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martedì 25 ottobre 2016

IL REGNO DI DIO SI PUO' PARAGONARE A TE PERCHE' GESU' SI E' FATTO SIMILE A TE 


La pienezza della vita è nascosta nell'insignificanza, quella da cui tutti scappiamo con terrore. Ma è proprio in ciò che scivola via invisibile che appare il Regno di Dio, come in un «seme gettato» in un campo o nel «lievito nascosto» nell’impasto è presente qualcosa di vivo e fecondo. Come è accaduto nel sepolcro dove è disceso il Signore: al di fuori era solo morte e dolore, ma al di qua della pietra risplendevano vita e gioia. Era un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo (S. Ambrogio). Gli strumenti umani, tarati sul successo, il prestigio e la visibilità, non possono rilevare le coordinate del Regno di Dio; esse infatti coincidono con il punto esatto della nostra vita dove, umiliati, fraintesi, traditi, diveniamo invisibili alla vista del radar mondano. Solo la fede sa discernere nella Croce il trono regale di Dio, sul limite oltre il quale ci attendono la disperazione, l'esaurimento, la resa riconoscere Gesù che si dona a noi. L'umana insignificanza definisce l'autenticità del nostro essere: come «il granellino di senapa» e il «lievito» nel buio di terra e farina diventano fecondi, così anche noi siamo spogliati di tutto per rivestirci di Cristo e vivere nell’amore per il quale siamo stati creati. «Gettati» nel «giardino» di Dio e «cresciuti» nella fede della Chiesa, siamo chiamati a distendere le nostre braccia sui «rami» della Croce per accogliere «gli uccelli del cielo», immagine biblica dei popoli pagani. La fede triturata dalle avversità, diffonde il suo vigore (S. Ambrogio). «Nascosti» nell’impasto quotidiano di famiglia, scuola, ufficio, mercato, siamo inviati a «fermentare» di luce i fallimenti che prima o poi aggrediscono ogni uomo. Attraverso la nostra insignificanza redenta, nel martirio silenzioso e nascosto che ogni giorno ci attende, il Signore rinnova il suo amore per questa generazione, mostrando in noi il paradosso del Regno di Dio che la può salvare.

I martiri e i cristiani nascosti in Giappone, seme e lievito di salvezza
In Giappone la Chiesa vanta decine di migliaia di martiri. Essa ha conosciuto quasi trecento anni di solitudine, stretta da una persecuzione feroce. Nulla che lasciasse presagire un cambiamento. Non fu una settimana, un mese, un anno. Furono migliaia di giorni, e generazioni che sorgevano e tramontavano nella cappa asfissiante di una vita nascosta, nel timore delle delazioni, ogni preghiera sussurrata, le feste celebrate con gli abiti di ogni giorno: niente sacerdoti, niente sacramenti dopo il battesimo, niente chiese. Solo la propria vita dentro un'interminabile e buia catacomba. Ma il Regno di Dio era lì, nascosto, invisibile, disciolto come lievito nella storia comune di ogni giorno. Insignificanti, i kakure kiristan (cristiani nascosti) hanno vissuto aggrappati alla promessa dei missionari: “torneremo un giorno...”. La fede è stata l'unica roccia cui aggrappare la loro vita. La larghissima maggioranza di loro non hanno visto quel giorno con gli occhi della carne. Ma il regno di Dio non si è mai allontanato dal Giappone: in mezzo alle persecuzioni, nell'insignificanza e nel disprezzo, nel dissolversi quotidiano di ogni speranza umana, esso ha fecondato quella terra, ha fermentato quel popolo. In quei giorni intrisi di fede Dio era presente in loro, nascosto con loro. Nessuno poteva sapere o immaginare. Anche a Roma erano convinti che non vi fossero più cristiani in Giappone. Invece, un giorno di marzo del 1865, a Nagasaki dove aveva costruito una cappella per i commercianti stranieri, ancora vigente l'editto di persecuzione, un missionario francese è raggiunto da una notizia sconvolgente: "abbiamo lo stesso cuore!". Erano un pugno di uomini e donne, un granello di senapa, un po' di lievito. Erano i discendenti dei martiri, nascosti nella terra, nella farina, nella solitudine di ogni giorno. Ed ora erano lì, pronti a stendere ancora le braccia, ad offrire la propria vita, con lo stesso cuore di Cristo. L'insignificanza aveva partorito il senso autentico e profondo celato in essa. Molti di essi morirono martiri poco tempo dopo, testimoniando l'amore di Dio sino alla fine. Questa è la comunità cristiana, la Chiesa di Cristo: braccia distese sulla Croce della misericordia, distese verso ogni uomo, il peggiore, il più peccatore, il più perduto.
E' l'insignificanza che redime la vita, il paradosso di quel sepolcro che ha aperto le fauci e ha inghiottito il Signore. Egli ha deposto il Regno di Dio - il destino eterno per il quale siamo stati creati - al di là dell'ultimo gradino che l'uomo possa discendere. Dal momento in cui Cristo è stato adagiato nella tomba, ogni tomba è divenuta Regno di Dio. La domanda che si pone Gesù stesso, rivela l'assoluta novità annunciata dal Vangelo: "A che cosa paragonerò il Regno di Dio? A cosa lo rassomiglierò?" Non dice a che cosa paragonerò il principio del Regnola sua crescita, il suo compimento. Dice: il Regno di Dio è simile a un granello di senapa, è simile a un po' di lievito. Il Regno di Dio è già compiuto nel suo inizio, e in tutta la sua storia. Il Regno di Dio è qui ed ora. In altre parabole il Signore descrive il suo diffondersi, ma con le parole di oggi ci svela una notizia capace di cambiare radicalmente la nostra vita. Il granello di senapa, il più piccolo tra i semi, è immagine dell'estrema piccolezza cui si avvia la nostra vita, la situazione nella quale viviamo oggi, esito dell'umiliazione cocente subita. Il lievito, farina vecchia e putrida, è immagine di quanto, nella nostra vita, si sta oggi corrompendo. Il Regno di Dio è l'esatto contrario di ciò che immaginiamo, e si nasconde dove meno ce lo aspettiamo: "Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri" (Isaia 56,8-9). 



"Regno di Dio vuol dire: Dio c'è. Dio vive. Dio è presente e agisce nel mondo, nella nostra - nella mia vita. Dio è la realtà più presente e decisiva in ogni atto della mia vita, in ogni momento della storia" (J. Ratzinger, Discorso al Convegno dei catechisti, 10 dicembre 2000). Questa realtà si rivela presente e decisiva nella morte. Come per il seme, come per il lievito. Come per Gesù. Il Regno è laddove tutto scappa dalle mani e non si può più controllare; laddove non si comprende nulla di quanto sta accadendo, al limite esatto oltre il quale ci attendono la disperazione, l'esaurimento, la resa. Il Regno di Dio è Cristo stesso adagiato su quel limite, il suo sepolcro che si fa terra e farina, ciò che sono, oggi, le nostre esistenze. 



Il chicco caduto in terra infatti, se non muore resta solo. Il Signore gettato in questo mondo come un banalissimo chicco di Vita, abbandonato in un giardino, giustiziato su una croce, sepolto in una grotta, ha salvato una moltitudine immensa, e tra questa anche noi. E' Lui che fa della nostra vita il suo Regno, proprio laddove essa ci viene strappata. Gesù ci attende oggi al capolinea dei sogni e dei progetti, dell'amore e degli affetti, degli ideali e delle filosofie, della politica e della finanza; Egli ci attende per riscattarci, per colmarci di Lui, della Sua vita piena ed eterna. Non è morte, è vita! Non è sepolcro, è Regno di Dio! "La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare" (J. Ratzinger, Omelia per il Sabato Santo). 


Il granello di senapa, il lievito, l'umana e carnale insignificanza, costituiscono l'autenticità del nostro essere; spogliati di ogni orpello sperimentiamo che non viviamo di pane e che siamo nati per divenire pane; laddove tutto ci è tolto si erge, vittorioso, l'amore di Cristo, quale unica fonte e ragione di vita. Gettati nella storia come un granello di senapa, impastati nei giorni come lievito, siamo chiamati ad essere, in Cristo, cittadini del Regno di Dio: esso è in noi e con noi visita la storia, i luoghi della nostra vicenda umana, per divenire un albero capace di accogliere - tra le nostre braccia crocifisse - gli uccelli del cielo, immagine biblica dei popoli pagani. La nostra insignificanza redenta fermenta i mille non senso che atterriscono gli uomini, schiudendo loro le porte del Regno. Così, il martirio silenzioso di ogni giorno che ci attende, incruento e quindi neppure eroico, rivela l'autenticità e il valore della nostra vita.

In Giappone la Chiesa vanta decine di migliaia di martiri. Essa ha conosciuto quasi trecento anni di solitudine, stretta da una persecuzione feroce. Nulla che lasciasse presagire un cambiamento. Non fu una settimana, un mese, un anno. Furono migliaia di giorni, e generazioni che sorgevano e tramontavano nella cappa asfissiante di una vita nascosta, nel timore delle delazioni, ogni preghiera sussurrata, le feste celebrate con gli abiti di ogni giorno: niente sacerdoti, niente sacramenti dopo il battesimo, niente chiese. Solo la propria vita dentro un'interminabile e buia catacomba. Ma il Regno di Dio era lì, nascosto, invisibile, disciolto come lievito nella storia comune di ogni giorno. Insignificanti, i kakure kiristan (cristiani nascosti) hanno vissuto aggrappati alla promessa dei missionari: “torneremo un giorno...”. La fede è stata l'unica roccia cui aggrappare la loro vita. Moltissimi di loro, i più, non hanno visto quel giorno con gli occhi della carne. Ma il regno di Dio non si è mai allontanato dal Giappone: in mezzo alle persecuzioni, nell'insignificanza e nel disprezzo, nel dissolversi quotidiano di ogni speranza umana, esso ha fecondato quella terra, ha fermentato quel popolo. In quei giorni intrisi di fede Dio era presente in loro, nascosto con loro. Nessuno poteva sapere o immaginare. Anche a Roma erano convinti che non vi fossero più cristiani in Giappone. Invece, un giorno di marzo del 1865, a Nagasaki dove aveva costruito una cappella per i commercianti stranieri, ancora vigente l'editto di persecuzione, un missionario francese è raggiunto da una notizia sconvolgente: "abbiamo lo stesso cuore!". Erano un pugno di uomini e donne, un granello di senapa, un po' di lievito. Erano i discendenti dei martiri, nascosti nella terra, nella farina, nella solitudine di ogni giorno. Ed ora erano lì, pronti a stendere ancora le braccia, ad offrire la propria vita, con lo stesso cuore di Cristo. L'insignificanza aveva partorito il senso autentico e profondo celato in essa. Molti di essi morirono martiri poco tempo dopo, testimoniando l'amore di Dio sino alla fine. E' questa è la comunità cristiana, la Chiesa di Cristo: braccia distese sulla Croce della misericordia, distese verso ogni uomo, il peggiore, il più peccatore, il più perduto.


ABBIAMO LO STESSO CUORE! IL SEME DI NAGASAKI HA DATO IL SUO FRUTTO


Il chicco di grano caduto in terra a Nagasaki e scoperto, ormai albero forte e robusto, quando si pensava fosse ormai seccato. 

A Nagasaki, quel 17 marzo del 1865, sembrava una giornata come qualsiasi altra. Padre Petitjean, dopo aver finito il pranzo, prese un panno asciutto ed entrò nella nuova cappella di Oura, nel quartiere di Murakami. Come ogni giorno, poteva scorgere, attraverso la porta parzialmente aperta, la folla di spettatori che lo scrutavano con curiosità. A causa del divieto del magistrato, i giapponesi non avrebbero fatto un ulteriore passo avanti verso la chiesa. Quando ebbe finito le pulizie, si inginocchiò davanti all'altare e strinse le mani. Pasqua era vicina. 



Erano appena passate le dodici e trenta quando udì un lieve rumore dietro di lui; si voltò, e vide quattro o cinque giapponesi in silenzio intenti a fissarlo. Gli uomini indossavano abbigliamento trasandato e le loro facce sembravano cotte al sole. Lo guardavano timidamente, i loro occhi erano come quelli dei topi quando scrutano l'ambiente circostante; ma quando Padre Petitjean girò la testa verso di loro, si ritirarono velocemente. Con un sorriso forzato congiunse di nuovo le mani e riprese la sua preghiera.

Ancora una volta udì un debole rumore. Questa volta però rimase inginocchiato e non prestò attenzione ai curiosi, così da offrire loro del tempo per guardare l'altare e le statue di Gesù e Maria. Gli uomini presero un po' di coraggio: sentì dei passi, i giapponesi sembravano venire ancora più vicino. "Queste cose strane in fila qui. . . Sai come si chiamano? ". Erano ormai tanto vicini da poter ascoltare la loro conversazione. Padre Petitjean Era così nervoso da trovarsi sul punto di piangere.


Ad un tratto una donna gli chiese: «Signore. . . Dove si trova la statua di Santa Maria? "

Padre Petitjean cercò di alzarsi, ma non riusciva a rimettersi in piedi. L'intensità di quelle emozioni gli rendeva impossibile muoversi. "La statua. . . di Santa Maria", sussurrò. "Vieni con me". Padre Petitjean  condusse la donna alla base della statua della Madonna a destra dell'altare. La giovane Madre sorrideva, aveva una corona sulla testa e il bambino Gesù in braccio. [La statua stessa è ancora in mostra oggi nella cattedrale di Oura a Nagasaki.]
La donna, insieme ad altri uomini e donne nel gruppo, sollevò gli occhi per guardare dove Petitjean stava indicando. Stettero in silenzio per un po’ di tempo, finché la donna mormorò, quasi come un sospiro o un gemito, "E’ così bella!". Anche gli altri sospirarono. Poi, con alcuni di loro, gli chiese se fosse per caso sposato. E ancora, se lo avesse inviato lì il Papa di Roma.

Poi, una voce di donna si udì scandire alcune parole: "Signore . .  Abbiamo lo stesso cuore".

Era la voce di una donna di mezza età. Si fermò dietro di lui, sussurrando dolcemente come a svelare un importante segreto. "Signore . .  Abbiamo lo stesso cuore". Padre Petitjean ne rimase talmente sbalordito che non potè cogliere immediatamente il significato di quelle parole. Ma nell'istante in cui il loro significato gli divenne chiaro, si sentì come colpito da un fulmine. Erano loro! Erano apparsi finalmente! Erano i cristiani!

Padre Petitjean allora chiese con voce rauca: "Sei Kirishitan. . . ? ". Aveva la gola riarsa.

"Sì", rispose un giovane di fronte al gruppo.

Petitjean avrebbe voluto dire loro che era un sacerdote. Ma non c'era ancora una parola giapponese per dire "prete". "Petitjean. Petitjean". Indicò il naso e ripetè il suo nome. Poi chiese al giovane: "Da dove vieni?" Questi rispose: "Urakami".

Proprio in quel momento, una voce gridò dall'ingresso, "Presto! Sta arrivando un ufficiale!", Quelli nella cappella si allontanarono rapidamente sparendo come fumo attraverso l'uscita.

Petitjean rimase immobile nella cappella vuota. Ondate di emozioni inesprimibili si infrangevano nel suo cuore. Aveva voglia di urlare. Voleva gridare al Padre Furet: “Vedete! Sono qui a Nagasaki! Essi esistono davvero! Che splendida città è questa!”. Attraverso 200 anni di persecuzione spietata e feroce oppressione, i cristiani giapponesi, come un unico albero, avevano subito un acquazzone, e alcuni di loro erano ancora rimasti vivi!. “Abbiamo lo stesso cuore!”.

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