Riflessione su alcuni
quadri del vangelo in cui ci viene presentata Maria
di mons. Domenico Sigalini
L’annunciazione
Non c’è
assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza, dice un deportato di
Auschwitz, tanto è pervasivo il male nella nostra esistenza. Ci siamo talmente
abituati che per sperare nella felicità dobbiamo ritenere che il male è
naturale. Siamo abituati alle ingiustizie, al sopruso, al terrorismo e alla
guerra. Nella filigrana di ogni nostro comportamento tesse la trama l’ombra del
male. Nessuno si può chiamare fuori, anche dentro di te nascono doppi pensieri
di cui ti vergogni, istinti, propensioni, sentimenti che assomigliano più alla
vendetta che al ristabilimento della giustizia. Mi ha sempre, fatto meraviglia leggere
nella Bibbia le infinite invocazioni a Dio perché ci liberi dal male, non ci
induca in tentazione ci salvi. Ma da che cosa? ci si dice spesso nella nostra
ingenuità. La nostra vita non riesce a trovarsi da sola una strada del
politicamente corretto? Non siamo forse in grado di vivere un galateo
condiviso, se non in tutto il mondo almeno in qualche nostra piccola comunità
gruccia?
Non è
possibile. Il male è più forte di noi ed esercita un implacabile contagio, fin
dalle nostre origini. “E fece quel che è male agli occhi del Signore, imitando
i suoi Padri”. La catena è appesa agli inizi della storia dell’umanità. È
storia di sforzi titanici di bontà, ma di continue sconfitte e prevaricazioni.
Ma nel buio
più fitto si apre uno squarcio di luce.
Passano sei
mesi dagli eventi che hanno visto il vecchio Zaccaria restare incantato nel
tempio:
La relazione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi è stata definitivamente respinta dal Parlamento europeo, con un’eclatante sconfitta delle lobby anti-vita. Come spesso capita per eventi di questo tipo la data è importante: il 10 dicembre è infatti la memoria di Nostra Signora di Loreto. Come non pensare all’intervento di colei alla quale Giovanni Paolo II ha affidato l’Europa? Dal suo canto, Edite Estrela ha deplorato “l’ipocrisia e l’oscurantismo” dei suo colleghi. Come volevasi dimostrare, quando la maggioranza non appare liberista e progressista, è categoricamente etichettata come retrograda, estremista, fascista, omofoba e via dicendo... È ciò che sta facendo anche la stampa europea nel riportare questa straordinaria notizia: sembra proprio strano che, per una volta, nelle stanze dei bottoni del nostro continente, la cultura della vita abbia avuto la meglio. Ciò è stato possibile specialmente grazie all’azione di tanti semplici cittadini che hanno contattato i loro rappresentanti a Strasburgo, esortandoli a votare contro la relazione Estrela. Una vera valanga di e-mail, che ha disturbato non poco i politici europei. Davvero pochi tra loro, si possono contare sulle dita di una mano, hanno infatti l’abitudine di porsi domande etiche fondamentali al momento di un voto. Solo quando organizzazioni del tipo della Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche (FAFCE) sollevano la questione, allora iniziano a rifletterci su. La mobilitazione di cittadini in tutto il continente, poi, è stata impressionante: Citizen Go ha raccolto nel corso degli ultimi mesi circa 100.000
di LUIGI NEGRI Arcivescovo di Ferrara - Comacchio - 3 dicembre 2013
L’Avvento richiama l’iniziativa straordinaria di Dio che viene a salvare il suo popolo, ed è un popolo che tanto più può avvertire la novità dell’Incarnazione quanto più in qualche modo si prepara ad essa. Ma non ci si prepara all’Incarnazione, all’incontro con il verbo di Dio che si fa carne facendo chissà quali progetti di miglioramento personale, di onestà, di capacità propria; perché semmai questo è l’antico farisaismo che non solo non si preparò, ma rifiutò l’incontro con Cristo quando Cristo venne. Ci si prepara invece all’incontro con Lui approfondendo il senso della propria esistenza. Quindi approfondendo il senso del proprio limite, ma insieme approfondendo ciò che sta prima di ogni limite e precede ogni limite, e che è la domanda di senso, di verità, di bellezza, di giustizia, di bene, di salvezza. Una funzione fondamentale della Chiesa in una situazione come quella che ci troviamo a vivere oggi sia quella di recuperare pienamente questa funzione educativa del cuore del popolo, dell’intelligenza del popolo, della eticità del popolo; della sua capacità di vivere dentro la grandezza della propria situazione umana senza nascondersi i limiti e i condizionamenti a cui questa esperienza umana viene sottoposta da nemici sempre più forti e da alleanze negative che qualche volta sembrano presentarsi con una forza irresistibile. La prima consapevolezza da avere è la assoluta precarietà della situazione sociale e politica del nostro paese, caratterizzata da una crisi che rende la povertà una esperienza ormai innegabile che aggredisce ambiti, persone, situazioni che evidentemente sono vulnerabili e che non hanno quasi nessuna capacità di resistenza. Sono testimone della necessità della nostra Chiesa di essere generosi nei confronti di coloro che sono afflitti da questa povertà, sacrificando quotidianamente ingenti quantità di denaro e di mezzi materiali che consentano non dico di spuerare la povertà, ma di viverla con una certa dignità.
Il Belgio ha battuto un funereo primato: è diventato il primo paese al mondo che consente di praticare l’eutanasia anche sui bambini, senza limiti di età. E così la vita in Belgio può essere interrotta senza soluzione di continuità dal concepimento fino ai 99 anni. L’estensione anche ai minori e – così si sta tentando - alle persone affette da demenza della legge del 2002 sull’eutanasia è stata decisa mercoledì dalle Commissioni Giustizia e Affari sociali con 13 voti a favore e 4 contrari (i cristiano-democratici francofoni e fiamminghi e i membri del partito di estrema destra fiammingo). Entro fine maggio il Senato dovrà esprimersi, ma il risultato è pressoché scontato e la legge quasi certamente passerà. La proposta di legge, nata in seno al partito socialista, prevede che i medici, una volta ottenuto il consenso di entrambi genitori o dei rappresentanti legali del minore, potranno porre «fine alla vita di un bambino, qualora si trovi in una situazione medica senza uscita, in uno stato di sofferenza fisica costante e insopportabile, e che presenti una domanda di eutanasia». Oltre a ciò è richiesto che versi in uno “stadio terminale” della malattia. Inizialmente il testo prevedeva che lo stato di sofferenza non fosse soltanto fisico ma anche psichico, ma
Formalmente datata 24 novembre 2013, giorno della chiusura dell’Anno delle fede, l’esortazione apostolica di Papa Francesco «Evangelii gaudium», che fa seguito al Sinodo del 2012 sulla nuova evangelizzazione, è stata pubblicata martedì 26 novembre. Quest’ampio documento – salvo errori, il più lungo (220 pagine) nell’intera storia delle encicliche e delle esortazioni apostoliche pontificie –, è una vera piccola – ma non piccolissima – enciclopedia sull’evangelizzazione. Il Papa afferma di essere consapevole di una mole forse «eccessiva» e che «oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati». Ma considera essenziali i temi trattati, e a tutti chiede un serio studio del testo. Proprio il suo carattere enciclopedico si presta facilmente a letture parziali – chi avrà tempo di leggerlo tutto? – e anche deformate. A seconda dei gusti, s’insisterà sulla nozione di «gerarchia delle verità» e sull’invito a partire nell’evangelizzazione dall’annuncio della misericordia di Dio – che impone, afferma Francesco, una riflessione attenta quando si tratta di negare la comunione a certe categorie di peccatori – anziché dai precetti morali, accompagnato da una rinnovata critica dei «pelagiani» che pensano di salvarsi attraverso un rigorismo legato a forme e schemi del passato. Oppure, al contrario, si darà spazio alla forte denuncia del relativismo – compreso quello dei cattolici che occultano la loro identità cristiana per un complesso d’inferiorità nei confronti della cultura dominante –, con ampie citazioni di Benedetto XVI, alla difesa della famiglia, alla condanna davvero durissima dell’aborto con la chiara affermazione che su questo punto – come su quello che nega il sacerdozio alle donne – la dottrina della Chiesa non cambia e non può cambiare. Ma qualunque lettura parziale e frettolosa, che cerca di estrarre dal documento qualche frase o
Giovedì 21 novembre 2013 Eugenio Scalfari è venuto a via dell’Umiltà, presso la Sala Stampa estera, per rispondere alle domande di una quindicina di corrispondenti là accreditati. Sono state due ore seguite dai presenti con molta attenzione: quasi tre quarti del tempo il fondatore di ‘Repubblica’ li ha dedicati a evocare e precisare origini, sviluppi, forme e contenuti dei suoi rapporti con papa Francesco. E qui due almeno sono stati i momenti scalfariani di grande interesse.
Il primo – rispondendo a una nostra domanda - quando ha detto che le sue interviste sono fatte senza registratore e neppure bloc-notes: “Cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie”. Anche con papa Francesco è andata così: “Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge”.
Secondo momento di grande interesse quando Scalfari ha dato lettura di uno scritto inviatogli da papa Bergoglio in data 23 ottobre (un mese dopo l’intervista e tre settimane dopo la pubblicazione su ‘Repubblica’), in cui Francesco ringrazia per aver ricevuto l’ultimo libro dell’intellettuale liberal “L’amore, la sfida, il destino”, anche avendo “apprezzato molto la dedica autografa”. Aggiunge poi il Papa: “Piacerebbe anche a me incontrarci ancora per approfondire i temi su cui abbiamo iniziato la nostra conversazione durante la Sua recente visita”. Segue una contro-proposta del figlio di Sant’Ignazio, riferita a una proposta di nuovo argomento di discussione avanzata dall’intellettuale liberal-democratico: invece di “Chi ha creato il male?” il Papa suggerisce “Chi ha causato il male?”. E prosegue: “Vediamo se la Provvidenza mi permetterà di trovare un momento libero” per proseguire la conversazione. La conclusione richiama come sempre la preghiera: Francesco pregherà per Scalfari
Anche a Zagabria c’è un gesuita che fa parlare molto di sé: è monsignor Valentin Pozaić, vescovo ausiliare della capitale croata, personalità combattiva che ama parlare senza mezzi termini. Un suo recente durissimo intervento a una conferenza sull’ideologia di genere aveva provocato una dura reazione da parte delle autorità dello Stato, che sono arrivate quasi sul punto di farlo arrestare.
Il coraggio apostolico di mons. Pozaić si è nuovamente manifestato lo scorso primo novembre, in occasione della messa di Ognissanti, presso il più grande cimitero di Zagabria, il Mirogoj, trasmessa in diretta dal primo canale della televisione pubblica. Questa messa, e la successiva preghiera e benedizione per i defunti, viene celebrata ogni anno dall’arcivescovo cardinale Josip Bozanić; è interessante notare come, in assenza del cardinale, in viaggio pastorale negli Stati Uniti, sia stato scelto a rappresentarlo proprio monsignor. Pozaić, e non, ad esempio, uno degli altri due vescovi ausiliari, l’intellettuale Mons. Ivan Šaško o il più compassato monsignor Mijo Gorski. Alla luce di ciò che è poi avvenuto, questa è stata quindi una vera e propria investitura del vescovo gesuita da parte del vertice della Chiesa zagabrese affinché, in diretta televisiva, pronunciasse un messaggio ben preciso. Commentando il Vangelo delle Beatitudini, mons. Pozaić afferma che Gesù «parla delle beatitudini
di Giovanna Arcuri 20-11-2013 Tre indizi fanno una prova. In merito alla vicenda della bambina di tre anni affidata dal Tribunale per i minorenni di Bologna ad una coppia gay si possono raccogliere almeno tre indizi per provare che parte del mondo cattolico ha capito ben poco sull’omosessualità e sulle strategie che le lobby gay stanno pianificando per naturalizzare una condizione che naturale non è.
Ecco i tre indizi. Il primo: monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale della diocesi di Bologna, in un’intervista al Corriere della Sera di Bologna di qualche giorno fa così si esprime sulla vicenda: «In linea generale si può dire che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma e, quando non li ha o da loro viene allontanato, ha bisogno comunque di un contesto che riproduca quella situazione. Questo a livello generale, poi c’è il caso singolo, concreto. […] Dico che bisogna pensare al bene della bambina e alle motivazioni che hanno spinto i giudici a ritenere opportuno il suo affidamento a quella coppia piuttosto che a un’altra. Non credo – continua il prelato - che il giudice abbia affidato la bimba a quelle persone perché omosessuali, ma solo per fare il bene del minore”. In breve la tesi sposata da mons. Silvagni è la seguente: una cosa è la regola generale – è bene che un bambino venga educato da papà e mamma – e poi c’è l’eccezione, perché la stella polare da seguire è quella del “bene del minore”, stella che a volte ci porta a percorrere strade inusuali. Ma è proprio seguendo questa stella polare che si può affermare che mai due persone dello stesso sesso
I miracoli esistono. È un miracolo vivente Hea Woo, nordcoreana, sopravvissuta al gulag e fuggita in Corea del Sud. Abbiamo avuto modo di incontrarla a Milano, per una sua commossa ed emozionante testimonianza, ospite di Porte Aperte, l’associazione evangelica al servizio dei cristiani perseguitati nel mondo. Hea Woo è, non solo, un miracolo di sopravvivenza, ma anche di fede, maturata e conservata nelle catacombe del regime totalitario più repressivo del mondo. «Una volta vidi una croce appesa al collo di mia madre – dice della sua infanzia – mi proibiva di parlarne con chiunque. Mormorava sempre qualcosa mentre preparava la colazione. Solo quando divenni cristiana, circa 20 anni fa, realizzai che stava pregando. Mia madre era anche solita dire strane cose, sia a me che ad altre donne. Diceva che il Paradiso vegliava su di noi. Mia madre era una cristiana sotterranea e non lo seppi mai. Ma sono convinta che abbia pregato per me, per tutta la sua vita».
Hea Woo scoprì il cristianesimo attraverso il martirio di suo marito, un ex comunista che a sua volta venne convertito da un gruppo di cristiani sotterranei in Cina, mentre cercava di fuggire dalla Corea del Nord. Arrestato dalla polizia cinese e riconsegnato ai suoi aguzzini, morì in carcere sotto tortura. In una delle ultime visite che poterono fargli i suoi figli, riuscì a scrivere sulle loro mani “Credete in Gesù”. «Ero scioccata al sapere che fosse diventato un cristiano – ricorda Hea Woo – ma istintivamente ho realizzato che lui avesse trovato la verità, mentre io vivevo ancora nella menzogna. Dopo sei mesi di carcere mio marito morì. Più tardi incontrai i suoi compagni di cella, che mi dissero quanto era stato buono con loro. Io iniziai a vendere tutto quel che avevo, volevo andare in Cina e trovare là una chiesa. Avevo bisogno di conoscere la verità. Trovai alcuni cristiani coreani che mi insegnarono il Vangelo. Grazie alle preghiere di mio marito e di mia madre, io abbracciai la fede».
Oggi Repubblica ha pubblicato una
lettera di Joseph Ratzinger a Piergiorgio Odifreddi, matematico ateo e
autore di “Caro Papa, ti scrivo” Pagina originale
Tratto dalla Repubblica.
La missiva, come spiega oggi Piergiorgio Odifreddi, gli è stata
consegnata il 3 settembre ed è datata 30 agosto. Consta di 11 fitte
pagine di protocollo. Sul quotidiano ne sono stati pubblicati alcuni
stralci. La versione integrale sarà pubblicata sul prossimo volume del
matematico.Ill. mo Signor Professore Odifreddi, (…) vorrei ringraziarLa per aver
cercato fin nel dettaglio di confrontarsi con il mio libro e così con
la mia fede; proprio questo è in gran parte ciò che avevo inteso nel mio
discorso alla Curia Romana in occasione del Natale 2009. Devo
ringraziare anche per il modo leale in cui ha trattato il mio testo,
cercando sinceramente di rendergli giustizia.
Il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se
stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e
profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa
aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione. (…)
Joseph Ratzinger invita Piergiorgio Odifreddi a raccogliere più informazioni sulla vita e la storia di Gesù Cristo e a considerare di più libertà e amore
La Repubblica online ha pubblicato in data odierna alcune parti di una lettera che il papa Emerito Benedetto XVI ha inviato al prof. Piergiorgio Odifreddi.
Il matematico piemontese è noto in Italia per le sue provocazioni contro la religione cattolica.
Secondo quanto riportato dal sito on line, Joseph Ratzinger ringrazia il matematico piemontese “per aver cercato fin nel dettaglio di confrontarsi con il mio libro (Introduzione al Cristianesimo ndr) e così con la mia fede; proprio questo è in gran parte ciò che avevo inteso nel mio discorso alla Curia Romana in occasione del Natale 2009. Devo ringraziare anche per il modo leale in cui ha trattato il mio testo, cercando sinceramente di rendergli giustizia”.
Odifreddi ha chiesto al Pontefice Emerito di commentare il suo libro pubblicato nel 2011 “Caro Papa, ti scrivo” e Ratzinger ha risposto: “Il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell'avventatezza dell'argomentazione”.
La risposta del Pontefice Emerito è giunta ad Odifreddi il tre settembre. Una lettera di undici pagine riportate solo in parte dall’articolo pubblicato da La Repubblica.
Il testo integrale della lettera di Benedetto XVI verrà riportato in un libro che il professore piemontese sta scrivendo.
Come è noto, Odifreddi è solito argomentare lanciando accuse, con particolare accanimento contro la religione ed in particolare contro la teologia.
A questo proposito Ratzinger ha scritto: “Più volte, Ella mi fa notare che la teologia sarebbe
Perché la Chiesa non ammette donne
prete? Volendolo spiegare, bisogna trovare un supporto nella
Scrittura. I cristiani hanno sempre seguito l'insegnamento che non si
possono avere donne sacerdote?
Bisognerebbe guardare a questo problema
da una prospettiva diversa. Dove possiamo trovare nella Sacra
Scrittura l'ordinazione di donne sacerdote? Vi sono state donne
sacerdote nei 1.500 anni prima della separazione delle chiese
protestanti? C'erano donne sacerdote nei quattro secoli e più delle
chiese protestanti? Ci sono donne sacerdote in una delle chiese
ortodosse o orientale?
Quindi,
arriviamo all'ultimo paio di decenni del Novecento e ora si pretende che
vi sia evidenza scritturale per le donne sacerdote? Dopo quasi
duemila anni di assenza di donne sacerdote nella Chiesa cattolica,
nelle Chiese ortodosse, nelle Chiese protestanti, perché si chiedono
prove scritturali?
Né la Scrittura, né
la storia, né la tradizione di ogni chiesa cristiana supportano il
concetto di sacerdozio femminile. Ecco il link alla lettera
apostolica di
Giovanni Paolo II ai vescovi della chiesa
cattolica sull'ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli
uomini (Ordinatio sacerdotalis).
Nell'epoca della postsecolarizzazione, il cristiano di norma è latitante. Ciò rischia di farci "vergognare di Dio", rendendo latitante il Vangelo nella nostra società.
Roma
Al paragrafo 55 dell'enciclica Lumen Fidei c'è una domanda aperta e inquietante che provoca una profonda riflessione: "Ci vergogneremo di Dio in pubblico?". Tale quesito dovrebbe interrogare ogni cattolico, anzi ogni cristiano di diversa denominazione. L'enciclica di Papa Francesco, scritta a quattro mani con il Papa emerito Benedetto XVI, afferma che Dio non si vergogna di essere chiamato in pubblico, ed infatti “prepara per loro una città” (Eb, 11-16). "Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio?" si legge, "saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile?".
E’ del tutto chiara la cesura totale che questa domanda pone ad una visione fideistica e materialista della fede cristiana. La Lumen Fidei, come del resto tutta la Dottrina Sociale della Chiesa, ribadisce che senza Dio non si può costruire una città terrena che sia pienamente umana.
Quattro suore trappiste di un convento al confine col Libano inviano una lettera al sito Oraprosiria, invitando a pregare per la regione e "a resistere con tutte le nostre forze" per non perdere la speranza
Roma,
Riportiamo una lettera inviata, giovedì 29 agosto, al sito Oraprosiriada quattro suore trappiste, residenti in un monastero cistercense su una collina in un villaggio maronita al confine col Libano, fra Homs e Tartous. Nel messaggio le religiose esprimono la loro disperazione per le tragedie che ogni giorno feriscono la Siria, ma allo stesso tempo incoraggiano a pregare per la regione e a non perdere la speranza perché "il Signore è il Dio che stronca le guerre". Di seguito il testo integrale della lettera:
***
Oggi non abbiamo parole, se non quelle dei salmi che la preghiera liturgica ci mette sulle labbra in questi giorni: «Minaccia la belva dei canneti, il branco dei tori con i vitelli dei popoli… o Dio disperdi i popoli che amano la guerra…». «Il Signore dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morte»… «ascolta o Dio la voce del mio lamento, dal terrore del nemico preserva la mia vita; proteggimi dalla congiura degli empi, dal tumulto dei malvagi. Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare… Si ostinano nel fare il male, si accordano per nascondere tranelli, dicono: “Chi li potrà vedere? meditano iniquità, attuano le loro trame. Un baratro è l’uomo, e il suo cuore un abisso”. Lodate il mio Dio con i timpani, cantate al Signore con cembali, elevate a lui l’accordo del salmo e della lode, esaltate e invocate il suo nome. Poiché il Signore è il Dio che stronca le guerre. “Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile”».
La beatificazione di Vladimir Ghika rivela al mondo un personaggio straordinario che praticò la carità come fosse liturgia. Così l'eucaristia passò dall'altare alle strade del mondo
Roma,
Era un principe di religione ortodossa, divenne cattolico, praticò la “liturgia del prossimo” visse e abitò tra malati, poveri, bisognosi, vagabondi, detenuti. Indicò nella carità la strada in cui cattolici e ortodossi potevano incamminarsi per tornare insieme. Papa Pio XI lo indicò come "grande vagabondo apostolico". Jacques Maritain disse di lui: "Principe nel mondo e per una vocazione più alta, Sacerdote di Cristo". La sua testimonianza fu così forte da convertire anche i più arrabbiati contro Dio. Anche l’Imperatore giapponese chiese la sua benedizione.
Il regime comunista lo temeva al punto da torturarlo e imprigionarlo all’età di 80 anni. Lo abbandonarono seminudo nell’infermeria del carcere dove morì il 16 maggio 1954. Ieri, 31 agosto è stato beatificato a Bucarest.
Stiamo parlando di Vladimir Ghika, un personaggio leggendario, un santo.
Di
recente in Francia è stato approvato il disegno di legge sui matrimoni
omosessuali che apre alle coppie dello stesso sesso anche l’adozione.
Hanno fatto scalpore le numerose manifestazioni delle famiglie in difesa
del matrimonio tra uomo e donna, che hanno suscitato reazioni violente
da parte delle forze dell’ordine.
Proponiamo qui una sintesi di risposte alle domande più discusse sul
tema, offerte dagli organizzatori della Manif Pour Tous (la
manifestazione francese), l’organizzazione inglese Catholic Voices, il
Gran Rabbino di Francia e il filosofo francese Fabrice Hadjadj.
L’articolo è tratto dal sito Documentazione.info.
1)ESTENDERE IL MATRIMONIO AGLI OMOSESSUALI, CHE FASTIDIO PUO’ MAI COMPORTARE AGLI ETERO? Manif pour tous Il progetto “Mariage pour tous” rivoluziona il Codice Civile sopprimendo sistematicamente le parole marito e moglie, padre e madre, sostituiti da termini asessuati come parenti. E’
un modo per sopprimere l’alterità sessuale e mettere in discussione le
fondamenta dell’identità umana, del concetto di differenziazione
sessuale e di filiazione. Apre la strada a una nuova forma di filiazione sociale senza
alcuna aderenza alla realtà umana. Crea le premesse per un nuovo ordine
antropologico, fondato non più sul sesso ma sul genere, cioè la
preferenza sessuale. Fabrice Hadjadj C’è un’evidente e naturale diseguaglianza fra la coppia formata da un uomo e una donna e quella di due uomini o di due donne.
'Dottore della Chiesa' è un titolo dato dalla Chiesa
a quei santi i cui scritti e la santità personale si sono
particolarmente distinti.
Il titolo di dottore viene dal
latino, che significa insegnante. Dal termine dottore discende anche
quello di dottrina, che ha significato di corpo di insegnamenti.
Tre
condizioni devono essere soddisfatte perché qualcuno diventi un
dottore della Chiesa: "Il primo è la santità della vita. La
persona deve essere un santo. La seconda è che la sua vita e la sua
dottrina siano ortodosse. La terza è la cosiddetta 'dottrina
eminente', con cui deve essere qualificato il suo insegnamento. Essa
deve portare qualcosa al mondo della fede, come approfondire la
nostra comprensione di una o più verità di fede.
Il papa propone il suo contributo durante una discussione con i vescovi latinoamericani
28.07.2013 Di seguito il messaggio che il Papa ha rivolto alla riunione
preparatorio del CELAM, il coordinamento delle conferenze episcopali
dell'America Latina e del Centro America, lo trovo molto formativo e programmatico/critico sullo stato attuale e su ciò che si dovrebbe fare come Chiesa. E' rivolto principalmente alle chiese del sud America, ma è molto attuale anche alle nostre latitudini.
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1. Introduzione
Ringrazio il Signore per questa opportunità di poter parlare con voi,
fratelli Vescovi, responsabili del CELAM nel quadriennio 2011-2015. Da
57 anni il CELAM serve le 22 Conferenze Episcopali dell’America Latina e
dei Caraibi, collaborando in modo solidale e sussidiario per
promuovere, stimolare e rendere dinamica la collegialità episcopale e la
comunione tra le Chiese di questa Regione e i suoi Pastori.
Come voi, anch’io sono testimone del forte impulso dello Spirito nella
Quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi
ad Aparecida nel maggio del 2007, che continua ad animare i lavori del
CELAM per l’anelato rinnovamento delle Chiese particolari. Tale
rinnovamento in buona parte di esse è già in processo. Desidererei
centrare questa conversazione sul patrimonio ereditato da quell’incontro
fraterno che tutti abbiamo battezzato come Missione Continentale.
Lumen fidei - La luce della fede (LF) - è la prima enciclica firmata da
Papa Francesco. Suddivisa in quattro capitoli, più un’introduzione e una
conclusione, la Lettera – spiega lo stesso Pontefice – si aggiunge alle
Encicliche di Benedetto XVI sulla carità e sulla speranza e assume il “prezioso
lavoro” compiuto dal Papa emerito, che aveva già “quasi completato” l’enciclica
sulla fede. A questa “prima stesura” ora il Santo Padre Francesco aggiunge
“ulteriori contributi”.
L’introduzione (n. 1-7) della LF illustra le motivazioni poste alla
base del documento: innanzitutto, recuperare il carattere di luce proprio della
fede, capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo, di aiutarlo a
distinguere il bene dal male, in particolare in un’epoca, come quella moderna,
in cui il credere si oppone al cercare e la fede è vista come un’illusione, un
salto nel vuoto che impedisce la libertà dell’uomo. In secondo luogo, la LF –
proprio nell’Anno della fede, a 50 anni dal Concilio Vaticano II, un “Concilio
sulla fede” – vuole rinvigorire la percezione dell’ampiezza degli orizzonti che
la fede apre per confessarla in unità e integrità. La fede, infatti, non è un
presupposto scontato, ma un dono di Dio che va nutrito e rafforzato. “Chi
crede, vede”, scrive il Papa, perché la luce della fede viene da Dio ed è
capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo: procede dal passato, dalla
memoria della vita di Gesù, ma viene anche dal futuro perché ci schiude grandi
orizzonti.
Il primo capitolo (n. 8-22): Abbiamo creduto all’amore (1 Gv 4, 16).
Facendo riferimento alla figura biblica di Abramo, in questo capitolo la fede
viene spiegata come “ascolto” della Parola di Dio, “chiamata” ad uscire dal
proprio io isolato per aprirsi ad una vita nuova e “promessa” del futuro, che rende
possibile la continuità del nostro cammino nel tempo,
Pubblicato Venerdì, 12 Luglio 2013 09:23 | | | Visite: 16
Oggi intervistiamo il diacono permanente
Enrico Ottaviani, 52 anni, informatico, sposato con Annamaria, padre di
Fabrizio, Francesca e Roberta, nato e vissuto per i primi anni a Roma,
ma cresciuto a Palestrina, territorio prevalente nel quale opera.
D. -Quale servizio presti all'interno della Diocesi Prenestina?
R. -Sono un diacono permanente dalla fine del
2011, cui il vescovo ha dato l'incarico di referente dei progetti
informatici della diocesi. Attualmente ne sto curando
l'informatizzazione a partire dalla Caritas diocesana, ambito di lavoro
privilegiato per un diacono permanente poiché è ordinato per il
servizio. Infatti, insieme a me ci sono altri due miei 'colleghi', che
preferisco chiamare fratelli, Pierluigi e Claudio. Il primo si occupa di
microcredito e prestito della speranza, mentre il secondo del
volontariato giovanile.
Quando non sono impegnato in progetti
diocesani mi dedicoalla parrocchia in cui sono cresciuto la Sacra
Famiglia. Qui coadiuvo i sacerdoti negli impegni pastorali e liturgici,
nella catechesi degli adulti e dei bambini e nella carità, che si
esprime anche portando l'Eucaristia ai malati, visitandoli e parlando
loro, confortandoli nelle sofferenze. Anche qui ho un fratello diacono
permanente, Giovanni, col quale condivido il lavoro in parrocchia in
pieno spirito di servizio.
D. -Quali sono gli obiettivi che ti poni portando avanti il tuo operato?
Il primo, credo, sia quello di rispondere in
modo adeguato al mandato che il Vescovo diocesano Mons. Sigalini mi ha
affidato, impegnandomi nei limiti di tempo e di risorse a disposizione
affinché tutte le componenti della diocesi siano effettivamente
operative e collegate, come un corpo unico ben compaginato, come disse
San Paolo agli Efesini (Ef 4,15-16) "agendo secondo verità nella carità,
cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo,
Cristo. 16Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la
collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni
membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità.".
Durante la messa con i seminaristi e i novizi, papa Francesco mette in guardia sia da una "visione mondana e trionfalistica" dell'evangelizzazione, sia dallo scoraggiamento
Per il secondo giorno consecutivo, papa Francesco ha incontrato i seminaristi e i novizi, nell’ambito delle giornate dell’Anno della Fede dedicate alle vocazioni.
Dopo l’udienza di ieri, stamattina il Santo Padre ha celebrato messa in loro presenza nella Basilica di San Pietro, sottolineando: “Oggi la nostra festa è ancora più grande perché ci ritroviamo per l’Eucaristia, nel giorno del Signore”.
I futuri sacerdoti e religiosi, ha detto il Pontefice, rivolto ai seminaristi e novizi presenti, rappresentano “la giovinezza della Chiesa”: la loro fase vocazionale attuale, ha spiegato, è una sorta di “momento del fidanzamento”, di “stagione della scoperta, della verifica, della formazione”, in cui “si gettano le basi per il futuro”.
Partendo dalla Liturgia della Parola odierna, papa Francesco si è quindi soffermato su tre “punti di riferimento della missione cristiana” di cui anche i seminaristi e i sacerdoti sono investiti.
Il primo elemento è “la gioia della consolazione” che richiama alla lieta esortazione che il profeta Isaia (cfr. Is 66,10) rivolge al popolo d’Israele reduce dal “periodo oscuro dell’esilio”. Il profeta invita il suo popolo alla gioia perché “il Signore effonderà sulla Città santa e sui suoi abitanti una ‘cascata’ di consolazione, di tenerezza materna”, ha detto il Papa.
Ogni cristiano, quindi, ha aggiunto, è chiamato a trasmettere “questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti”. Venendo “consolati da Lui”, i cristiani devono, a loro, volta trasmettere questa consolazione.
Al giorno d’oggi, ha proseguito Francesco, la gente ha bisogno in primo luogo di parole e gesti che testimonino “la misericordia, la tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene”.
Pazienti e irreprensibili come il buon padre Abramo. Così devono essere i cristiani, nel loro cammino lungo i passi del Signore. In questi termini si è espresso papa Francesco, durante l’omelia della messa mattutina a Santa Marta, cui hanno assistito, tra gli altri, un gruppo di dipendenti della Direzione di Sanità e Igiene, accompagnati dal direttore, Patrizio Polisca.
Traendo spunto dalla Prima Lettura (Gen 17,1.9-10.15-22) e dal Vangelo (Mt8,1-4) di oggi, il Santo Padre ha osservato come, in un modo o nell’altro, Dio è capace di penetrare “nella nostra vita”, ovvero “nella vita del suo popolo”. Sebbene ogni faccia-a-faccia tra Dio e l’uomo sia una storia a sé, alla fine c’è sempre “questo incontro tra noi e il Signore”.
Qualche volta Dio irrompe in modo improvviso, come fa con il lebbroso del Vangelo odierno ma, più spesso, si fa strada nelle nostre vite in modo lento ma inesorabile, talora mettendo alla prova la nostra pazienza. I fedeli in questa situazione sono tanti e sembrano dire: “Ma Signore, quando?”. E, nonostante la preghiera, Dio pare non intervenire nelle loro esistenze.
Persino Abramo, messo alla prova da anni di attesa, arrivò a nascondere il suo volto e a sorridere, domandandosi: “Ma come, io, a cento anni quasi, avrò un figlio e mia moglie a 90 anni avrà un figlio?”.
Proseguendo il ciclo di catechesi sul Mistero della Chiesa, papa Francesco si è soffermato sul tema La Chiesa: tempio dello Spirito Santo. Attingendo alla Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (n° 6), il Santo Padre ha menzionato la metafora del tempio.
Nell’Antico Testamento, il Tempio di Salomone era “il luogo dell’incontro con Dio nella preghiera”, all’interno del quale era presente “l’Arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in messo al popolo”, con le sue “Tavole della legge, la manna e la verga di Aronne”.
Il tempio, ha spiegato il Pontefice, è il segno del transito ininterrotto di Dio nella storia, pertanto ognuno di noi deve ricordarsi di questa storia, assieme alla propria storia, ovvero a “come Gesù mi ha incontrato, come Gesù ha camminato con me, come Gesù mi ama e mi benedice”.
Per un cristiano, il Tempio dove possiamo “trovare e incontrare il Signore” è proprio la Chiesa, che si compone di tutti i suoi fedeli, ha aggiunto il Papa.
Punti consolidati per una corretta teologia mariana sono il suo fondamento cristologico e il riferimento ecclesiale. Le affermazioni di Lumen gentium, Marialis cultus e Redemptoris mater. Il culto liturgico e popolare, luoghi importanti per la pastorale. L’opportunità offerta dal mese di maggio.
Un punto ormai stabilito per fare una corretta teologia mariana è il fondamento cristologico. Rahner è perentorio: «Chi non condivide la fede cattolica, secondo la quale il Verbo di Dio si fece uomo nella carne di Adamo per inserire il mondo nella vita di Dio e redimerlo, non può comprendere il dogma mariano cattolico» (Saggi di cristologia e di mariologia, Roma 19672, 416). Anche per il Catechismo della chiesa cattolica, «ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo» (n. 487). Così è stato nella storia dei dogmi a partire dal riconoscimento della theotokos, così è se si guarda alla Scrittura. Nel mistero della salvezza che si è compiuto con l’incarnazione, il Verbo ha scelto la mediazione di una donna: «Nacque da donna» (Gal 4,4), mediazione non puramente strumentale, ma che ha richiesto il libero consenso della donna di Nazaret.
Il Papa a Santa Marta invita a chiedere a Dio la grazia di un "cuore di carne" che aiuti a distinguere tra i tesori da accumulare per la salvezza e quelli che ci sviano verso inutili affanni
“Chi trova un amico, trova un tesoro” recita un comune proverbio. Ascoltando le parole di Papa Francesco nell’omelia di oggi a Santa Marta si potrebbe però riformulare il detto e affermare: “Chi trova un cristiano, trova un tesoro”.
Perché sono tante le grazie che riceve chi realmente segue Gesù Cristo, ha spiegato il Santo Padre: “L’amore, la carità, il servizio, la pazienza, la bontà, la tenerezza”. “Tesori bellissimi”, ha sottolineato, che non vanno confusi con altri tipi di ricchezze.
Un grande ‘tesoro’ è già il fatto che il mondo possa beneficiare ogni giorno delle parole di verità del Papa. Oggi, nel privilegiato uditorio c’erano il cardinale Francesco Coccopalmerio – che ha concelebrato la funzione - il vescovo Juan Ignacio Arrieta e l’ausiliare José Aparecido Gonzalves de Almeida, rispettivamente presidente, segretario e sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, accompagnati da alcuni collaboratori. Erano presenti poi alcuni membri del personale della Fabbrica Basilica S. Giovanni in Laterano, guidati da mons. Giacomo Ceretto, e dipendenti della Casa Santa Marta.
Discorso del Santo Padre Francesco ai Partecipanti al Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma Aula Paolo VI Lunedì, 17 giugno 2013
Buonasera
a tutti, cari fratelli e sorelle!
L’Apostolo
Paolo finiva questo brano della sua lettera ai nostri antenati con queste
parole: non siete
più sotto la Legge, ma sotto la grazia. E questa è la nostra vita: camminare
sotto la grazia, perché
il Signore ci ha voluto bene, ci ha salvati, ci ha perdonati. Tutto ha fatto il
Signore, e questa
è la grazia, la grazia di Dio. Noi siamo in cammino sotto la grazia di Dio, che
è venuta da
noi, in Gesù Cristo che ci ha salvati. Ma questo ci apre verso un orizzonte
grande, e questo è
per noi gioia. “Voi non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Ma cosa
significa, questo
“vivere sotto la grazia”? Cercheremo di spiegare qualcosa di che cosa significa
vivere sotto
la grazia. E’ la nostra gioia, è la nostra libertà. Noi siamo liberi. Perché?
Perché viviamo sotto
la grazia. Noi non siamo più schiavi della Legge: siamo liberi perché Gesù
Cristo ci ha liberati,
ci ha dato la libertà, quella piena libertà di figli di Dio, che viviamo sotto
la grazia. Questo
è un tesoro. Cercherò di spiegare un po’ questo mistero tanto bello, tanto
grande: vivere
sotto la grazia.
Un nostro lettore brasiliano ha posto la seguente domanda a padre Edward McNamara: Nel nostro paese è pastoralmente necessario che il diacono permanente presieda la Liturgia della Parola. Poiché io stesso sono un diacono permanente vorrei sapere come condurre correttamente una celebrazione della Parola, in modo particolare per quanto riguarda i gesti, soprattutto delle mani. - S.A.N.N., Goiânia, Goiás (Brasile)
Riportiamo di seguito la risposta che ha formulato padre McNamara:
Il Direttorio della Santa Sede del 1988 per le Celebrazioni domenicali in assenza del presbitero o, per usare una terminologia che viene spesso preferita, una comunità in “attesa” di un sacerdote, fornisce indicazioni di base su come diaconi e laici devono svolgere questo compito. Anche se la domanda del nostro lettore è riferita espressamente al ruolo dei diaconi, vale la pena presentare un quadro generale della questione.
È anche importante far notare che le norme sono le stesse sia per i diaconi permanenti che per i diaconi transitori (ovvero destinati al sacerdozio), in quanto non c’è alcuna differenza rispetto alla loro ordinazione.
Sulla base di questo Direttorio, alcune conferenze episcopali o singoli vescovi hanno preparato delle norme più specifiche per gestire le situazioni concrete che si presentano in ogni Paese o diocesi.
Il Capitolo 3 del documento (n°35-50) si occupa dell'ordine di celebrazione:
La vicenda del profeta Elia, descritta nel primo Libro dei Re, ci aiuta ad entrare nel significato più profondo della solennità del Corpus Dominus, una festa istituita dalla Chiesa per rafforzare la fede nel Sacramento del corpo e del sangue di nostro Signore Gesù Cristo.
Elia era rimasto l’unico profeta fedele al Dio dei suoi padri, si trovò a fronteggiare tutti i profeti di Baal. Malgrado fosse solo, egli risultò vittorioso su di essi, perché poteva contare sul sostegno e sull’aiuto del vero Dio. Ma questa vittoria di Dio su Baal, questa sconfitta dei quattrocentocinquanta profeti di Baal contro l’unico profeta del Signore, fece infuriare la regina Gezabele desiderosa di vendetta. Elia ricevette una condanna a morte, egli avvertiva il pericolo incombere sulla sua vita, e questo gli produsse scoraggiamento, rassegnazione, sfiducia. La persecuzione arrestò la sua missione addormentandosi sotto un ginepro nel deserto. Elia riconobbe la sua poca fede: (Elia) desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». (1 Re 19, 4b).
Questa è il primo grande insegnamento rivelato dalla Sacra Scrittura. Anche l’uomo più fedele a Dio,
Papa Francesco, nella Messa in Santa Marta, mette in guardia dalla tentazione di "seguire Gesù per avere più potere". Una tentazione radicata nel cuore di molti cristiani, anche vescovi e preti
Fare carriera con Gesù significa finire sulla croce. Con poche frasi ad effetto Papa Francesco nelle omelie a Santa Marta fa chiarezza, giorno per giorno, su alcuni aspetti della fede ancora ambigui per il cristiano o legati a certe idee del mondo.
Questa mattina il Pontefice ha spiegato cosa realmente significhi “seguire Gesù” ai presenti alla Messa, concelebrata con mons. Rino Fisichella e mons. José Octavio Ruiz Arenas, presidente e segretario del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Tra questi, c’era un gruppo di sacerdoti del Dicastero e di dipendenti della Centrale termoelettrica e del Laboratorio di falegnameria del Governatorato vaticano.
La strada del Signore “è una strada di ‘abbassamento’, una strada che finisce nella Croce” ha
La parrocchia,
i movimenti. Certo. E anche le libere associazioni laicali, previste
dal diritto canonico. E poi le forme della vita consacrata, che stanno
sulla dorsale del paradosso e dell’inquietudine, dell’azzardo e della
sapienza evangelica, della quale non si deve scipire il sale,
aggiustandosi giudiziosamente sull’indolore conciliazione degli opposti.
«Sono venuto per guarire i peccatori». «Sono venuto per dividere i
padri e i figli». «Il mondo non può capire, perciò non può amarvi». «Dio
ha tanto amato il mondo da dare il Figlio».
Il Papa ha
stigmatizzato questo annacquamento della bellezza e della trasparenza
della tensione evangelica che deve abitare le forme-di-chiesa,
impiegando il folgorante ossimoro della «mondanità spirituale», ricevuto
da un coltissimo teologo gesuita e grande maestro di spirito, Henri de
Lubac. Papa Francesco, con quella sua soave ruvidezza, con la quale
trapana il nostro levigato gergo ecclesiasticamente corretto, non ha
esitato a parlare di «clericalismo ipocrita» (che avvolge anche i laici)
e di «cristiani da salotto» (che non esclude i consacrati). Questa
mondanità spirituale consiste essenzialmente nell’imborghesimento del
proprio rispettabile status ecclesiastico, e nella ricerca di
aggiustamento mondano delle forme comunitarie, sospinte a modellarsi
secondo la logica delle affinità elettive e delle complicità
corporative, dei club esclusivi e delle clientele selezionate. Profili
che il mondo riconosce come ovvia conformazione alle ragioni
dell’interesse di parte e del privilegio di casta. Questa deriva mondana
è la più pericolosa, perché mantiene l’aura spirituale di una
compiaciuta "distinzione" religiosa. Dissimula lo svuotamento dello
spirito evangelico nella vischiosità di rapporti che il mondo giudica
corretti e di opere che il mondo giudica utili. La mondanità spirituale
può avere un’aria molto distinta e per bene, ma di certo rende
indistinta la differenza dello stile evangelico. La conseguenza più
grave – la più temibile per il cristianesimo – è nel fatto che questo
stile della forma ecclesiale, addomesticato al mondo ed estraneo agli
uomini, si chiude proprio per coloro che devono essere irradiati e
toccati, liberati e salvati dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio.
Iniziamo così un nuovo modo di comunicare. Il telefono? E' sempre un ottimo strumento, ma quante telefonate devo fare e ripetere le stesse cose per comunicare qualcosa? L'SMS? Buono anche questo ma presuppone dei messaggi molto brevi. E allora? Un blog, un sito! Certo ci vuole un po' di sforzo per iniziare ad apprendere un nuovo modo di comunicare, ma almeno proviamo a metterci in contatto, comunicare tra noi ed agli altri la Buona Novella. La Buona Novella del Cristo morto e risorto, asceso al cielo e che ci ha lasciato lo Spirito Santo oltre che lui stesso veramente presente nell'Eucaristia.