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martedì 25 ottobre 2016

Brandmüller: "Il celibato sacerdotale, una tradizione vincolante"


Dal libro curato da Armin Schwibach: "Reizthema Zölibat - Pressestimmen", mit einer Einführung von Walter Kardinal Brandmüller, Fe-Medienverlags, Kisslegg, 2011

di Walter Brandmüller







«Solo un sacerdozio "in persona Christi" può tornare ad attrarre l’élite della gioventù cattolica»






Nella discussione sul celibato sacerdotale, che da circa duecento anni torna ripetutamente in auge, finora sono stati portati quasi esclusivamente argomenti che hanno come oggetto l'opportunità o la “praticabilità” di una vita celibataria. Tra questi anche la mancanza di sacerdoti, spesso citata con toni drammatici, che potrebbe essere risolta – così si dice – con una decisione coraggiosa che apra alla possibilità di sacerdoti sposati.

A questi argomenti è sempre stato risposto con altrettanti controargomenti. Ripeterli è inutile. Il punto è un altro. È che la Chiesa non è un'impresa per il miglioramento del mondo, non è una realtà puramente sociale, che può essere misurata con parametri umani. Essa, come dice San Paolo, è il misterioso corpo di Cristo, che non può essere compreso con categorie semplicemente umane. Il vero punto è che cosa Cristo stesso dice sul nostro tema.

Sono i Vangeli di Matteo, Marco e Luca che riportano le parole di Gesù a questo riguardo.

In Matteo (19, 29): si legge: "Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna".

Del tutto simile Marco (10, 29): "In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto".

Ancora più preciso Luca (18, 29): "In verità io vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà".

Gesù non rivolge queste parole alle grandi folle, ma a coloro che lui vuole mandare per annunciare il suo Vangelo e l’avvento del Regno di Dio.

Per adempiere a questo mandato è necessario liberarsi da legami terreni e umani. E poiché ciò comporta la perdita di qualcosa che appare come dovuto, Gesù promette una “ricompensa” sovrabbondante.

Ogni tanto torna la tesi secondo cui l’abbandonare tutto era inteso solo per la durata della missione, dopodiché quei giovani sarebbero tornati alle loro famiglie. Ma di questo non c'è alcuna prova. Del resto i Vangeli parlano di qualcosa di definitivo con riferimento alla vita eterna.

I Vangeli sono apparsi tra l’anno 40 e il 70 e i loro autori si sarebbero posti in cattiva luce se avessero messo sulla bocca di Gesù parole non corrispondenti alle loro vite.
Gesù desidera quindi da coloro che incarica del suo mandato che siano testimoni anche con la loro forma di vita.

Che cosa allora si deve intendere quando Paolo nella prima lettera ai Corinti (9, 5) scrive: "Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?". Il sottinteso non è forse che gli apostoli fossero in viaggio accompagnati dalle loro mogli?

Qui bisogna essere cauti. Le domande retoriche dell'apostolo riguardano il diritto di chi annuncia il Vangelo, e anche di chi lo accompagna, a vivere a spese della comunità. Ma chi è questo accompagnatore o accompagnatrice? L'espressione greca “adelphen gynaika" necessita di un chiarimento. "Adelphe" è sorella. Qui si indica una sorella nella fede, mentre "gyne" può significare una donna comune, vergine o sposa, un essere umano di genere femminile. Voler dimostrare con ciò che gli apostoli avrebbero preso con sé le loro mogli, non è possibile. Se fosse stato così sarebbe stato incomprensibile parlare di una "adelphe", cioè di una sorella cristiana. E l’apostolo aveva già abbandonato la propria moglie entrando nella cerchia dei discepoli di Gesù.

Il testo diventa ancora più chiaro se si pensa al capitolo 8 del Vangelo di Luca, dove si dice: "C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni". Se ne può solo dedurre che anche in seguito gli apostoli abbiano seguito in questo l'esempio di Gesù.

Del resto si può andare anche alla raccomandazione dell'apostolo Paolo, così personalmente sentita, del celibato o della continenza matrimoniale (1 Cor 7, 29): "Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero" e "chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso".

È ovvio che con queste parole Paolo si rivolge in particolare ai vescovi e ai sacerdoti. Del resto egli stesso ha realizzato in sé questo ideale.

Come prova del fatto che Paolo e quindi la Chiesa dei tempi apostolici non avrebbero conosciuto il celibato, da alcuni vengono citate le lettere a Timoteo e Tito, le cosiddette lettere pastorali.

Nella prima lettera a Timoteo (3, 2) si parla del vescovo sposato. Il testo originale greco viene tradotto in molteplici modi, per esempio: "Il vescovo sia marito di una sola donna" e questo viene inteso come regola. Ma bastano delle basilari cognizioni di greco per tradurlo correttamente: "che il vescovo sia irreprensibile, sposato una sola volta [cioè marito di una sola donna], sobrio, prudente…". 

Ugualmente nella lettera a Tito si legge: "Ognuno dei presbiteri sia irreprensibile, marito di una sola donna…".

Con ciò si esclude dall’ordinazione episcopale o sacerdotale chi dopo la morte della  moglie si sia sposato una seconda volta (bigamia postuma). Oltre al fatto che il nuovo matrimonio di un vedovo non era visto con favore, si aggiunse nella Chiesa la considerazione che un tale candidato non poteva offrire la garanzia di rispettare quella continenza che era richiesta a un vescovo o a un sacerdote.


La prassi della Chiesa dopo gli Apostoli


Nella forma originaria del celibato un sacerdote o vescovo poteva continuare la sua vita familiare ma non i rapporti coniugali. Per questo venivano consacrati preferibilmente uomini anziani. Che ciò fosse una tradizione antica e santa, risalente agli apostoli, lo testimoniano le opere di autori come Clemente Alessandrino e il nordafricano Tertulliano, che vissero attorno all'anno 200. Ma l'alta considerazione della continenza in generale è testimoniata anche da una serie di racconti sulla vita degli apostoli, i cosiddetti Atti apocrifi degli apostoli, che sono fioriti nel II secolo ed erano molto diffusi.

Nel terzo secolo le testimonianze letterarie della continenza dei chierici diventano più numerose e più esplicite, particolarmente in Oriente. Così recita un passaggio di quella che è chiamata Didascalia Siriaca: "Il vescovo prima della consacrazione deve essere esaminato sulla sua castità e se ha cresciuto i propri figli nel timore di Dio". Il grande teologo Origene di Alessandria parla di un celibato continente e vincolante, che in diversi scritti fonda e approfondisce teologicamente. Le testimonianze che si potrebbero aggiungere sono tante, ma qui non è possibile farlo.


La prima legge del celibato


La prassi fondata sulla tradizione apostolica prende per la prima volta forma di legge nel Concilio di Illiberis-Elvira del 305-306, che nel suo canone 33 proibisce a vescovi, sacerdoti e diaconi i rapporti coniugali, quindi la generazione di figli.

Ma si riteneva conciliabile la continenza coniugale con il con il continuare ad avere una famiglia. Come scrive anche il santo papa Leone Magno, attorno all'anno 450, coloro che sono stati ordinati non devono ripudiare le proprie mogli. Devono rimanere loro accanto, ma “come se non le avessero”, come Paolo aveva scritto nella prima lettera ai Corinzi.

Si andò così sempre più verso l'ordinazione di uomini non sposati, a cui seguirono le disposizioni del Medioevo, per le quali era scontato che il sacerdote e il vescovo non dovessero essere sposati e dovessero vivere in continenza. Che tale disciplina canonica non sia stata sempre e ovunque vissuta fedelmente, non può sorprendere. Anche l'osservanza del celibato ha conosciuto nel corso dei secoli alti e bassi. È nota la dura opposizione, al tempo della cosiddetta riforma gregoriana, nel XI secolo, che lacerò particolarmente le Chiese di Germania e Francia. Il vescovo Altmann di Passau fu allontanato con violenza dalla sua diocesi dal clero che non accettava il celibato. In Francia, i legati papali che dovevano obbligare all'osservanza del celibato furono minacciati di morte. Il santo abate Walter, in un sinodo a Parigi, fu malmenato e gettato in prigione dai vescovi nemici della riforma. Riforma che tuttavia, alla fine, si impose e portò a un risveglio religioso.

È degno di nota il fatto che il porre in questione o disprezzare il celibato, nel passato è sempre stato accompagnato da altri sintomi di decadenza ecclesiale, mentre i tempi di fioritura religiosa e culturale sono stati segnati da una consapevole osservanza del celibato. Da questa osservazione storica non è difficile trarre conseguenze per la crisi di oggi.


Il problema delle Chiese orientali


Restano ancora due questioni che vengono spesso poste. Una è la prassi celibataria delle Chiese cattoliche di rito bizantino e orientale, che prevedono il celibato per vescovi e monaci, ma non per i sacerdoti, ordinati dopo essersi sposati. Alcuni chiedono se tale prassi non potrebbe essere introdotta anche nel mondo latino.

Intanto c'è da osservare che la prassi apostolica di un celibato continente vincolante venne rimarcata proprio in Oriente. Solo al Concilio del 691, il cosiddetto Quinisesto o Trullano, si arrivò alla rottura con la tradizione apostolica, sotto la pressione di una generale decadenza religioso-culturale e politica dell'impero bizantino. Quel Concilio, su cui fu determinante l’influsso dell’imperatore, che voleva così regolarizzare la situazione, non è mai stato riconosciuto dai papi. Data da allora la cosiddetta prassi delle Chiese orientali.

Quando, nel corso di sviluppi successivi, a partire dal XVI e XVII secolo, diverse Chiese ortodosse separate da Roma si riunirono nuovamente con la Chiesa di Occidente, sorse per Roma il problema di come rapportarsi al clero sposato di codeste Chiese. Nel voler preservare l'unità, i papi di allora decisero di non richiedere cambiamenti dello stato di vita ai preti che avevano fatto ritorno al cattolicesimo.


Le eccezioni nel nostro tempo


La dispensa dal celibato che da Pio XII è stata concessa a singoli pastori protestanti che si sono convertiti alla Chiesa cattolica e hanno desiderato essere ordinati sacerdoti, è similmente fondata.

Questa regola è stata recentemente seguita anche da Benedetto XVI con i non pochi sacerdoti anglicani che, seguendo la costituzione apostolica "Anglicanorum coetibus", si sono uniti alla madre Chiesa.

Con questo straordinaria concessione la Chiesa onora il cammino, spesso lungo e doloroso, di chi è arrivato alla meta della conversione e ha messo in gioco anche  la stabilità materiale della propria vita per amore della verità. È il grande bene dell’unità della Chiesa che fonda tale eccezione.


Una tradizione vincolante?


Dalla prospettiva di queste eccezioni si pone una domanda, ovvero se alla Chiesa sia permesso abbandonare una tradizione di indubitabile origine apostolica.

Una tale possibilità viene ciclicamente presa in considerazione. Alcuni sostengono che essa non possa essere avallata da qualsivoglia autorità della Chiesa, ma la possa decidere solo un Concilio. Altri sostengono che l’obbligo del celibato potrebbe essere allentato, o del tutto cancellato, se non per la Chiesa intera almeno per alcune sue parti.

Bisogna recuperare la consapevolezza del carattere vincolante della tradizione apostolica. Può essere di grande aiuto a tal proposito porsi la domanda se sia possibile, attraverso la decisione di un Concilio, abolire la festa della domenica, che è biblicamente assai meno fondata del celibato.

Per finire, mi sia permessa un’ulteriore riflessione guardando al futuro.

Se è storicamente accertato che ogni riforma della Chiesa che meriti questo nome nasce da una più approfondita conoscenza della fede, allora anche l’attuale contestazione del celibato sarà superata da una rinnovata e più profonda comprensione dell’essenza del sacerdozio.

Tanto più chiaramente sarà insegnato e compreso che il sacerdote non è una figura che esercita una funzione per incarico della comunità, ma che insegna, guida e santifica per la forza del sacramento dell’ordine "in persona Christi",  allora si capirà che deve anche assumere la forma di vita di Cristo. Un sacerdozio così compreso e vissuto tornerà a esercitare la sua forza attrattiva sull’élite della gioventù.

Del resto, il celibato, come la verginità per il Regno dei cieli, sarà sempre di scandalo a chi ha una visione della vita secolarizzata.  Gesù stesso lo ha detto: "Chi può capire, capisca".

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Bibliografia


Christian Cochini, "Origines apostoliques du célibat sacerdotal", Namur 1981.

Stefan Heid, "Zölibat in der frühen Kirche", Paderborn 2003.

Alfons M. Stickler, "L’évolution de la discipline du célibat dans l’ Église d’Occident de la fin de l’âge patristique au Concile de Trent", in: J. Coppens, "Sacerdoce et célibat. Études historiques et théologiques", Gembloux-Louvain 1971, 373-442.

Heinz Ohme, "Concilium Quinisextum – Das Konzil Quinisextum", Turnhout 2006.

Roman M. T. Cholij, "Married Clergy and Ecclesiastical Continence in the Light of the Council in Trullo (691)", in: "Annuarium Historiae Conciliorum" 19 (1987) 71-300.


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24.10.2016 
  

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