva per il bene della nostra umanità. Ho sempre desiderato mangiare questa Pasqua con voi. La grande sensibilità umana di Gesù anticipa nella semplicità e serenità di un pasto comune, nei segni del pane e del vino, il dono fino alla morte del suo corpo e del suo sangue. In ogni nostra parrocchia, tanti di noi hanno seguito, drammatizzato, preso una parte in questo dolorosissimo epilogo della vita di Gesù. Abbiamo preso la parte di Giuda, di Pilato, di Pietro, del Cireneo, della Veronica, di Barabba e ci siamo sentiti coinvolti personalmente, perché ci siamo riconosciuti dentro una parte non secondaria nel causare il dolore a Gesù o nel tentare di condividerlo. Lo abbiamo visto sempre tante volte, ma sempre ci prende dentro. Ci vogliamo lasciar prendere dentro anche stassera. Gesù vuole lavarci i piedi, non ci accosta per rimproverarci, ma si mette il grembiule e dichiara con i fatti, come dobbiamo trattarci tra di noi, come possiamo far vedere al mondo la nostra fede in Lui: non con grandi ragionamenti, anche se dobbiamo mettere tutta la nostra intelligenza al servizio della gioia del vangelo, ma con gesti semplici, di vita, con le nostre relazioni quotidiane tra noi e con gli altri, mai orientate al sopruso, alla calunnia, allo sparlare, all'odio serpeggiante che è sempre, segno di un animo sprezzante e non di amore cristiano.
Il dono dell'Eucaristia è però il dono più bello e più determinante la nostra vita cristiana. Quante chiese, cattedrali, abbiamo costruito per celebrare questo dono del Signore, custodirlo, offrirlo come cibo per la vita di tutti. la nostra stessa cattedrale, questa in cui siamo stasera, è stata costruita, distrutta, ricostruita, ridistrutta, rimessa in piedi. I nostri antenati si sono visti sempre cancellare la loro fede nel Corpo e sangue di Cristo, ma non hanno mai ceduto. Qui ci deve sempre essere uno luogo per celebrare quell'ultima cena, finché non sarà celebrata alla fine dei tempi, al ritorno di Cristo. C'è per i nostri bambini, per noi adulti, per tutti.
Qui i preti stendono le mani sul pane e sul vino, invocano lo Spirito, perché agisca ancora Lui come ha fatto sempre nella storia, a cambiarlo in corpo e sangue di Gesù. Si rinnova l'ultima cena, si rinnova la nostra fede, si ricongiunge il nostro mondo a quel mondo abitato dal Figlio di Dio, Gesù, si ricongiunge a quella passione morte e risurrezione, si riprende il cammino della conversione e della fede, si riscopre di nuovo la grande misericordia di Dio. Il mistero che caratterizza la chiesa è proprio questo: non commemoriamo, ma riviviamo come fosse allora gli stessi fatti, con le stesse parole, con la stessa presenza di Gesù, Figlio di Dio.
Il nostro mondo di oggi come reagisce? Molti non passano più da qui, sto dicendo dei cristiani. La domenica è spazio di ogni tipo di attività, fuorché dell'incontro con il corpo e il sangue di Cristo. La nostra chiesa sta languendo, ma il segno, il cuore, la passione di Gesù ci sono sempre, Gesù si mette in coda allo sport, al giardinaggio, alle nostre olive e alle nostre viti, ai supermercati, al benessere fisico delle camminate... Ma non cede, non ci rimprovera: ci chiama e aspetta.
Se poi, alziamo lo sguardo al nostro mondo, come sempre pieno di male, che ci sembra accanirsi ancora di più contro i cristiani e contro chi crede, rivolgiamo al Signore una preghiera carica di speranza e di partecipazione. Non perderemo mai la speranza e non ce la lasceremo mai rubare
E possiamo dirgli una preghiera appassionata usando le parole di santa Caterina da Siena
"O Amore indicibile! Rivelandomi i tuoi segreti, mi hai dato il rimedio dolce e amaro che mi guarisce dall'infermità e mi distoglie dall'ignoranza e dalla negligenza. Ravviva il mio zelo e riempimi del desiderio ardente di ricorrere a te. Mi hai mostrato la tua bontà e gli oltraggi che ricevi da tutti gli uomini, persino dai tuoi ministri. Tu, bontà infinita, mi fai spargere lacrime su me stessa, povera peccatrice, e su questi morti che vivono così miseramente... Ti chiedo dunque con insistenza: fa' misericordia al mondo e alla tua santa Chiesa! O povera me, quanto addolorata è l'anima mia, a causa del male che ho fatto. Non tardare più, Signore, a fare misericordia al mondo, acconsenti a compiere il desiderio dei tuoi servi ... Vogliono il sangue in cui hai lavato l'iniquità e cancellato la macchia del peccato di Adamo. Questo sangue è nostro, poiché in esso ci hai immersi; non vuoi e non puoi rifiutarlo a chi te lo chiede in verità. Per cui dona il frutto di questo sangue alle tue creature... Per mezzo di questo sangue ti supplichiamo di far misericordia al mondo.

+ Domenico Sigalini, vescovo

Giovanni Paolo II, contro la dittatura del possibile

di George Weigel*                                           02-04-2015 

Giovanni Paolo II La reputazione dei grandi, spesso diminuisce col passare del tempo. Dieci anni dopo la morte di Sua Santità, il 2 aprile 2005, Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, si staglia ancora più imponente rispetto a quando il mondo intero si radunò al suo capezzale: decine di milioni di uomini e donne in tutto il mondo che si sentirono spinti, e privilegiati, a pregare con lui in quella che egli chiamava una “Pasqua”, un passaggio, la sua liberazione, attraverso la morte, in una nuova vita di libertà nella gloria sfolgorante di Dio tre volte santo.
In questo anniversario, così come nella canonizzazione dell’anno scorso, quel che sembra più memorabile dell’uomo, almeno in questo momento storico, è il suo rifiuto della “tirannia del possibile”: l’idea che, per certe cose, sia semplicemente impossibile agire giustamente, perché siamo legati allo status quo, benché possa non piacerci. Era molto diffusa una rassegnazione demoralizzante nella Chiesa e nel mondo, quando Karol Wojtyla venne eletto vescovo di Roma il 16 ottobre 1978. Il mondo, da San Francisco agli Urali, sembrava diviso, in modo permanente, in due ostili fazioni, ideologicamente opposte e dotate di armi nucleari, che si fronteggiavano sulle linee di demarcazione fissate alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tredici anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica pareva anch’essa divisa in modo permanente e probabilmente condannata a seguire lo stesso destino dell’avanguardia del protestantesimo liberale, che (prendendo a prestito le definizioni di Richard John Neuhaus) stava diventando la retroguardia sulla via dell’emarginazione. Solide convinzioni cattoliche, fondate sul Vangelo, parevano non trovare più spazio nel “mondo reale” della tarda modernità, così come non lo trovava il sogno di un’Europa unita e senza più un muro di Berlino.
Poi, Giovanni Paolo II, che univa un profondo senso mistico a una notevole acutezza, rifiutò di inchinarsi passivamente alla dittatura dell’inevitabile. Dio disse al profeta “Su, venite e discutiamo anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,

Via Crucis dei cristiani Quattordicesima stazione: i 21 copti martiri (ISIS)

02-04-2015                                                     

Esecuzione dei copti in LibiaA febbraio 21 cristiani copti, tutti operai di nazionalità egiziana, sono stati decapitati in Libia dai combattenti dello Stato Islamico che li avevano rapiti alcune settimane prima nella città di Sirte. Il video dell’esecuzione diffuso il 16 febbraio dai jihadisti li mostra vestiti con tute arancione, inginocchiati uno accanto all’altro su una spiaggia, ciascuno con alle spalle un uomo mascherato vestito di nero. La decapitazione è stata simultanea.

Una didascalia accompagnava il video per spiegare che erano stati condannati a morte a causa della loro fede: “Gente della Croce, seguaci dell’ostile Chiesa egiziana”. Dal movimento delle loro labbra, si è capito che alcuni sono morti invocando il Signore, Gesù Cristo. “Il nome di Gesù è stata la loro ultima parola – ha detto il vescovo di Giza, monsignor Antonios Mina – come i primi martiri della Chiesa si sono rimessi nelle mani di Colui che poco dopo li ha accolti. Quel nome, sussurrato negli ultimi istanti di vita, è stato il sigillo del loro martirio”. Il governo egiziano ha disposto la costruzione di una chiesa dedicata ai 21 martiri copti a Minya, la città da cui provenivano quasi tutte le vittime.
Lo Stato Islamico fondato da Abu Bakr al Baghdadi in Siria e Iraq si estende ormai ai territori di altri stati: il Sinai, in Egitto, il Jebel Chambi in Tunisia, le città di Derna e Sirte, in Libia, dove da mesi le nere bandiere del Califfato sventolano sugli edifici pubblici. Esponenti della comunità cattolica hanno deciso tuttavia di restare in Libia. “Siamo rimasti in pochi – diceva a febbraio all’agenzia Fides monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli – per la maggior parte si tratta di infermiere filippine che hanno deciso di rimanere perchè in città c’è estremo bisogno di assistenza medica. È per loro che resto. Come ho detto molte altre volte, finchè in Libia c’è anche un solo cristiano, io resto”.  

Posa della prima pietra della chiesa dedicata ai «martiri della Libia», i 21 copti assassinati dall'Isis

Posa della prima pietra della chiesa dedicata ai «martiri della Libia», i 21 copti assassinati dall'IsisSi è tenuta ieri, mercoledì 1 aprile, nel villaggio di al Awar, nei pressi di Samalot, la posa della prima pietra della chiesa dedicata ai “Martiri di Libia”, i 21 egiziani copti trucidati in territorio libico dai jihadisti lo scorso gennaio. Lo riferiscono fonti locali consultate dall'Agenzia Fides. Il villaggio si trova a 25 chilometri da Minya, nella provincia da cui proveniva la maggior parte delle vittime della barbarie jihadista. All'iniziativa hanno preso parte anche esponenti delle comunità islamiche locali.
Il governatore di Minya aveva tenuto una riunione del comitato di conciliazione con rappresentanti anziani e autorevoli dei clan familiari cristiani e musulmani della zona. All'incontro avevano partecipato anche alti rappresentanti dell'esercito e delle forze di sicurezza. Gli incontri di conciliazione e l'intervento di autorità giudiziarie e militari sono serviti anche a superare le proteste e le resistenze che gruppi islamisti locali avevano messo in atto nel tentativo di bloccare il progetto di costruzione della chiesa, sponsorizzato dal governo.

mercoledì 1 aprile 2015

Dal patriarcato di Mosca una ONG per difendere i diritti dei credenti contro i casi di blasfemia

Dal Patriarcato di Mosca una Ong per difendere i diritti dei credenti contro i casi di blasfemiaDopo il lancio all'inizio di marzo di un motore di ricerca capace di filtrare pornografia e altri contenuti immorali, Rublev, la Chiesa ortodossa russa ha deciso di rafforzare la sua presenza al Consiglio d'Europa creando a Strasburgo una sorta di Ong che avrà lo scopo di tutelare i diritti dei credenti contro i casi di blasfemia. Sarà per la precisione un “Centro di monitoraggio dei diritti e delle libertà dei cristiani ortodossi in Europa”. Esaminerà abusi e raccoglierà informazioni, tra le altre cose, su profanazioni dei luoghi di culto, intimidazioni dei sacerdoti, insulti a simboli religiosi. È già attivo un portale in lingua inglese, orthodoxrights.org.
«Mentre il centro porrà particolare attenzione  alle violazioni dei diritti dei cristiani ortodossi in Europa – si legge sul sito – sottolinea però che non si tratta di una richiesta di trattamento speciale per gli ortodossi, ma il tentativo di incoraggiare gli Stati membri del Consiglio d’Europa a rispettare la libertà religiosa in generale».

Gender, se nella Cei c'è chi alza bandiera bianca

di Giuseppe Rusconi                                        01-04-2015
Questo articolo è stato pubblicato sul sito www.rossoporpora.org curato da Giuseppe Rusconi. Lo riproponiamo ai nostri lettori.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CeiScorrendo i titoli dei giornali dopo la recente conferenza-stampa al termine del Consiglio permanente, sembrerebbe che la Conferenza episcopale italiana sia decisa a contrastare seriamente la diffusione dell’ideologia del gender e i tentativi di istituire de facto un “matrimonio omosessuale” con tutte le conseguenze connesse in materia ad esempio di adozione. É certo questa l’intenzione – espressa con molta chiarezza e insistenza - del presidente e anche della maggioranza del Consiglio permanente, ma purtroppo non di qualcun altro che è in posizione-chiave. Abbiamo cercato di ragionare su quanto emerso durante la conferenza-stampa (alquanto vivace) di venerdì 27 marzo, convocata come di consueto al termine dei lavori del Consiglio permanente della Cei. E ne abbiamo tratto alcune riflessioni che si sperano stimolanti per chi ci legge.
Nell’ultimo “parlamentino” della Cei si sono affrontati, e non in misura marginale, due temi antropologici particolarmente attuali anche nella società italiana: la diffusione sempre più preoccupante dell’indottrinamento dell’ideologia del gender nella scuola pubblica statale e i contenuti del disegno di legge Cirinnà, riguardante de facto il riconoscimento del cosiddetto matrimonio gay e connessi (adozioni comprese), attualmente in esame presso la Commissione Giustizia del Senato della Repubblica. Dai titoli di stampa, radio e Tv il segretario generale della Cei (che ha introdotto l’incontro e poi abbozzato delle risposte alle domande dei giornalisti) è parso scatenato contro l’indottrinamento gender. Diversi titoli suonavano così: “Galantino, teoria del gender: “La Chiesa farà la sua parte”; e nei resoconti trovavano ampio riscontro le dure dichiarazioni di principio – del resto non nuove sulla sua bocca (vedi quelle di fine gennaio sul ‘gender’ come “polpetta avvelenata”, al termine del precedente Consiglio permanente). In realtà le cose non stanno proprio così.
Andiamo con calma. Quali, secondo lo statuto della Cei (art. 31) i compiti del segretario generale? «Il Segretario generale

Via Crucis dei cristiani Tredicesima stazione: Sara e Mostafa (Iran)

di Anna Bono                                           01-04-2015

Persecuzioni in IranImprovvisamente la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione in cui si erano riuniti per celebrare il capodanno con un momento di preghiera e li ha arrestati. Così è iniziato il 2014 per Sara, Mostafa, Majid e George, quattro cristiani residenti a Karaj, in Iran. Di loro si sa che sono stati portati in un luogo sconosciuto e poi più nulla: invano i familiari hanno chiesto di poter far loro visita. Pochi giorni prima, nella notte di Natale, la stessa sorte era toccata a un altro gruppo di cristiani a Teheran.

Durante le principali festività religiose, la polizia intensifica le incursioni nelle cosiddette “chiese domestiche” avvalendosi delle norme sulla sicurezza nazionale. In carcere spesso si tenta con torture fisiche e morali di estorcere ai cristiani l’ammissione di essere pagati da agenti stranieri per diffondere il cristianesimo nel paese. Nel 2014 almeno 75 cristiani sono stati arrestati e rinchiusi in carcere con diversi pretesti, ma per la sola ragione di credere in Dio. In un contesto sociale ostile, moltissimi cristiani, dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, hanno perso lavoro, casa e persino la custodia dei figli, respinti dagli amici e rinnegati dai familiari stessi.
Ormai in Iran vivono soltanto 70.000 cristiani circa su una popolazione di 78 milioni di abitanti. Dal 1979 tanti sono fuggiti per sottrarsi alla persecuzione del regime degli ayatollah. In un’intervista all’agenzia cattolica Kna, Monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo caldeo di Teheran, ha spiegato che però molti cristiani hanno scelto di rimanere in Iran convinti che la Chiesa abbia la missione di testimoniare: «Un piccolo gregge può testimoniare la presenza di Gesù vivendo la sua fede nel quotidiano».