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mercoledì 4 marzo 2015

Libertà di espressione: transenne, carabinieri e poliziotti in borghese

Per poter dire cose normali, oggi bisogna farlo in uno spazio transennato, protetto da tredici carabinieri e da poliziotti in borghese, come una volta accadeva ai violenti e ai rivoluzionari. Una mamma ragiona preoccupata.

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Domenica 1 marzo si è svolta a Trieste, in Piazza dell’Unità d’Italia, la decima Veglia delle “Sentinelle in Piedi”: un informale e pacifico presidio costituito da 110 persone che per un’ora hanno silenziosamente letto un libro, testimoniando con la propria presenza fisica la necessità di tutelare erga omnes la libertà di espressione.
Per quanto i detrattori possano contestare l’aconfessionalità e l’apartiticità di tale manifestazione, di fatto si tratta di un numero non certo improvvisato di persone che si incontrano in un luogo definito e che, sul modello dei Veilleurs debout francesi (oppostisi alla legge Taubira sul matrimonio omosessuale), altro non chiedono se non veder rispettato il proprio silenzio. E’ un tam tam che corre sui social condiviso liberamente da chiunque.
Vi partecipano individui non appartenenti a nessuna categoria se non a quella di “persona”, liberi di rappresentare fieramente se stessi e il proprio libero pensiero, incidentalmente condiviso da altri.
E’ anche possibile che si arrivi, si legga e si vada via, non sentendo la necessità di continuare ad imporre le
proprie convinzioni a chi nel frattempo ci ha guardato perplesso, ci ha deriso, insultato o si è reso semplicemente ridicolo.
Tutti si chiedono: chi c’è dietro le Sentinelle?
E’ tutto molto semplice e trasparente: c’è un coordinamento volontario e gratuito di persone che convengono in un’ora e in un luogo e diffondono l’evento, senza circoli, associazioni, partiti, movimenti, lobbies e ogni altra forma di indottrinamento a condizionarne le azioni. Nessuna volontà di proselitismo, nessuna strategia di persuasione collettiva.
Bisognerebbe, piuttosto, riflettere su chi ci sia davanti alle Sentinelle in Piedi: anche a Trieste, purtroppo, un cordone di sicurezza costituito da circa 13 agenti di polizia e carabinieri e altrettanti colleghi in borghese.
Spalle al muro contro il Municipio (per evitare attacchi alle spalle), lateralmente delimitati da transenne metalliche, frontalmente protetti da un tale dispiegamento di forze dell’ordine con tanto di scudo antisommossa: ma il silenzio è davvero così provocatorio e pericoloso?
Comprendo che questa inusuale forma di protesta rompa ogni schema: nel silenzio c’è la saggezza dell’ascolto di sé e dell’altro, il rispetto, entrambi deflagranti in una quotidianità gridata di sopraffazione e insulti.
Certo, il silenzio è uno degli argomenti più difficili da contestare: è più semplice e appariscente indossare una parrucca arcobaleno e irridere chi, fermo e composto, non arretra di un passo nella strenua difesa dei propri valori.
Ancora prima della definitiva approvazione del progetto di legge Scalfarotto, domenica scorsa, in piazza, dietro uno schieramento antisommossa, ho visto morire il mio diritto alla libertà di pensiero e parola: non era mia intenzione commettere alcun reato e lungi da me istigarne in altri. Eppure, per la prima volta nella mia vita, mi sono trovata circondata da un cordone delle forze dell’ordine.
E così continuo a chiedermi: perché passanti distratti e interessati solo al proprio smartphone non si sono accorti come me dell’estinzione di fatto di tali diritti?

Ciò che sulla carta è scritto, nella prassi è ormai disatteso: la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo sancisce che «ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione…»; la nostra Costituzione afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Le Sentinelle non offendono e non umiliano, non aggrediscono e non oltraggiano: una madre, con il proprio silenzio, ha ancora il diritto di affermare in piazza la libertà di educare i figli secondo i propri principi e valori, di opporsi alla dominante ideologia del gender nelle scuole, di affermare la naturalezza di un’unione naturale per la costituzione di un sano ed equilibrato nucleo familiare?
Il silenzio abbassa i toni, evita i fraintendimenti e invita al dialogo: spiace constatare che ad oggi soprattutto chi si batte per il riconoscimento dei propri diritti sia aggressivamente disposto a strapparne ad altri i propri. Che chi si sente perseguitato persegua, che chi si è sentito umiliato umili… Sogno un confronto senza intermediazioni di forza pubblica. Perché, come affermava Martin Luther King, «alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma i silenzi dei nostri amici”.

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