Pagine

sabato 1 ottobre 2016

Cercare Dio nell'essenziale e risorgere dalle rovine Il "quaerere Deum" è tornare alla vetta dell'amore

                    
    
di Benedetta Frigerio                         01-10-2016
I discepoli di Emmaus

“Quaerere deum”, “Cercare Dio”, è una formula che tornò al centro del dibattito cristiano quando papa Benedetto XVI, nel 2008, parò al mondo della cultura francese nel collegio dei Bernardini. Da allora sono state date diverse interpretazioni del suggerimento che il santo padre diede per la riedificazione di una civiltà in decadenza. Il monaco olivetano Christopher Zielinski, abate di Lendinara, capo ufficio della congregazione del Culto divino dal 2012 fino al 2014, spiega che «non solo quel discorso ma tutto il pontificato di Ratzinger è un “quaerere deum”».
Zielinsky, che cosa vuol dire cercare Dio nel mondo di oggi?
Ripartire dall’essenziale rimuovendo tutte le distrazioni, che sono gli idoli. Significa cercare l’unica salvezza, Gesù Cristo, o meglio lasciarsi trovare da Lui. Questo è il centro del pontificato e della vita di papa Benedetto XVI: il desiderio di cercare Dio e la sua contemplazione, che poi si trasforma in servizio. Questo spiega la calma di cui il papa stesso ci testimonia l’importanza vivendola. Infatti, quella che i suoi critici chiamavano “lentezza” in lui è attentamente voluta, desiderata affinché la Parola possa lavorare nel suo cuore. Questo atteggiamento implica la pazienza, la virtù che il mondo moderno ha dimenticato e che è propria di chi ha fede e si affida alla presenza di Dio nella storia, attendendo il disvelarsi della Sua azione per poterla leggere. Una ricerca, dunque, che richiede tempo e spazio. Pertanto serve prendersi coscientemente del tempo per Dio, pregarLo, parlarci, affinché la preghiera diventi vita.
È evidente che la cultura cristiana è ormai ignota all’Occidente che pur l’ha generata. Benedetto XVI spiega che solo nel cercare Dio può rinascere una cultura, la quale è una conseguenza della fede non in senso cronologico ma intrinseco. Può spiegarci perché?
Il “quaerere deum” è un atteggiamento, un modo di vivere e di essere proprio di chi cerca davvero Dio e non se stesso. Si percepisce subito la differenza di nobiltà e di bontà del pensiero di chi cerca il Signore. Dico bontà, perché il pensiero di chi contempla con lentezza interiore, e pazienza dei tempi di Dio, genera cultura: si innova e rinnova. Il pontificato di papa Benedetto non è un insieme di risultati, di fallimenti o successi (questi sono criteri di giudizio mondani), ma è questa preghiera che lascia a Dio il timone della vita, secondo i suoi modi e tempi.
Quindi il fatto che il papa si sia ritirato in convento non è un fallimento?
Io non posso commentare questa scelta e arrivare in fondo al cuore di Benedetto XVI. Certo mi può dispiacere, ma leggo questa decisione alla luce della fede, della storia della salvezza di Dio che non permette nulla per il male del suo popolo. Sono convinto che dobbiamo guardare anche le cose peggiori e più negative in questa ottica di Dio che ama e che se dunque permette il male è per un motivo. Ad esempio, il male può purificare nel senso che fa prendere coscienza del fatto che il peccato esiste, affinché cominciamo a collaborare con la grazia.
Parte della cristianità interpreta il “quaerere deum” come un intimismo che azzera duemila di storia cristiana per cui occorrerebbe abbandonare le conseguenze della fede. Benedetto XVI, invece, nel suo discorso disse: «“Quaerere Deum”: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso». Di quali segnalazioni parla il Papa?
Io vedo qui la logica di una fede che illumina, che trasforma e che dà al cuore delle persone quella forza e quel coraggio di continuare a stare nel mondo ma orientare a Dio per mezzo di Gesù Cristo: quindi non si tratta di una fuga dal mondo in uno spazio chiuso, ma di portare nel cuore il desiderio di amare Dio, lasciando che sia lui ad elevare questo desiderio trasformandolo in cultura, azione e vita nuove. Papa Benedetto cercava di predicare questa sua esperienza.
Per conoscere il fatto di Cristo, che è “logos” ragionevole, «occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio». Il cuore dell'uomo post moderno è ancora in grado di percepire la bellezza e la verità di Dio, ma è come se poi faticasse ad aderivi. Come sperare in un’epoca incapace di accettare il sacrificio che la sequela a Cristo richiede? 
Ormai viviamo in un mondo di distrazioni e ci accontentiamo di comodi palliativi come la droga, il potere e il sesso. Cerchiamo il senso immediato, la soddisfazione passeggera di cui siamo schiavi anche per via della fretta. L’uomo di oggi non riesce a fare un passo indietro perché non ha più il ricordo della sublimità e delle vette dell’amore di Dio che superano ogni idolo. Per uscirne l’uomo deve capire di essere davvero malato, deve trovare la cura e deve accettare il sacrificio che questa implica, portandolo fuori dalla sua piccola zona di conforto. Se un uomo sperimenta questo male profondo, può essere disposto a ogni sacrificio per seguire il bene che intravede come possibilità di salvezza. Così, come hanno fatto i monaci, abbandonando tutto per cercare Dio e risorgere dalle rovine.

Nessun commento:

Posta un commento